Visualizzazione post con etichetta arte. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta arte. Mostra tutti i post

martedì 30 aprile 2019

Opera senza autore (Werk ohne Autor)

anno: 2018   
regia: HENCKEL VON DONNERSMARCK, FLORIAN    
genere: thriller    
con Tom Schilling, Paula Beer, Sebastian Koch, Saskia Rosendahl, Oliver Masucci    
location: Germania
voto: 6,5    

A 11 anni dal pluripremiato capolavoro Le vite degli altri e a 8 dal fiasco clamoroso di The Tourist, Florian Henckel Von Donnersmarck torna dietro la macchina da presa con un melodrammone degno di Matarazzo, nel quale convergono ancora una volta gli spettri del passato nazista della Germania, la difficile epoca della DDR e una riflessione piuttosto magniloquente sull'arte visiva. Al centro del fluviale racconto (3 ore e 10 di durata) c'è il giovane pittore idealista Kurt (Schilling), che dopo essersi visto portar via   l'amatissima zia (rinchiusa in un ospedale psichiatrico) quando era ancora un bambino, ritrova nel suo percorso biografico lo stesso medico delle SS (Koch) - un ginecologo opportunista, classista e sostenitore dell'eugenetica - che aveva deciso l'internamento della congiunta. Caso vuole che il ragazzo si innamori proprio della figlia del medico (Beer), straordinariamente somigliante alla zia. Ma l'ex nazista fa di tutto per ostacolare il rapporto tra i due giovani amanti. I quali, poco prima della costruzione del muro di Berlino (1961) riusciranno a varcare la frontiera e a trasferirsi a Düsseldorf, mentre in Germania si continuano a cercare gli ex criminali nazisti…
Alla sua opera terza, il regista tedesco ancora una volta si preoccupa assai più del plot narrativo che non dell'estetica filmica, al punto da rischiare di tenere involontariamente fede al titolo del film. Tanto è vero che - nonostante la sottotrama spionistica e qualche interessante riflessione sul senso dell'arte contemporanea - la regia sembra dimenticare un'idea minima di forma: Opera senza autore offre un cinema di livello quasi amatoriale, servito da attori che paiono recitare in uno sceneggiato televisivo, compreso il divo Sebastian Koch.    

venerdì 4 gennaio 2019

Quiproquo

anno: 2011   
regia: SGARBI, ELISABETTA    
genere: documentario    
con Eugenio Lio, Franco Battiato, Nicoletta Braschi, Umberto Eco, Andrea Renzi, Rossana Rossanda, Ludovico Corrao, Vittorio Sgarbi, Achille Bonito Oliva, Angelo Guglielmi, Nanni Balestrini, Enrico Ghezzi, Ottavio Alfieri, Angelo Curti, Angelo Davoli, Giuseppe Ducrot, Carmelo Giallo, Enrico Ianniello, Cesare Inzerillo, Giovanni Iudice, Tony Laudadio, Giovanni Pratesi, Pino Roveredo, Luciano Saltarelli, Etta Scollo, Luigi Serafini, Velasco Vitali, Tommaso Zaghini, Maurizio Giberti, Anna Oliviero    
location: Italia
voto: 6,5    

Che cos'è l'avanguardia? Ha senso parlare ancora di avanguardia, nel campo artistico ma non solo? Tra risposte esilaranti (da quella del villeggiante che lamenta il fatto di essere infastidito da ragazzi che schiamazzano, esibendo una competenza del tutto assente sul termine, alla cantante neomelodica per la quale l'avanguardia - date le ultime 7 lettere - sarebbe la polizia) e pareri ultracompetenti, Eugenio Lio, sotto la direzione di Elisabetta Sgarbi, se ne va in giro per l'Italia a porre la stessa domanda a chiunque (beh, non proprio chiunque…) gli capiti a tiro: dagli operai che raccontano la metamorfosi di una condizione di classe a Umberto Eco (utilissima la distinzione tra avanguardia e sperimentalismo), fino agli esponenti teatrali di Falso Movimento, a Franco Battiato che come sempre si supera nel riuscire a dire cose del tutto insensate, a Vittorio Sgarbi (fratello della regista) - per il quale dal 1300 in avanti le avanguardie si sono sempre e solo manifestate nel primo ventennio di ogni secolo, e giù a sciorinare date puntualissime. E poi Rossana Rossanda, Achille Bonito Oliva e la sua transavangurdia, Angelo Guglielmi, Nanni Balestrini, Enrico Ghezzi (altro maestro indiscusso del nonsense: il suo intervento di puro vuoto pneumatico vare l'intero film), Giuseppe Ducrot, Cesare Inzerillo e tanti altri ancora. Se cinematograficamente il documentario non va oltre il linguaggio del prodotto televisivo di buon livello, tutt'altro che scontate sono le riflessioni accumulate e la dialettica - sempre garbatissima - tra l'intervistatore e i suoi intervistati. La sintesi potrebbe essere che l'avanguardia è necessariamente un fenomeno transeunte: chi è capace di lanciare lo sguardo oltre il visibile (in qualunque campo artistico si esprima, gastronomia compresa) di una determinata epoca storica, se lascia segni tangibili è destinato a diventare un classico e, successivamente, tradizione. Negli anni settanta Philip Glass era considerato un musicista d'avanguardia. Oggi, negli scaffali dei negozi, la sua musica la trovi nella classica.    

venerdì 15 giugno 2018

My Italy

anno: 2017       
regia: COLELLA, BRUNO    
genere: grottesco    
con Krzysztof Bednarski, Thorsten Kirchhoff, Mark Kostabi, H.H. Lim, Marco Tornese, Bruno Colella, Lina Sastri, Piera Degli Esposti, Jerzy Stuhr, Serena Grandi, Maciej Robakiewicz, Rocco Papaleo, Nino Frassica, Enzo Gragnaniello, Nicola Vorelli, Sebastiano Somma, Eugenio Bennato, Alessandro Haber, Tony Esposito, Edoardo Bennato, Pietra Montecorvino, Remo Remotti, Luisa Ranieri, Rino Barillari, Enzo Aisler, Claude Pommier, Francesca Tasini, Judith Freiha, Leonardo Lacaria, Giovanni Allocca, Alessandra Bonarota, Sonia Totaro, Giancarlo Bizzarri, Achille Bonito Oliva    
location: Francia, Italia, Polonia, Usa
voto: 4,5    

Non è un documentario, non è un noir, non è un dramma, non è un film erotico, non è la solita commedia, annuncia il trailer. E c'è da dargli assolutamente ragione, perché My Italy è l'ennesima opera simpaticamente senza capo né coda di Bruno Colella, autore apolide del cinema italiano, capace di passare dall'erotismo di Amami - che assembla Flavio Bucci con Moana Pozzi - a Ladri di barzellette, senza mai prendersi minimamente sul serio e anzi mostrando un'autoironia che soltanto i napoletani hanno in misura tanto accentuata. Una capacità di prendersi in giro che si fa manifesta nel finale, quando amici e ospiti del lungometraggio a vario titolo fanno la coda per entrare alla Casa del Cinema di Villa Borghese, a Roma, per assistere alla prima del film, ricevendo domande su una trama del tutto inesistente. Metacinema, verrebbe da dire, con il regista e il suo assistente Marco Tornese che se ne vanno in giro per l'Italia cercando di rastrellare finanziamenti per un film sugli artisti contemporanei innamorati dell'Italia. Quattro artisti eccentrici come il polacco Krzysztof Bednarski (specializzato in statue cimiteriali), il danese Thorsten Kirchhoff, che ha realizzato un bagno alla Certosa di Padula, l'americano Mark Kostabi - venditore d'arte porta a porta e à la page con i suoi acquirenti, che gli garantiscono vitto a vita. Infine, il malesiano H.H. Lim, alla perenne ricerca di equilibrio e corpi femminili. My Italy si risolve come una docu-fuction sgangherata, un hellzapoppin con molti cammei (imperdibili quelli di Lina Sastri, Piera Degli Esposti, Jerzy Stuhr, Serena Grandi, Rocco Papaleo, Nino Frassica, Alessandro Haber e Remo Remotti) e le chiose puntualissime di Achille Bonito Oliva. Un divertissement scombinato e spiazzante, continuamente giocato su un registro grottesco, ma del tutto refrattario alle regole anche minime della sintassi filmica, un pidgin di linguaggi spesso assemblati fino a creare solo un gran rumore.    

venerdì 23 marzo 2018

Manifesto

anno: 2015       
regia: ROSEFELDT, JULIAN 
genere: documentario 
con Cate Blanchett, Erika Bauer, Ruby Bustamante, Carl Dietrich, Marie Borkowski Foedrowitz, Ea-Ja Kim, Marina Michael, Hannelore Ohlendorf, Ottokar Sachse, Ralf Tempel    
location: Australia, Germania
voto: 4 

Un film da vedere, ma non da ascoltare, questo Manifesto dell'artista Julian Rosefeldt, che si stacca decisamente da qualsiasi altro prodotto visibile al cinema per via di uno sperimentalismo che ne fa un'opera del tutto apolide tra i generi, completamente inclassificabile. Il Manifesto del titolo fa riferimento ai manifesti artistici (situazionismo, futurismo, architettura, espressionismo astratto, creazionismo, costruttivismo, dadaismo, surrealismo, fluxus, arte concettuale) e politici del XX secolo, uniti a quelli di registi come Brakhage, Von Trier, Jarmusch ed Herzog. A interpretare senza soluzione di continuità i dodici personaggi che rappresentano altrettanti manifesti c'è Cate Blanchett, attrice straordinaria che qui dà una prova di versatilità del tutto fuori dal comune. Se l'opera - caso più unico che raro di prodotto cinematografico su commissione (a volerlo è stato l'Australian Centre for the Moving Image) - affascina sul piano visivo, proponendo alcuni degli stessi materiali del regista/artista stesso in forma di installazioni, è la voce fuori campo, quasi sempre uguale a sé stessa - a disturbare e a rendere troppo cerebrale, persino respingente, un'opera poco o per niente cinematografica, riuscita soltanto a metà.    

sabato 10 marzo 2018

The Square

anno: 2017   
regia: OSTLUND, RUBEN  
genere: grottesco  
con Claes Bang, Elisabeth Moss, Dominic West, Terry Notary, Christopher Læssø, Marina Schiptjenko, Linda Anborg, Emelie Beckius, Denise Wessman, Jan Lindwall, John Nordling, Elijandro Edouard, Daniel Hallberg, Martin Sööder    
location: Svezia
voto: 9  

Il quadrato del titolo è un'installazione che dovrebbe essere il maggior elemento di richiamo di una galleria di arte contemporanea di Stoccolma, un'opera che mira a rievocare i concetti di empatia e solidarietà. Ma le cose nella civilissima Svezia sembrano andare ben diversamente, come dimostra l'avventura capitata al direttore del museo (Bang), derubato di portafoglio e cellulare con una messinscena in una strada affollata dove la gente manifesta un atteggiamento talmente blasé come nemmeno Simmel avrebbe potuto immaginare. L'uomo reagisce con una minaccia indirizzata a tutti i residenti del palazzo dove il gps ha localizzato lo smartphone, con conseguenze inattese.
Vincitore della Palma d'oro a Cannes, The square ribadisce il talento di Ruben Östlund (Forza maggiore), con un apologo densissimo sul rapporto tra apparenza e realtà, ribalta e retroscena, sul senso dell'arte contemporanea, mostrandoci - con un registro perennemente sintonizzato sul grottesco - gli aspetti parossistici dell'arte, qui veicolo fraudolento di disuguaglianze sociali e messa alla berlina della borghesia con uno spirito degno di Buñuel. Il film è una sorta di inventario di esperimenti etnometodologici che spiazzano continuamente lo spettatore, una successione di quadri girati con la macchina da presa fissa che di tanto in tanto lascia spazio a invenzioni visive strabilianti, come se la regia, così composta e algida, quasi manierata, volesse palesare il potere dello sguardo che sta nell'occhio di chi dirige. Le due ore e mezza di durata passano in un batter d'occhio tra inquadrature di rara potenza (la ricerca di un appunto in mezzo a centinaia di sacchetti dell'immondizia ripresi dall'alto, con la pioggia) e scene da manuale del cinema, come quella, devastante, in cui un performer artist (Notary) impersona uno scimmione durante una serata di gala, fino alle estreme conseguenze, dando un'impennata al disagio dello spettatore.    

mercoledì 14 dicembre 2016

Il curioso mondo di Hieronymus Bosch (Hieronymus Bosch, Touched by the Devil)

anno: 2016       
regia: BICKERSTAFF, DAVID * GRABSKY, PHIL   
genere: documentario   
con Matteo Ceriana, Gabriele Finaldi, John Hand, Luuk Hoogstede, Matthijs Ilsink, Piva Silva Maroto, Catherine Metzger, Ron Spronk, Julián Zugazagoitia    
location: Olanda, Regno Unito
voto: 5   

Nel 2016, in occasione del cinquecentenario dalla sua scomparsa, la città di 's-Hertogenbosch ha allestito una mostra di un intero anno, chiedendo in prestito ai musei di mezzo mondo i dipinti e i disegni del suo cittadino più illustre, Hyeronimous Bosch, poco meno di una ventina sia gli uni che gli altri. La celebrazione di quell'evento è arrivata anche nelle sale cinematografiche per un paio di giorni con un documentario assai convenzionale in cui l'arte figurativa di quel gigante dell'immaginazione che è stato Bosch viene raccontata attraverso la descrizione delle sue opere. L'artista fiammingo di origini altolocate, vissuto a cavaliere tra il XV e il XVI secolo, scardinò i modelli pittorici della sua epoca con una sventagliata di follia che non si peritava di coinvolgere tematiche religiose. I suoi quadri, che segnano un punto di svolta dell'intera storia dell'arte, sono ricchissimi di dettagli, di scene affollate, di animali, di esseri fantastici, di gufi, di immagini violente e di scherzi percettivi. Se il documentario fornisce una buona sintesi di tanta meraviglia creativa, si rivela invece banale sul piano dell'analisi: i commenti dei tanti esperti (tra i quali il regista britannico Peter Greenaway) aggiungono poco o nulla a quanto potremmo leggere su una qualsiasi pagina di Wikipedia, peraltro in una forma cinematografica nient'affatto accattivante.    

giovedì 15 settembre 2016

La famiglia Fang (The Family Fang)

anno: 2015   
regia: BATEMAN, JASON   
genere: drammatico   
con Nicole Kidman, Jason Bateman, Christopher Walken, Maryann Plunkett, Jason Butler Harner, Kathryn Hahn, Marin Ireland, Michael Chernus, Linda Emond, Josh Pais, Mackenzie Brooke Smith, Grainger Hines, Danny Burstein, Robbie Tann, Taylor Rose, Frank Harts, Gabriel Ebert, Brian J. Carter, Kyle Donnery Buster, Jack McCarthy, Audrey Lynn Weston, Patrick Mitchell, Edward Mitchell, Eugenia Kuzmina    
location: Usa
voto: 6,5   

Fin da quando erano piccoli, Annie (Kidman) e Baxter (Bateman), che i genitori hanno sempre chiamato A e B, hanno dovuto essere complici delle trovate teatrali dell'arte performativa di papà e mamma. Ormai adulti, i due figli si trovano davanti all'enigma della scomparsa dei loro congiunti. Per la polizia si tratta di un duplice omicidio. Dov'è la verità? È l'ennesima messa in scena o un brutale, tragico, paradossale fatto di cronaca nera, uno scherzo del destino che ha voluto prendersi la sua rivincita?
Alla sua prima prova dietro la macchina da presa, Jason Bateman firma un'opera non banale sul parossismo dell'arte, sulla dialettica continua tra arte e vita, verità e finzione e sui confini etici che l'arte stessa rappresenta. Il meccanismo narrativo, che fa leva su una variazione del paradosso di Schrödinger dello stato di vita/morte, è efficace e conferisce al film una sfumatura gialla assai pertinente. A funzionare meno bene è il registro stilistico, che rende palmare l'incertezza tra commedia e melodramma, con dialoghi qualche volta fuori misura.    

sabato 25 aprile 2015

Waste Land - La città dei rifiuti

anno: 2010   
regia: HARLEY, KAREN * WALKER, LUCY   
genere: documentario   
con Vik Muniz   
location: Brasile, Regno Unito, Usa
voto: 6,5   

Alla periferia di Rio de Janeiro c'è Jardim Gramacho, la più grande discarica del mondo. Montagne di rifiuti, miasmi irrespirabili, uccelli da tutte le parti. È lì che lavorano i catadores (da noi, forse, li chiameremmo accattoni), i raccoglitori di tutto ciò che in quelle montagne di immondizia c'è di riciclabile e, quindi, di rivendibile. Ed è a loro che l'artista brasiliano più quotato negli Stati Uniti, Vik Muniz, ha deciso di dedicare il progetto che costituisce l'ossatura di questo documentario: quello di creare opere d'arte gigantesche realizzando dei ritratti dei catadores composti interamente da materiali riciclati. Un progetto che ha l'ambizione di far conoscere al mondo la condizione di queste persone poverissime eppure dignitosissime e, in alcuni casi, persino gioiose, gente che, pur di non cedere alla tentazione della criminalità o a quella della prostituzione, si è letteralmente rimboccata le maniche. Un caso emblematico di come l'arte possa irrompere in maniera costruttiva sul sociale, al quale però non corrisponde una realizzazione filmica altrettanto rilevante: se le immagini girate nella discarica possiedono una potenza strabiliante e se le condizione abitative delle favelas, viste dall'interno, non possono che sembrarci raccapriccianti, sull'intera operazione aleggia un registro piagnucoloso, affettato, con troppe interviste di raccordo che, alla lunga, risultano essere una zavorra ridondante del flusso narrativo.    

martedì 16 dicembre 2014

Musei Vaticani 3D

anno: 2013       
regia: PIANIGIANI, MARCO   
genere: documentario   
con Antonio Paolucci   
location: Città del Vaticano
voto: 4   

Da romano quale sono, è da anni che vivo il senso di colpa per non essere mai tornato a visitare i Musei Vaticani: le file interminabili di turisti che in ogni mese dell'anno sono capaci di sfidare il sole rovente o le alluvioni per guardare i capolavori raccolti in quelle stanze, nonché i sette chilometri di gallerie da percorrere non sono mai state un incentivo. Mi dico: meno male che è arrivato questo film, così mi faccio passare i sensi di colpa con una sola ora sulla poltrona in pelle umana (non può essere di altro materiale, dato il costo quasi proibitivo del biglietto) e gli occhialetti 3D. Quello che ho visto è invece un marchettone sponsorizzato dal Vaticano, nel quale - oltre a una manciata di capolavori (sempre gli stessi) che vanno dal Laocoonte del I secolo d.C. a Dalì passando per il San Girolamo di Leonardo, i quadri di Caravaggio, i dipinti di Giotto, gli affreschi di Raffaello e quelli di Michelangelo nella Cappella Sistina - tocca assistere agli sproloqui pieni di imprecisioni del "professor" Antonio Paolucci (direttore dei musei), a una serie di immagini in chiave new age con un tizio seminudo e lo sguardo da stoccafisso che maneggia scalpelli e sposta polvere intervallate da apoftegmi sull'arte tra i quali si distingue quello di Francis Pope, critico d'arte di fama internazionale noto ai più come Papa Francesco. Di quella panoplia di opere d'arte, non tutte di provenienza lecita (non una parola, ovviamente, su come si spolpa e rapina l'altrui patrimonio artistico per poi riempire la casse vaticane), si vede pochissimo e in modo confuso, in totale assenza di un filo conduttore, con pochi riferimenti storici (la data di inizio dei Musei, il 1506, sotto Giulio II, e quella della loro apertura al pubblico nel XVIII secolo) e un uso talmente spinto del 3D da fare sembrare le pitture bidimensionali degli stupidi ologrammi. Il senso di colpa mi è passato. Gli altri capolavori me li cercherò in rete.    

sabato 14 giugno 2014

Frida

anno: 2002       
regia: TAYMOR, JULIE  
genere: biografico  
con Salma Hayek, Alfred Molina, Antonio Banderas, Valeria Golino, Diego Luna, Mía Maestro, Edward Norton, Alejandro Usigli, Saffron Burrows, Loló Navarro, Roger Rees, Fermín Martínez, Amelia Zapata, Ashley Judd, Roberto Medina, Lila Downs, Martha Claudia Moreno, Maria Ines Pintado, Aida López, Ivana Sejenovich, Diego Espinosa, Ehécatl Chávez, Elliot Goldenthal, Lucia Bravo, Patricia Reyes Spíndola, Didi Conn, Julian Sedgwick, William Raymond, Jorge Guerrero, Mary Luz Palacio, Geoffrey Rush, Margarita Sanz, Omar Chagall, Anthony Alvarez, Enoc Leaño, Karine Plantadit-Bageot, Chavela Vargas, Jorge Zepeda  
location: Francia, Messico, Usa
voto: 4

Biopic di Frida Kahlo (Hayek), la pittrice messicana dalla vita piuttosto agitata e complicata. Costretta per lunghissimo tempo a una degenza coatta a causa degli esiti di un gravissimo incidente che le capitò mentre era a bordo di un autobus, la donna divenne un'autentica icona pop tra gli anni '50 e i '60 del Novecento. Il film, tra moltissime tentazioni da pettegolezzo e sregolatezze agiografiche, si concentra soprattutto sulla tormentata storia d'amore con il muralista Diego Rivera (Molina), celeberrimo artista della sinistra radicale messicana, sulla vita sentimentale esuberante e tormentata della protagonista, sui suoi moltissimi amori, anche omosessuali, sull'amicizia con Tina Modotti (Judd) e Trotskij (Rush), sui viaggi e sulla fama conquistati tra gli Stati Uniti e la Francia.
A una vita tanto ricca e irrequieta corrisponde un'immagine filmica da soap opera, piattissima, tutta tesa a solleticare la curiosità pruriginosa dello spettatore, con squarci onirici a tratti ridicoli che si innestano malamente sul flusso del racconto. La regista Julie Taymor spreca così le enormi opportunità di una vita al massimo, trasformandole in un album di figurine zeppo di luoghi comuni, molto glamour, sull'immagine dell'artista maudit, con un cast poco convinto e sprecato, nel quale solo la nostra Golino sembra voler dare un minimo di consistenza al personaggio interpretato.
2 premi oscar 2003: migliore colonna sonora e miglior make-up.    

mercoledì 16 ottobre 2013

Anni felici

anno: 2013       
regia: LUCHETTI, DANIELE
genere: commedia
con Kim Rossi Stuart, Micaela Ramazzotti, Martina Gedeck, Samuel Garofalo, Niccolò Calvagna, Pia Engleberth, Benedetta Buccellato, Angelique Cavallari, Ivan Castiglione, Sylvia De Fanti
location: Francia, Italia
voto: 3

Fidatevi: quando un autore racconta di un regista in crisi che non sa quale film intentarsi o rovista nel baule dei ricordi, non è (quasi) mai un buon segno. Non fa eccezione questo film semi-autobiografico di Daniele Luchetti, regista non proprio prolifico (una decina di film in oltre 25 anni di carriera), che proprio con Anni felici firma, insieme a La settimana della sfinge e Dillo con parole mie, uno dei suoi film meno riusciti.
La porzione di memorie che va in scena è quella del 1974, affidate alla voce off del figlio maggiore ormai cresciuto, il decenne Dario (Garofalo), nel quale si identifica il regista e al quale sarebbe arrivata una cinepresa in Super8 in dono. È l'anno in cui il padre del piccolo protagonista (Rossi Stuart), artista d'avanguardia velleitario e pochissimo ispirato, usava il suo laboratorio più come palestra erotica che come luogo creativo, tra una lezione e l'altra sulla storia dell'arte. Tradimento dopo tradimento, la moglie (Micaela Ramazzotti, che torna a recitare con Kim Rossi Stuart a 4 anni da Questione di cuore) sbotta, fino a cedere alle lusinghe di una gallerista dalle inclinazioni saffiche (Gedeck). A quel punto la coppia scoppia.
Abbandonata da tempo la strada della riflessione sul sociale (I piccoli maestri, La scuola, Arriva la bufera, Il portaborse), Luchetti insiste sul suo cinema da tinello con la quarta opera consecutiva che va a collocare la famiglia al centro della scena. E ancora una volta (con la sola eccezione de La nostra vita) registriamo l'inconsistenza del copione (scritto con Rulli & Petraglia), la pochezza dei contenuti, la superficialità dei caratteri psicologici dei diversi personaggi. La ricostruzione del passato qui si fa caricatura, l'arte d'avanguardia non è diversa né meno ridicola da quella del Sordi alla biennale veneziana nell'episodio di Dove vai in vacanza?, i clichè dell'epoca (con i figli che chiamano i genitori per nome anziché mamma e papà) sanno di precotto e molti personaggi, dalla gallerista ai due figli della coppia (peraltro pessimi interpreti) sono confinati al ruolo di tappezzeria. Ma ancora una volta a dare un minimo di spessore a un'opera del tutto inconsistente contribuisce la prova sovrumana di Kim Rossi Stuart, che si conferma uno dei migliori attori della sua generazione.    

domenica 26 maggio 2013

La grande bellezza


anno: 2013       
regia: SORRENTINO, PAOLO  
genere: grottesco
con Toni Servillo, Carlo Verdone, Sabrina Ferilli, Carlo Buccirosso, Iaia Forte, Pamela Villoresi, Galatea Ranzi, Massimo De Francovich, Roberto Herlitzka, Isabella Ferrari, Massimo Popolizio, Anna Della Rosa, Giovanna Vignola, Giusi Merli, Giorgio Pasotti, Franco Graziosi, Sonia Gessner, Luca Marinelli, Dario Cantarelli, Ivan Franek, Anita Kravos, Luciano Virgilio, Giulio Brogi, Vernon Dobtcheff, Serena Grandi, Lillo, Giorgia Ferrero, Giulia Di Quilio
location: Italia
voto: 9,5

"Tu che lavoro fai?" "Io sono ricca". "Bellissimo lavoro". È questo lo scambio di battute che compendia l'esistenza da vitellone metropolitano di Jap Gambardella (interpretato da un Toni Servillo così strabiliante da superare se stesso), giornalista che si occupa d'arte e con un piccolo successo alle spalle come romanziere, L'apparato umano, scritto quarant'anni prima. Per concepire un nuovo romanzo, Jap vorrebbe cercare la grande bellezza che gli dia lo stimolo giusto. E invece, nella Roma più mondana e influente, con attici che guardano su Piazza Navona come sul Colosseo, Jap non trova che nani, paillettes, nobili decaduti che si vendono a cottimo, amici sfigati e feste ultrapacchiane nelle quali si immerge con programmatico cinismo. Senza contare che il suo lavoro lo mette a contatto con le forme più sgraziate e corrive di performing art o lo porta ad assistere al macabro rito della serializzazione del botulino, con una Serena Grandi irriconoscibile e un Massimo Popolizio di disarmante impudenza.
Sessant'anni dopo, di quella dolce vita romana di felliniana memoria - alla quale il film di Sorrentino rende un esplicito omaggio con tanto di sosta in via Veneto - non rimane che la smorfia plebea di una città decadente, nella quale il triste teatrino dei salotti-bene non è che lo specchio di un'intera civiltà in disfacimento, contrappuntato dal contrasto costante tra il classicismo impeccabile della Roma del passato e le ridicolaggini dell'arte di oggi, con bambine impegnate nell'action painting e acrobate fallite che si fracassano la testa contro un muro.
Superata la crisi della trasferta americana (This must be the place rimane un film inguardabile), Sorrentino recupera il suo smisurato talento mettendolo a servizio di un contenuto sottolineato con tale enfasi da sembrare didascalico (viviamo in un'epoca di piena barbarie), come se la preoccupazione per la messa in scena, l'uso ancora una volta straniante della musica, i contrasti fortissimi nel montaggio fossero diventati l'urgenza primaria del suo fare cinema. Ciò non toglie che La grande bellezza si candidi a essere un'opera di livello internazionale, capace di declinare un linguaggio cinematografico altissimo, nella quale lo sguardo sulla città non è mai "medio": o le terrazze dei mega appartamenti del centro storico, o il mirino di una macchina fotografica (un tributo ai paparazzi di ieri, che hanno passato il testimone agli orientali capaci di fotografare compulsivamente qualsiasi cosa) o le transenne di un convento di giovanissime suore. Un'opera, dunque, che dimostrerà che l'Italia non è soltanto il paese noto per le pezze e la pizza, ma anche per la grande bellezza prodotta da alcuni dei suoi cineasti.    

sabato 8 dicembre 2012

Exit through the gift shop

anno: 2010   
regia: BANKSY 
genere: documentario 
con Banksy, Mr. Brainwash, Debora Guetta, Monsieur André, Zeus, Shepard Fairey, Ron English, Caledonia Curry, Borf, Buffmonster, Steve Lazarides, Wendy Asher, Roger Gastman, Laurent Nahoum-Vatinet, Amanda Fairey, Romain Lefebure, Clemence Janin, David Healy, Celeste Sparrow, Derek Walborn, Adam Lawrence, Justin Murphy, Justin Saliman, Sonja Teri, Grace Jehan, Rhys Ifans, Space Invader, Christina Aguilera, Beck, Victor Borrayo, Angie Crouch, Mary Cummins, Liam Gallagher, Noel Gallagher, Angelina Jolie, Jude Law, Jay Leno, Joshua Levine, Shaquille O'Neal, Brad Pitt, Alastair Stewart, Tai, Alex Thomson 
location: Regno Unito
voto: 8

Di Banksy, writer inglese ormai assurto a fama mondiale, si sa pochissimo, vista la caparbietà con cui riesce a nascondere la sua identità. Eppure i suoi disegni disseminati sui muri di mezzo mondo - compresi quelli dei territori palestinesi dove ha dipinto degli squarci esotici - rappresentano una delle pagine più innovative, rivoluzionarie e dissacranti della street art. Dai graffitari degli anni '90 alle mostre nei grandi spazi espositivi di Los Angeles e del Moma di New York, il suo documentario è una strana creatura tutt'altro che autocelebrativa: in esso, piuttosto, vi è un singolare gioco di specchi tra lui, che compare sempre rigorosamente in controluce e incappucciato, e Thierry Guetta, un francese mezzo pazzo con una mania compulsiva che lo spinge a filmare sempre e qualsiasi cosa. Filma di qua, filma di là, Thierry - trasformatosi poi in Mister Brainwash (il signor lavaggio del cervello) - si ritrova a filmare i writer nelle loro incursioni più acrobatiche (e, tra questi, lo stesso Banksy), fino a quando non decide di trasformarsi lui stesso in un marchio, arrivando a diventare una star a metà strada tra pop e street art, capace di rastrellare milioni di dollari saccheggiando Obey, Banksy e Andy Warhol.
La forza di questo straordinario documentario sta nel restituire un'immagine a tutto tondo della street art, mostrando - senza esplicitarla - la zona liminare tra arte e impostura. Si colgono il ruolo centrale della ripetizione dell'atto e i punti di contatto tra arte di strada e branding. È esemplificativo il caso di Invader, uno che incolla sui muri, nelle posizioni più inarrivabili, i personaggi del videogioco Space Invaders, piccoli mosaici realizzati con piastrelle colorate. Un documentario poco convenzionale, per nulla didascalico, eppure capace di ricostruire il percorso accidentato di questa forma d'arte che è la quintessenza della volatilità e al tempo stesso la summa della riproducibilità tecnica di cui parlava Benjamin: un vero coacervo di contraddizioni.    

venerdì 26 ottobre 2012

Il comandante e la cicogna

anno: 2012       
regia: SOLDINI, SILVIO  
genere: commedia fantastica  
con Valerio Mastandrea, Alba Rohrwacher, Claudia Gerini, Giuseppe Battiston, Luca Zingaretti, Maria Paiato, Michele Maganza, Serena Pinto, Shi Yang, Luca Dirodi, Giselda Volodi, Giuseppe Cederna, Fausto Russo Alesi e con le voci di Pierfrancesco Favino, Gigio Alberti e Neri Marcorè  
location: Italia, Svizzera
voto: 6

Ci guardano sconsolati dall'alto i padri della patria e gli esponenti di rango dell'Italia che fu. E ci commiserano. "Duole il petto doverlo ammettere - dice il bronzo ventriloquo di una statua equestre di Garibaldi (la voce è quella di Favino) - ma se avessi potuto prevedere tutto questo sarebbe stato meglio tenersi gli austriaci". L'Italia (siamo a Torino) che sta ai suoi piedi si presenta fin dalla prima scena con due automobiliste che vengono alle mani per ragioni di viabilità e presenta un bestiario di varia umanità fatta di tangentisti, corrotti, cripto-liberal rappresentati da un anonimo a cui è dedicata una statua la cui testa di Cazzaniga finisce anche per rotolare in terra. E poi c'è l'Italia dei lavoratori onesti che tirano avanti nonostante tutto (Mastandrea), con figli a carico e la presenza fantasmatica di una moglie (Gerini) morta troppo presto. C'è l'Italia di chi coltiva ancora il gusto dell'arte (Rohrwacher) ma è costretta a piegarsi a una committenza spocchiosa e grossolana e non ce la fa a pagare la pigione, o quella dei drop out, come il moralizzatore naïf interpretato da Giuseppe Battiston, enciclopedia vivente avvezzo alla citazione colta e in equilibrio precario nella babele linguistica del mondo intero, o, ancora, un nerd adolescente che farebbe di tutto per la cicogna con la quale ha stretto un legame speciale.
La commedia numero tre di Soldini è tutto questo: genio inventivo nei singoli frammenti, spezzoni dell'Italia in disfacimento, ma anche incapacità di raccordare il tutto se non attraverso una metaforizzazione un po' didascalica (il comandante del titolo è lo stesso Garibaldi; la cicogna è il futuro che potrebbe arrivare, entrambi ben al di sopra del formicaio umano che sono costretti a guardare). Al film manca l'impasto, lo sguardo d'insieme, il raccordo tra le tante, azzeccatissime tracce - che costituiscono un puzzle divertente, servito da attori in stato di grazia (col solito Mastandrea da standing ovation) e molto ben scritto - e il senso stesso della fustigazione, che lascia una sensazione di futilità, diluita nella dimensione fiabesca del racconto.
Titoli di coda da non perdere.    

mercoledì 25 luglio 2012

Marina Abramovic: The Artist Is Present

anno: 2012       
regia: AKERS, MATTHEW  
genere: documentario  
con Marina Abramovic, Ulay, Klaus Biesenbach, Davide Balliano, Arthur Danto, Chrissie Iles, Curator, Sean Kelly, Thomas McEvilley, Richard Move, David Blaine, James Franco  
location: Usa
voto: 9

Nella Yugoslavia di Tito i suoi genitori venivano considerati eroi nazionali per la dedizione allo spirito militare (e non solo) della patria. È così che Marina Abramovic, l'artista che più di ogni altra si è distinta nel campo della performig art, ricorda di essere stata formata con un'educazione da autentico soldato. Quella stessa disciplina, a partire dai primi anni '70, l'ha messa a servizio della sua arte, basata sulla capacità di portare il proprio corpo a sforzi estremi. Nella galleria interminabile delle sue rappresentazioni, culminata nei 3 mesi passati al MoMa di New York, si trova di tutto. The artist is present è solo una delle tante tappe che segnano il parossismo della sua arte, un'opera in occasione della quale la Abramovic è rimasta seduta per 3 mesi, 8 ore al giorno (per un totale di 716 ore e 30 minuti), a guardare in faccia le persone - prima con un tavolo frapposto, poi senza nemmeno più quello e con un alloggio nascosto sotto la sedia nel quale urinare.
Il film assembla, grazie alle immagini di repertorio, gran  parte dei suoi lavori più noti, a partire da quelli degli anni giovanili, realizzati con Ulay, il grande amore della sua vita con quale girò a bordo di un furgone per 5 anni consecutivi, mettendo in scena performance sovrumane: schiaffi continui a botta e risposta; 16 giorni di digiuno, seduti uno di fronte all'altro; la camminata per l'intera lunghezza della grande muraglia, partendo uno da Ovest e l'altra da Est e durata 3 mesi fino all'incontro a metà strada (oltre 4000 chilometri a testa), 16 ore consecutive passate a urlare. E poi le performance senza Ulay: dalle interminabili sedute in cui la Abramovic si passava un coltello a velocità supersonica tra le dita aperte della mano, lasciando innumerevoli tracce di sangue, proseguendo con la consegna del suo corpo al pubblico, libero di farne qualsiasi cosa (persino di usare una rivoltella), alla stella a cinque punte prodotta sulla pancia con una lametta fino alla summa della sua arte-pensiero, quel "The artisti s present", appunto, che colloca l'arista stessa al centro della sua opera d'arte nella sua forma più esasperata. Fa discutere, Marina Abramovic, la sua performing art attrae anche qualche pazzoide e ripropone gli interrogativi che da sempre coinvolgono l'arte contemporanea, dalla merda d'artista di Duchamp al tentativo di evidenziare le differenze tra le imprese dell'artista serba e quelle di un qualsiasi Soldini che attraversa gli oceani a bordo del suo catamarano. Gli stessi interrogativi, la stessa diffidenza, ma anche la stessa ammirazione che si legge nelle parole e negli sguardi del pubblico intervenuto al MoMa e disposto a bivaccare davanti al museo per una notte intera pur di assicurarsi un posto a sedere davanti all'artista, tanto è lunga la fila per poterla vedere. Quelle stesse emozioni che riesce a trasmettere l'imperdibile film di Matthew Akers, che non ha nulla di agiografico ma che, al contrario, riesce a restituire pienamente la dimensione dell'aspetto fisico del lavoro d'artista e la congiunzione impossibile e ossimorica tra la disciplina crudele del corpo (ma la regia non nasconde l'aiuto di una fisioterapista), punto estremo della razionalizzazione weberiana del mondo, e la follia più pura. Potrà non piacere o far discutere, si fatica a capire dove sia collocato il confine tra arte visiva e teatro, ma si resta ammirati e, ancor di più, ci si emoziona profondamente nel seguire la traiettoria incredibile di questa straordinaria artista dalla voce androgina, che attraverso il suo lavoro ha messo in discussione tre capisaldi della cultura occidentale-industriale: il rumore (attraverso il silenzio protratto); l'ingordigia e l'avidità (attraverso il digiuno) e la produttività (attraverso la fissità delle sue performance). Un documentario che rimane scolpito nel cuore e nella mente.    

lunedì 22 agosto 2011

Senza arte né parte

anno: 2011       
regia: ALBANESE, GIOVANNI
genere: commedia
con Vincenzo Salemme, Giuseppe Battiston, Donatella Finocchiaro, Hassani Shapi, Giulio Beranek, Ernesto Mahieux, Ninni Bruschetta, Mariolina De Fano, Paolo Sassanelli, Sonia Bergamasco, Alessandra Sarno, Chiara Torelli, Giusy Frallonardo, Elena Cantarone, Dante Marmone, Guglielmo Ferraiola, Pietro Ciciriello, Sara Piccinno, Alessandra De Luca, Michele Trecca, Vinicio Pittalis, Michele Bandiera, Ippolito Chiarello, Franco Miccoli, Fabio Frisenda, Mimmo Padrone, Luigi Cesaria, Lea Barletti, Leonardo Pellegrino, Paolo Cretì, Caterina Valente, Daniele Esposito, Francesco Maiorca
location: Italia
voto: 2

Ve li ricordate Alberto Sordi e Anna Longhi ne l'episodio Le vacanze intelligenti, tratto da Dove vai in vacanza? Ecco, bravi: tenetevi ben stretto quel ricordo perché se siete tra quelli che pensano che l'arte contemporanea - da Cattelan a Pistoletto - non sia altro che una gigantesca presa per i fondelli, almeno con l'Albertone nazionale due risate riuscivate a farvele. Nel film di Giovanni Albanese, che già aveva dato una prova assai flebile del suo talento col pessimo A.A.A.Achille, l'assunto di fondo è che l'arte contemporanea sia alla portata di tutti (Potevo farlo anch'io, non a caso, è il titolo di un fortunato libro del critico Francesco Bonami) e che quindi qualsiasi stupidaggine possa incoraggiare gli acquisti scellerati del plutocrate di turno. Assunto del tutto verosimile, almeno in Italia, paese nel quale, negli anni '80, i falsi Modigliani tennero banco per mesi e dove la credulità è di casa, come dimostra il fatto che il culto per Padre Pio sia vivo e vegeto. 
A giocare sulla credulità altrui ci provano appunto tre disoccupati di un pastificio salentino, riciclati come guardiani di una serie di tesori dell'arte del burino di turno (Sassanelli). I tre mangiano la foglia e capiscono che con un po' di fantasia e molta faccia tosta si possono fare soldi a palate. Cominciano allora a vendere opere fasulle a prezzi da capogiro. Ma non tutto andrà per il verso giusto.
A parte qualche fulminante battuta di Salemme e l'aria complice e divertita che sembra aleggiare sul set, nel film c'è poco altro: la cifra registica è di impronta smaccatamente televisiva, il plot fiacco, la risate pressoché assenti. E Vendola con la sua Film Commission potrebbe fare qualche sforzo in più per evitare un product placement così smaccato...    

venerdì 14 gennaio 2011

Ossidiana

anno:  2007   
regia: MAJA, SILVANA
genere: biografico
con Teresa Saponangelo, Renato Carpentieri, Andrea Renzi, Vincenza Modica, Tina Femiano, Marco Manchisi, Stefania De Francesco, Cecilia Muti, Francesca Cutolo, Daniele Noviello, Antonio De Matteo, Donatella Furino, Daniela Gargiulo, Stefano Moffa, Diletta D'Arienzo, Lorenzo Perpignani, Davide Giacobbe, Velentina Curatoli, Azzurra De Santis, Alberto Franco, Assia Petricelli, Alessandro Riceci, Sergio Panariello, Alessandro Cione, Pio Di Stefano, Gianni Abbate, Laura Borrelli
location: Italia   
voto: 3


La parabola umana e artistica di Maria Palleggiano (Saponangelo), pittrice, comunista, iconoclasta, anticonformista, che negli anni'60 cercò la propria cifra stilistica nei movimenti d'avanguardia. Sposata con Emilio Notte, diretore del'Accademia di Belle Arti di Napoli, suo mentore e uomo assai più anziano di lei, la donna conobbe ripetutamente l'istituzionalizzazione psichiatrica, prima di morire suicida nel 1969.
Che le stramberie dei pittori affascinino il cinema non è una novità e più sono bizzarri, più piacciono: basterebbe pensare alle biopic su Klimt, Picasso (Surviving Picasso), Pollock e Basquiat per averne una prova. Alla stressa stregua, il cinema ha spesso dato corpo alle vicende di donne forti e indipendenti, soverchiate dal maschilismo dominante: basterebbe ricordare Una donna tutta sola di Mazursky, Frances di Clifford Graeme, Ritratto di signora di Jane Champion o Changeling di Clint Eastwood. A Silvana Maja, che proprio con questo film fa il suo esordio alla regia, il mix tra le due cose non riesce affatto: i personaggi sembrano caricature, il linguaggio dell'avanguardia partenopea degli anni '60 è ridotto a mero slogan e, checché ne dica la critica, la performance della Saponangelo è del tutto trascurabile.    

giovedì 26 agosto 2010

Vita da Bohème

anno: 1992   
regia: KAURISMÄKI, AKI 
genere: grottesco 
con Matti Pellonpää, Evelyne Didi, André Wilms, Kari Väänänen, Christine Murillo, Jean-Pierre Léaud, Samuel Fuller, Alexis Nitzer, Sylvie Van den Elsen, Gilles Charmant, Maximilien Regiani, Louis Malle 
location: Francia
voto: 3

In una Parigi fuori dal tempo si incontrano i destini di un pittore albanese clandestino, di uno scrittore francese che non riesce a pubblicare i suoi libri e di un musicista irlandese che è assai più abile come giocatore di poker. Tra problemi economici, discorsi filosofici, bar e ristoranti, si consumano le loro esistenze bohemienne.
Liberamente ispirato al romanzo di Henri Murger ma senza neppure un'aria dalla riduzione pucciniana, il film tradisce l'eccessiva preoccupazione di Kaurismaki di far primeggiare il suo stile ellittico, la recitazione straniata, i riferimenti colti, lo sguardo algido, il bianco e nero ad altro contrasto, le battute fulminanti (come quella in cui, davanti a un suo autoritratto, al pittore viene domandato: "chi è?" e lui risponde "mia madre"). Molta forma, poca sostanza.   

lunedì 26 marzo 2007

Pollock

anno: 2003   
regia: HARRIS, ED   
genere: biografico   
con Ed Harris, Marcia gay Harden, Amy Madigan, Jennifer Connelly, Jeffrey Tambor, Bud Cort, John Heard, Val Kilmer, Stephanie Seymour, Tom Bower, Robert Knott, Matthew Sussman, Sada Thompson, Norbert Weisser, Sally Murphy, Molly Regan, Stephen Beach, Claire Beckman, Barbara Garrick, Annabelle Gurwitch, Sondra Jablonski, Jill Jackson, David Leary, Eduardo Machado, Donna Mitchell, Everett Quinton, Moss Roberts, Julia anna Rose, John Rothman, Kenny Scharf, Kyle Smith, Isabelle Townsend, Katherine Wallach, Frank Wood   
location: Usa
voto: 5,5   

Cinebiografia di Jackson Pollock (Harris), pittore americano divenuto celeberrimo tra gli anni '30 e gli anni '50 del Novecento. Inizialmente influenzato dal surrealismo, Pollock divenne internazionalmente riconosciuto come il maestro dell'action painting e della tecnica "a sgocciolamento" nota come dripping. A Ed Harris - per la prima volta dietro la macchina da presa - ci sono voluti ben dieci anni di studi, ricerche e approfondimenti per poter incarnare il personaggio di Pollock. Il film ne racconta tanto la traiettoria artistica - passata sotto gli auspici di Peggy Guggenhim e Betty Parsons che sotto la lente di ingrandimento di Life - quanto quella umana. La vicenda matrimoniale, con una moglie-manager, anch'essa attrice affermata (Marcia Gay Harden, nella realtà moglie di Harris e premiata con l'Oscar quale migliore attrice non protagonista), i tradimenti, i problemi economici, quelli con i critici e l'alcol, che nel 1956 lo portò a sfracellarsi con la sua auto mentre era in compagnia di una delle sue amanti (Connelly). La grandezza di Harris sta nel restituire il senso di un tormento interiore dell'artista convogliato nella sua arte (Harris ha addirittura imparato a dipingere alla Pollock). Ma al tempo stesso la figura di Pollock risulta perfettamente a registro con l'iconografia consolidata dell'artista maudit, priva di sfumature, e il film dà la sensazione di girare spesso sulle stesse varianti.
Sullo scorrere dei titoli di coda si può ascoltare la magnifica The world keeps turning di Tom Waits.    

sabato 24 novembre 2001

Basquiat

anno: 1996       
regia: SCHNABEL, JULIAN  
genere: biografico  
con David Bowie, Dennis Hopper, Gary Oldman, Jeffrey Wright, Benicio Del Toro, Claire Forlani, Michael Wincott, Parker Posey, Elina Löwensohn, Paul Bartel, Cortney Love, Tatum O’Neal, Christopher Walken, Michael Badalucco          
location: Usa
voto: 4

Ascesa e rapidissimo tramonto di Jean Michel Basquiat (Wright), il primo pittore di colore ad essere assurto alla fama internazionale a soli 24 anni, anche grazie alla fortunata egida di Andy Warhol (Bowie), per poi morire a 27 per overdose. Il pittore e regista Schnabel, qui al suo esordio dietro la macchina da presa, racconta l'avanguardia newyorchese a cavaliere degli anni '80 con accenti macchiettistici, costruendo il racconto biografico per episodi nel quale la trasgressione della pop art e del grafitismo vengono narrate come il naturale viatico delle nevrosi di personaggi eccentrici. Soggetto di Michael Thomas Holman, tratto da una storia di Lech J.Majewski e John Bowe.