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martedì 19 febbraio 2019

La Battaglia Di Hacksaw Ridge (Hacksaw Ridge)

anno: 2016   
regia: GIBSON, MEL    
genere: guerra    
con Andrew Garfield, Teresa Palmer, Hugo Weaving, Rachel Griffiths, Luke Bracey, Vince Vaughn, Sam Worthington, Nathaniel Buzolic, Richard Roxburgh, Matthew Nable, Ryan Corr, Goran D. Kleut, Firass Dirani, Milo Gibson, Ben O'Toole, Luke Pegler, Robert Morgan (IV), Ori Pfeffer, Ben Mingay, Nico Cortez, Nathan Halls, Nathan Baird, Damien Thomlinson, Chris Bartlett, Santo Tripodi, John Batziolas, Jacob Warner, Josh Dean Williams, John Cannon, Michael Sheasby, Milan Pulvermacher, Sean Lynch, Harry Greenwood, Benedict Hardie, Nicholas Cowey, James O'Connell, Bill Young, Tim Potter, Richard Pyros, Dennis Kreusler, Mikael Koski, Jim Robison, Samuel R. Wright    
location: Usa
voto: 7    

Il primo obiettore di coscienza ad andare sul campo di combattimento si chiamava Desmond Doss (Garfield). Era un ragazzo religiosissimo, carico di fede, che per ragioni legate all'indole manesca del padre giurò a sé stesso che non avrebbe mai toccato un'arma. Nonostante ciò, decise di entrare nell'esercito, dove il suo personale golgota passò per la turlupinatura e il pestaggio da parte dei suoi commilitoni prima di partire per Okinawa, dove fu tra i protagonisti della sanguinosa battaglia di Hacksaw Bridge contro i giapponesi. In quella oscena carneficina, il ragazzo si produsse in un atto eroico che gli consentì si salvare decine di soldati americani feriti, vedendosi in seguito tributare la medaglia d'onore del Congresso, massima onorificenza per un non militare.
Mel Gibson, con l'attitudine grandguignolesca che gli è propria, taglia il film in due: nella prima parte assistiamo a un racconto di formazione, con qualche flashback nell'infanzia difficile del protagonista. La seconda è tumultuosa ed epica, interamente girata sul campo di battaglia e senza risparmiare allo spettatore nulla dell'abominio della guerra. Coerente col registro ipertrofico e violentissimo di Braveheart, La passione di Cristo e Apocalypto, nonché con una certa retorica patriottica, Gibson si dimostra tuttavia narratore efficace, anche se qui più altrove si scorge nello script un eccesso di verbosità.    

lunedì 22 gennaio 2018

L'ora più buia (Darkest hour)

anno: 2017       
regia: WRIGHT, JOE
genere: storico
con Gary Oldman, Kristin Scott Thomas, Lily James, Stephen Dillane, Ronald Pickup, Ben Mendelsohn, Charley Palmer Rothwell, Hannah Steele, Richard Lumsden, Nicholas Jones, Jordan Waller, Hilton McRae, Jeremy Child, John Locke, Mary Antony, Tim Ingall, Brian Pettifer    
location: Regno Unito
voto: 8

Per il visconte di Halifax (Dillane), l'uomo che lo avversò in parlamento e nello schieramento di governo, insistendo affinché gli inglesi negoziassero con i nazisti, Winston Churchill (Oldman) fu l'uomo che "ha mobilitato la lingua inglese e l'ha spedita in battaglia". Sigaro (o bastone) perennemente nella mano destra e un bicchiere di scotch nella sinistra, Churchill fu l'uomo che - nonostante la disfatta di Gallipoli durante la I guerra mondiale (da rivedere Gli anni spezzati di Peter Weir) - dovette caricarsi sulle spalle il gravosissimo compito di gestire il Regno Unito nel 1940, anno nel quale anche l'Inghilterra entrò nel mirino delle mire espansionistiche di Hitler. Nemico giurato di quest'ultimo, Churchill fu un retore stratosferico (non a caso insignito in seguito anche del Nobel per la letteratura), capace di parlare senza fronzoli tanto al popolo, quanto ai suoi colleghi in parlamento. Con L'ora più buia Joe Wright (Espiazione, Hanna, Anna Karenina) firma il suo film di gran lunga più riuscito, concentrandosi sul farraginoso itinerario che, a seguito delle dimissioni dell'attendista Chamberlain (Pickup), portò Churchill a Downing Street e mettendo in risalto la capacità di quest'ultimo di relazionarsi con le persone comuni a dispetto dei modi bruschi e del costante borbottio. È inevitabile che ne sia uscito un ritratto quasi elegiaco, che dà risalto all'autorevolezza, alla determinazione e alle straordinarie doti oratorie di questo gigante della politica inglese. Un ritratto ineccepibile, esaltato dalla sceneggiatura di Anthony McCarten (quello de La teoria del tutto) e dalla prova da ovazione di Gary Oldman (applausi anche per i truccatori) e supportato da un cast di primissimo ordine. Se la prova attoriale è magistrale, la regia - pur nel suo classicismo, ma con le sue straordinarie invenzioni di macchina, le sue angolazioni di ripresa, l'uso indovinatissimo delle luci crepuscolari - non è da meno, arrivando all'eccelso sia nella scena in cui il primo ministro, indispettito per il traffico, prende per la prima volta la metropolitana di Londra, sia in quella del famosissimo discorso che annunciava al popolo inglese, con i soldati assediati a Calais e a Dunkirk (meravigliosa coincidenza l'uscita, nello stesso periodo, del film di Nolan), che la guerra ai nazisti sarebbe costata "lacrime e sangue, fatica e sudore".    

domenica 3 settembre 2017

Land Of Mine - Sotto La Sabbia (Under Sandet)

anno: 2015   
regia: ZANDVLIET, MARTIN   
genere: guerra   
con Roland Møller, Mikkel Boe Følsgaard, Louis Hofmann, Joel Basman, Emil Buschow, Oskar Buschow, Laura Bro, Oskar Bökelmann, Emil Belton, Oskar Belton, Leon Seidel, Karl-Alexander Seidel, Maximilian Beck, August Carter, Tim Bülow, Alexander Rasch, Julius Kochinke    
location: Danimarca, Germania
voto: 8   

Nel 1945, immediatamente dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, il territorio danese doveva essere bonificato dall'enorme quantità di mine antiuomo che i tedeschi avevano seppellito sotto la sabbia lungo tutta la costa, prefigurando un attacco alleato da quella parte. Quattordici soldati tedeschi prigionieri, tutti giovanissimi, vennero utilizzati a questo scopo, sotto le direttive di un sergente (Møller) che, dall'iniziale piglio severissimo, passò gradualmente a un ruolo quasi paterno. Soltanto quattro di loro riuscirono a salvarsi.
Tratto da una storia vera che mette in scena un capitolo infame e poco conosciuto del secondo conflitto Mondiale, il film del danese Martin Zandvliet è una magnifica pagina di cinema antimilitarista, girata con una fotografia superba in territori mozzafiato, carica di suspense e di colpi di scena. Film ad altissimo valore pedagogico e dal messaggio inequivocabile: di fronte agli orrori della guerra qualunque differenza di nazionalità o etnia si svuota completamente di significato e si può finire persino per provare compassione per questi imberbi soldatini nazisti che davanti a un'esplosione chiamano la mamma e sognano salsicce.
Candidato all'Oscar 2017 come miglior film straniero.    

sabato 2 settembre 2017

Dunkirk

anno: 2017     
regia: NOLAN, CHRISTOPHER
genere: guerra
con Fionn Whitehead, Tom Glynn-Carney, Jack Lowden, Harry Styles, Aneurin Barnard, James D'Arcy, Barry Keoghan, Kenneth Branagh, Cillian Murphy, Mark Rylance, Tom Hardy   
location: Francia, Regno Unito
voto: 9

 "Cosa vede?", domanda un gallonato militare della Marina Militare britannica al generale (Branagh) che sta scrutando l'orizzonte. "La patria", è la risposta di quest'ultimo. È in questo scambio che si condensa il decimo, sontuoso film di Christopher Nolan. Siamo a Dunquerque (inglesizzato in Dunkirk per l'occasione), nell'estremo nord della Francia. È il 1940 e gli eserciti inglese e francese stanno per capitolare, messi all'angolo dai feroci attacchi degli Stukas tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale. Ma "la patria" in arrivo, avvistata dal generale, altro non sono che le imbarcazioni private di migliaia di cittadini britannici, salpati dalle coste di Dover e dintorni per andare a salvare quei ragazzi che stanno combattendo una guerra assurda fuori dai confini nazionali. Tra inglesi e francesi, ne salveranno più di 300mila.
Nolan, che ha anche scritto il copione, si conferma uno dei maggiori talenti cinematografici al mondo. Con Dunkirk firma il suo primo film di guerra, sviluppandolo secondo tre spunti narrativi e temporali a cui corrispondono altrettanti personaggi. Una settimana a terra, vista con gli occhi di un giovanissimo barelliere britannico (Whitehead); un giorno per mare, in un'avventura che sembrava impossibile a bordo di uno yacht guidato da un uomo anziano (Rylance) con molti sensi di colpa rispetto a chi sta combattendo in nome del Regno Unito e, infine, un'ora in cielo, a bordo di uno Spitfire guidato da un Tom Hardy che per quasi tutto il film recita soltanto con gli occhi - la maschera da aviatore perennemente incollata davanti alla bocca - proprio come gli era capitato ne Il cavaliere oscuro, chiuso nell'abitacolo dell'areo da combattimento, in analogia con lo spazio ridottissimo che aveva in Locke.
Pochissime parole, moltissima azione, la musica imprescindibile e rumoristica di Hnas Zimmer, la tensione costante, i grandiosi movimenti di macchina in campo lunghissimo alternate a scene claustrofobiche all'interno delle imbarcazioni fanno precipitare lo spettatore nel pieno del caos della guerra, come era riuscito a fare finora soltanto Salvate il soldato Ryan, ma protraendo l'impatto sensoriale per l'intero film. Un'esperienza immersiva totalizzante con la quale, ancora una volta (come in Memento, Inception e Interstellar), Nolan torna a decostruire spazio e tempo, fino a fare di Dunkirk uno dei film bellici destinati a rimanere - con Stalag 17, Orizzonti di gloria, Apocalypse now, Full metal jacket, The hurt locker e American sniper - per sempre nella storia del cinema.   

giovedì 1 ottobre 2015

Roger Waters - The Wall

anno: 2014       
regia: EVANS, SEAN * WATERS, ROGER   
genere: musicale   
con Roger Waters, Nick Mason, Liam Neeson   
location: Francia, Italia, Regno Unito, Usa
voto: 6,5   

The Wall, uno dei tanti capolavori targati Pink Floyd, fu pubblicato nel 1979, anno che segna la fine del secolo brevissimo del rock (era iniziato appena 25 anni prima, nel 1954). Da allora, l'opera che più di ogni altra (con la sola eccezione del trascurabile The final cut) fa sentire il peso della firma di Roger Waters è stata sottoposta a un innumerevole numero di lifting: edizioni rimasterizzate, il concerto a Berlino per celebrare la caduta del muro 10 anni più tardi, versioni alternative, cofanetti e live. L'ultima arrivata è questa mega produzione in cui il bassista di una delle band più famose della storia del rock - qui anche co-regista con Sean Evans - raccoglie, cucendoli nello stesso ordine con cui venivano presentati nel disco, i brani di quell'album seminale registrati dal vivo in una tournee di immane impatto visivo. Se la ricostruzione di quei concerti, nell'imponenza delle scenografie, nella perfezione d'esecuzione della musica e soprattutto nello stupefacente lavoro di video arte, è destinata a farsi ricordare come una delle espressioni maggiori del rock portato al cinema, guasta la dimensione dell'intera operazione. Waters riporta in vita i fantasmi del secondo conflitto mondiale, in occasione del quale suo padre perse la vita durante lo sbarco di Anzio, per farne materia narrativa di un pellegrinaggio sulla strada degli avi che parte dalla Francia per arrivare sulla costa tirrenica poco a sud di Roma. Per quanto girati con gusto e grande competenza visiva, questi inserti rompono la continuità della performance live, dilatando il film a due ore e un quarto di durata. Come se non bastasse, in apertura l'irlandese Liam Neeson si spertica nelle lodi dell'opera (ce n'era bisogno?) e in chiusura la chiacchierata tra due dei membri dei Pink Floyd, lo stesso Waters e il batterista Nick Mason, pur partendo da un'idea indovinata (rispondere alle domande più bizzarre arrivate via internet in occasione del lancio del film), si espande oltre i limiti del sopportabile, portando The wall a quasi tre ore di durata. Troppe.    

lunedì 19 gennaio 2015

The Imitation Game

anno: 2014       
regia: TYLDUM, MORTEN 
genere: biografico 
con Benedict Cumberbatch, Keira Knightley, Matthew Goode, Rory Kinnear, Allen Leech, Matthew Beard, Charles Dance, Mark Strong, Alex Lawther, Tuppence Middleton, Tom Goodman-Hill, Steven Waddington, James Northcote, Jack Bannon, Jack Tarlton, Ilan Goodman 
location: Regno Unito
voto: 7 

All'inizio della seconda guerra mondiale i servizi segreti britannici reclutarono enigmisti, matematici, campioni di scacchi ed esperti di linguistica per cercare di decrittare il complicatissimo codice di Enigma, la macchina che i tedeschi usavano per cifrare i messaggi con i quali venivano pianificate le azioni belliche. Alla squadra che aveva avviato il lavoro senza risultati si unì il genio di Alan Turing (interpretato da Benedict Cumberbatch, che avevamo visto esordire a fianco di Keira Knightley in Espiazione e poi interpretare un altro eroe digitale ne Il quinto potere), il progenitore del moderno computer, l'uomo grazie al quale le forze alleate fermarono l'avanzata nazista, ribaltando l'esito del conflitto. Quell'uomo dalla pubertà difficile - gli anni della scuola vengono raccontati in flashback - di origini ebraiche, asociale e tracotante ma di un'intelligenza sconfinata, omosessuale e costretto a un matrimonio di facciata con una sua brillante collaboratrice e complice (la solita, insopportabile Keira Knightley, tutta mossette e sorrisetti), terminò la sua vita difficile - tra le accuse di doppiogiochismo con i russi (false) e quelle di omosessualità (vere) - con il suicidio, a soli 41 anni, mangiando una mela al cianuro (vi dice niente il marchio della Apple?).
Partendo dalla biografia scritta da Andrew Hodges, il regista norvegese Morten Tyldum realizza un film dall'impianto assai classico ma avvincente, che coniuga la diffidenza atavica dei servizi segreti con quella di una società parruccona che costringeva gli omosessuali alla castrazione chimica, criminalizzandoli, e discriminando anche le donne. Il film ha l'indubbio merito di avere portato sul grande schermo la biopic di una delle figure più importanti dell'ultimo secolo, capace di salvare con la sua invenzione (un gigantesco macchinario elettronico chiamato Christopher) milioni di vite umane e, in seguito, di cambiare quelle di noi tutti.
Premiato come miglior film al festival di Toronto.    

martedì 7 agosto 2007

Lettere da Iwo Jima (Letters from Iwo Jima)

anno: 2007   
regia: EASTWOOD, CLINT  
genere: guerra  
con Ken Watanabe, Kazunari Ninomiya, Tsuyoshi Ihara, Ryo Kase, Shido Nakamura, Hiroshi Watanabe, Takumi Bando, Yuki Matsuzaki, Takashi Yamaguchi, Eijiro Ozaki, Nae Yuuki, Nobumasa Sakagami, Lucas Elliott, Sonny Saito, Hiro Abe, Toshiya Agata, Masashi Nagadoi, Ikuma Ando, Ken Kensei, Steve Santa Sekiyoshi, Yoshi Ishii, Toshi Toda  
location: Giappone, Usa
voto: 7,5

Se in Flags on our fathers la ricostruzione della famigerata battaglia dell'isola di Iwo Jima, nel Pacifico - combattuta tra il febbraio e il marzo del 1945 da giapponesi e americani - era offerta dal punto di vista dei vincitori, in Lettere da Iwo Jima Eastwood ribalta la prospettiva a favore dei giapponesi. Rispetto alla retorica e alla propaganda tipicamente americani che segnano il film precedente, qui Eastwood si sposta su un taglio più intimista (a partire dal titolo, riferito alle lettere che vano e vengono dal fronte). Le ineludibili scene belliche di quel massacro, durissime nel loro macabro realismo, nel copione di Tadamichi Kuribayashi, Iris Yamashita e Paul Haggis fanno da cornice alle vicende umane raffigurate in primis dalle due figure - diversissime eppure assai vicine - del  Generale Kuribayashi (Watanabe), ex campione olimpico un tempo amico degli americani, e di un soldato semplice quanto inetto, Saigo (Ninomiya), panettiere in attesa di vedere la sua primogenita. È attraverso i loro occhi che Eastwood ci mostra gli orrori della guerra, il fanatismo e il populismo nascosti dietro la propaganda patriottica, i pregiudizi che si sgretolano davanti al contatto col nemico fatto prigioniero. Il grandissimo cineasta di San Francisco opta per un registro stilistico radicale: niente doppiaggio, cromatismi esasperati (c'è solo il grigio della spiaggia e il rosso-arancio delle armi da fuoco), tonalità cupe, sprazzi di autentica poesia. Quanto basta per firmare l'ennesimo capitolo di una filmografia destinata all'immortalità.
Golden Globe 2007 come miglior film straniero. Oscar 2007: montaggio sonoro (Robert Murray, Bud Asman).    

martedì 28 novembre 2006

Flags of our fathers

anno: 2006       
regia: EASTWOOD, CLINT 
genere: guerra
con Ryan Phillippe, Adam Beach, Jesse Bradford, Jamie Bell, Joseph Cross, Neal McDonough, Paul Walker, Barry Pepper, Jason Gray-Stanford, Matt Huffman, Robert Patrick, Stark Sands, Tom Verica, Ken Watanabe, Gunnarr Baldursson, Judith Ivey, Annette Chéri, Jim Cantafio, John Henry Canavan, Joe Michael Burke, Alex Bickle, Tom Beaver, James E. Ash, Melanie Lynskey, Jóhann G. Jóhannsson, Beth Grant, Pamela Fischer, Hank Fields, Beth Tapper, Grétar Sigurdsson, Angelina Riposta, Topher Rhys, Sean Moran, Jayma Mays, Alessandro Mastrobuono, Grant Linscott, Brian Kimmet, V.J. Foster, Kirk B.R. Woller, Dustin Wilkinson, Myra Turley, Georgiana Jianu, Sigurdur Hilmar Gudjonsson, Björgvin Franz Gíslason, David Foster, Daniel Forcey, Ron Fassler, Brandon DeShazer, Ingimar Björn Davidson, David Hornsby, John Benjamin Hickey, Kevin Chapman 
location: Usa
voto: 5


Compiuto il giro di boa dei settant'anni, il vecchio Clint Eastwood può permettersi di raccontarci qualsiasi cosa con il suo stile personalissimo. In Flags of our fathers le bandiere del titolo sono quelle che un manipolo di soldati piantarono in Giappone durante la durissima battaglia di Iwo Jima. La foto dei sei militari che issano la bandiera divenne una delle immagini belliche più note di tutto il novecento. Eastwood prende spunto da quell'episodio per raccontare la retorica della guerra, il tentativo riuscito di plagiare un popolo stanco di vedere combattere i propri ragazzi. La messa in scena si snoda su diversi piani temporali, guidati dalla voce narrante del figlio di uno dei protagonisti di quella impresa che fu tutt'altro che eroica. Eastwood mette molta carne al fuoco: l'amicizia, le scene di combattimento - una lezione di regia destinata all'immortalità - le pagliacciate kitsch tipicamente americane, i risvolti razzisti nei confronti di uno dei sei "eroi", un nativo americano. Tanto, troppo e troppi talenti (Eastwood alla regia, Haggis - premio Oscar per Crash - alla sceneggiatura e Spielberg alla produzione): una tale mole narrativa che soffoca gli obiettivi del film e finisce col fare la retorica dell'antireterica.
Oscar ad Alan Robert Murray e Bub Asman per il miglior montaggio sonoro.    

martedì 7 ottobre 2003

Salvate il soldato Ryan (Saving private Ryan)

anno: 1998       
regia: SPIELBERG, STEVEN 
genere: guerra 
con Tom Hanks, Edward Burns, Tom Sizemore, Jeremy Davies, Vin Diesel, Adam Goldberg, Barry Pepper, Giovanni Ribisi, Matt Damon, Dennis Farina, Ted Danson, Harve Presnell, Bryan Cranston, David Wohl, Nathan Fillion, Paul Giamatti, Ryan Hurst, Maximilian Martini, Leland Orser         
location: Francia, Usa
voto: 7

Dopo il massacro subito dagli americani il 6 giugno del 1944 durante lo sbarco ad Omaha Beach, in cui periscono tre dei quattro fratelli Ryan, il capitano John Miller (Hanks) riceve l'ordine di riportare immediatamente a casa l'unico superstite della famiglia Ryan, James Francis (Damon), paracadutato in Normandia oltre le linee nemiche. Il capitano parte all'ostinata ricerca del soldato Ryan, ma questo - una volta appresa la verità sul destino dei suoi fratelli - non ne vuole sapere di tornare a casa, combattendo con i tedeschi un'ultima, decisiva battaglia.
Scritto da Robert Rodat, Salvate il soldato Ryan è uno dei film di guerra più cruenti mai visti al cinema. L'osannatissima scena iniziale - 24 minuti di ferocia bellica mostrata in tutta la sua fisicità - fa il paio con la battaglia che Miller e i suoi ingaggiano con i tedeschi in sottofinale. Come in tutti i film di Spielberg, c'è grandissimo mestiere e la qualità della messa in scena delle battaglie è un saggio da manuale del cinema. Come in tutti i film di Spielberg, anche Salvate il soldato Ryan gronda retorica. I tedeschi sono poco più che macchiette, i francesi non esistono neppure e la bandiera a stelle e strisce, che sventola maestosa in apertura e chiusura del film, è lì a ricordarci la grandezza e l'umanità del popolo americano. 5 Oscar: regia, fotografia (Janusz Kaminski), suono (Ronald Judkins, Gary Rydstom, Gary Summers, Andy Nelson), effetti speciali sonori (Gary Rydstom, Richard Hymns), montaggio (Michael Kahn).    

martedì 29 ottobre 2002

Il pianista (Le pianiste)

anno: 2002   
regia: POLANSKI, ROMAN  
genere: drammatico  
con Adrien Brody, Thomas Kretschmann, Frank Finlay, Maureen Lipman, Ed Stoppard, Julia Rayner, Jessica kate Meyer, Emilia Fox, Ruth Platt, Valentine Pelka, Ronan Vibert  
location: Polonia
voto: 10

L'Olocausto, per definizione, viene declinato al plurale, da immane tragedia collettiva qual è stata. Rientrato dopo un'eternità nella "sua" Polonia e messo momentaneamente da parte il cinema di genere, Polanski opta per la trasposizione cinematografica di uno struggente romanzo autobiografico, quello del pianista Wladyslaw Szpilman (Brody), ebreo polacco col pallino di Chopin, le cui partiture esegue quotidianamente dagli studi di Radio Varsavia. Con una scelta stilisticamente felicissima, il film racconta la tragedia del popolo ebraico dal punto di vista del singolo, espropriato dei suoi beni, dei suoi affetti, del suo lavoro e quindi costretto alle umiliazioni più belluine, braccato dalla GESTAPO, ridotto alla fame e costretto a guardare quello che rimane della sua città e della vita dagli spioncini di ricoveri di fortuna, o dalla feritoia di una tendina. Lo accompagnano il bordone di un respiro che si fa sempre più affannoso, l'itterizia come effetto della mancanza di acqua e di cibo, il rumore sordo delle esplosioni e la convinzione di essere - nonostante tutto - più fortunato degli altri. Già, gli altri: un bambino che ha oltrepassato la muraglia del ghetto e che - in una delle scene più strazianti del film, tanto più suggestiva per lo stile ellittico col quale viene raccontata - viene massacrato da un militare, gli storpi costretti a danzare dai militari nazisti fino allo sfinimento, il cibo raccolto e leccato per terra, in una guerra fratricida tra poveri e diseredati.
Quello de Il pianista è cinema altissimo: per impegno civile, per la sobrietà con cui - a dispetto della materia - viene proposto il racconto, per la straordinarietà delle scenografie, che mostrano una Varsavia coventrizzata e ridotta ad una città fantasma ricoperta dalle polveri della cannonate, per il talento miracoloso col quale Adrien Brody impersona questo ebreo pieno di dignità, paradossalmente consapevole della sua fortuna, scampato all'implacabilità del martirio grazie alla pietà di un militare tedesco (Kretschmann) che, in un sottofinale da manuale del cinema, gli salva la vita portandogli anche dei viveri. Un film che, lacrime permettendo, andrebbe visto e rivisto, soprattutto in un'epoca nella quale nuovi regimi incombono.