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venerdì 16 gennaio 2015

Hungry hearts

anno: 2014       
regia: COSTANZO, SAVERIO
genere: drammatico
con Alba Rohrwacher, Adam Driver, Roberta Maxwell, Al Roffe, Geisha Otero, Jason Selvig, Victoria Cartagena, Jake Weber, David Aaron Baker, Nathalie Gold, Victor Williams
location: Usa
voto: 6

La domanda che sorge spontanea vendendo il quarto film di Saverio Costanzo, il secondo consecutivo sul tema dell'anoressia è: ma vuoi vedere che questa fissazione sui corpi scarnificati dipende dalla paura che suo figlio debba indossare una camicia coi baffi e che il fidanzamento con scocchiazeppi Rohrwacher abbia alimentato certe fobie? Già, perché dopo il mediocre La solitudine dei numeri primi, uno dei tre film sui quattro realizzati finora a essere tratto da un'opera letteraria, anche stavolta troviamo una desolante storia di amore malato segnato dall'inedia volontaria. Che non è solo quella della madre (Rohrwacher), ma anche quella del "bambino indaco" (titolo del romanzo di Marco Franzoso da cui ha origine il film) che questa ha messo al mondo: un bambino che viene cresciuto nella quasi totale assenza di cibo, nella convinzione che abbia poteri speciali e che vada cresciuto lontano dai medici, dalle proteine e dalla luce del sole. Sicché quell'amore nato nella trappola del bagno di un ristorante cinese si trasforma in un'altra trappola: quella nella quale precipita Jude (interpretato da Adam Driver, già visto in A proposito di Davis), allegorizzata dai grandangolari eccezionalmente spinti e sporchi che esaltano la dimensione claustrofobica della messa in scena (sembrano evidenti i riferimenti a Rosemary's baby e L'inquilino del terzo piano). Un escamotage servirà al padre, pur blandito e innamorato della sua compagna, a portare il piccolo al riparo dalla nonna (Maxwell), fino a quando non interviene la magistratura prima del finale in chiave poliziesca.
Gli spazi chiusi continuano a rimanere l'ossessione di un regista dalle grandi potenzialità: prima la casa di Private, poi il convento di In memoria di me, in seguito quello intimo dei corpi flagellati de La solitudine dei numeri primi, la serie televisiva In treatment e ancora una casa-prigione nel suo primo film americano. Ma stavolta il tema di fondo trova una collocazione incerta (colpa del romanzo?), le ossessioni della madre purificatrice rimangono abbozzate e senza fondamento e il film, che pure pare avere notevoli ambizioni da cinema d'essai, si trasforma nella seconda parte in un thriller banalotto e sbrigativo.
Comunque strameritate le due coppe Volpi alla Mostra di Venezia assegnate ad Adam Driver e ad una Alba Rohrwacher che non sbaglia un colpo. Premio Pasinetti speciale per la regia alla 71. mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia (2014).    

mercoledì 9 ottobre 2013

Le radici e le ali

anno: 2010       
regia: CAMARCA, CLAUDIO * PARSI, MARIA RITA
genere: documentario
voto:3,5

Parte subito male il documentario di Claudio Camarca e Maria Rita Parsi. Il primo si presenta con un curriculum di fiction non proprio di livello: suoi due mediocri lungometraggi come Quattro bravi ragazzi e Rumori di fondo, entrambi già portatori di uno spiccato interesse nei riguardi della condizione giovanile. La Parsi, psicologa e assidua frequentatrice dei salotti televisivi, attacca dal canto suo con un pistolotto di diversi minuti in cui riesce a produrre un florilegio di luoghi comuni che avrebbe suscitato l'invidia del Massimo Catalano più in forma, pace al'anima sua.
Il tema è quello della condizione giovanile, esaminata secondo i canoni delle radici (le origini, le certezze, la famiglia, gli amici) e le ali, cioè le aspettative, i sogni. Scandito dai temi della moda, dell'anoressia, della droga, della scuola, delle amicizie, della famiglia, della politica e dell'impegno sociale, il documentario - che si mantiene su un registro cinematografico elementare - lascia la parola agli stessi ragazzi, ai quali vengono rivolte domande marzulliane dalle quali scaturiscono risposte ancora più insignificanti e disarmanti. Chiusura con Don Ciotti che straparla.
Se lo scopo del documentario era quello di introdurci nell'universo giovanile, allora poveri ragazzi: fossero davvero tutti così ci sarebbe di che averne paura. E se le radici e le ali di una generazione sono queste, tra abbuffate di televisione, concorsi di bellezza, ossessioni estetiche e droghe, questa generazione non avrebbe veramente un futuro, a dispetto delle sciocchezze che la Parsi spiattella spacciandole per relativismo culturale.    

sabato 6 novembre 2010

In carne e ossa

anno: 2008   
regia: ANGELI, CHRISTIAN
genere: drammatico
con Alba Rohrwacher, Luigi Diberti, Maddalena Crippa, Ivan Franek, Barbara Enrichi, Lena Reichmuth
location: Italia       
voto: 1

Al discount dei film con Alba Rorwacher prendi 2 e paghi 1. Peccato per la spesa della benzina per arrivare fino al cinema. Già perché l'eroina di interpretazioni magnifiche come Cosa voglio di piùPiano, solo e Giorni e nuvole con la stessa cura dimagrante per poter sembrare (e ci riesce benissimo) anoressica si è buttata in due film uno peggiore dell'altro: La solitudine dei numeri primi e questo. Per l'occasione, in quest'opera che è arrivata nelle sale con due anni di ritardo grazie alla sventatezza della Iris (il regista, dato il cognome, deve avere godere di ottime referenze in paradiso), la Alba nazionale interpreta Viola, 25enne disadattata (a vedere la coppia genitoriale si capisce perché). La ragazza è anoressica e non ha tutti i venerdì in ordine, sicché i genitori - lui (Diberti) un medico agli arresti domiciliari, lei (Crippa) una pianista acrimoniosa - chiamano lo psichiatra di famiglia (Franek) per la bisogna. Neanche a dirlo, la ragazza se ne innamora, aprendo una contesa con la madre mentre il padre architetta nell'ombra (o meglio al cellulare) contro il rivale. In questa Cronaca familiare dalle atmosfere decadenti, l'esordiente Christian Angeli solletica i prudori del pubblico abituato al buco della serratura del Grande fratello mettendoci dentro di tutto: dai due protagonisti filantropi, uno che pratica l'eutanasia a sua discrezione, l'altro che si scopa le pazienti svitate, alla politica, le tentazioni incestuose, la malattia mentale. Un guazzabuglio che sotto certi aspetti nella trama richiama Passione d'amore di Scola ma che sconfina involontariamente nel grottesco, con attori tutti sotto tono e una colonna sonora oltremodo invadente.
Da non perdere i titoli di coda: sia perchè il regista si premura di farci sapere che si è laureato a Parigi, sia perché compare la dicitura "nessun animale è stato maltrattato durante la produzione di questo film": probabilmente il riferimento è a Maddalena Crippa, visto che altra fauna non se ne vede.    

venerdì 10 settembre 2010

La solitudine dei numeri primi

anno: 2010       
COSTANZO, SAVERIO    
genere: drammatico    
con Alba Rohrwacher, Luca Marinelli, Martina Albano, Arianna Nastro, Tommaso Neri, Vittorio Lomartire, Aurora Ruffino, Giorgia Pizzio, Isabella Rossellini, Maurizio Donadoni, Roberto Sbaratto, Giorgia Senesi, Filippo Timi, Giorgia Pizzo    
location: Italia       
voto: 3
Può accadere che un ragazzetto di 26 anni, neolaureato in fisica, scriva un romanzo dal titolo "La solitudine dei numeri primi" con il più potente editore italiano. Può anche accadere che a questo romanzo venga conferito uno di quei premi che le case editrici usano come specchietto per le allodole per rimpinguare le loro casse e che nella fattispecie questi premi siano addirittura due: il Campiello e lo Strega. Poi può accadere che un regista sensibile che ha girato due film memorabili passati pressoché inosservati (Private e In memoria di me) nel paese dove tutti - a partire dal pubblico femminile - abboccano a scrittori come lo stesso Giordano o la Tamaro, figlio di un piduista molto intimo con il potente editore italiano nonché presidente del consiglio di cui sopra, si rivolga a papà per uscire finalmente dalla nicchia (Medusa produce e distribuisce…). È la storia, tutta italiana, di un film tracotante, ambiziosissimo, involontariamente caricaturale che Saverio Costanzo ha portato sul grande schermo sceneggiandolo con lo stesso autore del romanzo. La storia è quella di Alice (Rohrwacher) e Mattia (Marinelli), trentenni segnati da un trauma infantile ed incapaci di uscire dalle sacche di un'esistenza travagliata che porta entrambi a fare del proprio corpo un capro espiatorio. Ambientato a Torino e girato con mano svogliata e senza i guizzi figurativi dei due film precedenti, La solitudine dei numeri primi delude innanzitutto per la povertà dei tratti psicologici dei due protagonisti: ambedue, come i loro comprimari, sono tagliati con l'accetta, raccontati in un contesto paramucciniamo (la scuola, la discoteca, le discussioni in famiglia) con l'apporto della pessima colonna sonora rockettara di Mike Patton, frontman dei Faith No More, ennesima strizzatina d'occhio al pubblico giovane e abboccane.    

martedì 24 febbraio 2004

Primo amore

anno: 2004   
regia: GARRONE, MATTEO  
genere: drammatico  
con Vitaliano Trevisan, Michela Cescon  
location: Italia
voto: 7  

Dopo L'imbalsamatore, Matteo Garrone porta sullo schermo un'altra storia di "amore" estremo". Ne sono protagonisti Vittorio (Trevisan), gestore di un piccolo laboratorio orafo, e Sonia (Cescon), modella per un atelier d'arte e commessa presso un esercizio equosolidale. Vittorio ha una fissazione maniacale per le anoressiche e la sua relazione amorosa con Sonia si trasforma in una storia di plagio, con cui la costringe a dimagrire di quasi venti chili, in un'allucinata sopraffazione psicologica fatta di privazione del cibo che porterà a un drammatico epilogo. Garrone opta per la strada impervia del racconto diafano, con dialoghi ridotti al minimo, uno stile semidocumentaristico con molta macchina a spalla, larghe concessioni a una calata veneta, quella del protagonista, fortemente impastata. Ineccepibile nel mettere in scena la vicenda, tratta dal romanzo Il cacciatore di anoressiche, con lucidità entomologica, Garrone racconta la dialettica tra spirito e corpo poggiando sulla metafora della lavorazione aurea, che consiste nel togliere (laddove ne L'imbalsamatore aveva fatto la scelta opposta del riempire, impagliando i corpi degli animali) allo scopo di arrivare all'essenza: ed è esattamente questo il progetto di Vittorio, guidato dall'allucinata, crudelissima, violenta volontà di arrivare a possedere "la testa" di Sonia espugnandone il corpo. Un film che - pur mantenendosi a largo dalla tentazione di mostrare particolari raccapriccianti - racconta una violenza psicologica inaudita che lascia sgomenti.