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sabato 6 aprile 2019

Glass

anno: 2019       
regia: SHYAMALAN, M.NIGHT    
genere: fantastico    
con Bruce Willis, Anya Taylor-Joy, James McAvoy, Sarah Paulson, Samuel L. Jackson, Spencer Treat Clark, Luke Kirby, Adam David Thompson, Jane Park Smith    
location: Usa
voto: 1    

Dall'ennesimo peto cerebrale di uno dei registi più sopravvalutati e inutili dell'intera storia del cinema, l'indiano M. Night Shyamalan, arriva una storiellina incomprensibile che vorrebbe idealmente chiudere una trilogia che parte da Unbreakable e passa per Split. Si tratta di un'accozzaglia indigesta che miscela fantascienza, fumetto  e supereroi, collocando al centro della scena uno psicopatico dalle molte personalità, Kevin Wendell Crumb (McAvoy), sulle cui tracce si mette David Dunn (Willis), una specie di giustiziere della notte in versione dark. I due vengono catturati dalla polizia e finiscono in un ospedale psichiatrico sotto le "cure" di Ellie Stapple (l'inguardabile Sarah Paulson) insieme a un altro disagiato psichico dalle ossa fragili (Jackson). Cosa succeda là dentro non mi è chiaro perché tra indomabili attacchi di letargia e colpi di sceneggiatura scritti con gli sfinteri qualcosa mi è sfuggito. C'è solo da domandarsi quale sia il senso di un'operazione che dimentica completamente l'azione e si affida per intero a dialoghi improponibili girati tutti in campo e controcampo. E così per due ore e dieci.    

mercoledì 27 febbraio 2019

Il sacrificio del cervo sacro (The Killing of a Sacred Deer)

anno: 2017   
regia: LANTHIMOS, YORGOS    
genere: drammatico    
con Colin Farrell, Nicole Kidman, Barry Keoghan, Raffey Cassidy, Sunny Suljic, Bill Camp, Denise Dal Vera, Alicia Silverstone    
location: Regno Unito, Usa
voto: 6    

Un cardiochirurgo con un passato da semi-alcolizzato (Farrell) si ritrova nel mirino vendicativo di un sedicenne psicopatico (Keoghan) convinto che suo padre sia morto sotto i ferri del medico. Il ragazzo dapprima entra nella sfera di benevolenza dell'uomo, dettata dai sensi di colpa, per poi farsi artefice di una vendetta che fa ammalare i figli del dottore, il quale si troverà costretto a sacrificare uno di loro.
Come già nel precedente The lobster, il greco Lanthimos punta tutto sul racconto distopico dallo stile straniato, algido, nel quale i sentimenti vengono espressi rigidamente, il sesso consumato attraverso lo sguardo posato su corpi inerti, l'ipocrisia serpeggia in ogni ambiente e il grande ospedale dove è ambientata la vicenda sembra una replica spetrale dell'Overlook Hotel di kubrickiana memoria. Lanthimos è abilissimo nel tenere alta la tensione per le due ore di film, facendosi aiutare dal ruolo centralissimo di una colonna sonora che procede a colpi di dissonanze e puntando tutto su un'estetica raggelata che è il suo marchio di fabbrica. Ma anche stavolta l'esito del racconto - che per gran parte sembra quasi seguire una pista gialla - naufraga miseramente in un finale ridicolo.    

martedì 8 gennaio 2019

Sicko

anno: 2007   
regia: MOORE, MICHAEL    
genere: documentario    
con Michael Moore    
location: Canada, Cuba, Francia, Regno Unito, Usa
voto: 8    

Se ti capita di vedere Sicko con il deprecabilissimo ritardo di 12 anni dalla sua uscita in sala, la prima domanda che sei costretto a porti è: ma oggi le cose stanno ancora così, visto che - in mezzo - è passata la crisi finanziaria del 2008 con tutto quello che si è portata dietro? Già, perché Sicko parla di sistemi sanitari, di come quello americano sia completamente in ostaggio alle assicurazioni, di come non rispetti i minimi criteri di salvaguardia e salute dei cittadini e di come si collochi alla base di disuguaglianze sociali enormi. Per raccontarcelo, Michael Moore - che firma il terzo capolavoro di fila dopo Bowling a Columbine e Fahrenheit 9/11 - prima ci fa fare un giretto per gli ospedali degli Stati Uniti, raccontandoci la storia assurda quanto vera di quando la sanità è diventata una faccenda per affaristi, venendo così smantellata dal sistema di welfare pubblico (roba da comunisti!) e affidata alle "cure" di assicurazioni, banchieri e case farmaceutiche durante l'amministrazione Nixon. Poi ci mostra quello che avviene a pochi passi da casa sua: in Canada, per esempio, dove due suoi parenti - per un soggiorno di pochissimi giorni negli States - decidono di stipulare un'assicurazione sanitaria "perché non si sa mai", o nel Regno Unito, in Francia, per non dire a Cuba, dove persino i prigionieri di Guantánamo affiliati ad Al Qaida vengono trattati con più attenzione degli americani insigniti come eroi per aver dato il loro contributo a Ground Zero dopo l'11 settembre. Lo scenario presentato da Moore è a senso unico, a tratti rancoroso e sempre pronto all'iperbole: di qua, uno stato incapace di prendersi cura dei diritti fondamentali dei suoi cittadini come quello alla salute. Lo stato peggiore del mondo, dove le cure sono costosissime e se per caso ti finiscono due dita dentro a una sega elettrica e hai poco denaro, devi scegliere quale delle due farti riattaccare. Di là paesi nei quali quasi tutte le spese sono a carico dello stato e, sebbene a costo di una forte pressione fiscale, anche i cittadini più indigenti hanno diritto alle cure. Questa è la fotografia scattata da Michael Moore nel 2007. Verosimile e carica di ironia, dissacrante, divertente, disposta anche a fare propaganda attraverso il dolore. Oggi, purtroppo, il modello americano sta dilagando anche in Europa e la sanità rientra tra i tanti elementi di un sistema di welfare che il turbocapitalismo sta progressivamente e inesorabilmente cancellando.    

martedì 7 agosto 2018

La guerra è dichiarata (La guerre est déclarée)

anno: 2012       
regia: DONZELLI, VALERIE    
genere: drammatico    
con Valérie Donzelli, Jérémie Elkaïm, César Desseix, Gabriel Elkaïm, Brigitte Sy, Elina Löwensohn, Michèle Moretti, Philippe Laudenbach, Bastien Bouillon, Béatrice De Staël, Anne Le Ny, Frédéric Pierrot, Elisabeth Dion, Pauline Gaillard, Philippe Barassat, Valentine Catzéflis, Julie Peugeot, Serge Bozon, Henri Hooreman, Marie Donzelli, Claire Serieys, Riad Sattouf, Marie-Sohna Conde, Laure Marsac, Lucia Sanchez, Marion Lecrivain, Mademoiselle Mori, Sophie Kichine, Dorothée Sebbagh, Ahmed Zaoui, Diego Urgoiti, Bey Salah, Emmanuel Salinger, Irène Estevens, Nozha Khouadra, Blanche Gardin, Anne Berest, Alain Kruger, Christelle Huot-Marchand, Frédérique Dorat, Laurent Lacotte, Aude Lemercier, Benoît Barré, Katia Lewkowicz, Lucien Pages, Jennifer Decker, Esteban Carvajal-Alegria, Clémence Cabanes, Anne Gastaut, Adrien Antoine, France Lesbros, Laëtitia Trapet, Marie Weinberger    
location: Francia
voto: 5    

Capolavoro o boiata pazzesca? Difficile dirlo, a partire dallo spunto iniziale: la regista (e interprete) Valerie Donzelli ha chiamato sul set il suo ex marito (Elkaïm), col quale ha vissuto gli anni di un'odissea tragica fatta di ospedali, paure, difficoltà di ogni genere. Tutto legato alla malattia - un tumore al cervello manifestatosi in maniera precocissima - del figlio Adam. Il film non è che una riproposizione (romanzata?) del calvario vissuto dalla coppia, con tanto di voce fuori campo che racconta la travagliatissima esperienza dei due genitori e del loro entourage. Se l'idea, così marcatamente autobiografica, prima che originale è soprattutto spiazzante per il valore catartico che vuole assegnare nel portare sul grande schermo quella orribile vicenda, tutt'altro può dirsi della sua realizzazione: certo, liberissima, capace di evocare con grande forza l'idea di resilienza in un quadro complessivamente di grande ottimismo e di stemperare il dramma nella commedia,  di indulgere a molti siparietti sentimentali, ma anche di pescare alla rinfusa tra cifre stilistiche che sembrano accostate senza alcun criterio. Sicché a momenti di cinema alto se ne alternano altri decisamente più prosaici e perfino stucchevoli, accompagnati da scelte musicali capaci di passare dai quartetti di Vivaldi all'elettorpunk dei Frustration, passando per la meravigliosa O Superman di Laurie Anderson. Grande ambizione, risultato decisamente incoerente.    

giovedì 26 ottobre 2017

In arte Nino

anno: 2017   
regia: MANFREDI, LUCA   
genere: biografico   
con Elio Germano, Miriam Leone, Stefano Fresi, Anna Ferruzzo, Duccio Camerini, Barbara Ronchi, Vincenzo Zampa, Flavio Furno, Roberto Citran, Arianna Battilana, Roberto Giordano, Sara Lazzaro, Massimo Wertmuller, Paola Minaccioni, Maria Torres, Gennaro Di Biase, Guido Roncalli, Vincenzo Nemolato, Emanuel Caserio, Luca Di Giovanni, Fulvia Lorenzetti, Cinzia Mascoli, Giancarlo Previati, Pietro Ragusa, Leo Gullotta, Giorgio Tirabassi    
location: Italia
voto: 7   

Quando Manfredi non era ancora Manfredi. La biopic televisiva sull'immenso Nino Manfredi (all'anagrafe Saturnino), che il figlio Luca gli dedica a oltre due lustri dalla morte (avvenuta nel 2004), si concentra infatti sugli anni che precedono l'affermazione - prima televisiva, poi in teatro e al cinema - del padre.
Cresciuto a causa di una pleurite in un sanatorio, durante il fascismo, il giovane Saturnino si dimostrò fin da subito sagace, intelligente, ironico, incline alo scherzo, amante della musica e con un vero talento attoriale. Tuttavia il padre, un carabiniere ciociaro, aveva in programma per lui una laurea in giurisprudenza - titolo che Nino effettivamente riuscì a prendere - mostrandosi totalmente refrattario alla vocazione artistica del figlio. È sulla dialettica di odio e amore tra i due che si gioca una buona parte del film, al quale pure non mancano i riferimenti al casuale e progressivo inserimento nel teatro, agli iniziali difetti di dizione, all'alba di quel grande amore che Manfredi avrebbe poi avuto con Erminia (Leone), sua moglie per cinquant'anni.
Se l'impronta da sceneggiato televisivo è ben visibile nell'uso delle luci, in una certa povertà scenografica e in un cast complessivamente non proprio di primissimo livello, al film va riconosciuto un registro non agiografico, un ritmo notevole ma, più di tutto, la performance assolutamente maiuscola di Elio Germano, capace di appropriarsi di tutti i tratti espressivi e prosodici dell'attore di Castro dei Volsci, una prova di mimetismo talmente potente che non fa che ribadire che il 37enne romano è uno dei più grandi talenti che il nostro cinema abbia espresso da vent'anni a questa parte.    

mercoledì 24 maggio 2017

Orecchie

anno: 2016       
regia: ARONADIO, ALESSANDRO
genere: grottesco
con Daniele Parisi, Francesca Antonelli, Silvana Bosi, Masaria Colucci, Silvia D'Amico, Piera degli Esposti, Ivan Franek, Sonia Gessner, Paolo Giovannucci, Rocco Papaleo, Andrea Purgatori, Re Salvador, Niccolò Senni, Pamela Villoresi, Milena Vukotic, Massimo Wertmüller, Alberto Abruzzese    
location: Italia
voto: 7,5

Un eterno supplente di filosofia in un liceo romano (Parisi), si sveglia con un fastidioso fischio all'orecchio. È soltanto il primo atto di una giornata impossibile e kafkiana, passata tra ospedali, scherzi crudeli (da antologia le visite in serie di Andrea Purgatori e Massimmo Wertmüller), suore invadenti, una vicina di casa troppo ciarliera, una fidanzata (D'Amico) poco convinta, un amico opportunista, un altro morto e tanti altri strani personaggi, tutti accomunati dall'incapacità di ascoltare il prossimo e dalla propensione a parlarsi continuamente addosso.
A sei anni dall'esordio con il curioso Due vite per caso, Aronadio torna dietro la macchina da presa con un film stravagante che - tra uno spunto narrativo che ricorda Il fischio al naso con il grande Tognazzi e uno stile straniato da commedia nera à la Kaurismäki - getta un'occhiata al primo Nanni Moretti e l'altra a soluzioni di regia inconsuete, a cominciare dal bianco e nero della pellicola fino alla progressiva trasformazione delle proporzioni dell'immagine, che da quadrata passa a sedici noni. L'intento metaforico del film è tanto interessante quanto, alla lunga, effimero, e sembra fare da sponda alla gimcana urbana dell'attonito e stralunato protagonista, costretto a incontri con una fauna umana a dir poco stravagante. Va a finire che Orecchie sembra assai più riuscito sul piano formale, con dialoghi spumeggianti e battute spiazzanti soprattutto nella prima metà, che su quello dei contenuti, portatori di una debole metafora sull'inadeguatezza dei tempi in cui viviamo. Resta tuttavia l'indiscutibile merito di avere portato, con questo strambo road movie pedestre, una ventata d'aria fresca nell'asfittico panorama della commedia italiana degli anni '10.    

sabato 4 febbraio 2017

The elephant man

anno: 1980   
regia: LYNCH, DAVID   
con John Hurt, Anthony Hopkins, John Gielgud, Freddie Jones, Anne Bancroft, John Standing, Michael Elphick, Hannah Gordon, Wendy Hiller, Helen Ryan, Lydia Lisle    
location: Regno Unito, Usa
voto: 8   

John Merrick (Hurt) è un ventunenne colpito da neurofibrosi multipla, una rarissima malattia che gli ha completamente deformato la faccia e il corpo. Viene sfruttato da un lurido ubriacone come fenomeno da baraccone, esposto brutalmente al pubblico e bastonato a dovere. A lui si interessa il dottor Treves (Hopkins), che trova il modo per sottrarlo dalle grinfie del suo sfruttatore presentandolo a una conferenza medica e facendolo ricoverare nella clinica dove lavora. Ma qui le traversie di Merrick non sono ancora finite: prima l'alta società della Londra vittoriana (siamo a metà ottocento), quindi un portantino della stessa clinica continuano a trattare lo sventurato ragazzo colmo di sentimenti e nobilissimo d'animo come un freak da esporre al pubblico ludibrio o, a seconda dei casi, da compatire.
Con The elephant man, a 35 anni David Lynch firma il suo capolavoro assoluto, un'opera imperniata sul contrasto tra il bene e il male, un apologo - tratto da una storia vera - sul diritto a una vita normale anche per gli ultimi. Girato in un bianco e nero che conferisce al film tinte gotiche, The elephant man riesce a rimanere sobriamente in equilibrio rispetto a qualsiasi tentazione buionista e a reggere egregiamente il peso degli anni, nonostante qualche allettamento didascalico sull brutalità del volgo, l'ipocrisia dell'aristocrazia londinese, la rettitudine degli esclusi e via sociologizzando.

sabato 9 luglio 2016

Post Mortem

anno: 2010       
regia: LARRAIN, PABLO 
genere: drammatico 
con Alfredo Castro, Antonia Zegers, Jaime Vadell, Amparo Noguera, Marcelo Alonso, Marcial Tagle 
location: Cile
voto: 5,5 

È il 1973. Mario (Castro) lavora nell'obitorio comunale, dove batte a macchina i referti delle autopsie. È un tipo solitario e si innamora di Nancy (Zegers), una vicina di casa che fa la ballerina da cabaret, ma che è caduta in disgrazia a causa della sua eccessiva magrezza. Il golpe militare è alle porte, Nancy sparisce, Mario fa di tutto per rintracciarla, fino a quando la Storia gli si impone sotto forma del corpo esanime di Salvator Allende, morto suicida per non essere trucidato dai miliziani di Pinochet. Mario cerca di proteggere Nancy, fiancheggiatrice di una colonna filocomunista, le dà un rifugio. Finale agghiacciante.
Secondo dei tre film che il cileno Pablo Larrain dedica al passaggio storico segnato dal golpe di Pinochet. Quasi un atto di espiazione per un regista nato tre anni dopo il golpe cileno ma che in passato sostenne il dittatore e che, molti ani più tardi, ha voluto raccontare i risvolti socioculturali (Tony Manero) e propagandistici di quel regime (No - I giorni dell'arcobaleno). Il registro stilistico è straniato, destrutturato e dal ritmo lentissimo, segnato da lunghe inquadrature fisse e ravvicinate sui volti dei protagonisti, l'andamento narrativo indefinito, soffocante e funereo nella prima parte, decisamente più a fuoco nella seconda, quando irrompono gli effetti devastanti del golpe e a Santiago ha luogo una mostruosa mattanza che lascia posto soltanto alla più costernata desolazione.    

mercoledì 20 aprile 2016

Franny (The Benefactor)

anno: 2015       
regia: RENZI, ANDREW  
genere: drammatico  
con Richard Gere, Theo James, Dakota Fanning, Clarke Peters, Maria Breyman, Erica Lynne Arden, Brian Anthony Wilson, Marko Caka, Erica Cho, Andrea Havens, Lyssa Roberts, Michele Everwine, Jennifer Butler, Rory Ogden, Roy James Wilson, Dennisha Pratt, Tibor Feldman, Lynn Golden, Barbara Edwards, Derrick T. Lewis, Matthew Daisher, Michael Daisher, Evan Fenster, Kelly Buterbaugh, Jayson Williams, Marc Bicking, Megan Rose, Ian Bonner, Michelle Santiago, Dennis Lauricella, Jaclyn McHugh, Kimberly Villanova, Mihir Pathak, Lavonne Nichols, Justin Goncalves, Nola Sanginiti, Yesenia Mercado, Amanda Wilson, Giovanna Labozzetta, Kayla Grasser, Deidre Washington, Gregory M. Brown, Shawn Gonzalez, Ryan Shank, Heather Soellner, Sean Zerbe    
location: Usa
voto: 4  

Miliardario e filantropo di Philadephia che stanzia fondi per costruire ospedali, Franny (Gere) è divorato dai sensi di colpa dopo la tragica morte dei due suoi migliori amici, causata da un incidente d'auto del quale è responsabile. Tra droghe e morfina, la sua esistenza si dipana in un'inconsolabile abulia fino a quando nella sua vita non fa ritorno Olivia (Fanning), la figlia della coppia rimasta uccisa. Per lei e per il suo compagno Luke (James), Franny si spende in ogni genere di follia finanziaria, entrando prepotentemente nella vita dei due e dando l'impressione di ritrovare un senso alla propria esistenza.
Ancora una volta coinvolto in una storia di incidenti stradali dai risvolti thriller (come ne La frode), Richard Gere offre il suo faccione da sessantenne tanto bello quanto inespressivo a un plot del tutto improbabile, artificioso, che si avvita su sé stesso, pieno di buchi di sceneggiatura (da dove arriva l'enorme ricchezza del protagonista? Perché quella fissazione con puzzole, puzzette e persino pelouche dall'aspetto di una puzzola? Perché Franny è sempre così invadente con tutti?). Film inutile, che ricalca lo spunto del "vicino di casa" scomodo, ma senza risvolti gialli minimamente appassionanti.    

domenica 6 dicembre 2015

Bisturi, la mafia bianca

anno: 1973   
regia: ZAMPA, LUIGI
genere: drammatico
con Gabriele Ferzetti, Enrico Maria Salerno, Senta Berger, Claudio Gora, Claudio Nicastro, Tina Lattanzi, Enzo Garinei, Gino Pernice, Antonella Steni, Luciano Salce, Sandro Dori, Ernesto Colli, Ezio Sancrotti, Luciano Rossi, Fausto Tommei, Roberto Bisacco, Tom Felleghy, Giancarlo Cortesi, Carlo Foschi, Pier Luigi Modesti, Gabriella Boccardo, Piera Degli Esposti, Francesco D'Adda, Aldo Vasco, Emilio Marchesini, Giuliana Rivera, Giorgio Sammartino, Federico Scrobogna, Sergio Fiorentini, Bruno Bertocci, Fernando Cerulli, Mario Del Vago, Jimmy il Fenomeno, Gino Pagnani, Imma Piro, Franca Scagnetti    
location: Italia
voto: 8

Appena 3 anni dopo avere diretto Il medico della mutua, pamphlet contro il marcio della sanità in chiave di commedia, Luigi Zampa torna sullo stesso tema con un film sulfureo, durissimo, un atto d'accusa implacabile contro l'immoralità e l'avidità che si nascondono sotto i camici bianchi (non tutti, ovviamente, come tiene a precisare la didascalia finale che chiama in causa il dottor Schweitzer). Campione dell'opportunismo a due facce, una da filantropo disinteressato impegnato nel servizio pubblico, l'altra da bieco calcolatore di parcelle milionarie a carico di pazienti che necessitano di operazioni urgenti da effettuarsi presso la sua clinica privata romana, il professor Daniele Vallotti (Ferzetti) specula sulla salute dei malati fino alla morte (loro), è al soldo dell'industria farmaceutica e si circonda di uno stuolo di lacchè incapaci e adoranti finché serve. Fa eccezione il solo dottor Giordani (Salerno), medico all'apparenza cinico con l'attitudine ad alzare il gomito, ma che annota scrupolosamente tutte le magagne covate in quell'ambiente. È su di lui che si indirizzeranno i sospetti del professor Vallotti in merito alle lettere anonime che ne minano sempre di più la serenità.
Uno dei capolavori di Zampa (insieme a Ladro lui, ladra lei e Anni ruggenti), che regge benissimo l'usura del tempo (era un'epoca talmente lontana che i medici fumavano persino in sala operatoria e le infermiere in abito da suora erano tutte bellissime, unico neo di credibilità del film congiuntamente alla breve divagazione da fotoromanzo nella casta scena d'amore tra Senta Berger ed Enrico Maria Salerno, straordinario come sempre), ci mostra l'efferatezza di comportamenti perpetrati al solo scopo di lucro: pazienti operati come fossero alla catena di montaggio, uccisi per reciproche rivalse, affossati economicamente da richieste insostenibili. Un film da vedere e rivedere, alla luce del fatto che, all'epoca, uno stato sociale quanto meno esisteva…

giovedì 16 aprile 2015

Mia madre

anno: 2015       
regia: MORETTI, NANNI
genere: drammatico
con Margherita Buy, John Turturro, Giulia Lazzarini, Nanni Moretti, Beatrice Mancini, Stefano Abbati, Enrico Ianniello, Anna Bellato, Toni Laudadio, Lorenzo Gioielli, Pietro Ragusa, Tatiana Lepore, Monica Samassa, Vanessa Scalera, Davide Iacopini, Rossana Mortara, Antonio Zavatteri, Camilla Semino Favro, Renato Scarpa, Francesco Brandi, Gianluca Gobbi
location: Italia
voto: 5

Il cinema come terapia: dalle nevrosi giovanili, passando per le confessioni schiettamente autobiografiche di Caro diario e Aprile per poi approdare alle paure per la vita del figlio (La stanza del figlio) e a quelle dell'identità politica del Paese (Il caimano) fino a trovare nell'alter ego di Michel Piccoli e Margherita Buy la sponda ideale per raccontare il proprio senso di inadeguatezza e la difficile elaborazione del lutto della madre nonché la difficoltà a vestire i panni di regista. È questo - in maniera sempre più dichiarata - il cinema di Nanni Moretti, un cinema condito dai luoghi caratteristici della sua poetica: la canzone cantata in macchina, il balletto improvvisato, la torta, le conversazioni a tavola, l'idiosincrasia nei confronti della retorica e dei luoghi comuni. Ma è un cinema ormai inteccherito e allo stesso tempo disincantato e malinconico, che ha perso la sua virulenza caustica, la sua capacità di far ridere amaramente o di disseminare dubbi inaspettati. In Mia madre tutto ruota intorno all'alter ego di Moretti, una Margherita Buy raramente vista così a disagio e costretta ad assumere anche i cliché del regista romano, la sua attitudine che da autoironica si è fatta autodissacratoria, forse nel nome di uno sui "duecento schemi" che l'autore vorrebbe abbattere in sé stesso. Nel dodicesimo lungometraggio di finzione di Moretti, Margherita (che conserva il suo nome) è una regista che sta girando un film su una fabbrica che, prossima alla chiusura, sta per essere rilevata da un americano disposto a salvarla a condizione di un ritocco ai salari e alle risorse umane. Il ruolo del nuovo proprietario spetta a un attore cialtrone, mitomane e smemorato (Turturro) col quale la donna ha un rapporto difficile, che si va a sommare a quello con il compagno dal quale si è da poco allontanata (Ianniello). Se l'anima autobiografica relativa alle responsabilità del regista si estrinsecano, in questo processo di cinema terapeutico che scava nell'inconscio con improvvisi scarti temporali e movimenti emozionali spiazzanti, in questo ennesimo film nel film (dopo Sogni d'oro, Aprile e Il caimano), quella privata trova ampio spazio nell'accudimento che la regista e il fratello Giovanni (lo stesso Moretti), che si licenzia appositamente, cercano di dare alla madre morente (Lazzarini), lutto che l'autore di Ecce bombo visse nel 2010. Entrambe le nervature del film - quella professionale e quella intima, familiare - nonostante il sincero travaso autobiografico, lasciano un'impressione di incompiutezza, di virata verso toni sempre più saturnini (sottolineati dalla colonna sonora di dolorosa bellezza composta in gran parte dai brani eterei e rarefatti di Arvo Pärt), di un cinema sempre più ombelicale che si mette davvero troppo "accanto al personaggio" (come predica continuamente la protagonista senza sapere neppure esattamente cosa significhi), di una di una stasi creativa che i cinefili si augurano possa interrompersi il prima possibile, pena il rischio che dopo le opere sull'elaborazione dei lutti del figlio e della madre possano arrivare anche quelli del prozio e della tata.    

domenica 31 agosto 2014

Blindness - Cecità

anno: 2008       
regia: MEIRELLES, FERNANDO  
genere: fantascienza  
con Julianne Moore, Mark Ruffalo, Alice Braga, Yûsuke Iseya, Jason Bermingham, Eduardo Semerjian, Don McKellar, Ciça Meirelles, Antônio Fragoso, Lilian Blanc, Douglas Silva, Daniel Zettel, Yoshino Kimura, Joe Pingue, Susan Coyne, Fabiana Gugli, Mitchell Nye, Danny Glover, Joe Cobden, Mpho Koaho, Sari Friedland, Gael García Bernal, Tom Melissis, Tracy Wright, Amanda Hiebert, Jorge Molina, Patrick Garrow, Gerry Mendicino, Matt Gordon, Sandra Oh, Anthero Montenegro, Fernando Patau, Otávio Martins, João Velho, Marvin Karon, Joseph Motiki, Johnny Goltz, Robert Bidaman, Niv Fichman, Oscar Hsu, Martha Burns, Scott Anderson, Michael Mahonen, Joris Jarsky, Billy Otis, Maury Chaykin, LinLyn Lue, Toni Ellwand, Mariah Inger, Nadia Litz, Isai Rivera Blas, Rick Demas, Kelly Fiddick, Matt Fitzgerald, Mike G. Yohannes, Norman Owen, Jackie Brown, Victoria Fodor, Agi Gallus, Bathsheba Garnett, Alice Poon, Plínio Soares, Rodrigo Arijon, Mel Ciocolato, Heraldo Firmino, Carol Hubner, Fernando Macário, Eduardo Parisi, Rodrigo Pessin, Domingos Antonio, Barnie, Jim  
location: Brasile, Canada, Giappone
voto: 5  

Impresa difficilissima quella di portare sul grande schermo la distopia dirompente e crudele dell'opera più nota del Nobel Saramago. Ci ha provato Fernando Meirelles, già apprezzato regista di The constant gardener, che ha cercato la quadratura del cerchio tra aderenza quasi pedissequa al testo originale e audacia della messa in scena. Ma è proprio questa impossibilità di gettare il cuore oltre l'ostacolo che fa sembrare Blindness una banalizzazione, fin troppo addomesticata, quasi una volgarizzazione del romanzo originale. La storia è quella di un'improvvisa epidemia di cecità che parte da un ragazzo di origini nipponiche che, in una città senza nome, perde la vista mentre è alla guida della sua auto. Dopo di lui, dall'oculista (Ruffalo) a moltissime altre persone, quella che sembra essere un'epidemia si diffonde al punto che le autorità decidono di confinare i ciechi in un nosocomio nel quale si è infiltrata un'unica persona vedente, la moglie dell'oculista (Moore). Qui l'igiene è un optional, i bagni vengono ridotti a latrine, i viveri ben presto cominciano a scarseggiare e le diverse camerate diventano in breve tempo altrettante fazioni che si danno battaglia per le pochissime risorse rimaste. L'aspetto più brutale del libro, quello che viene raccontato con dovizia di particolari e che, tra le tante nefandezze, costringe le donne a prostituirsi, nel film si risolve in poche note che non rendono altrettanto palpabile la bestialità degli individui ridotti in quelle condizioni.
Meirelles traduce dunque il testo di Saramago in un bigino che non emoziona né colpisce, quasi del tutto spogliato dal senso metaforico del romanzo (l'obbedienza cieca all'autorità che riduce gli uomini in bestie), riuscendo tuttavia a dare il meglio nella rappresentazione della cecità attraverso una fotografia sovraesposta e ad altissimo contrasto, diluita in una bianco lattiginoso e impreziosita da un uso raffinato dei fuori fuoco nonché da una scenografia che riesce a tradurre in maniera mirabile il paesaggio urbano devastato e trasformato in un'enorme cloaca.    

sabato 5 aprile 2014

La strada verso casa

anno: 2011       
regia: CASSARO, GIUSEPPE  
genere: drammatico  
con Giorgio Colangeli, Alessandro Malverti, Roberta Caronia, Cecilia Albertini, Maria Teresa Bax, Massimo Triggiani, Rita Montes  
location: Italia
voto: 4

Ospedali, frustrazioni, sogni infranti, malattie, persone che non tornano indietro o che non si svegliano dal coma: è questo lo scenario che accomuna le tre storie, apparentemente slegate tra loro, di Antonio (Colangeli), Michelangelo (Marverti) e Giulia (Caronia). Antonio dirige una fabbrica ma è costantemente costretto a sorvegliare una moglie (Bax) che, dall'improvvisa morte della loro figlia, farnetica e fa cose strane. Michelangelo vorrebbe fare lo scrittore, ma le precarie condizioni economiche con cui deve tirare avanti insieme alla madre e alla sorella con cui vive lo costringono ad accettare un posto in fabbrica. Infine Giulia ha partorito appena due giorni dopo che suo marito ha avuto un incidente che lo ha mandato in coma e vive in pianta stabile in ospedale, occupandosi più di lui che della neonata.
La strada verso casa, destinato all'oblio fin dal titolo, è una di quelle opere cinematografiche che infastidiscono per il loro programmatico intento di connotarsi come cinema d'autore ricorrendo ai soliti trucchetti: atmosfere dilatate, musiche rarefatte, sospensioni temporali, facce tristi, silenzi protratti, temi scomodi. Ma nel film tratto dal soggetto di Samuele Rossi tutto sa di eccessivamente scritto, di artificiale, e soltanto la determinazione del personaggio di Giulia nell'amare e assistere il marito in coma riesce ad essere davvero commovente.     

domenica 25 agosto 2013

The Impossible

anno: 2012   
regia: BAYONA, JUAN ANTONIO 
genere: dramma catastrofico 
con Naomi Watts, Ewan McGregor, Tom Holland, Samuel Joslin, Oaklee Pendergast, Marta Etura, Sönke Möhring, Geraldine Chaplin, Ploy Jindachote, Jomjaoi Sae-Limh, Johan Sundberg, Jan Roland Sundberg, La-Orng Thongruang, Tor Klathaley, Douglas Johansson, Emilio Riccardi, Vorarat Jutakeo, Karun Konsaman, Nicola Harrison, John Albasiny, Gitte Witt, Bruce Blain, Celicia Arnold, Peter Tuinstra, Esther Davis, Dominic Power, Sarinrat Thomas, Oak Keerati, Wipawee Charoenpura, Laura Power, Kowit Wattanakul, Zoe Popham, Danai Thiengdham, Ronnie Eide, Bonnie Jo Hutchinson, Jean-Loup Pilblad, Frank Gun, Giovani Agresti, Georgina L. Baert, David Bruce, Natalie Lorence, Sverre Golten, Clare Louise Plunkett, Raphaël Dewaerseghers, Pisamai Pakdeevijit, Aratchporn Satead, Jakapong Srichaem, Simon Blyberg, Christopher Alan Byrd, Namfon Pakdee, Georgina Winters, Dina Kiseleva, Tan Demir, Krittanai Youngtrakull, Takashi Hasegawa, Kristen Mandel, Sam Holland, Harry Holland, Mara García García 
location: Thailandia
voto: 5,5

Chissà cosa ci deve essere di nascosto nella biografia personale di Juan Antonio Bayona da indurlo a preoccuparsi tanto della condizione degli orfani. Perché se nel precedente, scadentissimo The Orphanage l'orfanotrofio era lo scenario agghiacciante di una catena di misteri, qui i tre ragazzini americani in vacanza con i propri genitori presso un resort thailandese sfiorano spessissimo la stessa condizione. È il dicembre del 2004 e dal mare arriva lo tsunami che spazzò via interi villaggi. Mamma Maria (Watts) riesce a mettersi in salvo col figlio più grande (Holland), papà Henry (McGregor) si prende fortunosamente cura degli altri due. Comincia allora il calvario per ritrovarsi, senza nemmeno sapere se il resto della famiglia sia rimasto vivo oppure no.
Se la prima mezz'ora appassiona per tensione ed effetti speciali perfettamente riusciti nel ricostruire il disastro, il resto del film è pura pornografia del dolore che gira tutta intorno alla lacrimevole impresa della ricerca, tra barelle di fortuna, stanze di ospedale apparecchiate alla bell'e meglio, corpi maciullati, insopportabile retorica sui valori della famiglia. E tutto si stempera nel più prevedibile dei finali che, ci avvertono le didascalie, è tratto da una storia vera.    

domenica 26 febbraio 2012

Paradiso amaro (The Descendants)

anno: 2012       
regia: PAYNE, ALEXANDER 
genere: commedia 
con George Clooney, Shailene Woodley, Amara Miller, Nick Krause, Patricia Hastie, Grace A. Cruz, Kim Gennaula, Karen Kuioka Hironaga, Carmen Kaichi, Kaui Hart Hemmings, Beau Bridges, Matt Corboy, Matt Esecson, Michael Ontkean, Stanton Johnston, Jon McManus, Hugh Foster, Tiare R. Finney, Tom McTigue, Milt Kogan, Mary Birdsong, Rob Huebel, Laird John Hamilton, Aileen 'Boo' Arnold, Esther Kang, Melissa Kim, Robert Forster, Barbara L. Southern, Celia Kenney, Matthew Reese, Zoel Turnbull, Matthew Lillard, Judy Greer, Linda Rose Herman, Scott Michael Morgan, Darryl K. Gonzales, Koko Kanealii, Romey 'Keola' Yokotake 
location: Usa
voto: 5,5

Lo schema dei film di Alexander Payne è sempre lo stesso: che si tratti della morte improvvisa della moglie (come in A proposito di Schmidt), dell'addio al celibato (come in Sideways) o di un incidente occorso alla moglie in occasione di uno sport estremo, come in questo Paradiso amaro, c'è sempre qualcosa che fa da innesco al tema del viaggio. Che è ovviamente un viaggio anche e soprattutto metaforico, alla ricerca di se stessi.
Matt King (Clooney), che vive alle Hawaii e ha ereditato dal bisnonno un'enorme fetta di quella terra, è sempre stato un marito assente, occupato soltanto ad accumulare quattrini. In occasione dell'incidente della moglie (Hastie), che ha dato disposizioni di staccare la spina in caso di coma irreversibile, si ritrova a dover governare la piccola Scottie (Miller) e la diciassettenne Alex (Woodley), le quali non gli riconoscono alcuna autorità paterna. Con le due e uno strambo amichetto di Alex al seguito, Matt, dopo aver appreso di essere stato tradito dalla moglie che avrebbe addirittura voluto lasciarlo per un altro uomo, si mette in viaggio alla ricerca di quest'ultimo: sarà l'occasione per fare i conti con se stesso e rivedere anche la sue scelte finanziarie.
In equilibrio tra melodramma familiare e commedia, il film di Payne riesce di gran lunga meglio in questa seconda dimensione. Situazioni ai limiti del grottesco e battute spiritose non mancano, ma l'insieme è davvero poco consistente anche per una sola nomination all'oscar. Fatto sta che il film si è assicurato la statuetta per la miglior sceneggiatura non originale.    

lunedì 8 marzo 2010

Shutter Island

anno: 2010       
regia: SCORSESE, MARTIN
genere: thriller
con Leonardo DiCaprio, Mark Ruffalo, Ben Kingsley, Max von Sydow, Michelle Williams, Emily Mortimer, Patricia Clarkson, Jackie Earle Haley, Ted Levine, John Carroll Lynch, Elias Koteas, Robin Bartlett, Christopher Denham, Nellie Sciutto, Joseph Sikora, Curtiss Cook, Raymond Anthony Thomas, Joseph McKenna, Ruby Jerins, Tom Kemp, Bates Wilder, Lars Gerhard, Matthew Cowles, Jill Larson, Ziad Akl, Dennis Lynch, John Porell, Drew Beasley, Joseph P. Reidy, Bree Elrod, Thomas B. Duffy, Ken Cheeseman, Steve Witting, Michael E. Chapman, Keith Fluker, Darryl Wooten, Michael Byron, Gary Galone, Gabriel Hansen 
location: Usa
voto: 5,5


Nel 1954 l'ispettore di polizia Teddy Damiels (DiCaprio) e il suo dioscuro Chuck Hole (Ruffalo) approdano in un'isola al largo di Boston dove c'è un manicomio criminale di massima sicurezza. I due sono lì perché una detenuta è scappata ma Teddy - che è ossessionato dalla tragica morte della moglie - comincia a sospettare che nell'isola si facciano mostruosi esperimenti di eugenetica sulla pelle degli internati. La sua è solo immaginazione?
Tratto dal romanzo "L'isola della paura" di Dennis Lehane (che al cinema aveva già dato Mystic river e Gone baby gone), Shutter island è il film più sofferto e controverso della carriera di Martin Scorsese, tanto è vero che il regista italoamericano ne ha rimandato l'uscita per sette mesi. Montato, smontato e rimontato a causa della complessità dell'intreccio - costruito, alla stregua de L'ultima tentazione di Cristo, sullo spunto narrativo della doppia verità, fino al role playing finale - il film è un thriller psicologico estremamente cerebrale, girato magnificamente e interpretato superbamente, al quale manca tuttavia l'ingrediente essenziale del genere: la suspense. Frotte di topi che escono da una caverna, rievocazioni delle atrocità nazista a Dachau e facce segnate dalla ferocia della follia non sono che espedienti minimi per alzare il tasso di ripugnanza senza mai riuscire ad accendere quello dell'apprensione.    

lunedì 21 settembre 2009

Lo spazio bianco

anno: 2009       
regia: COMENCINI, FRANCESCA   
genere: drammatico   
con Margherita Buy, Gaetano Bruno, Giovanni Ludeno, Antonia Truppo, Guido Caprino, Salvatore Cantalupo, Maria Paiato, Anna Gigante    
location: Italia
voto: 5   

Lo spazio bianco del titolo è quello asettico di una stanza d'ospedale dove Irene, nata prematura a soli 6 mesi, vive attaccata a un'incubatrice. A vegliarla ogni giorno c'è Maria (Buy), insegnante ultraquarantenne in una scuola serale partenopea, che ha riempito lo spazio bianco della sua vita con relazioni precarie, solitudine, qualche buona amicizia, e che adesso si trova davanti alla difficile scelta di una maternità da condurre senza l'aiuto di un partner e in età avanzata.
Film difficile e ambizioso, Lo spazio bianco gravita intorno ai temi della rinuncia e dell'attesa. Intorno alla protagonista si muovono personaggi che hanno rinunciato alla libertà personale (la donna magistrato), alla cultura (gli alunni tardivi), alla giovinezza (le ragazze madri), e che sono tutti in attesa di qualcosa: del momento di una sigaretta, di un diploma scolastico, di un futuro felice. Servita dall'impeccabile fotografia di Luca Bigazzi, che riprende una Napoli insolita, Francesca Comencini cerca una via molto personale al racconto sulla maternità, perdendosi in qualche deriva narrativa, qualche personaggio sbiadito, qualche eccesso visionario (la stonatissima scena del balletto delle madri), firmando così un'opera le cui ambizioni superano di gran lunga il risultato ma in cui Margherita Buy, con un'interpretazione vibrante e commovente, da sola vale il prezzo del biglietto.    

lunedì 5 marzo 2007

Uno su due

anno: 2007   
regia: CAPPUCCIO, EUGENIO
genere: drammatico
con Fabio Volo, Anita Caprioli, Ninetto Davoli, Giuseppe Battiston, Tresy Taddei, Agostina Belli, Paola Rota, Francesco Crescimone, Pino Calabrese, Luca Martella, Francesco Cerasi, Alberto Basaluzzo, Paola Cerimele, Enrico D'Aureli, Emanuela Spartà, Barbara Corradini, Iryna Salukha, Sara Bagnetti, Maurizio Pompella, Daniele Cascella, Nicoletta Zuccheri, Orfeo Orlando, Sandra Mirkovic, Domenico Lannuti, Alessandra Cortesi, Massimo Molea, Guido Massarelli, Paola Lavini, Valter Corelli, Gionata Corridoni, Rachele Ghersi, Edoardo Ribatto, Giampiero Rappa, Alice Visconti
location: Italia
voto: 8

Lorenzo Maggi (Volo) è un avvocato di Genova che ha largamente superato la trentina, edonista, arrogante, ambizioso e superficiale. Un giorno sviene all'improvviso. Lo ricoverano in ospedale dove deve dividere la stanza con Giovanni (Davoli), un camionista romano chiacchierone e socievole. Dapprima diffidente, Lorenzo rompe il ghiaccio con Giovanni, ne apprende la vicenda personale e, una volta dimesso dall'ospedale in attesa dei risultati della biopsia, decide di partire per l'Umbria alla ricerca della figlia (Taddei) che Giovanni non vede da tempo e che è all'oscuro di tutto.
Dopo le prove incerte de Il caricatore (osannato comunque dalla critica) e Volevo solo dormirle addosso, Eugenio Cappuccio rivela un autentico talento autoriale con un film sussurrato, agrodolce, totalmente privo di retorica, giocato su un registro a mezzi toni che fa da sponda al tema della sofferenza e al centro del quale troviamo ancora una volta un giovane rampante. Senza alcun escamotage didascalico, Uno su due restituisce tangibilmente la sensazione del logorio interiore che vive chi si trova di fronte alla minaccia di un cancro. Il resto della qualità, sbiadita solo da qualche scena strappalacrime, lo fanno gli attori: un Fabio Volo che dopo Casomai, La Febbre e Manuale d'amore 2 conferma misura nella recitazione e capacità espressive. Ma anche i comprimari sono superlativi: Anita Caprioli, in una parte tutto sommato marginale; Giuseppe Battiston, caratterista di prima grandezza; Francesco Crescimone nel ruolo del "professore" e un Ninetto Davoli capace di una prova dolente, sorniona, ispiratissima, e molto lontana da quei personaggi allegri interpretati per Citti e Pisolini. All'attore romano è stato giustamente assegnato il "Premio Lara" come miglior interprete italiano di tutte le sezioni della prima edizione della Festa Internazionale di Roma.    

venerdì 9 febbraio 2007

Il fischio al naso

anno: 1967       
regia: TOGNAZZI, UGO  
genere: grottesco  
con Ugo Tognazzi, Olga Villi, Alicia Brandet, Tina Louise, Franca Bettoja, Gigi Ballista, Gildo Tognazzi, Marco Ferreri, Riccardo Garrone, Alessandro Quasimodo, Max Turilli, Federico Boido, Cristina D'Avanzo, Cesare Gelli, Jeanine Reynaud, Luigi Leoni, Alessandro Da Venezia, Renzo Tarabusi, Mario De Simone, Rossella Bergamonti, Renato Nicolai, Federico Valli, Ermelinda De Felice, Anna Maria Aveta, George Wallis, Genny Folchi, Giulio Scarnicci    
location: Italia
voto: 2  

Un industriale della carta (Tognazzi) entra in clinica per un piccolo disturbo: un fischio al naso che non gli dà tregua. Tra controlli, cambi di reparto, approfondimenti diagnostici e analisi, non ne uscirà più.
Apologo kafkiano sul pachidermismo del sistema sanitario tratto da Dino Buzzati, il film diretto da Tognazzi adotta un registro grottesco, algido, straniato. Tanto le istanze polemiche quanto quelle stilistiche, chiaramente ispirate al cinema di Ferreri (che compare in una piccola parte) si stemperano sotto una regia sciatta e piatta che dimostrano quanto Tognazzi, qui alla seconda prova da regista dopo Il mantenuto, dietro la macchina da presa non ci sapesse proprio fare. Insopportabili le musiche di Teo Usuelli e imbarazzante la canzoncina La conta che accompagna l'intero film.    

venerdì 29 luglio 2005

La sposa turca (Gegen die wand)

anno: 2004   
regia: AKIN, FATIH
genere: drammatico
con Birol Unel, Sibel Kekilli, Catrin Striebeck, Guven Kyrac, Meltem Cumbul, Hermann Lause, Cem Akin, Demir Gokgol, Aysel Iscan, Stefan Gebelhoff, Adam Bousdoukos, Ralph Misske, Mehmet Kurtulus, Monique Akin, Philipp Baltus, Francesco Fiannaca, Orhan Guner, Tim Seyfi, Andreas Thiel
location: Germania, Turchia
voto: 6


Sibel e Cahit sono ambedue turchi e si conoscono in una clinica psichiatrica di Amburgo: entrambi sono scampati al suicidio. Sibet chiede a Cahit di sposarla: soltanto così riuscirà ad evadere dalle regole anguste e ferree che la famiglia musulmana le impone. Cahit dapprima non ne vuole sapere, quindi accondiscende alla messinscena dove i patti sono chiari: nessun obbligo coniugale per i due. Il problema è che Sibet è irrequieta e che Cahit si innamora di lei: per tutelarla dalle ingiurie dell'ennesimo seduttore, arriva a un gesto violento che gli costa il carcere. Una volta fuori dalla galera, Cahit non ha altro desiderio che quello di rifarsi una vita con Sibel: la raggiunge a Istanbul - dove lei nel frattempo si è sposata ed ha avuto una figlia - e fuggono via insieme alla piccola.
Il tema del contatto tra culture, del fondamentalismo religioso e il registro "maledetto" della trama devono avere impressionato molto la giuria di Berlino, che infatti ha conferito al film il massimo alloro. Onore forse eccessivo per un film che spinge moltissimo sul pedale dell'esagerazione, che esce spesso dal perimetro di un credibile realismo e riecheggia molte altre storie maledette a sfondo sentimentale (l'impronta fassbinderiana è visibile) con la sola aggiunta del tema del multiculturalismo.