Visualizzazione post con etichetta genitori e figli. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta genitori e figli. Mostra tutti i post

giovedì 23 settembre 2021

Tre piani

anno: 2021
regia: NANNI MORETTI
genere: drammatico
con Margherita Buy, Nanni Moretti, Alessandro Sperduti, Riccardo Scamarcio, Elena Lietti, Alba Rohrwacher, Adriano Giannini, Denise Tantucci, Anna Bonaiuto, Paolo Graziosi, Stefano Dionisi, Tommaso Ragno, Teco Celio, Francesco Acquaroli, Daria Deflorian, Francesco Brandi, Lorenzo Fantastichini, Chiara Abalsamo, Giulia Coppari, Gea Dall'Orto, Alice Adamu, Letizia Arnò, Roberto De Francesco
location: Italia
voto: 5 

I tre piani del titolo sono quelli di un condominio della Roma bene (zona Piazza Mazzini, superfluo dirlo). Al primo piano abitano Lucio (Scamarcio) e Sara (Lietti), così indaffarati da spingersi a chiedere spesso di tenere la loro bambina per qualche ora a Giovanna (Bonaiuto) e Renato (Graziosi), loro anziani dirimpettai. Ma quando la piccola si perde in un bosco con Renato, Lucio si lascia ossessionare dall'idea che possa esserle accaduto qualcosa di orribile e medita vendetta. Al secondo piano vive Monica (Rohrwacher), puerpera con qualche psicosi latente e un marito (Giannini) impegnato costantemente all'estero. Al terzo piano abita una coppia di giudici, il cui figlio (Sperduti), dopo una notte brava, investe e uccide una donna, cercando vanamente la comprensione e la complicità dei genitori.
Il primo film che Moretti dirige senza partire da un proprio soggetto (che qui è lo sciatto e ambizioso romanzo omonimo, ambientato a Tel Aviv, di Eshkol Nevo, Neri Pozza Editore) è l'ennesimo e forse definitivo tassello di un cambio di rotta cominciato 20 anni fa con La stanza del figlio e andato sempre più verso un vicolo cieco di evidente senilità che fa registrare la tappa di Tre piani come il punto più basso della sua carriera. Degli anni gloriosi del cinema del regista romano rimane soltanto l'attitudine a sentenziare, qui propriamente cucita su misura indossando i panni di un giudice inflessibile. Già, perché la figura di Moretti è soltanto una delle tre figure paterne in difficoltà col proprio ruolo: se la sua rappresenta quella del super-io inflessibile, quella di Adriano Giannini è l'io che mette costantemente in primo piano le proprie urgenze lavorative e quella di Scamarcio è l'es ingovernabile di chi è accecato dalle proprie ossessioni, al punto di passare dal ruolo di potenziale co-vittima a quello del persecutore che dovrà rispondere in tribunale delle proprie azioni. Tre istanze intrapsichiche inchiodate a ruoli monodimensionali del tutto in contrasto con quelli giocati dai personaggi femminili, nobilitati dalla capacità di risolvere conflitti apparentemente inestricabili. E se sulla pagina questa lettura retriva e manichea dei ruoli di genere lascia spazio a una possibile chiusura del lettore, Moretti la risolve tutta a favore delle donne, anche quando queste sembrano disposte a dubbie macchinazioni per difendere un figlio omicida o ad abbandonare due bambini piccoli al proprio destino. Questa benevolenza pelosa si accompagna a uno script a teorema sui temi della colpa e della responsabilità e a una messa in scena piuttosto piatta, priva di quegli scarti improvvisi che ancora erano presenti in Habemus papam e persino in Mia madre. Del Moretti passato troviamo soltanto una bella scena di tango clandestino ambientato nel quartiere Della Vittoria: l'unico sussulto di un film che, nonostante i dieci anni che trascorrono nel racconto filmico, in un susseguirsi di nascite e morti, dimentica di reclutare qualche truccatore e spinge gli attori a una recitazione antinaturalistica che, come nel caso del pianto di Scamarcio, diventa persino goffa e imbarazzante.

lunedì 19 aprile 2021

The Wizard of Lies

anno: 2017
regia: BARRY LEVINSON
genere: drammatico
con Robert De Niro, Michelle Pfeiffer, Lily Rabe, Kristen Connolly, Hank Azaria, Nathan Darrow, Alessandro Nivola, Kathrine Narducci
location: USA
voto: 7,5

La più grande truffa finanziaria della storia americana ha come protagonista Bernie Madoff, un bagnino ebreo diventato il presidente del Nasdaq. Proprio così: presidente del Nasdaq. Un essere talmente malvagio da essere paragonato a Ted Bundy, il serial killer che dormiva a fianco delle teste mozzate delle sue vittime. Lo schema Ponzi applicato da Madoff arrivò alla cifra impensabile di 65 miliardi di dollari: un castello di carte costruito coinvolgendo moglie (una sempre bellissima, ma scheletrica Michelle Pfeiffer), fratello e figli, tutti ignari, tutti abilmente manipolati, tutti vessati dalla sua tirannia.
Il notevolissimo film di Barry Levinson (uno dei suoi migliori, con Good Morning, Vietnam) è il racconto - attraverso l'espediente narrativo di una lunga intervista in carcere - del momento in cui quel castello di carte venne giù, coincidendo con l'enorme crisi finanziaria del 2008. È anche la storia - girata benissimo - di un'autentica nemesi (i figli non gli sopravvissero), frutto di una truffa perpetrata per decenni con mefistofelica determinazione. Qualche lungaggine avrebbe potuto forse essere sacrificata, ma le due ore e un quarto scorrono comunque che è una bellezza, quasi tutte sulle spalle di un Robert De Niro tornato a giganteggiare dopo una serie di filmetti da strapazzo.

martedì 23 aprile 2019

Il campione

anno: 2019       
regia: D'AGOSTINI, LEONARDO    
genere: drammatico    
con Stefano Accorsi, Andrea Carpenzano, Massimo Popolizio, Gabriel Montesi, Camilla Semino Favro, Anita Caprioli, Mario Sgueglia    
location: Italia
voto: 7    

Lui (Carpenzano) è una specie di Balotelli, di Cassano, di Gascoigne. Anzi no: lui è soprattutto una specie di George Best. Si chiama Christian Ferro (ma il cognome lo ha preso dalla madre, morta precocemente per un tumore al seno), è una stella della Roma, ha appena vent'anni, un villone megagalattico dove vive con un maialino, una compagna influencer da 500mila followers, una serie di amici parassiti che bivaccano negli spazi immensi di quella abitazione e un padre approfittatore che si è rifatto vivo soltanto quando ha saputo della notorietà del figlio. Il problema è che il ragazzo, nonostante i piedi fatati capaci di fare la differenza in campo, è intemperante. Così il presidente della squadra (Popolizio) decide di ingaggiare una sorta di istitutore privato che lo rimetta in riga e che soprattutto lo faccia arrivare alla maturità liceale. Viene reclutato un insegnante demotivato (Accorsi), del tutto disinteressato al calcio, che riuscirà a prendere le misure al giovane e a impartirgli una lezione che andrà ben oltre l'apprendimento di nozioni scolastiche.
Esordio alla regia per Leonardo D'Agostini, che sotto l'egida di Sydney Sibilia e Matteo Rovere (produttori), firma un'opera che ricorda l'ottimo Scialla (la dinamica docente/discente che maschera quella padre/figlio) ma con una sua personalità. Il mondo del pallone è soltanto lo sfondo di un racconto di formazione a doppio passo che trova nella coppia di protagonisti due attori perfettamente in palla. Qualche stereotipo di troppo (o forse no, chissà…) sul mondo del ragazzo viziato - tutto genio e sregolatezza, arrivato prematuramente al successo, ma capace di conservare un cuore puro - è pienamente controbilanciato da un finale memorabile, consigliabile anche ai laziali.    

venerdì 15 marzo 2019

La casa sulle nuvole

anno: 2009       
regia: GIOVANNESI, CLAUDIO    
genere: drammatico    
con Adriano Giannini, Emanuele Bosi, Emilio Bonucci, Paolo Sassanelli, Faten Ben Haj Hasse, Antonino Ninni Bruschetta, Tara Haggiag    
location: Italia, Marocco
voto: 4,5    

Michele (Giannini), un allevatore di cavalli, e suo fratello minore Lorenzo (Bosi), jazzista col pallino di andare a suonare a New York, vengono a sapere improvvisamente che la casa dove vivono, a due passi da Roma, è stata venduta dal loro padre (Bonucci), sparito nel nulla da 12 anni. Rintracciano così l'acquirente dell'immobile (Sassanelli) e decidono di raggiungerlo a Marracash, dove ritrovano il genitore, un Peter Pan che ha una relazione con una giovanissima autoctona (Hassen) e che passa le giornate a sognare qualche altra fallimentare trovata imprenditoriale.
Claudio Giovannesi esordisce dietro la macchina da presa con un film ancora acerbo, che si dilunga sui festini paterni e sui serrati confronti tra il genitore e il figlio maggiore, con qualche bella trovata visiva (su tutte, quella della mongolfiera che dà il titolo al film, in pieno deserto), una certa intensità di sguardo sui caratteri psicologici ma ritmo fiacchissimo.    

sabato 2 febbraio 2019

Gli Incredibili 2 (Incredibles 2)

anno: 2018   
regia: BIRD, BRAD    
genere: animazione    
location: Usa
voto: 6

La buona notizia è che in casa Incredibili mammà Elastigirl e papà Mr. Incredibile dopo 14 anni - tanti ne sono passati dal primo episodio targato Pixar - fanno ancora l'amore, visto che ai due pargoli, rimasti tali e quali (sic!), se n'è aggiunto un terzo dai poteri strabilianti. La notizia cattiva è che siamo alle solite: effetti e invenzioni visive stupefacenti, ritmo elevatissimo, ma poca o pochissima sostanza sul piano narrativo, con la solita persona malvagia che costringe i buoni a dare del loro meglio.
Partenza al fulmicotone: Elastigirl esalta le sue doti di flessibilità per fermare il minatore, uno che sta trapanando un'intera città con uno strumento che ha le dimensioni di Gozilla. Ma gli effetti collaterali dell'intervento della supereroina gettano una cattiva luce su tutti il mondo dei supereroi. Per riabilitarli, un tycoon della televisione prospetta loro la possibilità di mettersi all'opera in situazioni monitorate ad hoc. Ma un ipnotizzatore cambia il senso di marcia della donna. E allora saranno i suoi figli a salvare la situazione per il rotto della cuffia. Ed è qui che il film comincia ad alternare scene d'azione con quadretti familiari tanto inediti per il genere supereroico, quanto sbiaditi.
La famiglia degli incredibili torna sul grande schermo con le uniche novità di un pargolo dotatissimo e di un papà costretto a fare il babysitter mentre la moglie gli ruba l'agognata scena. Il resto, tra inseguimenti e trovate visive assai fantasiose, procede sul binario di un cinema d'animazione piuttosto convenzionale, con citazioni da 007 e qualche verbosità di troppo che dilata il film a due ore piene.    

sabato 22 dicembre 2018

Senza lasciare traccia (Leave No Trace)

anno: 2018       
regia: GRANIK, DEBRA    
genere: avventura    
con Ben Foster, Thomasin McKenzie, Jeffery Rifflard, Derek John Drescher, Michael Draper, Peter Simpson, Dana Millican, Jeff Kober, Dale Dickey, Isaiah Stone, Lane Stiemsma, Kyle Stoltz    
location: Usa
voto: 4,5    

Un reduce della guerra in medio oriente (Foster) vive insieme a sua figlia (McKenzie) tra le montagne dell'Oregon, sbarcando il lunario con un piccolo traffico di farmaci e recandosi di tanto in tanto in città. Un errore mette i servizi sociali sulle tracce dei due, imponendo loro un percorso regolare (una casa, un'istruzione formale per la figlia). In un primo tempo padre e figlia sembrano adattarsi a una vita uguale a quella di tutti gli altri, ma poi lo spirito inquieto del padre prevale e i due arriveranno a dover prendere decisioni drammatiche e importanti.
Tratto da una storia vera, diventata poi romanzo autobiografico per firma di Peter Rock, Senza lasciare traccia è la versione torva di Capitan Fantastic: una fiaba metropolitana piuttosto manierista per raccontare un Robinson Crusoe postmoderno, refrattario a qualsiasi regola di socializzazione eppure del tutto rispettoso della natura. Come già nel precedente film della regista, il pessimo Un gelido inverno, anche qui la natura si ritaglia un posto di primissimo piano, così come un ruolo cruciale viene consegnato a una giovanissima attrice (il film precedente lanciò Jennifer Lawrence). Ma il ritmo è fiacchissimo e le psicologie dei personaggi sono tagliate con l'accetta.    

lunedì 10 dicembre 2018

Il presidente (La Cordillera)

anno: 2017       
regia: MITRE, SANTIAGO    
genere: drammatico    
con Ricardo Darín, Walter Andrade, Dolores Fonzi, Christian Slater, José María Marcos, Fernando Contigiani García, Erica Rivas, Elena Anaya, Daniel Giménez Cacho, Alfredo Castro, Gerardo Romano, Paulina García, Manuel Trotta    
location: Argentina, Cile
voto: 6    

In occasione di un vertice diplomatico tra tutti i paesi del centro e Sudamerica che si tiene in Cile, il presidente argentino Bianco (Darin) deve gestire un problema personale, legato a un non meglio chiarito ricatto subito dall'ex genero, che infangherebbe la sua reputazione. L'uomo si fa raggiungere dalla figlia (Fonzi) a Santiago per cercare di risolvere la difficile situazione, mentre un emissario del governo americano (Slater) tenta di corromperlo in modo che gli Stati Uniti riescano a entrare senza grossi ostacoli nel programma di nuove trivellazioni per il petrolio.
Considerato l'enfant prodige dell'emergente cinema sudamericano, Santiago Mitre firma un'opera ampiamente ellittica, che prende ben due piste gialle che mal si fondono (il passato fosco del protagonista, denunciato durante l'ipnoterapia dalla figlia e gli intrighi del potere di un uomo all'apparenza specchiato) affidandone gli esiti alla fantasia dello spettatore. Mitre sembra più puntare alla dialettica tra apparenza e realtà che non alla tenuta della trama. Il film è infatti più interessato alle lordure della politica e alla capacità dei suoi rappresentanti di giocare con le parole, come nel caso dell'intervista che il protagonista rilascia a un'incalzante giornalista, che non alla plausibilità del racconto, che lascia in sospeso più di un aspetto.    

sabato 8 dicembre 2018

Foxtrot - La Danza del Destino

anno: 2017   
regia: MAOZ, SAMUEL    
genere: drammatico    
con Lior Ashkenazi, Sarah Adler, Yonatan Shiray, Gefen Barkai, Dekel Adin, Shaul Amir, Itay Exlroad, Danny Isserles, Itamar Rotschild    
location: Israele
voto: 6,5    

Due genitori di mezza età ricevono la notizia della morte del figlio, impegnato in un check point israeliano in un luogo isolato e lunare ai confini del mondo. Ma si tratta di un errore anagrafico: il morto non è lui. Alla disperazione e alla rabbia per come sono state date le notizie e condotte le operazioni, i genitori reagiscono alla notizia chiedendo che il ragazzo sia rimandato a casa. Stacco. Siamo nel luogo dove il giovane presta servizio insieme ad altri tre commilitoni, tra passaggi di dromedari e polvere. Un incidente pesa sulla coscienza della giovane sentinella. Poi un altro incidente. Stacco. I genitori - come nel ballo foxtrot che riporta sempre tutto al punto di partenza, devono elaborare il lutto.
Già in Lebanon l'israeliano Samuel Maoz aveva dato prova di una grande capacità formale, soprattutto nella lavorazione del sonoro, qui davvero impressionante, una sorta di interprete aggiunto e invisibile. Qui l'esercizio di stile per buoni tratti si mangia l'intero film, con scantonamenti di puro non sense, riprese dall'alto anche in ambienti chiusi, lunghissime pause di silenzio rotte soltanto da rumori fuori scena. Un patchwork che enfatizza lo stile visibilissimo di Maoz, messo a servizio di un racconto quasi afasico, lentissimo, ellittico, eppure di notevole suggestione, che va a chiudersi sulle note elegiache della splendida Spiegel im Spiegel di Arvo Pärt.    

lunedì 8 ottobre 2018

Manuel

anno: 2017   
regia: ALBERTINI, DARIO    
genere: drammatico    
con Andrea Lattanzi, Francesca Antonelli, Renato Scarpa, Giulia Elettra Gorietti, Raffaella Rea, Alessandra Scirdi, Monica Carpanese, Alessandro Di Carlo, Luciano Miele, Giulio Beranek, Frankino Murgia, Manuela Ruiu    
location: Italia
voto: 7    

Manuel è un ragazzo buono, dallo sguardo mite e dai modi garbati, alto e magro. Ha appena compiuto diciotto anni: per lui è tempo di lasciare la casa famiglia di Civitavecchia dove è stato costretto a crescere perché non ha un padre e perché sua madre è in carcere, a Rebibbia. Torna così a vivere nella casa dell'estrema periferia romana che è stata abbandonata nel più totale caos, la riordina e si dà da fare affinché sua madre possa ottenere gli arresti domiciliari e lui diventarne il tutore.
Dario Albertini esordisce dietro la macchina da presa con un lungometraggio che appartiene di diritto a quel sottogenere del melodramma che sta diventando il realismo di periferia. Il film poggia per intero sull'interpretazione intensissima e crepuscolare di uno straordinario Andrea Lattanzi, che dà colore a qualsiasi sfumatura, riempie i vuoti e i molti silenzi dell'opera, ci porta dritti dentro lo smarrimento del suo personaggio, costretto - in giovanissima età - a prendersi responsabilità immani. Un film d'attore, dunque (ma i comprimari sono anch'essi diretti con eccezionale realismo), capace anche di raccontarci il frutto della meglio gioventù di oggi: quella cresciuta tra la repressione dell'educazione istituzionalizzata e le tentazioni di amici che cercano la strada più facile per arrivare al denaro, ma che non si lascia intrappolare né dall'una né dalle altre.    

sabato 15 settembre 2018

La prima luce

anno: 2014   
regia: MARRA, VINCENZO    
genere: drammatico    
con Riccardo Scamarcio, Daniela Ramirez, Gianni Pezzolla, Luis Gnecco, Alejandro Goic, Paulina Urrutia, Maria Eugenia Barrenechea    
location: Cile, Italia
voto: 7    

Marco (Scamarcio) è un padre affettuoso e premuroso, oltre che un marito accorto. Fa l'avvocato e vive a Bari con Martina (Ramirez), che è di origine cilena. I due hanno un figlio, Mateo (Pezzolla), di sette anni. Martina è insofferente a quella città e vorrebbe tornare nel paese natale portando Mateo con sé. Ma ci vuole il nulla osta del padre, che è di tutt'altro avviso. Così la donna sparisce ugualmente senza farsi alcuno scrupolo. A Marco, dopo avere tentato la via dell'ambasciata, non rimane che andare sul posto e affidare la ricerca a un detective privato (Goic), prima di infognarsi in quel ginepraio della giustizia cilena.
Scamarcio interpreta con sensibilità e ricchezza di sfumature il padre che in molti vorremmo avere, assistito da una regia sorvegliata che inevitabilmente calca troppo sul teorema della colpa della madre. Difficile dunque resistere alla tentazione di una virulenta misoginia, quando al cinema ti viene squadernato davanti un personaggio così abominevole come quello di Martina. Fin dal principio non si capiscono le ragioni della donna, se non in maniera del tutto generica legate a un possibile nostos, né è chiara la ragione della sua acrimonia nei confronti del marito. Si capisce invece perché Vincenzo Marra - già autore di opere pregevoli come Vento di terra, Tornando a casa, L'ora di punta e Il gemello - abbia firmato un film così sbilanciato, eppure sincero, toccante, pieno di umanità e mai retorico: è la storia che lo stesso Marra ha vissuto sulla sua pelle. Ma il vero imputato del film sembra essere il farraginoso sistema della giustizia internazionale, che tutela assai più le madri rispetto ai padri.    

martedì 21 agosto 2018

Barriere (Fences)

anno: 2016   
regia: WASHINGTON, DENZEL    
genere: drammatico    
con Denzel Washington, Viola Davis, Jovan Adepo, Stephen Henderson (Stephen Mckinley Henderson), Russell Hornsby, Mykelti Williamson, Saniyya Sidney, Toussaint Abessolo    
location: Usa
voto: 6,5    

Siamo a Pittsburgh, negli anni '50. Troy Maxson (Washington) fa il netturbino, ha un figlio avuto da un precedente matrimonio (Hornsby), con ambizioni da musicista, che ha superato la trentina e che si fa vivo solo per battere cassa, una moglie premurosa (Davis) e devota da cui ha avuto un secondo figlio (Adepo) che fatica a conquistare la stima paterna, un fratello scemo (Williamson) e un amico che è costantemente di casa (Henderson). L'esistenza di questa famiglia rigidamente patriarcale è governata dalle ferree regole dei ruoli: il matrimonio è un contratto da rispettare, i figli rappresentano un obbligo da onorare. Ma, nonostante il suo dispotismo e i suoi valori vecchio stampo, Troy vive quell'esistenza come una gabbia: avrebbe potuto essere un asso del baseball e chissà se fuori dal recinto del giardino di quella casa modesta c'è una seconda vita per lui…
Tratto dall'opera teatrale del premio Pulitzer August Wilson, il film d'esordio in veste di regista di Denzel Washington (che nel 2010 ha portato con successo il testo a Broadway) ne rispetta pedissequamente l'unità di luogo, concedendo ampissimi margini ai dialoghi. È proprio su questi che il film perde forza e intensità: nella sproporzione tra la verbosità ai limiti della tachilalia del protagonista nella prima parte e l'improvvisa successione di veri e propri colpi di scena della seconda. Ma spiccano, per converso, la pregnanza sociologica del tema sulla possibilità di abitare un ruolo senza troppe frustrazioni, la complessità psicologica del protagonista e la difficoltà nell'accettare le ristrettezze nelle quali si è confinati a causa del colore della propria pelle, al punto che "negro" è l'appellativo che il protagonista rivolge di routine a tutti i suoi interlocutori.
Interpretazioni tutte eccellenti, con Viola Davis che si è assicurata l'Oscar 2017 come miglior attrice non protagonista.    

sabato 18 agosto 2018

Parliamo delle mie donne (Salaud, on t'aime)

anno: 2014       
regia: LELOUCH, CLAUDE    
genere: commedia    
con Johnny Hallyday, Sandrine Bonnaire, Eddy Mitchell, Irène Jacob, Pauline Lefèvre, Sarah Kazemy, Jenna Thiam, Valérie Kaprisky, Isabelle de Hertogh, Rufus, Agnès Soral, Silvia Kahn, Antoine Duléry, Jean-François Dérec, Jacky Ido, Gilles Lemaire, Laurent Couson, Jérôme Cachon, Astrid Whettnall, Marie Micla, Stella Lelouch, Victor Meutelet, Rebecca (II), Tess Lauvergne, Noa Musa-Lelouch, Julie Nicolet, Dominique Pellissier, André Bibollet, Marie de Vathaire, Luc Poullain, Maud Simon    
location: Francia
voto: 5    

Un fotografo di fama internazionale (Hallyday) si trova nel suo sontuoso chalet di montagna (che, nella realtà, è quello del regista…) insieme alla giovane compagna conosciuta in occasione della vendita (Bonnaire), a un paio d'amici e ai domestici, quando vede arrivare alla spicciolata le sue quattro figlie - i cui nomi sono Autunno (Kazemy), Inverno (Thiam), Primavera (Jacob) ed Estate (Lefèvre) - avute da altrettante mogli. Dapprima sorpreso dall'evento del tutto insolito, viene a scoprire che si tratta di un escamotage del suo amico (Mitchell) che si è messo in contatto con le quattro donne con la scusa di una malattia del padre. Il quale è sempre stato un sottaniere egoista votato al lavoro e per questo disprezzato dalle figlie (e non a caso il titolo originale del film è Salaud, on t'aime, ossia, Bastardo, ti amiamo.
È il "solito" film di Lelouch, con la "solita" musica di Francis Lai, fatto di scene corali, ambienti ultraborghesi, dialoghi fitti, colpi di scena, dissapori familiari, tavolate, inserti spiazzanti (l'aquila reale si prende un bel po' di spazio nei simbolismi dell'opera). Il regista transalpino dirige col consueto mestiere, innescando il pilota automatico a servizio di una delle ultime interpretazioni di Johnny Hallyday. Film destinato a imboccare la strada dell'oblio a poche ore dalla visione.    

martedì 7 agosto 2018

La guerra è dichiarata (La guerre est déclarée)

anno: 2012       
regia: DONZELLI, VALERIE    
genere: drammatico    
con Valérie Donzelli, Jérémie Elkaïm, César Desseix, Gabriel Elkaïm, Brigitte Sy, Elina Löwensohn, Michèle Moretti, Philippe Laudenbach, Bastien Bouillon, Béatrice De Staël, Anne Le Ny, Frédéric Pierrot, Elisabeth Dion, Pauline Gaillard, Philippe Barassat, Valentine Catzéflis, Julie Peugeot, Serge Bozon, Henri Hooreman, Marie Donzelli, Claire Serieys, Riad Sattouf, Marie-Sohna Conde, Laure Marsac, Lucia Sanchez, Marion Lecrivain, Mademoiselle Mori, Sophie Kichine, Dorothée Sebbagh, Ahmed Zaoui, Diego Urgoiti, Bey Salah, Emmanuel Salinger, Irène Estevens, Nozha Khouadra, Blanche Gardin, Anne Berest, Alain Kruger, Christelle Huot-Marchand, Frédérique Dorat, Laurent Lacotte, Aude Lemercier, Benoît Barré, Katia Lewkowicz, Lucien Pages, Jennifer Decker, Esteban Carvajal-Alegria, Clémence Cabanes, Anne Gastaut, Adrien Antoine, France Lesbros, Laëtitia Trapet, Marie Weinberger    
location: Francia
voto: 5    

Capolavoro o boiata pazzesca? Difficile dirlo, a partire dallo spunto iniziale: la regista (e interprete) Valerie Donzelli ha chiamato sul set il suo ex marito (Elkaïm), col quale ha vissuto gli anni di un'odissea tragica fatta di ospedali, paure, difficoltà di ogni genere. Tutto legato alla malattia - un tumore al cervello manifestatosi in maniera precocissima - del figlio Adam. Il film non è che una riproposizione (romanzata?) del calvario vissuto dalla coppia, con tanto di voce fuori campo che racconta la travagliatissima esperienza dei due genitori e del loro entourage. Se l'idea, così marcatamente autobiografica, prima che originale è soprattutto spiazzante per il valore catartico che vuole assegnare nel portare sul grande schermo quella orribile vicenda, tutt'altro può dirsi della sua realizzazione: certo, liberissima, capace di evocare con grande forza l'idea di resilienza in un quadro complessivamente di grande ottimismo e di stemperare il dramma nella commedia,  di indulgere a molti siparietti sentimentali, ma anche di pescare alla rinfusa tra cifre stilistiche che sembrano accostate senza alcun criterio. Sicché a momenti di cinema alto se ne alternano altri decisamente più prosaici e perfino stucchevoli, accompagnati da scelte musicali capaci di passare dai quartetti di Vivaldi all'elettorpunk dei Frustration, passando per la meravigliosa O Superman di Laurie Anderson. Grande ambizione, risultato decisamente incoerente.    

martedì 3 luglio 2018

L'affido - Una storia di violenza (Jusqu'à la garde)

anno: 2017       
regia: LEGRAND, XAVIER    
genere: drammatico    
con Denis Ménochet, Léa Drucker, Thomas Gioria, Mathilde Auneveux, Mathieu Saïkaly, Florence Janas, Saadia Bentaïeb, Sophie Pincemaille, Emilie Incerti-Formentini, Coralie Russier, Martine Vandeville, Jean-Marie Winling, Martine Schambacher, Jean-Claude Leguay, Julien Lucas, Noémie Vérot, Sabrina Larderet, Sylvain Pajot, Charlie Ballaloud, Yannick Hélary, Laurent Moreau, Valéry Calin, Marius, Anne-Gaëlle Jourdain, Jenny Bellay, Jérôme Care-Aulanier, Laurence Besson    
location: Francia
voto: 9    

Nella lunga sequenza iniziale, Antoine (Denis Ménochet, attore corpulento già al servizio di Frears, Tarantino, Ozon e Ridley Scott) e Miriam (Drucker) devono negoziare davanti al giudice (Russier), assistiti dalle rispettive avvocatesse, l'affido dei figli. La più grande (Auneveux) è prossima ai 18 anni, mentre il minore (Giora), 11enne, è il reale oggetto della contesa. La loro madre produce un documento che riporta le rimostranze del piccolo nei confronti del padre, col quale non vorrebbe passare neppure un paio di weekend al mese. Il genitore si dichiara disorientato e lascia intendere che le parole del figlio sono frutto del plagio materno. Fatto sta che il giudice gli dà corda e il ragazzino è costretto ad adeguarsi. Quello che accade dopo sarebbe un spoiler da evitare nonostante qualcosa sia intuibile già nel sottotitolo del film.
Esordio con i fuochi d'artificio del 39enne transalpino Xavier Legrand, che già aveva conquistato un Cèsar (gli Oscar francesi) con un cortometraggio e che è stato premiato a Venezia  con il Leone d'argento, premio per la migliore regia, e con il leone del futuro premio (opera prima "Luigi De Laurentiis"). Al tema, densissimo e attualissimo, delle famiglie sempre più "liquide" con tutti gli annessi e i connessi della gestione dei figli, si somma quello della violenza in famiglia. Una violenza che, nella sua dimensione fisica, nel film è lasciata sempre fuori campo (con l'eccezione dell'ultima, agghiacciante scena), mentre in quella psicologica passa attraverso subdoli meccanismi sopraffattori e manipolatori. Alla pregnanza dei contenuti Legrand somma una forma impeccabile, personalissima, che alterna lunghe sequenze a macchina ferma in campo medio ad altre davvero magistrali (su tutte, quella girata attraverso la feritoia di un bagno pubblico e quella, di tensione quasi hitchcockiana, durante una festa in cui noi spettatori capiamo che sta succedendo qualcosa, ma non sappiamo cosa, giacché la musica assordante copre volutamente le parole). Un film potentissimo, perturbante, nel quale l'unico, minuscolo neo, è quello di avviare una sottotrama che riguarda la figlia maggiore, poco funzionale al resto del racconto e solamente abbozzata.    

giovedì 28 giugno 2018

Tully

anno: 2018       
regia: REITMAN, JASON    
genere: drammatico    
con Charlize Theron, Mackenzie Davis, Mark Duplass, Ron Livingston, Emily Haine, Elaine Tan, Kitty Crystal, Elfina Luk, Marceline Hugot, Michael Patrick Lane, Colleen Wheeler, Katie Hayashida, Lia Frankland, Maddie Dixon-Poirier, Gameela Wright, Steven Roberts, Asher Miles Fallica, Joshua Pak, Candus Churchill, Shade Rupe, Stormy Ent, Bella Star Choy    
location: Usa
voto: 5    

Marlo (Theron) gira tutto il giorno come una trottola per stare appresso ai figli (uno dei quali ti fa venir voglia di menare le mani), ne aspetta un terzo, è ingrassata, stanca, ai limiti delle resistenza fisica, eppure mantiene i nervi saldi, mentre suo marito (Duplass) passa le ore a giocare con la playstation. Quando si profila la possibilità di prendere una tata notturna (Davis) che provveda allo svezzamento della neonata, Marlo dapprima nicchia, ma poi cede al bisogno. Un incidente automobilistico la riporterà alla realtà.
Se avete qualche dubbio circa la possibilità di avere figli o meno, guardatevi Rosemary's baby, L'innocenza del diavolo, ...E ora parliamo di Kevin e questo Tully, che nella prima mezz'ora ve la farà passare completamente. Jason Reitman - ancora una volta accompagnato da Diablo Cody - torna al tema della maternità che gli aveva regalato un successo planetario con Juno, dando a Charlize Theron - come in Young Adult - l'occasione per un'altra prova attoriale stoica e superlativa. Nonostante la presenza gigantesca (22 chili in più, un corpo sfatto come in Monster) della 42enne attrice di origini sudafricane, il film si attorciglia su un loop narrativo che, dall'ingresso della tata nella vita della protagonista, procedendo per piccolissimi passi evolutivi fino all'agnizione finale, risolta con un espediente metafisico. Un passo falso nella carriera dell'autore di gioielli come Men, women & children, che nel sommare una tata a personaggi epocali come Mary Poppins e Mrs. Doubfire non va oltre il compitino sul surplus lavorativo delle madri, senza aggiungere nulla di originale.    

mercoledì 13 giugno 2018

La terra dell'abbastanza

anno: 2018       
regia: D'INNOCENZO, DAMIANO * D'INNOCENZO, FABIO    
genere: drammatico    
con Andrea Carpenzano, Matteo Olivetti, Milena Mancini, Luca Zingaretti, Max Tortora, Demetra Bellina, Michela De Rossi, Giordano De Plano, Walter Toschi    
location: Italia
voto: 7,5    

Mirko (Olivetti) e Manolo (Carpenzano) sono amici da quando andavano alle scuole elementari, a Ostia. Nonostante l'età, non hanno ancora finito la scuola alberghiera che frequentano a stento in vista di un futuro quanto mai incerto. Una sera, mentre rientrano a casa, investono un uomo e scappano. Scoprono che quell'uomo è un collaboratore di giustizia al quale un boss locale (Zingaretti) sta dando la caccia da tempo. Così, i due entrano nell'orbita benevola del criminale, con incarichi che non si fanno mancare niente, dal giro di prostitute minorenni all'omicidio. Ma per i due ragazzi non sarà facile gestire quella realtà che sembra profilarsi come l'occasione per una svolta, l'unica via d'uscita da un'esistenza incapace di promettere qualsiasi prospettiva decorosa.
Film d'esordio dei gemelli D'Innocenzo, già sceneggiatori - con Garrone - di Dogman, i quali sembrano ripartire da dove finiva Non essere cattivo di Caligari. Qui il realismo delle periferie dei due fratelli guarda a quel mondo senza speranza con umanissima pietà, mettendo in scena il trambusto di due ragazzi che, per ragioni opposte, vorrebbero manifestare il loro valore agli occhi di due genitori soli: Mirko a una madre (Mancini) che si scapicolla per sbarcare il lunario, Manolo a un padre perdigiorno e smargiasso (Tortora) che lo vorrebbe come lui. Intenso, iperrealista, girato con un'impressionante padronanza della macchina da presa - dai piani lunghissimi ai close up sul volto dei protagonisti - e con una straordinaria capacità di direzione degli attori, La terra dell'abbastanza è un pugno allo stomaco dello spettatore, la raffigurazione della banalità del male sotto forma di racconto di formazione (al crimine) che è un atto di denuncia felicemente riuscito: un'opera che va a ispessire il nugolo di film tesi a raccontare il degrado delle periferie.    

lunedì 30 aprile 2018

Madonna, che silenzio c'è stasera

anno: 1982   
regia: PONZI, MAURIZIO    
genere: comico    
con Francesco Nuti, Edi Angelillo, Massimo Sarchielli, Giovanna Sammarco, Mario Cesarino, Lucilla Baroni, Ugo Bencini, Mario Cassigoli, Letizia de Stefanis, Fausto Fidenzio, Andrea Montuschi, Lamberto Muggiani, Giovanni Nannini, Novello Novelli, Ricky Tognazzi    
location: Italia
voto: 6,5    

Dopo i successi televisivi e quello al cinema con Ad Ovest di Paperino, ottenuti con il trio comico dei Giancattivi, Francesco Nuti esordisce come solista con un copione scritto a quattro mani con Elvio Porta e diretto da Maurizio Ponzi. Si tratta del racconto di una giornata, dal risveglio al ritorno sotto le lenzuola, di Francesco, disoccupato squattrinato ossessionato dalla madre dirimpettaia, segnato dalla perdita del padre e piantato dalla sua ragazza. Nelle ventiquattr'ore Francesco fa amicizia con un monello dodicenne, cerca lavoro in un'azienda di telai (il comico è di Prato, città emblema del tessile), fa irruzione durante la celebrazione di un matrimonio, convinto di trovare sull'altare la sua ex, vince una gara canora per dilettanti (con la celeberrima canzone "Puppe a pera"), va in bianco con una prostituta (Angelillo) e coltiva il sogno di andare in Perù, a Machu Picchu.
Lontanissimo da Benigni, col quale condivide le origini toscane, Nuti propone una comicità piena di grazia, stralunata e surreale (siamo, semmai, dalle parti di Pozzetto), incarnando un clown malinconico, simpatico e garbato, a servizio di un copione con tanto di citazioni chapliniane che giustappone gag talvolta esilaranti e grottesche (su tutte, quelle di un tizio che dà indicazioni stradali, ossessionato dal fratello). Film paratelevisivo e sostanzialmente senza trama, Madonna che silenzio c'è stasera fu il primo di una serie di successi che il comico toscano realizzò al botteghino negli anni Ottanta, prima di arrivare a quella caduta rovinosa, in senso letterale, che gli devastò la vita per sempre.

lunedì 9 aprile 2018

Tonya (I, Tonya)

anno: 2017       
regia: GILLESPIE, CRAIG  
genere: biografico  
con Margot Robbie, Sebastian Stan, Allison Janney, Julianne Nicholson, Paul Walter Hauser, Bobby Cannavale, Bojana Novakovic, Caitlin Carver, Mckenna Grace    
location: Usa
voto: 7  

Biopic di Tonya Harding (Robbie), pattinatrice americana arrivata ai massimi allori tra la fine degli anni Ottanta e la prima metà dei Novanta, ma assurta anche alla ribalta della cronaca giudiziaria per via del suo coinvolgimento nell'aggressione alla temutissima rivale Nancy Carrigan (era il 1994). Craig Gillespie (suo l'originale Lars e una ragazza tutta sua) prova a raccontarne la parabola sportiva e personale sospendendo fin troppo il giudizio su un personaggio che nel film rischia di diventare un santino vittima della madre (Allison Janney, impegnata in un ruolo cinico e brutale, in posa con un pappagallo sulla spalla durante le interviste e giustamente insignita con l'Oscar per la migliore interpretazione femminile da attrice non protagonista), a sua volta personaggio-chiave di una sottotrama non meno interessante. Raccontato con un certo compiacimento da cinema indie con venature acide e grottesche, trovate narrative accattivanti - con i quattro protagonisti che ricordano i diversi eventi in flashforward, ormai invecchiati - e una colonna sonora che assembla greatest hits di varie epoche, Tonya si concentra sul tira e molla perenne tra la protagonista e suo marito (Stan), un parassita dalla sberla facile, senza dimenticare di esaltare filologicamente le imprese sulla pista di ghiaccio della protagonista, un'antieroina lontanissima dai principi di De Coubertin, che grazie ai miracoli della postproduzione in digitale riesce a replicare gli impossibili tripli axel tramite la sovrapposizione del suo volto con quello di due pattinatrici professioniste.    

giovedì 8 febbraio 2018

Come un gatto in tangenziale

anno: 2017       
regia: MILANI, RICCARDO   
genere: commedia   
con Paola Cortellesi, Antonio Albanese, Claudio Amendola, Sonia Bergamasco, Luca Angeletti, Simone De Bianchi, Alice Maselli    
location: Italia
voto: 5   

Giovanni (Albanese) lavora in un think tank che ha come obiettivo il rilancio delle periferie italiane, abita al centro di Roma in una casa extra-lusso con sua figlia (Alice Maselli: dieci anni di lavori forzati in Siberia a chi ha fatto il casting), una tredicenne viziatissima che lo usa come un bancomat e gioca a polo. La pupa si è appena trovata un fidanzatino (De Bianchi) che risiede a Bastogi, enclave tra le più degradate della capitale. Il ragazzino vive con la madre Monica (Cortellesi) - una donna onesta che lavora in una mensa per anziani - e con due zie gemelle che rubano compulsivamente, mentre suo padre (Amendola) è in vacanza a Rebibbia. Tanto Giovanni quanto Monica non vogliono quella relazione tra i loro ragazzi che per la donna può durare "come un gatto in tangenziale" e fanno di tutto per ostacolarla: i loro mondi sono incompatibili. O almeno così sembrano.
Dopo il successo al botteghino di Mamma o papà?, Riccardo Milani imbastisce un nuovo copione per la coppia Albanese e Cortellesi (sua compagna nella vita), giocato ancora una volta su una dialettica antagonista. Abbondano gli stereotipi sulla borghesia d'alto bordo snob e piena di sussiego e sul proletariato ruspante e abituato all'arte d'arrangiarsi, ma non manca più di un momento divertente. A lasciare perplessi è la morale del film, che nel suo cerchiobottismo dà ragione allo sfogo di Giovanni durante un invito a pranzo: è l'indolenza di questi poveracci, uniformemente rifugiati nell'alibi che "tanto è tutto un magna-magna", a rendere tanto penosa la loro condizione. E infatti Monica riuscirà ad aprire un'attività propria grazie a una dritta di Giovanni sui fondi europei.    

giovedì 14 dicembre 2017

Loveless (Nelyubov)

anno: 2017       
regia: ZVYAGINTSEV, ANDREY 
genere: drammatico 
con Maryana Spivak, Alexey Rozin, Matvey Novikov, Marina Vasilyeva, Andris Keishs, Alexey Fateev    
location: Russia
voto: 7 

In Russia, una coppia sta per divorziare. I due si rimpallano l'affidamento del loro unico figlio dodicenne (Novikov). Il quale, all'improvviso, scompare, volatilizzandosi. Viene allertata la polizia, partono le ricerche, si spera nella complicità tra nonna materna e nipote, si fa persino visita all'obitorio. I due genitori mandano avanti le loro vite con i rispettivi compagni, come se la cosa non li riguardasse.
Andrey Zvyagintsev ha un abbonamento con i premi cinematografici. Non c'è film che non ne vinca uno. Non fa eccezione questo Loveless (premio della giuria al 70° festival di Cannes), spettacolo agghiacciante sull'assenza totale di sentimenti, che mette in scena il tristissimo rapporto tra un padre accidioso e irresponsabile (Rozin) e una madre in simbiosi totale con il proprio cellulare (Spivak), indifferenti alla sorte di un figlio che viene appellato, nel migliore dei casi, con espressioni carezzevoli come "quello spostato" o "impiastro". Ancora una volta Zvyagintsev torna sul tema della paternità, come già in The return e Leviathan, coniugandolo con quello di una sparizione. E ancora una volta lo fa senza alcuno sconto allo spettatore, mostrando un talento registico fuori dal comune, espressione di una nitidissima idea di cinema che sta tra l'eredità lasciata da Tarkovskij e quella di Bergman.