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martedì 22 maggio 2018

Loro 2

anno: 2018       
regia: SORRENTINO, PAOLO    
genere: biografico    
con Toni Servillo, Elena Sofia Ricci, Riccardo Scamarcio, Kasia Smutniak, Euridice Axen, Fabrizio Bentivoglio, Roberto De Francesco, Dario Cantarelli, Anna Bonaiuto, Giovanni Esposito, Ugo Pagliai, Ricky Memphis, Lorenzo Gioielli, Alice Pagani, Caroline Tillette, Elena Cotta, Iaia Forte, Duccio Camerini, Yann Gael, Mattia Sbragia, Max Tortora, Milvia Marigliano, Michela Cescon, Roberto Herlitzka    
location: Italia
voto: 8    

Loro due sono Silvio (Servillo) e Veronica (Ricci), esasperata dai bunga bunga, dalle olgettine e dalle minorenni che hanno trasformato l'ex presidente del consiglio nello zimbello di mezza Europa. Loro due sono Silvio e Mariano Apicella (Esposito), che lo accompagna con la chitarra in una delle tante esibizioni ombelicali davanti a un pubblico di adulatori. Loro due sono Silvio ed Ennio Doris, suo doppio, fondatore di Mediolanum, colui che lo convince a tornare alla presidenza del consiglio con la mossa del cavallo, portando sei senatori dalla sua parte per far cadere il governo di centrosinistra. Loro due sono Silvio e Fedele Confalonieri (Sbragia), presidente Mediaset. Loro due sono Silvio e Mike Bongiorno (Pagliai), silurato senza preavviso dalle reti del Cavaliere. Loro due sono Silvio e l'unica ragazza (Pagani) che, alle cene "eleganti" - tutte culi e tette - resiste al vecchio sottaniere, dicendogli pure che "ha l'alito di suo nonno". Loro due sono Silvio e una casalinga (Marigliano), scelta a caso sulle Pagine Bianche, alla quale l'imbonitore più abile d'Italia dimostra di essere ancora il numero uno. Loro due sono Silvio e una anziana signora che ha perso la dentiera in occasione del terremoto de L'Aquila, dove da presidente del consiglio il leader della Casa delle Libertà entra trionfalisticamente, sventagliando promesse a gogo.
Vedendo Loro 2, nel quale il gioco delle parti si faccia più scoperto rispetto al capitolo che lo precede, viene il sospetto che il numerale del titolo non sia solo l'elemento necessario a distinguere in due parti un film altrimenti soprammisura, bensì il sottotesto programmatico di un'opera che, a differenza del primo capitolo, è congegnata proprio su una serie di scene a due che avrebbero potuto essere montate e smontate in qualsiasi altro modo. Proprio qui sta il pregio e il difetto maggiore del film: da un lato, questi quadretti diadici offrono a Servillo l'occasione per una interpretazione di impressionante ricchezza espressiva, monumentale; dall'altra fanno perdere il senso di un insieme compiuto, coerente, dando invece l'impressione di un collage nel quale Sorrentino sembra più preoccupato a costruire scene memorabili per qualità dei dialoghi e dell'immagine (dietro la macchina da presa c'è sempre Bigazzi, una garanzia) che non dal dare continuità al racconto. Il ritratto del suo Berlusconi - concentrato su un arco temporale che sta tra il 2007 e il 2009 - è comunque quello di una popstar del tutto impermeabile all'opinione altrui, narciso, solipsista, immancabilmente bugiardo e imbroglione, erotomane più per esercizio di potere che per vis testosteronica. Un ritratto pungente, scontornato in ambienti lussuosissimi, popolati da mignotte e lacchè, nei quali si danno spettacoli ultratrash che il regista sfrutta per staccare con coreografie di grande impatto visivo, dimostrando un talento talmente fuori misura da fargli perdere il controllo del racconto. Un racconto che nelle schermaglie verbali più possenti viene rubricato a bigino didascalico sul percorso politico e umano dell'uomo che ha avvelenato il sistema di valori di un intero paese.    

venerdì 27 aprile 2018

Loro 1

anno: 2018       
regia: SORRENTINO, PAOLO    
genere: biografico    
con Toni Servillo, Riccardo Scamarcio, Elena Sofia Ricci, Fabrizio Bentivoglio, Ricky Memphis, Dario Cantarelli, Kasia Smutniak, Roberto De Francesco, Anna Bonaiuto, Ugo Pagliai, Yann Gael, Duccio Camerini, Elena Cotta, Mattia Sbragia, Iaia Forte, Max Tortora, Roberto Herlitzka, Michela Cescon, Milvia Marigliano, Caroline Tillette, Lorenzo Gioielli, Euridice Axen, Giovanni Esposito, Alice Pagani    
location: Italia
voto: 8,5    

La premessa necessaria è che Loro 1 è il primo tempo di un film che avrebbe potuto essere distribuito in sala in una sola volta, giacché la durata lo concederebbe. E il titolo di questo primo tempo potrebbe essere "Berlusconi e la figa". Benché il protagonista - che vanta già numerosi film (da Il caimano a Belluscone) - si veda soltanto a un'ora dall'inizio, Loro 1 racconta, nella prima parte, i preparativi dell'arrivista Sergio Morra / Gianpaolo Tarantini (Scamarcio) per arrivare alla corte di Berlusconi a suon di mignotte e, nella seconda, i dissapori estivi (nella sua residenza sarda) dello psiconano con la moglie Veronica Lario (Ricci), qui trasformata in una sorta di intellettuale annoiata. A Sorrentino basta alludere: la didascalia arriva solo col personaggio di Noemi Letizia, una delle tante zoccole finite alla corte del cavaliere. Tutti gli altri personaggi hanno nomi di finzione (il Lele Mora di Roberto De Francesco diventa Fabrizio Sala), altri sono una miscela di politici esistenti (l'aedo Sandro Bondi, ex ministro della cultura, e Roberto Formigoni, con le sue camicie, sono impastati nella figura interpretata da Bentivoglio), altri ancora rimangono nel mistero (quello che chiamano dio chi è? Bertolaso? E il personaggio di Anna Bonaiuto? La Santanché?). "Tutto è documentato. Tutto è arbitrario", come recita l'apoftegma di Giorgio Manganelli in apertura del film. Al regista poco importa la distinzione tra fantasia e realtà. Sa che il pubblico conosce quei fatti e sa come interpretarli: gli preme dunque ricostruire ambienti e atmosfere, mostrare la fauna umana nel suo stile di vita pecoreccio, lasciando a quella animale (una pecora che nella prima scena muore assiderata dal condizionatore, un rinoceronte fuggito dallo zoo e una pantegana che gira indisturbata per la capitale, provocando un colossale incidente con un mezzo dell'AMA) la sfera simbolica. E lo fa senza mai giudicare: il suo Berlusconi è un individuo che si qualifica per quello che è, tra mistificazioni, millanteria e una indomabile grandeur. Si obietterà che Toni Servillo gli conferisce una maschera troppo evidente, plastificata: ma cos'è l'originale, allora, rispetto alla copia cinematografica, se non una colossale impalcatura di botulino e trapianti? Quello che vediamo in Loro 1 è il ritratto privato di Berlusconi, con la politica lasciata quasi del tutto sulle quinte e fatta aggallare soltanto quando viene mossa dal pelo pubico femminile. Berlusconi e la figa, appunto, come solo Sorrentino potrebbe fare: regalandoci un'opera d'arte ad ogni inquadratura (merito anche della fotografia sempre straordinaria di Luca Bigazzi), curando scene di gruppo e dialoghi con assoluta maestria e lavorando in maniera superbamente creativa sul sonoro, vero valore aggiunto del film.    

mercoledì 8 ottobre 2014

La trattativa

anno: 2014       
regia: GUZZANTI, SABINA
genere: storico
con Enzo Lombardo, Sabina Guzzanti, Sabino Civilleri, Filippo Luna, Franz Cantalupo, Michele Franco, Nicola Pannelli, Claudio Castrogiovanni, Sergio Pierattini, Maurizio Bologna, Ninni Bruschetta
location: Italia
voto: 9

Tra il 1992 e il 1993 l'Italia fu teatro di un periodo difficilissimo: da un lato lo smantellamento del vecchio sistema politico (di fatto poi rimasto vivo e vegeto) sotto i colpi di mannaia della giustizia; dall'altro, l'attacco della mafia allo Stato, ai suoi vertici, ai suoi rappresentanti, al suo patrimonio culturale. Ci furono molti cadaveri eccellenti in quella stagione, ma le morti che sono rimaste impresse nella memoria di tutti sono quelle di Falcone e Borsellino. Poi, dopo altri attentati dinamitardi e la fallita strage allo stadio Olimpico di Roma tutto, di colpo, si fermò. Come mai? Sabina Guzzanti, che già con Viva Zapatero, Le ragioni dell'aragosta e Draquila, in un crescendo continuo, aveva dimostrato di avere assimilato a meraviglia la lezione documentaristica di Michael Moore, firma stavolta un film (del quale ha scritto soggetto e sceneggiatura) che è un autentico capolavoro: non solo per i meriti morali, altissimi (la visione dovrebbe essere resa obbligatoria nella scuole), ma anche per quelli squisitamente cinematografici. Coadiuvata da un nugolo di "lavoratori dello spettacolo", da un ispiratissimo Nicola Piovani alle musiche e da un Daniele Ciprì alla fotografia che più creativo non avrebbe potuto essere, la Guzzanti palesa il gioco della docufiction - un po' sulla scorta di Blu notte di Lucarelli, con molta professionalità ma anche qualche cedimento al macchiettismo - miscelando senza soluzione di continuità materiale di repertorio ed efficacissime ricostruzioni di finzione. Attenutasi rigorosamente agli atti processuali grazie al lavoro preventivo di uno stuolo di avvocati che hanno scongiurato qualsiasi possibilità di denuncia (dentro ci sono i mammasantissima come Napolitano, Mancino e Berlusconi), la Guzzanti aggiorna la lezione di Petri e Rosi costruendo un pamphlet ironico, dal ritmo serratissimo, eppure di esemplare chiarezza: ne emerge il quadro desolante, ben noto a chi, nell'ultimo ventennio, non è rimasto a dormire sotto l'influsso dell'incantamento catodico. Quello di un paese che, in occasione di quella drammatica transizione, attraverso una trattativa scellerata portò - grazie alla complicità di massoneria, destra eversiva e servizi segreti - la mafia direttamente nei palazzi del potere, innescando il ventennio berlusconiano che fu possibile solo grazie all'irresistibile ascesa di un partito fondato in fretta e furia da un gangster brianzolo mezzo palazzinaro e mezzo comunicatore e da un mafioso tout court come Dell'Utri. Quel partito, che ancora oggi esiste ancora, si chiama Forza Italia.    

mercoledì 10 settembre 2014

Belluscone - Una storia siciliana

anno: 2014       
regia: MARESCO, FRANCO
genere: grottesco
con Ciccio Mira, Salvatore De Castro (Erik), Vittorio Ricciardi, Tatti Sanguineti, Salvatore Ficarra, Valentino Picone, Marcello Dell'Utri
location: Italia
voto: 8

Il regista più iconoclasta del cinema italiano, co-ideatore della Cinico tv, torna a 4 anni di distanza dal mirabile Io sono Tony Scott con un altro film "monografico", dedicato stavolta ai rapporti tra la sua terra, la Sicilia (o meglio, il quartiere Brancaccio di Palermo) e Berlusconi nonché alle origini mafiose del successo di Forza Italia e ai legami dell'uomo di Arcore con Dell'Utri, presente nel film in un ritaglio tra l'esilarante e il drammatico (la registrazione si blocca improvvisamente e Maresco dà in escandescenze con le maestranze: "Ci ho messo sei mesi per convincerlo a farlo intervistare!", borbotta, mentre quello accenna niente di meno che alle responsabilità di Berlusconi nella morte di Enrico Mattei). Opera incompiuta e rapsodica girata con registro scanzonato, Belluscone mette al centro del film i cantanti neomelodici e l'impresario che più li sponsorizza a Palermo, quel Ciccio Mira legato a doppio filo con la mafia. Dei problemi produttivi, distributivi, legali e persino psicologici (una depressione fortissima a seguito del travaglio del film) si è fatto carico il critico cinematografico Tatti Sanguineti (lo abbiamo visto anche recitare in Due vite per caso, Fuga dal call center, Sogni d'oro e Il caimano nonché in Come inguaiammo il cinema italiano, il film che lo stesso Maresco, insieme al suo sodale di un tempo Daniele Ciprì, dedicò alla coppia di punta della comicità siciliana: Franco e Ciccio). Lo storico del cinema di origini liguri ha raccolto il materiale provvisorio del film e lo ha cucito in una sorta di thriller enigmistico dal quale emerge tanto l'ostracismo nei confronti di Maresco quanto la sua inguaribile verve sarcastica, messa a servizio di un mondo ipertrash sul quale ha attecchito, resistendo all'usura del tempo, il germe dell'immarcescibile successo del cavaliere.
Premio speciale della Giuria Orizzonti, premio ARCA Cinemagiovani miglior film italiano alla 71. mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia (2014).    

mercoledì 20 febbraio 2013

Girlfriend in a coma

anno: 2012   
regia: PIRAS, ANNALISA
genere: documentario
con Bill Emmott, Nanni Moretti, Roberto Saviano, Toni Servillo, Sergio Marchionne, Mario Monti, Emma Bonino, Elsa Fornero, Matteo Renzi, Umberto Eco, Lorella Zanardo, Vittorio Colao, John Elkann, Carlo Petrini (II)
location: Italia, Regno Unito
voto: 6


Pensato dall'ex direttore di The economist, Bill Emmott, per il pubblico britannico (ed è per questo che quasi tutti gli intervistati italiani, con accenti più o meno credibili, parlano in inglese e sono sottotitolati), il film diretto da Annalisa Piras arriva in edizione digitale grazie all'iniziativa de L'Espresso, che lo ha messo in vendita in download a 3,99 euro dopo che Giovanna Melandri, non contenta di tutti i danni fatti quando era ministro dei Beni culturali (sic), ne ha vietato la programmazione prevista al Maxxi di Roma, del quale è stata inopinatamente nominata direttrice.
Il perché di tante remore da parte dell'ex ministro rimane un mistero anche a visione conclusa: lo scempio del Paese, raccontato con lo sguardo di chi dell'Italia (la girlfriend del titolo) si dichiara innamorato (lo stesso Emmott, appunto), è visibile a chiunque abbia un minimo di consuetudine con l'informazione e le vicende della cosa pubblica.
Nessuno scoop, dunque, nessuno scandalo: soltanto lo sguardo posato dal di fuori (alla maniera dell'oriundo Erik Gandini in Videocracy) per raccontarci la mala Italia e la buona Italia. La prima, lo sappiamo tutti, è quella del nostro parlamento che prima vota compatto (o quasi) sul caso Ruby e poi appoggia Monti e la riforma Fornero, è quella delle mafie che proliferano anche oltre confine, quella del 164esimo posto nelle classifiche internazionali quanto a rapporto tra debito pubblico e PIL (siamo sotto le Barbados e appena sopra l'Iraq…), della tv spazzatura, dell'uso totalmente maschilista dell'immagine della donna, del lavoro "concesso" in cambio della morte (agghiaccianti i depositi di polvere metallica nelle case ubicate nei dintorni dell'Ilva, a Taranto), del berlusconismo che ha affossato il Paese.
Più impervia e posticcia è l'operazione che va alla ricerca della buona Italia: la si ritrova nell'iniziativa di Don Giacomo a Lamezia Terme, un prete che ha dato una casa a tanti disabili rifiutati dalle famiglie, nella Ferrero, esempio di capitalismo virtuoso, e - udite! udite! - in Eataly e Slow Food, le creature del sedicente egalitarista Carlo Petrini, due lobbies spacciate per democratiche ed ecologiste, in realtà un ricettacolo per sottolineare la stratificazione sociale sulla base dell'accessibilità al cibo di qualità.
Niente di nuovo, dunque. Soltanto un buon rinfresco per la memoria, con qualche testimonianza di prezzemolo Saviano, prezzemolo Travaglio, Nanni Moretti, Umberto Eco, Toni Servillo che interpreta Toni Servillo e la voce di Dante affidata a Roberto Herlitzka ("Ahi serva Italia, di dolore ostello, / nave sanza nocchiere in gran tempesta, / non donna di province, / ma bordello!"). Film comunque da raccomandare alle giovani generazioni di disimpegnati per farsi un'idea, anche minima, di ciò che esiste intorno a loro, oltre al partner e alla combriccola del sabato sera.    

giovedì 1 dicembre 2011

Le dame e il Cavaliere

anno: 2010   
regia: FRACASSI, FRANCO 
genere: documentario 
con Silvio Berlusconi, Patrizia D'Addario 
location: Italia
voto: 6

Non è un horror di George Romero e non è ambientato in un altro pianeta. È tutta italiana e per niente fantascientifica la storia cucita come la più normale delle inchieste televisive da Franco Fracassi, che racconta i nessi tra la politica e i prudori senili di un vecchio bavoso che si chiama Silvio Berlusconi. I nomi dei protagonisti di questa storia li conosciamo tutti: oltre a quello del Caimano, ci sono quelli di Patrizia D'Addario, Barbara Montereale, Noemi Letizia, Mara Carfagna e moltissime altre. È quella che Paolo Guzzanti ha chiamato la mignottocrazia: un sistema basato su uno scambio tra favori sessuali e posti in politica. Tutte storie che chi legge i giornali e non si limita al teatrino di Emilio Fede ben conosce: le telefonate a Saccà per piazzare qualche ragazzina pur di fare contento qualche politico e assicurarsi "la maggioranza in senato" (parole registrate); festini con decine di ragazzine; il satrapo che passa la notte con una escort quando gli Stai Uniti stanno eleggendo il primo presidente nero della loro storia. È una vicenda a dir poco avvilente, raccontata montando immagini di repertorio e testimonianze. Lo stile è lontanissimo dal paradigma Michael Moore e il sonoro è montato in maniera dilettantesca ma il pregio sta in una serie di accostamenti arditi tra il "prima" (le ninfette in mutande) e il "dopo" (le stesse in parlamento o simili). Il più agghiacciante è quello che riguarda Mara Carfagna in veste di cubista a cosce aperte. Qualcuno magari se l'è scordato, ma è diventata ministro della Repubblica.    

sabato 26 marzo 2011

Silvio forever

anno: 2011       
regia: FAENZA, ROBERTO * MACELLONI, FILIPPO
genere: documentario
con Silvio Berlusconi, Neri Marcorè (voce)
location: Italia           
voto: 6
 

Roberto Faenza, regista di un documentario del 1977 intitolato Forza Italia! avrebbe mai potuto immaginare dopo più di 30 anni dopo avrebbe girato un secondo documentario dedicato all'uomo che fondò un partito omonimo al titolo del suo film e che avrebbe devastato il Paese come un cancro per un periodo altrettanto lungo? La domanda è ovviamente retorica e il regista, coadiuvato in cabina di regia da Filippo Macelloni, sceglie una strada piuttosto originale per raccontare le vicende di questo delinquente in doppiopetto: quella di affidarsi a materiale quasi interamente di repertorio, sicché dai credits di apertura Silvio Berlusconi non solo risulta essere l'unico interprete, ma anche autore dei dialoghi e delle musiche. La ricostruzione di questa "autobiografia non autorizzata", il cui trailer non è andato in onda in una Rai arroccata come un esercito di pretoriani a difesa del capocupola - cose che non si vedevano nemmeno nei tempi scudocrociati di Ettore Bernabei - passa attraverso le vicende più note dello psiconano. Si parte dall'elegia da parte della madre - la signora Rosa Bossi Berlusconi, una donna che se all'epoca si fosse accoppiata con un senegalese ben dotato o magari avesse abortito ci avrebbe evitato tante sciagure - e si continua con l'autocelebrazione dei tempi della scuola (la voce berlusconiana è affidata a Neri Marcorè ma i testi si basano su interviste e materiale biografico). Dopo le tappe obbligate ai tempi del Berlusconi palazzinaro, quello di Milano2, del Milan, della Fininvest, si arriva al Berlusconi politico sui generis, quello della "discesa in campo", del contratto con gli italiani firmato davanti a un compiacente Bruno Vespa, delle barzellette penose. Il resto è cronaca di oggi: interi lustri di malgoverno, processi, corruzione, rapporti con prostitute e minorenni. A chi non abbia l'abitudine di seguire soltanto le reti Mediaset ma legga ogni tanto qualche giornale (non certo quello di Sallusti / Feltri) il film sceneggiato da Rizzo e Stella (gli autori del bestseller La casta) non dirà nulla di nuovo: ne esce il ritratto di un uomo inopinatamente pieno di sé, dall'ego ipertrofico, con un concetto del tutto personale di verità, come disse Montanelli che lo definì "il più grande piazzista del mondo". Al documentario va comunque riconosciuto il merito di avere scelto una prospettiva asettica, dalla quale soltanto chi è irrimediabilmente obnubilato da decenni di televisione spazzatura può non vedere. Fanno impressione le donne di mezza età - cioè la fascia culturalmente più povera e debole degli italiani - che si mobilitano per il ripristino dei canali Mediaset oscurati dal Pretore nei lontani anni '80, il linguaggio da suburra del ras di Arcore, la disinvoltura dei suoi voltafaccia, l'ossessione anticomunista e quella per i sondaggi del populista convinto di parlare sempre a nome di tutti.    

giovedì 3 febbraio 2011

L'egemonia sottoculturale

Max Stefani intervista Massimiliano Pananari, autore del libro L'egemonia sottoculturale (Einaudi).
Tratto da Il mucchio selvaggio, n. 679, febbraio 2010

COME SI È POTUTI DUNQUE PASSARE DALL’ITALIA DI GRAMSCI, CALVINO O PASOLINI AL GABIBBO E MARIA DE FILIPPI? COME È POTUTO ACCADERE QUESTO? E COME È POTUTA SPARIRE L’EGEMONIA CULTURALE DELLA SINISTRA?
È la (triste) storia di questo ultimo trentennio, coincidente con il dominio sempre più incontrastato del neoliberismo, ovvero di un tipo di economia ossessionata unicamente dalla creazione di profitto. Il vero e proprio “integralismo” e “fondamentalismo di mercato”, come lo chiamano giustamente alcuni studiosi. Una tipologia di economia che “mette tutto in produzione” e spreme anche le nostre teste e i nostri desideri per ricavarne soldi; anzi, in questa nostra epoca cosiddetta postmoderna, dove c’è sempre meno economia reale e produttiva, e sempre più l’economia si rivela immateriale e smaterializzata, questa diventa la principale e più impressionante fonte di profitto. In Italia, la Sinistra, pur non possedendo mai un’autentica egemonia culturale sul Paese, aveva saputo offrire opportunità di incivilimento a una parte della popolazione e le aveva proposto una serie di modelli culturali importanti e di livello. E nonostante la vicinanza all’Unione Sovietica della sua componente maggiore (il Partito comunista), aveva rappresentato un pilastro della democrazia repubblicana. A partire dagli anni Ottanta di Reagan e della Thatcher, il mondo ha preso a girare in un’altra direzione, in modo sempre più esclusivo e spietato. Un contributo importante alla riuscita di tale cambiamento l’hanno fornito i mass media, in particolare, l’industria dell’intrattenimento, che ha saputo plasmare i nostri desideri, e indirizzarli tutti verso i consumi. In Italia, questo lavoro - un lavoro eminentemente politico, perché tutto questo si è tradotto nella vittoria delle destre radicalconservatrici - è stato svolto innanzitutto da alcuni personaggi di primo piano della televisione privata e, da qualche tempo, pubblica (dove vige il sistema delle sliding doors, dal momento che siamo in presenza di un quasi monopolio). Un lavoro politico fatto attraverso trasmissioni che di politico non avevano, a prima vista, nulla: reality, varietà, giochi a premi e quiz show, i program mi di gossip (presenti dovunque e a tutte le ore), un’informazione che si è convertita in infotainment (nella quale ci sono dosi sempre maggiori di intrattenimento, stile “Porta a Porta”) e quella vera e propria corazzata di questo deteriore modello sottoculturale che è “Striscia la notizia”.
VOLEVO PARLARE CON TE DELLA FIGURA DI GRAMSCI. ANCHE PERCHÉ I SUOI QUADERNI DEL CARCERE SO STIENI SIANO STATI SOSTITUITI DAL CONFESSIONALE DEL “GRANDE FRATELLO”….
Gramsci è stato un grande pensatore, l’autore italiano novecentesco più tradotto al mondo, dopo che in molti qui, sul suo suolo natale, se lo erano scordati perché comunista. Uno che non credeva granché alla tesi di Marx sull’avvento sicuro della rivoluzione, e le contrapponeva l’idea che non ci sarebbe stata nessuna insurrezione se non si fosse tenuta nel debito conto la dimensione soggettiva degli esseri umani. E qui casca l’egemonia culturale. Un concetto piuttosto composito e articolato, e una chiave di lettura straordinaria per capire cosa accade in politica. Per conquistare il potere e subordinare un popolo si può usare il “dominio”, cioè la forza bruta, oppure - con risultati estremamente più proficui - il potere di persuasione, e imporre una forma di “egemonia culturale”. La “sindrome di Stoccolma”, in pratica, per cui la vittima si innamora del carnefice, che l’ha convinta; e, quindi, non sarà in grado di opporsi. Gramsci, che era un marxista molto moderno e originale, e capace di decifrare al meglio i segni del suo tempo, ci ha detto questo e molto altro, come l’analisi dell’americanismo (il modello capitalistico statunitense che ridefinisce l’esistenza stessa degli americani). E andrebbe davvero riscoperto e riattualizzato da una Sinistra senza complessi di inferiorità.
IL PROBLEMA È CHE QUESTA EGEMONIA NON NASCEVA PIÙ IN FABBRICA COME PREDICAVA GRAMSCI, MA PRENDEVA FORMA ALL’INTERNO DEGLI STUDI DI UNA TV COMPLETAMENTE DIVERSA DA QUELLA IN BN: LA TV DELLA PUBBLICITÀ E DEGLI SHOW CON LE BALLERINE SCOSCIATE.
Precisamente, era la tv commerciale, o la “neotelevisione” come l’ha battezzata Umberto Eco, che sorpassava (a destra, possiamo dire, col senno - politico - di poi) la “paleotelevisione” in bianco e nero. E faceva “felicemente” precipitare gli italiani in un universo di lustrini, paillettes, ricchi premi e cotillons, e donne svestite (assecondando un certo diffusissimo voyeurismo da nazione sessualmente repressa, il cui risvolto della medaglia è il proliferare dei “puttanieri”, guarda caso). E, soprattutto, in un mondo di beato e sfrenato consumismo come massimo della soddisfazione e realizzazione individuale.
TU SOSTIENI CHE DOPO L’11 OTTOBRE 1983, PRIMA PUNTATA DI “DRIVE IN” SU ITALIA 1 NULLA FU COME PRIMA. PER TE UNA DATA SPARTIACQUE, MA COME SI È APERTO IL VARCO? ALL’IMPROVVISO L’ITALIA SI CONVERTÌ AL NEOLIBERISMO CELEBRANDO L’AVVENTO DELL’INDIVIDUALISMO? COME SI È POTUTO PASSARE IN UN BATTERE DI CIGLIA DAGLI ANNI DI PIOMBO E DELLA SOLIDARIETÀ NAZIONALE A TUTTO QUESTO?
È l’esito di un processo storico di lungo periodo, preparato negli Stati Uniti da anni, quando l’America - certo con dei difetti, ma pur sempre la migliore che ci sia mai stata - di Roosevelt, dei Kennedy (entrambi ammazzati) e di Lyndon Johnson viene seppellita da quella di Reagan e delle “maggioranze silenziose”. L’arrivo dell’ex attore alla presidenza degli USA, nel 1980, non è un evento casuale, ma il frutto di un capillare e massiccio lavoro di cambiamento della mentalità e di spostamento delle priorità della politica nazionale, aiutato dalla propaganda di una parte rilevantissima dei mass media. Una vera e propria operazione - vittoriosa, ahinoi, anzi trionfale - di conquista dell’egemonia culturale, come l’avrebbe definita il nostro Antonio Gramsci, e che, come una grande onda, si sarebbe diffusa nel resto dell’Occidente, partendo proprio dagli USA e dalla Gran Bretagna (dove, l’anno precedente, aveva vinto “Iron Lady” Margaret Thatcher, che avrebbe distrutto senza pietà il Welfare State inglese, una delle punte più alte raggiunte dalla civiltà europea nel Novecento). E l’onda avrebbe infranto anche le speranze di un mondo migliore scaturite dal Sessantotto e dai movimenti (che pure avevano anch’essi, naturalmente, alcuni aspetti non condivisibili) degli anni Settanta. In Italia si schiacciarono così le mobilitazioni degli studenti e dei lavoratori in un angolo, dicendo che il loro sbocco naturale non poteva che essere la terribile stagione del terrorismo. Una falsità e, anch’essa, un’operazione di manipolazione che trovò terreno fertile anche perché gli italiani erano stati oppressi dagli anni di piombo e, giustamente, volevano chiudere con quella fase. Venne fatta loro la promessa dell’arricchimento garantito e illimitato (la figura del cittadino comune che investiva i suoi risparmi in Borsa, sull’esempio di quanto avveniva in Inghilterra, divenne l’idealtipo dell’epoca), e così la scoperta, golosa e quasi incredula, del consumismo da parte dell’italiano medio, dopo gli anni di piombo e della solidarietà nazionale, ebbe l’effetto di una scossa e di una boccata d’aria (troppo) inebriante, producendo un’impressionante rivoluzione antropologica. Era il debutto della società del Grande Riflusso. E a fare, per un verso da megafono e da specchio e, per l’altro, da catalizzatore e amplificatore di questa mutazione antropologica, c’era la tv commerciale coi suoi “nuovi” programmi, per niente paludati e, anzi, coloratissimi, a cominciare da “Drive In”, quello che possiamo considerare come l’inizio della fine.
CON IL SENNO DEL POI NON PENSI CHE TUTTO SIA STATO PROGRAMMATO IN ANTICIPO? NON VOGLIO DIRE DA GELLI E LA P2, O DA UN IPOTETICO “GRANDE VECCHIO”, CON BERLUSCONI BRACCIO ARMATO, MA PARE TUTTO GIÀ SCRITTO.
Sembra un copione già scritto, infatti. Pianificato in anticipo da qualcuno. Del resto, pur respingendo qualunque dietrologia o inclinazione al complottismo, che non ci piacciono, ci sono dei fatti, come quelli che citi, che vanno semplicemente registrati, se solo si ha l’onestà intellettuale di farlo (mentre al riguardo sembrano imperare, guarda caso, la malafede e la negazione delle evidenze). E altri, come, per fare soltanto un esempio, gli incontri periodici, ogni terzo mercoledì del mese, documentati e raccontati da un giornale non certo scandalistico come il “New York Times”, che vedevano (e vedono in questa, o altra forma) raccogliersi intorno a un tavolo i rappresentanti delle principali banche d’affari statunitensi. I Masters Of The Universe, gli stessi che hanno scatenato l’inferno della crisi dei subprime e che si incontrano per “salvaguardare la stabilità e l’integrità del “mercato” finanziario, come dicono loro. Sarebbe ben curioso che i “padroni del vapore”, o i decision makers come si dice in termini più neutrali, non si incontrassero, consultassero e pianificassero le loro mosse, non trovi? La storia è spinta e agita (anche) da gruppi, “avanguardie”, circoli; sarebbe ridicolo negarlo, anche perché questo genere di negazione o sottovalutazione non aiuta di certo alla comprensione dei fenomeni.
IN FIN DEI CONTI ERA FACILE ENTRARE IN UNA SOCIETÀ ITALIANA TRADIZIONALMENTE ARRETRATA, DOVE LA CHIESA, CON LO STATO, HA SEMPRE IMPARTITO AI CETI SUBORDINATI LA LINEA, CONSISTENTE NELL’ADEGUARSI ALL’ORDINE POLITICO VIGENTE. SIAMO ABITUATI A NON DISCUTERE IL POTERE. SI CHIAMI SIGNORE, PRINCIPE O RE, NOI L’ACCETTIAMO DA SECOLI. MAGARI LO DERIDIAMO, MA NON LO DISCUTIAMO.
È una costante storica, divenuta quasi antropologica: l’omaggio al potere, che genera conformismo e rifiuto del pensiero alternativo. Siamo un popolo tristemente abituato a correre in soccorso dei vincitori. Non siamo gli unici, e ci sono parti importanti della società italiana sane sotto questo profilo, ma certo l’attitudine è estremamente diffusa. E la derisione di chi esercita il comando, cui fai riferimento, infatti, spesso non ha una valenza sovversiva, ma autoconsolatoria o rinunciataria, quando non (come nel caso dello “sberleffo dei potenti” che si verifica in talune trasmissioni) di “distorsione cognitiva”. In quest’ultimo caso, si finge di deridere il potere (per la verità, una porzione selezionata di interessi o di individui potenti) e si distrae il pubblico televisivo (il “popolo” dei nostri tempi), per lasciare indisturbato il vero manovratore, che non viene mai davvero toccato.
ALCUNI STORICI SOSTENGONO CHE IL FASCISMO FU L’ESTREMIZZAZIONE DELLA DELEGA E RINUNCIA ALLA LIBERTÀ, PAURA DELLA LIBERTÀ. CON BERLUSCONI È SUCCESSA UNA COSA SIMILE?
È una tesi interessante, e che spiega molto, a mio giudizio. L’esercizio autentico della libertà è un’attività complessa, perché richiede consapevolezza di sé e dei propri diritti. E senso del rispetto degli altri, volontà di non prevaricare: la mia libertà finisce dove comincia la vostra, come ci ha detto Martin Luther King. E la democrazia è un sistema politico assai difficile che richiede un’educazione alla cittadinanza, e sforzo, impegno da parte di tutti. Una democrazia, così come la libertà, vive davvero soltanto se viene praticata e alimentata da ciascuno di noi, giorno dopo giorno. È un tipo di regime esigente, quindi. Mentre la scorciatoia dell’affidarsi all’uomo forte, a quello cui delegare le attività pubbliche, per farsi così tranquillamente gli affari (quando non gli affaracci) propri, risulta molto più semplice. Ecco perché, nel Paese dove il tornaconto personale è considerato uno dei (dis)valori massimi, la tendenza a cercare un Capo è continua. Ma deleteria, come possiamo vedere continuamente, per la libertà dei singoli e della comunità nel suo complesso.
POSSIBILE CHE LA DESTRA DELLA CULTURA NON SAPPIA COSA FARSENE? APPESANTISCE, ANNOIA E SOPRATTUTTO FA PENSARE, CHE, COME È NOTO, È L’ANTICAMERA DELLA CRITICA?
È soprattutto questo il punto: la cultura genera e alimenta lo spirito critico. E il potere non ama - utilizzo un eufemismo - la capacità di essere critici che, invece, è il principio su cui si deve basare una democrazia. Coltivare il dubbio, e rifiutare qualunque verità assoluta imposta: ecco la dote essenziale di un buon cittadino. E la Destra, che trova nel principio d’autorità uno dei suoi fondamenti politici, risulta particolarmente allergica allo spirito critico.
POSSIBILE CHE D’UN TRATTO TUTTA L’ITALIA ABBIA SENTITO IL BISOGNO DI ACCENDERE LA TV, SEDERSI SUL DIVANO E FINALMENTE RIDERE SGUAIATAMENTE SENZA SENTIRSI IN COLPA E FUORI LUOGO? FINO A PERDERE LA TESTA PER TETTE E CULI. SIAMO UN POPOLO DI ALVARO VITALI POTENZIALI? COME DICEVA GABER “NON HO PAURA DI BERLUSCONI IN SÉ. HO PAURA DI BERLUSCONI CHE È IN ME”.
Tra Otto e Novecento, vari studiosi delle allora nascenti scienze politiche - tutti appartenenti alle classi dirigenti e terrorizzati dal socialismo e dall’organizzarsi del movimento operaio - studiavano preoccupati le dinamiche della “psicologia delle folle” che potevano travolgere e seppellire i valori liberali dell’individuo. Elias Canetti, in un libro straordinario e molto “eccentrico” e fuori dalle consuetudini (Massa e potere), ci ha mostrato cosa accade quando i singoli si fondono in masse indistinte. I regimi totalitari sono stati le palestre dei peggiori istinti animali degli individui che, disciolti in una folla sedotta da un dittatore, perdevano ogni traccia di umanità e si consegnavano a quella che Hannah Arendt ha chiamato la “banalità del male”. E negli Stati Uniti, la prima “democrazia di massa” della Storia occidentale, eserciti di psicologi sociali, esperti di pubbliche relazioni e specialisti di marketing, al servizio della grande industria, si sono dedicati a manipolare, per fini commerciali ed economici, le moltitudini. Sono altrettanti casi, figli dei mutamenti profondi introdotti dalla modernità, di comportamenti che si producono quando gli individui vengono avviluppati all’interno di forme di manipolazione, tanto più forti quanto più straordinaria è la potenza dei mass media, come avviene nella nostra età liquida e postmoderna. Anche perché proprio lo stare all’interno di masse (o branchi), garantisce un senso di terribile “condivisione” (e magari di impunità), che fa perdere ogni freno inibitorio. E, quindi, dovremmo essere giustamente spaventati da quello che sta dentro di noi, che può scatenarsi da un momento all’altro. Se, poi, nel l’Italia berlusconiana, l’egoismo più spinto, il rifiuto della solidarietà e della cultura e la “furbizia” vengono non soltanto sdoganati, ma esaltati, dovremmo avere tremendamente paura di quello che si agita dentro noi stessi quando permettiamo agli animal spirits di sopraffare la nostra parte migliore. E, invece, il vero “miracolo italiano” (deteriore) si è compiuto: e moltissimi sono felicissimi di ostentare il loro volto peggiore, quello che ci allontana dalle nazioni più civili.
LA FUNZIONE DISEDUCATIVA DEL PICCOLO SCHERMO NEI CONFRONTI DELLA NUOVE GENERAZIONI L’AVEVA GIÀ FATTA NOTARE IL POVERO PASOLINI, CHE RISCONTRAVA CON COSTERNAZIONE LA “MUTAZIONE ANTROPOLOGICA” INDOTTA DALL’ELETTRODOMESTICO NEI SUOI AMATI RAGAZZI DI BORGATA E NEGLI ITALIANI TUTTI, DECIMATI DAL GENOCIDIO CULTURALE PRODOTTO DALL’OMOLOGAZIONE E DAL CONSUMISMO, ACCURATAMENTE PIANIFICATI DAL POTERE CAPITALISTICO.
È l’eredità più attuale di Pier Paolo Pasolini, il quale, peraltro, era un po’ troppo innamorato di un’idea arcaica e arcadica di società. Mentre il Pasolini critico, da subito, delle degenerazioni future della società dei consumi e della “mutazione antropologica” (che osservava nei ragazzi delle periferie romane, ma destinata presto a estendersi, in maniera apparentemente irresistibile, a buona parte della società tutta), fu un profeta. Come fu preveggente nell’intuire, senza averne le prove dirette, i contorni multiformi e sfuggenti di un potere ircocervo (in stile P2) che governava illegalmente l’Italia da dietro le quinte. Se il Pasolini scrittore è, per i miei gusti, discutibile, il Pasolini critico e geografo del potere in via di diventare postmoderno ci dice invece moltissimo, e in modo estremamente acuto.
SE LA TV HA FATTO TABULA RASA DELL’INTELLIGENZA DEGLI ITALIANI, HANNO CONTRIBUITO MOLTO ANCHE I GIORNALI. TU CITI ALFONSO SIGNORINI DIRETTORE DEI SETTIMANALI DI MONDADORI “CHI” E “TV SORRISI E CANZONI” CHE HA SVOLTO UN RUOLO DI AUTENTICO POLITICO INCARICATO DI UNA MISSIONE DELICATISSIMA E CENTRALE DAL DIAVOLO DI ARCORE. UN TEMIBILE SPIN DOCTOR… MA NEI SUOI GIORNALI SI SONO ARRUOLATI TANTI EX RIVOLUZIONARI DI PROFESSIONE, MAGARI STANCHI DAL GRIGIORE CHE PERMEAVA LE PROPRIE FILE.
Già. L’attrazione irresistibile esercitata dall’altro da sé (insieme ai benefici professionali), il lato oscuro della Forza (descritto infatti benissimo da un film postmodernissimo come Guerre stellari), che ha traghettato alcuni ex rivoluzionari di professione dal grigiore tetragono di una Sinistra spiazzata e dal fallimento delle utopie al mondo vincente dell’edonismo reaganiano. E berlusconiano, dove imperversa il gran Maestro di cerimonie (politiche) Alfonso Signorini, che possiamo considerare come l’inventore della gossipcrazia e del gossipopolare, il ministro del Mincul (gossi)pop del Premier.
È VERO CHE, COME DICE BATTISTA, LA SINISTRA HA SMESSO DI PENSARE MA LA DESTRA NON HA MAI COMINCIATO?
Dipende da quale tipo di pensiero. Una certa Destra ha utilizzato altri strumenti, come sta accadendo da anni in Italia, per conquista re “i cuori e le menti” degli individui, tenendoli ben lontani dal pensiero, che quando viene esercitato, come sappiamo bene, risulta pericoloso per tutti gli ordini costituiti. Ma l’egemonia sottoculturale che ha imposto è frutto di elaborazione e strategia, e dunque di un certo tipo di pensiero, non emancipatorio, ma volto a tenere le persone in uno stato di soggezione e minorità. Battista, d’altronde, è lo stesso che dopo l’uscita del libro L’egemonia sottoculturale lo ha liquidato scrivendo così sul “Corriere della sera” (6 agosto 2010): “Non si capisce ancora come mai in Italia si apra un dibattito demenziale (non è uno scherzo, c’è un libro apposito di Massimiliano Panarari) imperniato sul seguente, vertiginoso interrogativo modello Monty Python: l’egemonia culturale del Gabibbo ha sostituito quella di Antonio Gramsci?”. Direi che si commenta da sé, e non mi sembra ci sia nulla da aggiungere, se non che i Monty Python erano strepitosi…
PERCHÉ IL NOSTRO GIORNALISMO È DA SEMPRE PRONO AL POTERE E SI DÀ SEMPRE MOLTO DA FARE PER METTERE A PROPRIO AGIO I POTENTI? DIFETTO PRESENTE SIA A DESTRA CHE A SINISTRA. RICORDO QUANDO FABIO FAZIO OSPITÒ FASSINO IN OCCASIONE DELLO SCANDALO UNIPOL-CONSORTE, FASSINO SI DISCOLPÒ DICENDO CHE SI STAVA SOLO INFORMANDO. FAZIO FINSE DI BERSI LA BALLA E PASSÒ OLTRE. L’UOMO GIUSTO AL POSTO GIUSTO.
D’altra parte anche in America i trotskysti sono diventati neocon al servizio di Reagan e Bush e stessa cosa è successa in Inghilterra con la Thatcher. Il conformismo è, purtroppo, nella natura umana; rappresenta un’esigenza psicologica, che diventa fortissima di fronte al potere quando questo decide delle facoltà, della visibilità e degli stipendi dei giornalisti (come di qualunque altra categoria di lavoratori intellettuali). E il potere sa essere molto riconoscente con gli operatori dell’informazione che si adattano e si prestano a fare da megafoni. Vale per l’Italia, come per gli Stati Uniti, come ricordi a proposito di un’esperienza, quella degli ex trotskisti passati al servizio dei regimi neoliberali in cui, oltre all’essere stati comprati, scattò anche un altro meccanismo. Volevano fare la rivoluzione, spaccare il mondo e riplasmarlo: dal momento che non ci erano riusciti da sinistra, si apriva loro la possibilità di fare i “consiglieri del principe” del Verbo neoliberista e di una Destra radicalconservatrice, che nulla aveva più a che fare col liberalismo classico e moderato. Era la “rivoluzione ultraconservatrice”, che distruggeva un vecchio ordine; e, quindi, questi “pentiti” del radicalismo di sinistra potevano persino fingere di mettersi la coscienza a posto, recitando la formuletta della continuità e della fedeltà ai loro ideali giovanili di sconvolgimento dell’ordine delle cose. Sempre “eversivi”, per l’appunto, questa volta dall’altra parte della barricata.
SEMBRA INCREDIBILE OGGI CREDERE CHE LA SINISTRA SIA STATA A SUO TEMPO EGEMONE, ALMENO SUL PIANO CULTURALE E NON ABBIA FATTO NIENTE PER DIFENDERE L’ENORME PATRIMONIO CULTURALE ACCUMULATO IN ANNI DI RIFLESSIONE E DIBATTITO. AL PUNTO CHE, IN CERCA DI RIFERIMENTI ALTERNATIVI RISPETTO ALLA PROPRIA TRADIZIONE, HA INIZIATO CON ESITI DISASTROSI A BAZZICARE GLI STUDI TV. RICORDO FASSINO CON LA VECCHIA TATA…
Si chiama subordinazione culturale. Arriva quando “si getta il bambino con l’acqua sporca”, e si dismettono, insieme all’ideologia, gli ideali politici e culturali, non facendo l’indispensabile sforzo di reinventarli e riaggiornarli in relazione ai cambiamenti della società. Che è il lavoro essenziale che dovrebbe fare una Sinistra seria. E così si lasciano dilagare le varie egemonie sottoculturali, fino a farsene stregare e, come racconta lo spin doctor Alfonso Signorini, il mago della propaganda berlusconiana attraverso il gossip, a piatire interviste sui suoi rotocalchi. Facendo così allontanare tante persone che nella Sinistra credevano e credono.
PERCHÉ NESSUNO SOPPORTA PIÙ LA STORIA? PERCHÉ C’È COSÌ TANTA DIFFICOLTÀ PER CELEBRARE 150 ANNI DELL’UNITÀ D’ITALIA?
Già, non siamo una nazione per molte ragioni. Alcune di lungo corso, come ci spiegano gli storici: il nostro processo di Nation building (di costruzione e unificazione nazionale) è stato ritardato e assai più faticoso rispetto a quello degli altri Paesi europei. Il Risorgimento è stato certamente un processo condotto dalle élites, assai più che autenticamente partecipato dalla popolazione. E siamo da sempre - come diceva, tra Quattro e Cinquecento, lo scrittore e pensatore politico Francesco Guicciardini - un popolo mosso innanzitutto dal proprio “particulare”, il tornaconto personale. In questi ultimi decenni, nel corso dei quali una delle reazioni prevalenti alla globalizzazione si è concretizzata nel populismo e nell’egoismo delle piccole patrie (nutrito spesso di xenofobia), anche da noi si sono diffuse moltissimo le spinte alla disgregazione dell’unità nazionale. E dietro etichette e modelli - sui quali valeva naturalmente la pena di riflettere seriamente, e non di farne slogan improvvisati - come “federalismo” - sono passati disegni di separatismo e potenziale secessione. Ecco perché a molti, troppi, a Nord come a Sud, sta bene indebolire il più possibile il Paese ed esaltare strumentalmente localismi e tradizioni. Ora, nel momento in cui dovremmo cercare di diventare tutti quanti cosmopoliti, ci troviamo a dover difendere l’unità nazionale da violente spinte centrifughe. E, così, il nostro ritardo rispetto ai Paesi normali e civili si incrementa ulteriormente.
LA GELMINI HA DETTO “FINALMENTE ABBIAMO MANDATO IN SOFFITTA IL ’68”. COS’È? IGNORANZA, PROVOCAZIONE?
È pura ideologia (di destra), e una lettura strumentale degli eventi.
COME VEDI IL DECRETO GELMINI SULLA SCUOLA? A SINISTRA SI PIANGE, A DESTRA SI SORRIDE. LA VERITÀ STA NEL MEZZO?
Lo trovo un modo sbagliato per affrontare dei problemi che esistono davvero, e che la Sinistra, per presentarsi come forza innovatrice (e non conservatrice) avrebbe dovuto porre con forza. La nostra Università sta soffocando, non premia il merito (al netto di alcune eccezioni, naturalmente, in università pubbliche e soprattutto private), fa emigrare i cervelli migliori, scivola in fondo nelle graduatorie internazionali. Quanto ci vuole ancora per intervenire?
PARLI MOLTO DI SITUAZIONISTI E DEL COLPO DI STATO INDOLORE. POCO SOPPORTATI AI TEMPI, HANNO VISTO IL FUTURO?
Decisamente sì. Sono stati i profeti lucidissimi della società dello spettacolo; il dramma - a dimostrazione di quanto avessero ragione - è che delle loro teorie possiamo dire che si sono impossessati i loro acerrimi nemici, le destre diventate neoliberali, cioè il nuovo tipo di capitalismo di cui i situazionisti avevano intuito la genesi e la formazione. Il neoliberismo ha occupato militarmente e colonizzato totalitaristicamente il nostro immaginario, piegandolo a fini consumistici e biopolitici. E si è proposto come l’orizzonte pressoché unico, da cui non si scappa, e di cui siamo diventati tutti sudditi inconsapevoli. E all’apparenza pure felici, fino a che le crisi economiche continue, le bolle speculative, le enormi differenze di ricchezza e possibilità non ci ricordano che questo è un regime economico (e politico) fondato sul dominio di pochissimi e l’oppressione dei tanti (che crescono ogni giorno di più, con lo spappolamento delle classi medie considerate inutili e abbandonate al loro destino di impoverimento progressivo da questo neocapitalismo aggressivo che le considera inutili).
SOSTIENI CHE I PRIMI A CEDERE ALLA TV SPAZZATURA SONO STATI PREVALENTEMENTE I SETTENTRIONALI CHE MAI SI SAREBBERO SOGNATI DI RECARSI A TEATRO, NEPPURE PER VEDERE UN’OPERETTA… IL LOMBARDO VENETO E IL PIEMONTE HANNO FATTO DA CAVIA?
Queste regioni settentrionali sono state i laboratori di un modello destinato a diventare dominante; e, non a caso, i luoghi di partenza delle gite per andare a vedere i mobilifici Aiazzone, quelli delle televendite pionieristiche delle reti Fininvest. Era l’Italia dei “bauscia” e delle sterminate piane di capannoni industriali del Veneto che, svolgendo un ruolo di locomotiva economica, si sentivano in diritto di estendere la propria way of life a modello per tutta la nazione, e si preparavano alla presa del potere tramite il tycoon, il padrone delle tv che amavano.
E IN TUTTO QUESTO COME SI COLLOCA LA LEGA?
Ci si colloca perfettamente a proprio agio. Oltre ad avere assunto, giustappunto, un ruolo sempre maggiore di rappresentanza politica di quelle zone del Paese. Aree sempre più spaventate dalla globalizzazione economica e dalle difficoltà della gara economica con altri Paesi (non potendo più contare, tra l’altro, sulla svalutazione competitiva della valuta per le esportazioni a causa della sostituzione della moneta unica, l’euro, alla lira), e dall’immigrazione. E la Lega, che è il principale “imprenditore politico” della paura, propone ricette populiste (tra mille contraddizioni rispetto alla sua azione di governo), così come fanno altri partiti in giro per l’Europa, di tipo xenofobo e sostenitori delle “piccole patrie”. Il populismo, che urla contro la globalizzazione finanziaria e sostiene di difendere i gruppi sociali più penalizzati da essa, non è altro che il rovescio della medaglia di quel neoliberismo che ha intensificato una mondializzazione a senso unico, ispirata alla legge del più forte. E, infatti, i due fenomeni vanno a braccetto e, politicamente, rappresentano due volti della Destra, tra loro esplicitamente o implicitamente alleati.
ANTONIO RICCI, LE “IENE”, ETC. LA LORO L’IRONIA È UNA RISATA CORTIGIANA A FAVORE DEGLI INSERZIONISTI O COMMITTENTI POLITICI CHE SIANO? CLIMA CARNEVALESCO, DISPENSATORE DI NOTIZIE E SOGGETTO DI DENUNCIA, MA LA POLITICA VIENE CARICATURIZZATA, SVILITA, ACCOSTATA A UN’ACCOZZAGLIA DI CASTE EGOISTE, SBEFFEGGIATA SENZA PIETÀ TUTTO PER PORTARE ACQUA AL MULINO DEL CAVALIERE E RENDERGLI SEMPRE PIÙ FACILE LA STRADA VERSO IL POTERE ASSOLUTO?
Se fare satira significa bersagliare il potere e l’ordine sociale, in modo pungente e tagliente, esprimendo, tramite la risata, una critica, le trasmissioni che citi appartengono chiaramente, direi, a un altro genere. Che promuove, appositamente, l’antipolitica, diffondendo l’idea che la politica sia tutta “merda” e, soprattutto, che non si possa contare su di essa per cambiare le cose. Perché lo stato delle cose - cioè l’Italia del Cavaliere, nel mondo neoliberista dell’amico Bush e nell’universo politico autoritario dell’amico Putin - rappresenta la migliore delle situazioni possibili. Risate cortigiane, a maggior gloria del signore della corte, per l’appunto.
MARIA DE FILIPPI STA SCRIVENDO ALCUNE DELLE PAGINE DECISIVE DELLE NEO-SUBCULTURE GIOVANILI ITALIANE… CHE NE PENSI? IL TRONISMO È LA CONDANNA SENZA APPELLO E LA MESSA A MORTE DEL GUSTO ITALIANO?
Io penso di sì. Sono una vera e propria condanna (severissima) della grande predisposizione per l’eleganza e dell’innato gusto italiani. Del resto, come altro possiamo definire una situazione in cui dei tizi nerboruti e muscolosissimi, che si fanno vanto di parlare un italiano “verace” fatto di duecento parole o suppergiù, stretti in improbabili canotte stretch (che sono diventate la disperazione di chiunque non voglia morire stritolato in vestiti di almeno due taglie minori; ma, in questo caso, non c’è alternativa…), passano ore seduti in uno studio tv pontificando sul nulla con una tracotanza impressionante, e lanciando suoni gutturali, mentre va in onda una sorta di sublimazione del rituale di accoppiamento dei fagiani? Lo dico senza alcuno snobismo, e intuendo la volontà di affermarsi dei “tronisti” e delle “corteggiatrici” (per non citare che due delle nuove “figure sociali” lanciate dai programmi di Maria De Filippi). Ma mi domando, e vi chiedo: vi pare giusto? Non c’è un limite, per l’appunto, dettato dal buon gusto e da quella cosa che si chiama intelligenza (che in Italia si cerca di calpestare in ogni occasione)? È questo il modello che vogliamo dare alle generazioni più giovani cui è stata già distrutta la scuola, e a beneficio delle quali nessuno si preoccupa di creare opportunità di occupazione (e men che meno di qualità)?
SOLO CINQUE MILIONI DI ITALIANI POSSIEDONO DAVVERO LE COMPETENZE LINGUISTICHE E CULTURALI PER AFFRONTARE LA SOCIETÀ ODIERNA; LA RESTANTE ENORME PARTE DEL PAESE È VARIAMENTE CLASSIFICABILE SOTTO UNA DELLE CATEGORIE DI ANALFABETISMO. E SI ABBEVERA SOLTANTO AI TG. FORSE LA TV NON DECIDE LE ELEZIONI, MA RESTA FONDAMENTALE PER I PERSONAGGI CHE CREA, PER I MESSAGGI CHE LANCIA, E SOPRATTUTTO PER QUELLO CHE TACE. COME NEL TRUMAN SHOW, QUALCUNO CI AIUTA A PENSARE. E LA SITUAZIONE, ANZICHÉ MIGLIORARE, SI AGGRAVA PROGRESSIVAMENTE. THERE IS NO ALTERNATIVE?
“Tina” (There Is No Alternative, per l’appunto), uno dei mantra dell’epoca neoliberista - in cui, secondo qualcuno, saremmo dovuti persino arrivare alla “fine della Storia”, con il trionfo assoluto del capitalismo e dell’economia di mercato in ogni parte del globo. E uno degli slogan più utilizzati da Margaret Thatcher, la donna politica che ha inaugurato, diventando Primo Ministro della Gran Bretagna nel 1979, il pessimo mondo in cui ci tocca di vivere per colpa di gente come lei e degli avidi padroni della finanza planetaria. Ora, la prima e più importante delle alternative passa sicuramente per la diffusione e la promozione della cultura. Non in senso pedante, ma come passione, curiosità, allargamento degli orizzonti e degli interessi, amore per la lettura e la musica. Da questa curiosità, nasce la volontà di andare a vedere se quello che ci circonda rappresenta tutto quello che effettivamente esiste, oppure se esistono altri mondi possibili; delle alternative, per l’appunto, migliori di ciò che viviamo. Dall’ampliamento degli orizzonti scaturisce così anche lo spirito critico, reso possibile dal confronto tra la nostra esperienza e quelle degli altri. Ora, se tutti i mass media tirano dalla stessa parte e ci descrivono la realtà italiana come il migliore dei mondi possibili, dove non c’è crisi economica e tutti sono sereni e pacificati, ci troviamo - come purtroppo accade, e come fai giustamente notare - in una sorta di terribile e disonesto Truman Show. Un Paese virtuale e iperreale (molto postmoderno, nel senso cattivo del concetto), che ha abolito la realtà. Una specie di grande reality, per l’appunto (e purtroppo). Ecco perché il “padrone del vapore”, che oggi è quello delle tv, ha edificato un’egemonia sottoculturale che toglie e indebolisce le competenze linguistiche e culturali, così da mantenere i sudditi narcotizzati e incapaci di capire davvero il presente e la tristissima Italia contemporanea, dove per i giovani di talento, e per i giovani tutti, più in generale, non c’è posto.
PRIMA DELL’ULTIMA DOMANDA. TU SAI CHE LA ENDEMOL È DI PROPRIETÀ DI BERLUSCONI. È LA SOCIETÀ CHE DETIENE QUASI TUTTI I FORMAT TELEVISIVI (ED I LORO DIRITTI D’AUTORE). PRODUCE, TRA GLI ALTRI “AFFARI TUOI”, “GRANDE FRATELLO”, “LE INVASIONI BARBARICHE”, “CHE TEMPO CHE FA”, “L’ISOLA DEI FAMOSI”, “X-FACTOR” ETC. IN PRATICA MEDIASET GUADAGNA SULLA PUBBLICITÀ DELLE SUE RETI, SUI DIRITTI DELLE TRASMISSIONI RAI. IN PRATICA MEDIASET DIRIGE SE STESSA ED ANCHE LA RAI. QUANDO ANCHE IL PROGRAMMA DI FAZIO E SAVIANO È PRODOTTO DA BERLUSCONI FORSE È TROPPO TARDI PER RIBELLARSI?
È il tema dei media conglomerate quello che sollevi. Una questione decisiva per la democrazia perché una parte significativa dei mass media richiede investimenti ingenti e tante risorse che, nell’epoca neoliberista, hanno assecondato la moltiplicazione a dismisura degli intrecci azionari e proprietari. E, nel settore fondamentale dell’intrattenimento e dell’informazione, questo significa, chiaramente, riduzione degli spazi di libertà. Il caso di Endemol, la multinazionale dell’immaginario globalizzato e standardizzato, è eclatante. Proprio per questo, occorre “impossessarsi” di ogni ambito non controllato e aprire delle taz, “zone temporaneamente autonome” come diceva Ha kim Bey, un maestro dell’anarchia, nelle reti di questi poteri cognitivi. Ritengo che occorrano, quindi, media di strada, strumenti di comunicazione popolari, occasioni di controinformazione, giornali liberi e indipendenti come Il Mucchio e che servano trasmissioni come quella di Saviano e Fazio, e libri fuori dal coro e dalla cappa (e che raggiungano tante persone possibili) all’interno dei grandi gruppi editoriali, compresi, chiaramente, Mondadori ed Einaudi. Serve, in una parola, quel pluralismo delle fonti di informazione che costituisce uno dei pilastri di una vera democrazia liberale, cosa ben lontana dalla visione dei tanti sedicenti liberali di cui ogni giorno ci tocca sentire le “lezioni” - su quasi tutti i mass media - in Italia; e che si riempiono la bocca di parole svuotate del loro significato autentico e girate, come frittelle, in direzioni pelose, strumentali e interessate. Per confondere le persone. Perché le parole sono importanti, e vanno ricondotte ai loro significati originari, altrimenti continueremo a vivere nel regime dell’equivalenza, come lo chiamava il filosofo francese Cornelius Castoriadis, quello del “non importa cosa si dice”, dove vale tutto e il contrario di tutto, come accade nell’Italia attuale.
COME SI FA A REAGIRE A TUTTO QUESTO? SENTO IN GIRO CHE TUTTO È FERMO, CHE TUTTO VA MALE, MA COSÌ È DIFFICILE MUOVERE QUALCUNO PERCHÉ PER MUOVERSI BISOGNA PENSARE CHE VI POSSA ESSERE MOVIMENTO. TU SOSTIENI CHE LA POLITICA DOVREBBE ESSERE IL PRIMO PRODUTTORE DI ANTICORPI. MA NE HA ANCORA LE CAPACITÀ DOPO 30 ANNI DI LAVAGGIO DEL CERVELLO? E QUAL È L’ALTERNATIVA? QUELLA DEL CENTRO SINISTRA SI È RIVELATA POCO APPETITOSA: COALIZIONI RISSOSE, PROPOSTE VAGHE, COMPORTAMENTI IPOCRITI. PUR DI TENER FUORI LA SINISTRA, GIUDICATA INAFFIDABILE, MOLTI ITALIANI AVREBBERO VOTATO IL DEMONIO...
Il problema - vero - penso sia quello di elaborare un’idea diversa di società, e non solo quello di arrivare al potere. Il potere fine a se stesso, infatti, se non è accompagnato da un progetto, si rivela, al contrario, controproducente e corruttivo. Serve un’altra idea di società, dunque. Con il mercato, certamente, perché non abbiamo trovato un modo migliore per fare economia e garantire la circolazione dei beni. Ma, soprattutto, una società più solidale, meno diseguale e capace, al tempo stesso, di valorizzare gli individui e di liberare le loro energie. E più sobria, perché i consumi devono servire a migliorare e rendere più soddisfacenti le nostre esistenze; non siamo noi, persone, a dover essere, come invece succede troppo spesso, funzione dei consumi.
CREDI CHE IL BERLUSCONISMO POTREBBE AVERE QUALCHE PERICOLOSO COLPO DI CODA E POTREBBE CONTINUARE AD IMPEDIRE A QUESTO PAESE DI AVERE E TENTARE ALTRE POSSIBILITÀ?
I blocchi economici e sociali dominanti, nelle democrazie imperfette e con scarse alternanze, fanno molta fatica a mollare il potere. Ciò vale, a maggior ragione, per un potere onnipervasivo, come quello attuale, in una società postdemocratica come la nostra. E, dal momento che il berlusconismo è la reincarnazione (rivisitata in chiave postmoderna) di una tendenza eterna della politica italiana (che è riuscita a entrare così profondamente, e trasversalmente, nel corpo sociale), le macerie rimarranno, malauguratamente, a lungo, molto a lungo. E, quindi, dobbiamo prepararci, coi nervi saldi e molta lucidità, a una lunga traversata nel deserto e a fare uno sforzo di creatività (politica e culturale) vera per raddrizzare la barra del Paese, e portarlo fuori da quell’atmosfera triste e plumbea in cui è stato sprofondato.
MARINO SEVERINI SOSTIENE CHE OCCORRE UN NUOVO UMANESIMO CHE SIA CAPACE DI FARCI RITROVARE IN UNA NUOVA UNITÀ E CI COINVOLGA IN UN PROGETTO IN CUI NOI TORNIAMO POPOLO E NON PIÙ PLEBE. LA POLITICA CONCEPITA COME STRUMENTO DELLA LOTTA CHE L’UOMO HA INGAGGIATO DA SECOLI PER LA SUA PROGRESSIVA LIBERAZIONE DA TUTTI I SERVAGGI, LE IGNORANZE, LE PAURE CHE HANNO ACCOMPAGNATO LA SUA STORIA, COMPRESA LA LOTTA PER L’EMANCIPAZIONE DEL LAVORO.
Sì, è vero; e l’impegno politico della sua band, d’altronde, va proprio in quella direzione. Direi che occorre un “umanesimo postmoderno”, chiamiamolo così, cosciente della fine delle ideologie come sistemi chiusi e oppressivi, ma in grado di rilanciare degli ideali, culturali, civili, etici. Un “umanesimo postmoderno” che creda nella politica come strumento di cambiamento e liberazione degli individui. Senza politica una società muore, e diventa preda indifesa di qualcos’altro, come l’economia inumana che ci sta opprimendo da decenni. Più politica, dunque, altro che meno. Certo, una politica intesa come spirito di servizio e ricerca del bene comune: parole antiche per un’esigenza eterna delle comunità.  

venerdì 26 novembre 2010

La Mignottocrazia del Cavaliere. Un sistema per stravolgere le regole

da Repubblica — 26 novembre 2010

ESCE oggi nelle librerie l' ultimo libro di Paolo Guzzanti, "Mignottocrazia", (Aliberti editore). Ne pubblichiamo alcuni stralci. Mignottocrazia come stupro delle regole Le regole della vita civile come le regole della vita democratica sono faticose, pedanti, poco agili e create con l' esperienza di secoli proprio allo scopo di impedire che prevalgano gli istinti, la forza, la sopraffazione e anche un eccesso di carisma personale in competizione con le regole e che tende a soffocarle, ucciderle, deriderle. La mignottocrazia come sistema di potere ha esattamente questo scopo ideologico: assuefare l' opinione pubblica con un continuo e Fare come gli pare Quando Berlusconi, di fronte al caso della ragazza Ruby afferra i microfoni dei cronisti e scandisce il fatto che lui fa e intende seguitare a fare come gli pare, a condurre lo stile di vita che vuole e che in quello stile di vita c' è la festa, le donne e il piacere, non fa una dichiarazione impudente o imprudente. Fa una dichiarazione politica. La dichiarazione politica è anzi ideologica. (...) Berlusconi si fa forte del disprezzo popolare - in Italia e soltanto in Italia - per tutte le forme di controllo. Quando lui definisce i controlli e i contrappesi «lacci e lacciuoli», chiama l' applauso dello stesso pubblico televisivo ed elettorale che apprezza, loda e anzi si entusiasma per le sue attività sessuali vere o presunte, per il suo disprezzo per le regole e lo stile di vita che dovrebbe essere consono a un capo di governo. (...) rivendicato stupro delle regole, delle norme, delle consuetudini, introducendo una prassi apparentemente anarchica, l' esibita passione per le feste piene di ragazze in attesa del loro regalino, ma in realtà funzionale al mantenimento del potere. (...) Il voltafaccia della Santanché In tutte le salse le sue avventure o supposte tali sono state difese con una sloganistica semplificata: la sinistra protegge e si identifica con omosessuali di ogni varietà, transessuali, travestiti e comunque persone sessualmente ambigue, mentre la destra berlusconiana spiccia e casereccia si identifica con il maschio standard, quello delle barzellette cui piace fondamentalmente "la fica". Daniela Santanché, che come avversaria di Berlusconi aveva denunciato anche lei la maniacale sessualità di quest' ultimo specificando di non aver mai ceduto alle sue seduzioni, una volta tornata all' ovile berlusconiano con una carica da sottosegretario si è sbracciata nella difesa di Berlusconi come maschio sanamente affamato di sesso femminile. (...) Le hai messo le mani sul culo? Eravamo seduti e si svolse il rituale comizio del Cavaliere il quale sa avere con la folla il rapporto carnale che è un parafrasi dell' atto sessuale (...) Berlusconi sceso dal palco si stava dirigendo verso il punto dove ero seduto io (...) una folla a poltiglia si spalmò sulla mia fila di sedie e vari corpi mi si appiccarono contro (...). Fu a quel punto che il presidente del Consiglio dei Ministri del governo italiano, con un coup de théatre dei suoi aprì il sipario dei corpi umanie apparve a pochi centimetri dalla mia faccia, raggiante, compagnone, studentesco e mi disse con un sorriso a quarantadue denti: "Bé? Ma l' hai toccata? Hai visto che gnocca che ti è venuta addosso? Le hai messo almeno le mani sul culo? Trattare le donne da proprietario Ho sempre pensato che Berlusconi sarebbe caduto sulle donne. L' ho pensato negli anni in cui ero parlamentare di Forza Italia, quando accettai la candidatura per poter proseguire la mia inchiesta sul dossier Mitrokhin, e l' ho pensato quando ho lasciato lo stesso partito, prima che si compisse il rito equivoco dell' unificazione fra Alleanza nazionale e il partito di Berlusconi. (...) Un comportamento aziendale, padronale, fintamente paterno, segnato dal più profondo disprezzo per l' altro sesso, un disprezzo nasalmente negato nel modo più sinceramente sfrontato: «Io odiare le donne? Ma tu sei pazzo! Io amo le donne, corteggio le donne perché le adoro e loro lo sanno». (...) Usa il denaro come sex appeal Molti anni fa Berlusconi disse a Beppe Piroddi, un celebre playboy degli anni Ottanta: «Il denaro, i mega-affari e il potere? Certo, caro Beppe, sono importanti, ma per me contano in quanto mi permettono di competere con te e i tuoi colleghi nella conquista delle più belle donne del mondo. (...) Cariche di prostitute in offerta speciale Si vantava di massacrare due donne al giorno con una pillola che non era il Viagra perché l' episodio è di molti anni fa. Ciò dimostra che per luiè più importante far sapere agli altri che è uno scopatore irrefrenabile, più che un conquistatore di donne, un amante desiderabile e desiderato. (...) La sua ex consorte Veronica Lario parla di lui come dell' imperatore, o del drago al quale vengono sacrificate legioni di vergini. In realtà, più modestamente, sullo scannatoio sacrificale del lettone di Putin vengono portate spesso delle puttane in offerta speciale (...) Bella ragazza e testa vuota Il sistema mignottocratico consiste nel creare una classe dirigente di esseri umani clonati, robotici, composta prevalentemente da donne ma non soltanto, selezionati secondo criteri di sex appeal. Che poi ci siano o non ci siano incentivi sessuali alla carriera, questo è un optional. Secondo la bibbia del berlusconismo, una bella ragazza con la testa vuota è sempre meglio di una brutta ragazza con la testa piena di idee e di cultura.

lunedì 24 maggio 2010

Draquila - L'Italia che trema

anno: 2010   
regia: GUZZANTI, SABINA   
genere: documentario   
con Sabina Guzzanti, Guido Bertolaso, Silvio Berlusconi   
location: Italia
voto: 8   

Il terremoto che ha distrutto L'Aquila nell'aprile 2009 è stata la grande occasione per Silvio Berlusconi per recuperare i consensi perduti a colpi di scandali sessuali, processi e figuracce raccolte sulla ribalta internazionale. Il documentario di Sabina Guzzanti punta l'indice sull'intreccio tra speculazione edilizia, propaganda elettorale battente, oscurantismo informativo, equilibrismi legali e intrecci con mafia e Vaticano. Cose più o meno note a chi non si sia limitato a seguire la cronaca di quei mesi soltanto sul TG4 di Emilio Fede. Quello che l'informazione meno carbonara non ha fatto sapere, e che emerge dal film con sorprendente nitore, riguarda quattro aspetti cruciali: il ruolo della Protezione Civile ('braccio armato del governo'), guidata dall'alligatore Bertolaso e deputata ad aggirare qualsiasi cavillo legale pur di fare gli interessi del presidente del consiglio, l'aggiunta dei Grandi Eventi alle eccezioni giurisprudenziali che già riguardavano le emergenze (come un terremoto, appunto), la tragedia ampiamente annunciata dagli sciami sismici (agghiacciante la testimonianza di un membro della Protezione Civile talmente assuefatto al lavaggio del cervello in merito all'inesistenza del pericolo da avere perso due figli) e la militarizzazione delle tendopoli. Il ritratto di quest'Italietta oscena esce dal film della Guzzanti in tutta la sua evidenza. Se l'opera sotto il profilo dei contenuti è encomiabile per rigore, coraggio e soprattutto chiarezza, sotto quello strettamente cinematografico non è da meno: pur ammiccando palesemente al cinema di Michael Moore, la Guzzanti ha anche il merito di usare l'ironia a manciate, sfruttando linguaggi diversi che vanno dal fumetto ai richiami alla pop art. Imperdibile per capire in quale regime stiamo vivendo.    

giovedì 3 settembre 2009

Videocracy. Basta apparire

anno: 2009   
regia: GANDINI, ERIK 
genere: documentario 
con Silvio Berlusconi, Lele Mora, Fabrizio Corona 
location: Italia
voto: 8


Nel 1978 un'emittente televisiva locale fece un esperimento: far spogliare una casalinga un pezzo alla volta per ogni risposta esatta data degli spettatori. Era la piccola emittente di un imprenditore lombardo, Silvio Berlusconi, che da lì avrebbe cominciato la sua impresa di trasformazione antropomorfica dell'Italia. Una trasformazione passata attraverso tette e culi, paillettes, collusione tra malaffare, poteri forti e strapotere mediatico, contribuendo in maniera decisiva a diffondere una visione marcatamente maschilista della donna come oggetto e portando poi lo stesso Berlusconi ai vertici del potere nazionale dopo avere reso l'Italia così tristemente simile a lui e alle sue televisioni.
A raccontarlo è Erik Gandini, figlio di italiani, che di quel trentennio ha vissuto soltanto una parte, andando via dal nostro Paese nel 1986 per stabilirsi in Svezia. È da lì, da uno dei luoghi privilegiati d'osservazione quanto a grado di civiltà e libertà d'informazione, che Gandini - voce off che conserva l'accento dell'oriundo - ci accompagna in questo terribile viaggio negli abissi della ragione degli italiani. Un viaggio che si snoda attraverso le figure chiave di Lele Mora, agente televisivo con "delega" da parte dello stesso premier, di Fabrizio Corona, campione di sciacallaggio con esercito di paparazzi al seguito e della figura più malinconica di tutti, l'emblema dell'Italia nella quale - come recita il sottotitolo del film - basta apparire: quella di un operaio mammone disposto a qualsiasi cosa pur di affermarsi in televisione. Chi ha seguito le cronache italiane dell'ultimo trentennio non troverà nulla di eclatante nel film, nessuno scoop. Riceverà invece un pugno violentissimo allo stomaco, sferrato con un concentrato di mostruosità che viene sottolineato da un eccellente lavoro sulla colonna sonora, scurissima e spettrale, e dalle immagini sconcertanti di un Lele Mora che mostra gongolante il cellulare inzeppato di svastiche e inni fascisti o di quel postribolo legalizzato del Billionaire. Videocracy, imperdibile opera seconda del regista di origini bergamasche, ci "regala" uno sconcertante saggio di antropologia sociale su una Repubblica delle banane che sembra uscita da un racconto di fantascienza.    

venerdì 24 marzo 2006

Il caimano

anno: 2006   
regia: MORETTI, NANNI
genere: grottesco
con Silvio Orlando, Margherita Buy, Daniele Rampello, Giacomo Passarelli, Jasmine Trinca, Cecilia Dazzi, Martina Iero, Michele Placido, Luisa De santis, Giuliano Montaldo, Jerzy Stuhr, Tatti Sanguineti, Antonio Catania, Elio De capitani, Valerio Mastandrea, Toni Bertorelli, Nanni Moretti, Anna Bonaiuto, Stefano Rulli, Antonio Petrocelli, Paolo De vita, Paolo Virzi', Paolo Sorrentino, Dario Cantarelli, Carlo Mazzacurati, Antonello Grimaldi, Lorenzo Alessandri, Giancarlo Basili, Giovanna Nicolai, Matteo Garrone, Mimmo Mancini, Bruno Memoli, Luca D'ascanio, Fabrizio Morandi, Andrea Tidona, Sofia Vigliar, Renato De maria
location: Italia   
voto: 6,5

Fermo da dieci anni, il produttore cinematografico Bruno Bonomo (Orlando) - che in passato ha avuto successo con film di serie Z come Maciste contro Freud, Mocassini assassini, Cataratte, La poliziotta coi tacchi a spillo e Violenza a Cosenza - si accinge a girare un film su Cristoforo Colombo. Il progetto va a monte ma si presenta l'occasione di girarne un altro scritto da una giovanissima regista (Trinca) che all'attivo ha soltanto un paio di cortometraggi. Si tratta di un film intitolato Il caimano e che ha per oggetto l'ascesa e la caduta di Berlusconi in Italia. Orlando ha come co-produttore un polacco (Stuhr) che gli si rivolge usando costantemente l'espressione "la vostra Italietta" e che pone una condizione: per il film vuole un attore di grande richiamo (Placido). L'attore dapprima accetta, quindi abbandona il set, intuendo che l'affare potrebbe costargli qualche grana. Viene così meno il finanziamento polacco, si provvede a reclutare un attore assai meno noto (Moretti), si dimezzano i costi produttivi ma il film si fa lo stesso. E per Bonomo, che dorme tra il teatro di posa pignorato e un albergo dopo la difficile separazione dalla moglie (Buy), forse arriverà il riscatto.
Moretti gira il suo film più politico, maturo e difficile. Con un titolo che parte da una definizione che Franco Cordero diede di Berlusconi, Il caimano racconta con uno stile tutto suo l'Italia dell'uomo di Arcore. "Cosa vuoi dire che gli italiani non sappiano già?", domanda Moretti mentre, come di consueto, canta stando al volante. Sceglie così di raccontare con due suoi tipici mezzi espressivi (il film nel film come già in Sogni d'oro, Caro diario e Aprile e il racconto autobiografico, caricato sulle spalle di uno strepitoso Silvio Orlando) ansie e timori dei tempi che corrono, giocando col grottesco, col cattivo gusto culturale e cinematografico, facendo anche ridere, ricorrendo a immagini potenti, insolite nel suo cinema, scivolando talvolta nel melò e mettendo sulla scena il dramma di una separazione coniugale. Accolto da recensioni preventive (alcuni critici e detrattori di destra ne hanno parlato male prima ancora di vederlo), il film è uno dei casi cinematografici più importanti del 2006 e forse il più importante della carriera del regista romano. Con un finale davvero mozzafiato.    

mercoledì 5 ottobre 2005

Viva Zapatero!

anno: 2005       
regia: GUZZANTI, SABINA   
genere: documentario   
con Rory Bremner, Sabina Guzzanti, Daniele Luttazzi, Michele Santoro, Enzo Biagi, Fabrizio Morri, Valerio Terenzio, Andrea Salerno, Lucia Annunziata, Beppe Giulietti, Claudio Petruccioli, Dario Fo, Flavio Cattaneo, Luciano Canfora, Karl Zero, Francesco Alberoni, Michele Bonatesta, Davide Caparini, Furio Colombo, Ferruccio De Bortoli, Bill Emmott, Claudio Fracassi, Bruno Gaccio, Maurizio Gasparri, Udo Gempel, Beppe Grillo, Eric Jozsef, Giorgio Lainati, Ezio Mauro, Marcelle Padovani, Angelo maria Petroni, Antonio Polito, Paolo Rossi, Alexander Stille, Marco Travaglio, Elio Veltri, Marcello Veneziani           
location: Italia
voto: 5   

La chiusura del suo programma di satira RaiOt offre a Sabrina Guzzanti l'occasione per proseguire nelle sale cinematografiche l'opera di denuncia cominciata con le tournée teatrali. È l'occasione per raccontare, in chiave appunto satirica, lo sfascio di un paese egemonizzato dallo strapotere di Berlusconi. Novella Michael Moore all'amatriciana, la Guzzanti commette però lo stesso errore della trasmissione censurata: trasforma la satira in pamphlet, si autocommisera e non riesce a organizzare in maniera coerente il materiale a disposizione. Materiale che resta comunque interessante e che cuce insieme brani d'archivio con scene comiche e interviste a osservatori e giornalisti stranieri, fuoriusciti dalla televisione, comici, commentatori e critici.