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sabato 14 aprile 2012

Diaz. Don't clean up this blood

anno: 2012       
regia: VICARI, DANIELE  
genere: poliziesco  
con Claudio Santamaria, Jennifer Ulrich, Elio Germano, Davide Iacopini, Ralph Amoussou, Fabrizio Rongione, Renato Scarpa, Mattia Sbragia, Antonio Gerardi, Paolo Calabresi, Francesco Acquaroli, Alessandro Roja, Eva Cambiale, Rolando Ravello, Monica Barladeanu, Emilie de Preissac, Ignazio Oliva, Camilla Semino Favro, Aylin Prandi, Mica Bara, Sarah Marecek, Lilith Stangenberg, Christian Blümel, Christoph Letkowski, Esther Ortega, Pietro Ragusa, Gerardo Mastrodomenico, Jacopo Maria Bicocchi, Pino Calabrese, Giorgio Caputo, Mircea Caraman, Razvan Hîncu, James Longshore, Orlando Petriceanu, Ioana Picos, Alessandro Procoli  
location: Italia
voto: 4,5 

Don't clean up this blood. È il sottotitolo di Diaz, il film con cui il regista Daniele Vicari ha ricostruito la carneficina operata nell'estate del 2001 da parte delle forze di polizia ai danni di 93 manifestanti del Genoa Social Forum (63 dei quali finiti in prognosi riservata), in occasione del G8 di Genova, massacrandoli prima presso la scuola Diaz, dove alloggiavano, quindi torturandoli nella caserma di Bolzaneto. Ma il primo a lavare quel sangue è proprio lui, Vicari, il regista dalle buone intenzioni che piuttosto che fare nomi e cognomi di quel massacro ha preferito la più rassicurante strada della fiction più adrenalinica e sadica nei confronti dello spettatore. Quell'episodio prolungato e vergognoso fu il biglietto da visita che il secondo governo Berlusconi presentò al resto del mondo a pochi mesi dal suo insediamento. Insieme al gangster che ha messo in ginocchio l'Italia, i mandanti di quell'eccidio furono Scajola (quello che è fatto regalare un appartamento vicino al Colosseo...), allora ministro dell'interno, e il ministro della giustizia Roberto Castelli, più gli esecutori materiali degli ordini, gente rispetto alla quale uno come Pol Pot potrebbe tranquillamente venire scambiato per un mite maestro d'asilo.
Vicari ricostruisce quella tragica vicenda - che, neanche a dirlo, non ha implicato neppure la sospensione dal servizio di uno solo di quei poliziotti sanguinari né il Parlamento votò mai a favore di una commissione d'inchiesta - ricomponendo un puzzle di biografie singole, alla maniera tipica dei drammi catastrofici, e miscelando il tutto con una Babele di lingue e con un'ampia dose di immagini di repertorio, quelle che sono rimaste lì a inchiodare la "più grave violazione dei diritti umani in un paese occidentale dai tempi della seconda guerra mondiale", come recitò un comunicato di Amnesty International. Ma tant'è, siamo italiani e ci siamo tenuti cari cari il nostro Guantanamo e la nostra Abu Ghraib, giusto per ispessire le file delle stragi e dei misteri di Stato che nel nostro paese non hanno mai fine.
Un'occasione persa per raccontare una delle pagine più nere della seconda Repubblica, per smascherare la collusione continua di quel governo fascista con le forze di estrema destra (i filmati amatoriali fatti in quei giorni mostrarono incontrovertibilmente la presenza di infiltrati di destra e di poliziotti tra i manifestanti, andati lì a menare le mani giusto per veicolare all'opinione pubblica l'equazione che assimila i manifestanti ai black bloc tout court), per dare il giusto tributo alla memoria di Carlo Giuliani. L'assassino di quest'ultimo, Placanica, è stato prosciolto per legittima difesa. Quello di un devastatore fascista di autogrill come Gabriele Sandri, Luigi Spaccarotella, è stato condannato. Segno evidente che in Italia la giustizia, mossa dall'opinione pubblica, funziona a seconda del colore politico.    

lunedì 19 novembre 2007

Diario del saccheggio (Memoria del saqueo)

anno: 2004   
regia: SOLANAS, FERNANDO EZEQUIEL  
genere: documentario  
location: Argentina
voto: 9

Dopo la feroce dittatura degli anni '70 e la discutibile gestione del presidente Alfonsin, negli anni '90 l'Argentina fu portata sul baratro dal doppio mandato presidenziale di Menem. Nel primo film di una trilogia dedicata alla tragedia miscosciuta di un popolo passato dal ruolo guida dell'intero Sudamerica negli anni '60 (quando erano gli italiani a migrare) alla dipendenza dal Fondo Monetario Internazionale, Solanas ricostruisce quegli anni terribili, non ancora del tutto accantonati. Gli strumenti di regia sono le interviste alla gente comune, i pareri esperti, le testimonianze d'epoca, le immagini di repertorio, il montaggio efficacissimo costruito su una scansione in dieci capitoli, le carrellate con la steadycam nei faraonici palazzi del potere. I contenuti sono pari a quelli della più scottante delle inchieste di un Michael Moore in versione gaucho: la crisi che sfociò - dopo una serie di altre manifestazioni a getto continuo - nella oceanica rivolta spontanea del dicembre del 2001 (che costrinse il presidente De La Rua, successore di Menem, alle dimissioni) ha radici che affondano nel passato coloniale del paese. Si parte da accordi stipulati con gli Stati Uniti nel 1922 e si arriva, passando per gli anni terribili della dittatura militare e dei desaparecidos, al saccheggio dei beni dello stato in nome del neo-liberismo e della globalizzazione. Con l'illusione di ridurre l'inflazione equiparando il peso al dollaro, Memen diede inizio a una vendita a prezzi stracciati delle principali industrie nazionali: quella telefonica, quella petrolifera e quella elettrica. Risultato: tasso di interesse al 50% annuo, debito estero schizzato a 130 miliardi di dollari, disoccupazione al 20%, allargamento della forbice tra una minoranza di ricchi e una maggioranza di indigenti. Effetti collaterali: mafiocrazia, arricchimento delle banche private, traffico di armi, repressioni durissime contro la popolazione. Il tutto reso possibile da un uso scaltro del potere mediatico, dalla connivenza dei sindacati e dal sostegno (interessantissimo) degli Stati Uniti (in Patagonia c'è uno dei giacimenti petroliferi più grandi del mondo, svenduto ai privati a 1/10 del prezzo indicato da una commissione esperta). Solanas evita il vittimismo, dirige con assoluta sobrietà un documentario durissimo che vuole farsi memoria e lascia parlare soprattutto le immagini: che sono quelle di folle immense e disperate, dei piqueteros arrabbiati, dei risparmiatori ingannati, dei bambini delle favelas che rovistano nell'immondizia, delle Madres che durante le marce e la manifestazioni urlano il loro dolore in prima linea sfidando la polizia a cavallo e i mezzi blindati: roba da far venire le lacrime agli occhi. El pueblo unido jamas serà vencido.