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domenica 15 dicembre 2024

n-Ego

anno: 2024
regia: ELEONORA DANCO
genere: sperimentale
con Eleonora Danco, Antonio Bannò, Luca Gallone, Federico Majorana, Filippo Timi, Elio Germano
nazionalità: Italia
voto: 8,5

Vestita in latex rosso, con un'asta per flebo perennemente in mano e un collant calato sul volto alla maniera dei rapinatori, per le strade del centro di Roma si aggira una donna che cerca di carpire i segreti di persone - quasi tutte in quell'età di mezzo che sta tra i trenta e i sessanta - avvicinate per caso. Sono gli "attivi", gruppo sociale complementare a giovanissimi e anziani che - dieci anni prima - fondavano il nucleo del primo film di Eleonora Danco, N-Capace. In questa opera seconda il meccanismo è lo stesso, venendo così a mancare l'effetto sorpresa di un film pur sperimentale, spiazzante, vitalissimo, pieno zeppo di idee e privo di un centro: quello di un'alternanza tra brandelli d'intervista (con la voce della protagonista che rimane sempre fuori campo) e alcuni geniali still life composti da umani che si producono in messe in scena a dir poco stravaganti, mentre lei caracolla per le strade capitoline (ma ci sono anche Terracina e Sperlonga) o si fa trovare sdraiata in mezzo alla strada. Alla stregua del suo teatro, tutto concentrato sulla dimensione egotica di un'esistenza inquieta, il suo è un cinema prendere-o-lasciare: urticante, scomodo, con tracce di espressionismo e rimandi a De Chirico, impertinente ("Ti masturbi?"), ma efficacissimo nel restituire uno spaccato di umanità a tema - stavolta, quello delle difficoltà dell'età in cui (quasi sempre) si lavora - che dice molto di più di tanta ricerca etnografica e di molta sociologia. Questo grazie soprattutto a un lavoro eccellente sul casting (ma stavolta ci sono anche due attori professionisti come Filippo Timi ed Elio Germano), che porta sullo schermo personaggi dai volti scolpiti, le cui vite sono altrettanti romanzi. Per cui, prendere, sempre prendere, anche a costo di uscire dalla sala con un gigantesco punto interrogativo.

mercoledì 14 luglio 2021

Punta Sacra

anno: 2020
regia: FRANCESCA MAZZOLENI
genere: documentario
location: Italia
voto: 5 

Punta Sacra è il nome che viene dato all'idroscalo di Ostia, il luogo assurto a fama nazionale perché lì Pasolini trovò la morte. In quel luogo la regista Francesca Mazzoleni riprende ispirazione a otto anni di distanza da un corto ambientato nello stesso posto, per raccontare la fauna umana che vi abita, combattendo contro la minaccia di sgombero (ma molte famiglie che vivevano lì da un decennio sono costrette a vivere in un residence), autorganizzandosi, discutendo, componendo testi rap che si ispirano a Victor Jara (sic), apparecchiando una festicciola locale per il Natale con tanto di coro che canta una versione tradotta in italiano dell'Hallelujah di Leonard Cohen. È un'umanità raccontata quasi interamente al femminile, tra frizioni amicali, dispute tra madre e figlia, amori acerbi e serrati confronti sui valori della politica. Con una figura emergente, quella di Franca, una sorta di "onorevole Angelina", dal piglio volitivo e intelligente, che guida la resistenza locale con indomita tempra. Per quanto alcuni scorci siano piuttosto accattivanti, il film soffre degli stessi difetti del precedente Succede (opera di finzione). Esso, infatti, sembra un collage di situazioni filmate con una troupe pressoché invisibile, ma montate in maniera rapsodica, scandite da capitoli pretestuosi, girate con uno stile crepuscolare, quasi sempre notturno, che drammatizza scene che richiederebbero altro. Ma il problema maggiore è che allo spettatore non viene offerto neppure un barlume del conflitto che sta dietro lo smantellamento di Punta Sacra e alle ragioni politiche degli autoctoni si preferiscono i languori dei sentimenti.

mercoledì 6 febbraio 2019

Non ci resta che il crimine

anno: 2019       
regia: BRUNO, MASSIMILIANO    
genere: commedia fantastica    
con Marco Giallini, Alessandro Gassmann, Gianmarco Tognazzi, Edoardo Leo, Ilenia Pastorelli, Massimiliano Bruno, Marco Conidi    
location: Italia
voto: 6,5    

Tre amici disoccupati sbarcano il lunario allestendo un tour cittadino per i luoghi che hanno reso famosa la Banda della Magliana, sperando di riuscire a fare i soldi "con la pala". Passando per un cunicolo spazio-temporale, si ritrovano improvvisamente nel 1982, quando la nazionale italiana sta giocando il mondiale che l'avrebbe portata alla vittoria. Vengono così a contatto con De Pedis, il boss della banda conosciuto come Renatino (Leo), e con i suoi scagnozzi, imbarcandosi in avventure paradossali e assai rischiose.
Giunto alla sua sesta regia, Massimiliano Bruno propone un mix tra Ritorno al Futuro e Non ci resta che piangere, con espliciti riferimenti a entrambi (a partire dalla canzoncina che avrebbe avuto successo in futuro: Yesterday nel film di Troisi e Benigni, qui - purtroppo - Dammi tre parole, portata al successo da Valeria Rossi) e un vago richiamo a I soliti ignoti. La regia è sciatta come al solito (inguardabili le scene di esultanza dei tifosi dopo la vittoria con l'Argentina), la Pastorelli la solita miracolata della settima arte che non ha ancora capito la differenza tra un set cinematografico e il salotto del Grande Fratello, ma i tre protagonisti - nonostante il reiterato type casting di Giallini - sono talmente affiatati da riuscire a garantire scene a tratti esilaranti, con Gassman nel ruolo di un mezzo ritardato e Tognazzi in quello dell'ipocondriaco pavido. Inedito ruolo da cattivo per Edoardo Leo, qui meno a proprio agio rispetto ad altre occasioni e comunque destinato a suscitare le simpatie di chi non ha strumenti sufficienti per capire quale razza di sordido criminale interpreta. Il che rischia di generare un nuovo effetto Gomorra.    

sabato 19 gennaio 2019

Tutto quello che vuoi

anno: 2017       
regia: BRUNI, FRANCESCO    
genere: commedia    
con Giuliano Montaldo, Andrea Carpenzano, Arturo Bruni, Emanuele Propizio, Donatella Finocchiaro, Antonio Gerardi, Raffaella Lebboroni, Andrea Lehotska, Riccardo Vitiello, Carolina Pavone    
location: Italia
voto: 1    

Alessandro (Carpenzano), 22enne trasteverino perdigiorno, ha lasciato gli studi anzitempo. Suo padre (Gerardi) gli trova una occupazione come accompagnatore di un anziano poeta malato d'Alzeheimer (Montaldo). Con l'uomo e con la combriccola di nullafacenti suoi coetanei, Alessandro si tufferà in una imprevista caccia al tesoro, indirizzata in Toscana, in un viaggio che sarà occasione per scoprire le virtù dell'anziano e per capire meglio sé stesso.
Dopo il fulminante esordio di Scialla!, Francesco Bruni tocca il nadir della sua produzione da regista con un film insipido, senza alcun ritmo, tutto giocato sul contrasto - a suon di luoghi comuni - tra i modi attempati dell'anziano protagonista e quelli dei ragazzi, con accentuatissima calata in vernacolo, che sembrano presi di peso da una curva dello stadio Olimpico. Tutto quello che vuoi non è che un racconto di formazione in forma di road movie come se ne sono visti a centinaia, servito da un cast d'attori che, con la sola eccezione di Antonio Gerardi, è inguardabile e inascoltabile.    

domenica 30 dicembre 2018

L'onorevole Angelina

anno: 1947   
regia: ZAMPA, LUIGI    
genere: commedia    
con Anna Magnani, Nando Bruno, Ave Ninchi, Ernesto Almirante, Agnese Dubbini, Armando Migliari, Maria Donati, Maria Grazia Francia, Vittorio Mottini, Franco Zeffirelli, Gianni Glori, Ugo Bertucci, Anita Angius, Aristide Baghetti. Gino Cavalieri, Adalberto Tenaglia    
location: Italia
voto: 8    

Nella poverissima periferia romana di Pietralata, nell'immediato secondo dopoguerra, Angelina (Magnani), madre di famiglia che ha dovuto sfornare figli a ripetizione per godere degli incentivi economici del governo fascista, vive in condizioni meno che precarie insieme al marito (Bruno), un vicemaresciallo, e ai tanti altri "deportati" dopo gli sventramenti mussoliniani per costruire via della Conciliazione. La donna si fa portatrice delle istanze di quegli sventurati, reclamando l'occupazione di appartamenti di nuova costruzione, opera di uno speculatore edilizio (Migliari) con le mani in pasta nella politica. Quando Angelina, spinta dalle tantissime donne che ne sostengono le idee, sembra a un passo dall'entrare in politica, l'uomo riuscirà a farla spedire in galera.
Pur segnato da un finale riconciliatorio che attutisce lo scontro interclassista, L'onorevole Angelina è una commedia agrodolce stratificata e complessa, che - in una chiave stilistica squisitamente neorealista - chiama in causa i ruoli di genere, l'intrusività dei media, la borsa nera, la corruzione della politica e i meccanismi di invidia sociale, aggiungendo al tutto una spolverata di rosa con la sottotrama della relazione tra la figlia di Angelina (Francia) e il figlio idealista del palazzinaro, interpretato da un giovanissimo Franco Zeffirelli. La Magnani, grazie alle sue "baccagliate" energiche e decise, giganteggia con un'interpretazione memorabile che le regalò il Nastro d'argento come migliore attrice, ma anche il resto del cast fornisce un'ottima prova.    

domenica 16 dicembre 2018

Roma, ore 11

anno: 1952       
regia: DE SANTIS, GIUSEPPE    
genere: dramma catastrofico    
con Lucia Bosé, Carla Del Poggio, Maria Grazia Francia, Delia Scala, Elena Varzi, Lea Padovani, Raf Vallone, Massimo Girotti, Paolo Stoppa, Armando Francioli, Paola Borboni, Irène Galter, Eva Vanicek, Checco Durante, Alberto Farnese, Mino Argentieri, Renata Ciaffi, Maria Ammassari, Anna Maria Zigno, Teresa Ellati, Fausto Guerzoni, Ezio Rossi, Henri Vilbert, Marco Vicario, Hélène Vallier, Fulvia Trozzi, Donatella Trombadori, Maria Pia Trepaoli, Pietro Tordi, Michele Riccardini, Renato Mordenti, Nando Di Claudio, Bianca Beltrami, Cabiria Guadagnino    
location: Italia
voto: 6    

Nel 1951 a Roma, nella centralissima via Savoia, un paio di centinaia di ragazze si misero in fila per aggiudicarsi un posto da dattilografa che un ragioniere aveva bandito tramite un annuncio pubblicitario. La ressa lungo le scale della palazzina e qualche piccolo tafferuglio determinarono il cedimento della ringhiera, con rottura dei gradini e crollo dell'intera scala. Ci scappò anche il morto. Nemmeno un anno più tardi arrivò nelle sale il film che ricostruisce la vicenda in una chiave neorealista a tinte rosa, facendo dell'evento la cartina di tornasole di una società che già allora era assediata dai media in cerca di spettacolarizzazione del dolore, costretta da modelli ancora familiari fortemente patriarcali, da guerra tra poveri, dalla lotta di classe. Riadattando interamente in studio il luogo della sciagura, De Santis se ne serve per enfatizzare una realtà ancora fortemente provinciale e per mettere a fuoco alcune vicende: da quella della ragazza madre a quella della prostituta che vorrebbe cambiare mestiere. Un'operazione di indubbio interesse, che mira a raccontare un angolo del Paese nelle difficoltà rappresentate dal Dopoguerra, ma con un cast di attrici che - per quanto ai tempi portassero nomi altisonanti (Lucia Bosé, Carla Del Poggio, Delia Scala, Lea Padovani, Paola Borboni) - si produce in una recitazione imbarazzante, persino penosa.    

domenica 14 ottobre 2018

Il codice del babbuino

anno: 2018       
regia: ALFONSI, DAVIDE * MALAGNINO, DENIS    
genere: noir    
con Denis Malagnino, Tiberio Suma, Stefano Miconi Proietti, Marco Pocetta, Fabio Sperandio, Alessandra Ronzoni, Cristina Morar, Lionello Pocetta, Daniele Guerrini    
location: Italia
voto: 5    

Una ragazza viene stuprata, abbandonata nei pressi di un campo rom e quindi portata in ospedale. Il suo compagno (Suma) è certo che i responsabili siano stati "quegli zingari de' mmerda" e cerca vendetta. L'unico argine alla sua rabbia sembra essere l'amico Denis (Malagnino), coscienzioso padre di famiglia con grossi problemi economici, costretto persino a scantonare dal binario della legalità per arrivare alla fine del mese. La ricerca dei colpevoli nella zona di Guidonia, periferia estrema e difficilissima di Roma, va avanti per tutta la notte. I due amici commettono l'errore di affidarsi a un losco boss locale che si fa chiamare "er tibetano" (Miconi Proietti), che renderà la situazione ancora più difficile.
Interprete e anche regista, Denis Malagnino firma con Davide Alfonsi un noir atipico ispirato a una storia vera, girato con pochissimi spiccioli e sempre in notturna, con i protagonisti ripresi quasi sempre con l'occhio della cinepresa incollato addosso, quasi da cinema espressionista. Unità di tempo, di luogo e di azione fanno da architrave a questa storia di amicizia sui generis, sempre esposta al tradimento, in un deserto di valori che condurrà a un finale paradossale e spiazzante.    

martedì 9 ottobre 2018

Una vita in gioco

anno: 1991       
regia: GIRALDI, FRANCO    
genere: drammatico    
con Mariangela Melato, Ennio Fantastichini, Fabio Traversa, Nicoletta Boris, Carola Stagnaro, Alessandra Bellini, Turi Catanzaro, Michetta Farinelli, Michael Johannes Maser, Pino Mariano, Alessandro Bacchiocchi, Simona Cardinali, Franco Menenti, Remo Ottaviani, Annalisa Passeri, Laura Di Mariano    
location: Italia
voto: 2    

Marianna (Melato) è una quarantenne che trova un posto come supplente in un istituto professionale della periferia romana. Vive con Andrea (Fantastichini), genitore separato e giornalista televisivo, non ha figli e abita nel pieno centro della città. Volitiva e informale, Marianna cerca di penetrare nel vissuto dei suoi studenti, affrontando a viso aperto i loro problemi, anche a costo di mettere a repentaglio la sua vita sentimentale.
Miniserie televisiva prodotta dalla Rai nei primi anni Novanta, Una vita in gioco è un tentativo maldestro di riacciuffare in chiave fiction la televisione pedagogica di Bernabei, con tante bune intenzioni e risultati imbarazzanti. L'intreccio è meno che convenzionale, i giovani che interpretano gli studenti non sono affatto all'altezza della situazione e anche tra i professionisti - Melato compresa - nessuno sembra credere veramente al progetto. L'unico elemento di interesse è di tipo archeologico: vedere Roma trasformarsi in maniera così impressionante, e in peggio, fa un'impressione notevole.
Copione di Lidia Ravera e Mimmo Rafele.    

giovedì 20 settembre 2018

La profezia dell'armadillo

anno: 2018       
regia: SCARINGI, EMANUELE    
genere: grottesco    
con Simone Liberati, Pietro Castellitto, Laura Morante, Valerio Aprea, Claudia Pandolfi, Teco Celio, Diana Del Bufalo, Kasia Smutniak, Vincent Candela, Adriano Panatta, Samuele Biscossi, Valerio Ardovino, Sofia Staderini, Gianluca Gobbi, Guglielmo Poggi    
location: Italia
voto: 1

Fino a qualche decennio fa i maestri del pensiero di chiamavano Alberto Arbasino, Italo Calvino, Umberto Eco, Alberto Moravia, Pier Paolo Pasolini, Leonardo Sciascia. Oggi si chiamano Maurizio Crozza, Roberto Saviano e Zerocalcare, al secolo Michele Rech. Così come una volta i fumetti si chiamavano fumetti e non graphic novel, con intollerabile magniloquenza. È proprio da Zerocalcare che esce uno dei film più insulsi dell'ultimo decennio, una di quelle opere che non possono neppure avvalersi - come nel caso di altri filmacci come L'arbitro o I peggiori - di un'efficace estetica da videoclip che per lo meno salva qualcosa sul piano della forma. Qui siamo di fronte al delirio totale, alla rappresentazione bislacca di una generazione per la quale l'ingresso nell'età adulta è segnato dai tragici fatti di Genova del 2001 e che non vede un futuro professionale possibile, dovendosi arrabattare  tra ambizioni artistiche, lavori in Co.Co.Co e ripetizioni private. Su una trama sconnessa che racconta il quotidiano di Zero (Liberati, già protagonista di Cuori puri), 27enne che vive nel quartiere periferico romano di Rebibbia insieme a un gigantesco armadillo (impersonato da Valerio Aprea) che è il suo alter-ego, si innesta una sottotrama legata alla perdita di una ex compagna di scuola di origini francesi, vissuta assieme al suo compagno di scorribande notturne Secco (Castellitto junior), forse l'elemento meno peggio del film. Dialoghi ampollosi a suon di frasi sentenziose, recitazione a zero, riprese meno che banali sono gli addendi di un film che ha avuto anche notevoli difficoltà produttive, passando dalle mani di Valerio Mastandrea, che dopo avere contribuito alla sceneggiatura ha abbandonato il progetto, a quelle di Emanuele Scaringi, che è riuscito nell'impresa di portare al disconoscimento dell'opera da parte dello stesso Zerocalcare.

Il cameo con Adriano Panatta è l'unica cosa da salvare.    

giovedì 23 agosto 2018

Nina

anno: 2013       
regia: FUKSAS, ELISA    
genere: drammatico    
con Diane Fleri, Luca Marinelli, Ernesto Mahieux, Luigi Catani, Marina Rocco, Andrea Bosca, Claudia Della Seta    
location: Italia
voto: 1,5    

Elisa Fuksas è la figlia dell'archistar Massimiliano Fuksas e già l'essere "figlia di" la rende poco simpatica. Nel 2009 esordì con un documentario festivaliero a tripla firma e di una certa pregnanza, intitolato L'Italia del nostro scontento. Nel suo primo film di fiction ci propala il trascorrere delle settimane agostane di Nina (Fleri), a cui vengono affidati il cane depresso Omero che lei - causa il rotacismo - chiama Omeo e un criceto oversize. La ragazzetta passa le giornate in una scuola semideserta dove impartisce lezioni di canto a soggetti dalle improbabili doti e un corso privato da un sinologo napoletano (Mahieux) dal quale vorrebbe apprendere il cinese. A questo si aggiunge un'avventura con un ragazzo che le ha rubato un quaderno di appunti, interpretato da un Luca Marinelli in versione estremamente acerba.
L'insieme è ambientato, in confezione rigorosamente surrealista, all'Eur di Roma, fotografato sempre in notturna e con tanto di tributo (in diurna, stavolta) alla Nuvola di papà Max. Il rigore formale, grazie alla fotografia di Michele D'Attanasio, è ineccepibile ma il film è puro estetismo, un esercizio di stile fine a sé stesso, incapace di comunicare alcunché e nel quale le migliori prove attoriali sono quelle dei quadrupedi.    

mercoledì 13 giugno 2018

La terra dell'abbastanza

anno: 2018       
regia: D'INNOCENZO, DAMIANO * D'INNOCENZO, FABIO    
genere: drammatico    
con Andrea Carpenzano, Matteo Olivetti, Milena Mancini, Luca Zingaretti, Max Tortora, Demetra Bellina, Michela De Rossi, Giordano De Plano, Walter Toschi    
location: Italia
voto: 7,5    

Mirko (Olivetti) e Manolo (Carpenzano) sono amici da quando andavano alle scuole elementari, a Ostia. Nonostante l'età, non hanno ancora finito la scuola alberghiera che frequentano a stento in vista di un futuro quanto mai incerto. Una sera, mentre rientrano a casa, investono un uomo e scappano. Scoprono che quell'uomo è un collaboratore di giustizia al quale un boss locale (Zingaretti) sta dando la caccia da tempo. Così, i due entrano nell'orbita benevola del criminale, con incarichi che non si fanno mancare niente, dal giro di prostitute minorenni all'omicidio. Ma per i due ragazzi non sarà facile gestire quella realtà che sembra profilarsi come l'occasione per una svolta, l'unica via d'uscita da un'esistenza incapace di promettere qualsiasi prospettiva decorosa.
Film d'esordio dei gemelli D'Innocenzo, già sceneggiatori - con Garrone - di Dogman, i quali sembrano ripartire da dove finiva Non essere cattivo di Caligari. Qui il realismo delle periferie dei due fratelli guarda a quel mondo senza speranza con umanissima pietà, mettendo in scena il trambusto di due ragazzi che, per ragioni opposte, vorrebbero manifestare il loro valore agli occhi di due genitori soli: Mirko a una madre (Mancini) che si scapicolla per sbarcare il lunario, Manolo a un padre perdigiorno e smargiasso (Tortora) che lo vorrebbe come lui. Intenso, iperrealista, girato con un'impressionante padronanza della macchina da presa - dai piani lunghissimi ai close up sul volto dei protagonisti - e con una straordinaria capacità di direzione degli attori, La terra dell'abbastanza è un pugno allo stomaco dello spettatore, la raffigurazione della banalità del male sotto forma di racconto di formazione (al crimine) che è un atto di denuncia felicemente riuscito: un'opera che va a ispessire il nugolo di film tesi a raccontare il degrado delle periferie.    

martedì 24 aprile 2018

L'esodo

anno: 2017       
regia: FORMISANO, CIRO    
genere: drammatico    
con Daniela Poggi, Kiara Tomaselli, Carlotta Bazzu, Alice Valnte Visco, Francesco Alvaro, Simone Destrero, Ylenia Petrelli, David Mastinu, David White, Veronica Rega, Martina Palmitesta, Fulvia Patrizia Olivieri, Fabio Farronato, Ludovica Ruggeri, Christian Marazziti, Sara Ruggeri, Ilir Jacellari, Cinzia Susino, Alessandro Solombino, Ciro Buono, Emanuela Tittocchia, Rosaria De Cicco, Cinzia Mirabella, Vincenzo Giordano, Silvia Ieboah, Davide Petrucci,. Daene Bimbah    
location: Italia
voto: 3    

Come ti ammazzo la classe media. Ci volevano i professoroni del gruppo Bilderberg - Mario Monti ed Elsa Fornero - per mandare al tappeto chi, dopo aver lavorato per una vita intera, si è visto costretto a lasciare il posto anzitempo senza neppure ricevere la pensione, con qualche lacrimuccia telegenica ma soprattutto ipocrita. Si chiamano esodati, e nel 2017 - a 6 anni di distanza dalla riforma Fornero (come ci avverte la didascalia sui titoli di coda) - sono ancora in 5000 e non godono di alcun reddito. L'esodo è la storia di una di loro (Poggi): una sessantenne sola, con nipote adolescente a carico, che improvvisamente si vede costretta a chiede le elemosina nella centralissima piazza della Repubblica a Roma. Tra amicizie con altri diseredati, l'incontro con una giornalista che vuole portare il suo caso sulla ribalta mediatica, gli scontri con una zingara per l'occupazione di quel fazzoletto di marciapiede e un'assurda occasione di lavoro, le sue giornate scorrono nella più totale desolazione ma con qualche sprazzo di solidarietà umana.
Dispiace dirlo, data l'importanza e l'urgenza del tema, ma il film dell'esordiente Ciro Formisano, un esempio di cinema impegnato e militante, è di un pressapochismo tale da vanificare completamente i contenuti proposti. Dal sonoro in presa diretta (di Eleonora Torchio) alla recitazione degli attori, passando per gli assurdi tagli di montaggio, ne L'esodo - tratto dal romanzo eponimo dello stesso regista - manca la più elementare sintassi filmica, carenza a cui si sommano il registro didascalico dell'opera e l'eccesso di retorica. Chissà cosa sarebbe potuto diventare un film del genere nelle mani di un novello Petri o in quelle di Garrone. Qui non si va oltre un prodotto davvero imbarazzante, che rischia di trasformarsi in un autentico boomerang all'arrivo della scena più assurda: quella in cui, in sottofinale, la ministra si materializza davanti agli occhi dell'indigente protagonista.
   

lunedì 26 marzo 2018

Roma Golpe Capitale

anno: 2018       
regia: CORDIO, FRANCESCO   
genere: documentario   
con Ignazio Marino, Federica Angeli, Giancarlo Caselli, Giovanni Caudo, Francesca Danese, Loredana Granieri, Francesco Luna, Massimiliano Tonelli, Roberto Tricarico, Lila Yawn    
location: Italia, Usa
voto: 8   

Dopo 5 anni di sindacatura Alemanno, di saccheggio delle casse capitoline, di un debito di nuovo pari a 800.000 euro dopo che quello precedente era stato spalmato sulle tasse di tutti i contribuenti italiani, nella città eterna arriva un marziano, una figura apolide rispetto alle logiche di partito, un chirurgo di fama internazionale, cattolico ma di idee progressiste: Ignazio Marino. Il suo mandato in Campidoglio durò poco più di due anni: un tempo sufficiente per cercare di rimettere in ordine i conti della capitale, per chiudere la discarica di Malagrotta, ormai allo stremo e oggetto di enormi interessi malavitosi, per allontanare dal centro storico i camion bar gestiti con sistemi da malaffare dalla famiglia Tredicine, per aprire qualche altra stazione della linea C della metropolitana nonché i varchi d'accesso al litorale di Ostia, da decenni in mano alla mafia (e alla famiglia Spada in particolare), con connivenze gravissime da parte della politica e delle pubblica amministrazione. E ancora: pedonalizzazione dei Fori Imperiali con rilancio della zona archeologica adiacente e incremento delle iniziative culturali in città, a cominciare dallo splendido murale di Kentridge sui bastioni del Tevere. Tutto questo ha avuto un costo enorme: non in termini economici, ma politici. La giunta Marino si mise di traverso a interessi che andavano avanti da decenni, interessi che avevano dato un potere enorme ai palazzinari e alle partecipate, sempre sull'orlo del lastrico. A Palazzo Chigi, dove aveva preso posto Matteo Renzi, il nuovo corso di Marino non piacque affatto (come d'altronde le sue posizioni sui matrimoni omosessuali erano invise al Vaticano) e così partì una campagna diffamatoria che mise in luce l'unico vero neo di quella giunta: quello di non avere un ufficio comunicazione all'altezza che potesse ribattere punto per punto le calunnie costruite ad hoc dall'imbonitore toscano e dai suoi scherani. Ecco perché la questione degli scontrini per le cene di rappresentanza e quella della Panda rossa di proprietà del sindaco, usata senza presunti permessi dal primo cittadino in luogo delle auto blu, furono il vulnus che decretò l'accerchiamento di Marino da parte dei suoi capi partito. Un nugolo di lacchè, consiglieri al soldo di Renzi, andò così dal notaio (sic) per rassegnare le proprie dimissioni e la giunta fu sfiduciata.
Questi i fatti.
Il documentario mirabile per dinamismo e capacità di racconto di Francesco Cordio restituisce la voce a quell'uomo ingiustamente vituperato dai media, tornato nel frattempo a Philadelphia a lavorare come chirurgo, il quale - con serafica e cristallina chiarezza - racconta la sua versione di quel "pasticciaccio brutto" che fu la fine anticipata del suo mandato. Corredato dalle testimonianze della giornalista di Repubblica Federica Angeli (una che vive sotto scorta per avere messo a nudo le malefatte degli Spada), dal giudice Giancarlo Caselli e dai blogger Giovanni Caudo e Francesco Luna, il film a tratti rasenta l'agiografia, ma aiuta moltissimo a capire quanto marcio ci sia nel partito di Renzi e dei suoi pretoriani, dando anche a Marino l'opportunità di togliersi qualche sassolino dalla scarpa, come quando fa riferimento a quel giornalista immondo,  quel monumento alla iattanza che è Francesco Merlo. Da vedere e rivedere e, soprattutto, da consigliare. Totalmente snobbato dalla critica e dai media, il film - tramite il passaparola - ha portato in sala interi torpedoni di spettatori, disposti a file sfiancanti pur di poterlo vedere.    

domenica 25 marzo 2018

La via della conciliazione

anno: 2016   
regia: BRUNETTI, RAFFAELE * CURZI, PIERGIORGIO   
genere: documentario   
con Franco Ferrarotti, David Kertzer, Padre Bernard Ardura, Paolo Portoghesi, Gianni Gai, Anna Baldi, Franco Andreoli    
location: Italia
voto: 8   

Via della Conciliazione è quella strada maestosa che dal colonnato della basilica di S. Pietro porta verso Castel Sant'Angelo, il collegamento, anche simbolico, tra la Roma papalina e quella laica. Quella strada prima non esisteva. Al suo posto c'era un borgo, che ancora permane in parte ai lati di essa, popolato da artigiani, piccoli commercianti, professionisti di vario genere. Quel borgo fu spazzato via per effetto del Concordato del 1929 tra lo Stato rappresentato da Mussolini e la Chiesa, nelle mani di Pio XI, con buona pace dei residenti. L'ottimo documentario di Raffaele Brunetti e Piergiorgio Curzi racconta questa tortuosa vicenda il cui primo seme su piantato con la breccia di Porta Pia nel 1870, a cui seguì il ridimensionamento dello Stato Pontificio e che terminò soltanto nel 1950, quando fu un altro papa, Pio XII, a inaugurare la strada che avrebbe dovuto essere pronta per l'arrivo a Roma di Hitler. Aiutati dalle immagini di repertorio dell'istituto Luce, da fotografie d'epoca e soprattutto da animazioni efficacissime che dinamizzano il racconto, i due registi confezionano un prodotto di alto livello che racconta lo sventramento di quel borgo capitolino, cominciato nel 1936 sotto la direzione di Piacentini (con Mussolini che, in cima a un tetto, diede la prima, simbolica picconata) come effetto dei Patti Lateranensi e che fu una vera e propria deportazione degli abitanti, alcuni dei quali - insieme al sociologo Franco Ferrarotti, all'architetto Paolo Portoghesi, allo storico David Kertzer e a Padre Bernard Ardura che ha la faccia di uno appena uscito da un processo per pedofilia - offrono le loro testimonianze. Quell'opera urbanistica così magniloquente fu realizzata a colpi di pala e picconi, con le funi, senza le ruspe, con un intero palazzo spostato da un lato all'altro della strada (sic), tradendo gli intenti architettonici di Michelangelo e di Bernini, entrambi consapevoli dell'effetto sorpresa che avrebbe dovuto suscitare nei pellegrini la grandiosità della basilica una volta districatisi dal labirinto di strade e stradine del Borgo. Unico neo del documentario è la totale mancanza di riferimenti al luogo dove furono mandati gli abitanti del rione: la zona paludosa di Tor Marancia, oggi oggetto di progetti di riqualificazione urbanistica.    

giovedì 8 febbraio 2018

Come un gatto in tangenziale

anno: 2017       
regia: MILANI, RICCARDO   
genere: commedia   
con Paola Cortellesi, Antonio Albanese, Claudio Amendola, Sonia Bergamasco, Luca Angeletti, Simone De Bianchi, Alice Maselli    
location: Italia
voto: 5   

Giovanni (Albanese) lavora in un think tank che ha come obiettivo il rilancio delle periferie italiane, abita al centro di Roma in una casa extra-lusso con sua figlia (Alice Maselli: dieci anni di lavori forzati in Siberia a chi ha fatto il casting), una tredicenne viziatissima che lo usa come un bancomat e gioca a polo. La pupa si è appena trovata un fidanzatino (De Bianchi) che risiede a Bastogi, enclave tra le più degradate della capitale. Il ragazzino vive con la madre Monica (Cortellesi) - una donna onesta che lavora in una mensa per anziani - e con due zie gemelle che rubano compulsivamente, mentre suo padre (Amendola) è in vacanza a Rebibbia. Tanto Giovanni quanto Monica non vogliono quella relazione tra i loro ragazzi che per la donna può durare "come un gatto in tangenziale" e fanno di tutto per ostacolarla: i loro mondi sono incompatibili. O almeno così sembrano.
Dopo il successo al botteghino di Mamma o papà?, Riccardo Milani imbastisce un nuovo copione per la coppia Albanese e Cortellesi (sua compagna nella vita), giocato ancora una volta su una dialettica antagonista. Abbondano gli stereotipi sulla borghesia d'alto bordo snob e piena di sussiego e sul proletariato ruspante e abituato all'arte d'arrangiarsi, ma non manca più di un momento divertente. A lasciare perplessi è la morale del film, che nel suo cerchiobottismo dà ragione allo sfogo di Giovanni durante un invito a pranzo: è l'indolenza di questi poveracci, uniformemente rifugiati nell'alibi che "tanto è tutto un magna-magna", a rendere tanto penosa la loro condizione. E infatti Monica riuscirà ad aprire un'attività propria grazie a una dritta di Giovanni sui fondi europei.    

venerdì 1 dicembre 2017

Amori che non sanno stare al mondo

anno: 2017       
regia: COMENCINI, FRANCESCA
genere: sentimentale
con Lucia Mascino, Thomas Trabacchi, Carlotta Natoli, Valentina Bellè, Iaia Forte, Camilla Semino Favro    
location: Italia
voto: 8,5

Claudia (Mascino) conosce Flavio (Trabacchi) durante una conferenza. Entrambi sono docenti universitari. Dopo la schermaglia iniziale, i due vanno a pranzo insieme. Lei gli dichiara precipitosamente il suo amore. Lui, gratificato, nicchia ma sta al gioco. Sboccia l'amore. Durerà sette anni, tra alti e bassi, passione e sofferenze. Una frase di troppo fa traboccare un vaso stracolmo. Lui la lascia e si trova una più giovane che non lo coinvolge ma non lo fa soffrire.
Dopo vari film impegnati (Carlo Giuliani, ragazzo, Mi piace lavorare, A casa nostra, In fabbrica, Lo spazio bianco) e varie puntate di Gomorra - La serie, Francesca Comencini gira la sua seconda commedia sentimentale con ampie venature autobiografiche, arrivando a realizzare la sua opera di gran lunga migliore. Nel personaggio di Claudia, figlio della pagina letteraria della stessa Comencini, c'è tutta la sofferenza e il tormento di una donna disperatamente innamorata che si strugge interrogandosi sui motivi dell'abbandono. Una donna intemperante, spesso sopra le righe. Per lei ogni esitazione è un segno d'ambiguità, ogni silenzio dell'altro una mortificazione della sua identità, mentre lui rimane indissolubilmente legato al suo bisogno di libertà, al suo aplomb sempre così apparentemente distaccato. La Comencini è straordinariamente efficace nel restituire tutte le sfumature dei suoi personaggi, curando moltissimo anche quelli in secondo piano (su tutti, quello di Carlotta Natoli,  che nella vita è la moglie di Trabacchi, e che qui troviamo nella parte dell'amica più intima di Claudia), senza mai prendersi eccessivamente sul serio. Anzi: disseminando il film con ampie dosi di ironia, momenti esilaranti (su tutti, quello del tentativo di non appoggiarsi alla tavoletta in un bagno pubblico), deviazioni grottesche (come nel bianco e nero della lezione sull'eterocapitalismo, una aritmetica sul mercato matrimoniale delle donne ultraquarantenni), scorci onirici abbinati a richiami bergmaniani (il fantasma di Claudia nella nuova vita di Flavio). Sicché il film, a dispetto del registro da commedia, propone una sorta di apologo sulla guerra dei sessi, una storia di amour fou che è anche una serissima lezione sull'elaborazione del lutto: un tripudio quasi schizofrenico di trovate stilistiche e mezzi toni, nel quale trovano posto escursioni saffiche, anonimi filmini in bianco e nero e scorci romani poco frequentati al cinema, a cominciare dal Macro di via Nizza.
    

venerdì 17 novembre 2017

Fortunata

anno: 2017   
regia: CASTELLITTO, SERGIO
genere: drammatico
con Jasmine Trinca, Stefano Accorsi, Alessandro Borghi, Edoardo Pesce, Hanna Schygulla, Nicole Centanni    
location: Italia
voto: 5

Mamma Roma stavolta si chiama Fortunata (Trinca), abita a Torpignattara, periferia romana, fa la parrucchiera a domicilio, veste sempre in minigonna, ha una figlia difficile da gestire e che sputa sempre addosso ai compagni di scuola (Centanni), è separata dal marito, una guardia giurata, che vorrebbe riaverla con sé (Pesce). Il suo sogno nel cassetto è quello di aprire un negozio da parrucchiera, ma i debiti la sovrastano, i problemi anche e l'unica persona che la sostiene è un tatuatore con qualche disordine psichico (Borghi) e madre malata di Alzheimer a carico (Schygulla). Nell'androceo di Fortunata entra anche Patrizio (Accorsi), psicologo che prende in carico il caso della bambina per poi innamorarsi della madre. Ma l'instabilità emotiva di Fortunata gli rende impossibile sottrarsi alla tempesta.
Tratto anche stavolta da un racconto della moglie Margaret Mazzantini rimasto a lungo nel cassetto, il sesto film da regista di Sergio Castellitto vede di nuovo al centro della scena una donna (Non ti muovere, Venuto al mondo, Nessuno si salva da solo) alla ricerca di sé stessa. È un festival di letteratura banale che gronda dai dialoghi e di situazioni spesso inverosimili, ossimoricamente calate in un contesto verista con qualche acuto tra l'onirico e il metafisico (con tanto di stridente riferimento colto all'Antigone), sempre legato ai trascorsi turbolenti vissuti dai personaggi. Tra questi ultimi, si distinguono ancora una volta quello interpretato da Edoardo Pesce, credibilissimo nella parte di un marito ancora legatissimo alla ex moglie, e dal camaleontico Alessandro Borghi. È stata invece Jasmine Trinca l'unica a portare a casa un premio: il massimo alloro vinto come migliore attrice al festival di Cannes. Tutta sopra le righe, occhi bistrati e capelli mesciati alla bell'e meglio, perennemente sboccata, l'attrice romana ha anche avuto l'ardire di mostrare il suo corpo androgino alla cinepresa. Misteri della settima arte, come quello della sua attività di attrice. Meno male che sul finale arriva Vasco con la sua Vivere. Altrimenti ci sarebbe voluto il Maalox.    

martedì 24 ottobre 2017

Brutti e cattivi

anno: 2017       
regia: GOMEZ, COSIMO
genere: grottesco
con Claudio Santamaria, Marco D'Amore, Sara Serraiocco, Simoncino Martucci, Narcisse Mame, Aline Belibi, Giorgio Colangeli, Filippo Dini, Fabiano Lioi, Rosa Canova, Maria Chiara Augenti, Adamo Dionisi, Rinat Khismatouline, Shi Yang, Guo Qiang Xu    
location: Italia, Svizzera
voto: 4,5

Piccoli Jeeg Robot crescono. Dopo I peggiori, ecco che anche l'esordiente Cosimo Gomez  ci propina la sua versione lisergica di un genere che vorrebbe scimmiottare il capolavoro di Mainetti, guardando al cinema dei Maestri (l'omaggio a Scola è palese fin dal titolo) ma un po' anche al pulp di Alex De La Iglesia e alla lezione di Freaks di Browning. Brutti e cattivi è un film acefalo che mostra soltanto i muscoli di una ragguardevole capacità di stare dietro alla macchina da presa e di montare (fulminante l'incipit), dimenticando però tutto il resto. L'accetta che taglia il braccio del protagonista (un Santamaria con tanto di riporto) in uno dei tanti momenti splatter del film, evidentemente deve essere servita anche per disegnare i caratteri dei personaggi. I quali altro non sono che quattro freaks (uno nato senza gambe, l'altra senza braccia, un nano e un tossico stile rastaman) che a Roma vogliono mettere a segno una rapina milionaria ai danni di alcuni cinesi. Tutti fanno il doppiogioco per tenersi l'ingente malloppo e alla fine soltanto uno la spunterà, ma a caro prezzo.
Il film di Gomez è la testimonianza della ricerca spasmodica di una nuova via alla commedia italiana. Il risultato, in questo caso, è che tanto talento visivo venga messo al servizio di una totale carenza di idee in fase di sceneggiatura, a cui si aggiunge un cast nient'affatto all'altezza, nel quale spicca, in negativo, la prova del sopravvalutato Marco D'Amore.
Originale invece la scelta della location: parte del film è stata infatti girata in zona Casal Bernocchi/Malafede, periferia sud-occidentale della capitale, vicino alla chiesa di San Pio da Pietrelcina.    

mercoledì 4 ottobre 2017

Il contagio

anno: 2017       
regia: BOTRUGNO, MATTEO * COLUCCINI, DANIELE 
genere: drammatico 
con Vinicio Marchioni, Anna Foglietta, Maurizio Tesei, Giulia Bevilacqua, Vincenzo Salemme, Daniele Parisi, Michele Botrugno, Alessandra Costanzo, Lucianna De Falco, Carmen Giardina, Fabio Gomiero, Florian Khodeli, Nuccio Siano    
location: Italia
voto: 3

Aleggia lo spirito, sbiaditissimo, di Pasolini su questa opera seconda di un binomio registico che aveva fatto sperare benissimo dopo la magnifica prova d'esordio, Et in terra pax. Siamo ancora nella borgate romane (stavolta, sul copione, al Laurentino 38, ma nella realtà al Quarticciolo) e il tutt'altro che mascherato richiamo alla figura di PPP proviene dal romanzo omonimo di Walter Siti. È un assemblaggio di storie disgraziate, tra gente abituata all'arte di arrangiarsi e costantemente sul crinale del crimine, tra cocainomani, spacciatori e qualcuno che tenta il grande salto nella Roma bene, quella che da decenni detta legge nella città eterna, quella della criminalità organizzata, di Suburra e di Mafia Capitale. Al centro della scena ci sono Marcello (Marchioni), sposato ma disposto a concedere le sue palestratissime grazie a un scrittore omosessuale decisamente più agée (Salemme), e un suo amico (Tesei), in combutta con un boss partenopeo (Siano) che non si fa alcuno scrupolo di sfruttare i finanziamenti pubblici per gli aiuti ai rifugiati pur di rastrellare quattrini sporchi. Se sullo schermo (e sul libro) il contagio del titolo fa riferimento alla facilità con cui si diffonde il virus del crimine, in sala l'unico contagio possibile è quello dello sbadiglio: tra una fastidiosissima voce off che scandisce i passaggi più magniloquenti dello scrittore modenese e dialoghi scritti in maniera meno che pedestre, il film arranca alla ricerca di una cifra stilistica che paga dazio alla serialità televisiva di Suburra e Gomorra e che viene sottolineata con troppa enfasi da esagerati movimenti di macchina, dalla colonna sonora di Paolo Vivaldi, invadente forse in ragione del cognome tropo importante del suo autore, e da una recitazione che nemmeno per un attimo riesce a celare un irritante senso di finzione, inevitabile per un insieme di attori tutti ben al di sotto del minimo sindacale, compreso un Vincenzo Salemme dall'aria continuamente disorientata.    

mercoledì 14 giugno 2017

Maria per Roma

anno: 2016       
regia: DI PORTO, KAREN 
genere: grottesco
con Karen Di Porto, Andrea Planamente, Cyro Rossi, Diego Buongiorno, Nicola Mancini, Lorenzo Adorni, Massimiliano Padovan Di Benedetto, Paolo Samoggia, Boris Giulivi, Paola Venturi, Bruno Pavoncello, Mia Benedetta, Marianna Costantini, Daniela Virgilio    
location: Italia
voto: 3 

Nanni Moretti è come Frank Zappa: per quanto uno possa sforzarsi di imitarlo, non riuscirà mai neppure a lambire vagamente l'originale. A questa ferrea regola non sfugge neppure l'esordiente Karen Di Porto, che perennemente in sella alla sua Vespa firma un esordio con pretese da Caro diarietto in doppio cromosoma XX, profilandosi come l'ultima epigona di una serie di registi destinati ad apparizioni più o meno effimere come Fulvio Ottaviano, Giacomo Ciarrapico, Nina Di Majo e Alessandro Aronadio. Capello fluente e occhioni bistrati, la ragazza si prende estremamente sul serio e per un ora e mezza rimane fissa sulla scena per raccontare una qualsiasi giornata, dall'alba al tramonto passato sotto i ponti cittadini, di Maria - vocazione da attrice ma key holder per necessità - che in 24 ore, sempre con la cagnetta cardiopatica Bea al seguito (decisamente la migliore interprete del film), si arrabatta per mostrare le case vacanze a clienti spesso pretenziosi e rompiscatole, trova il tempo per le prove a teatro, quello per un set cinematografico e per andare a far visita alla madre con cui è in perenne conflitto, per poi terminare la sua giornata a una festa organizzata alla Casa del cinema, dove un regista le ha fatto sperare in una parte per un film.
Tra fotografie da cartolina della città eterna e una ridda di stereotipi (il produttore cinematografico bavoso, la sarda seccatrice, l'amico gay effemminato, eccetera), il film della Di Porto si dipana senza un'idea minima di sceneggiatura, assemblando alla rinfusa una serie di scene più o meno grottesche che, pur trovando qualche momento comico, vengono raggelate dal contrasto con l'assenza totale di qualsiasi forma di ironia della protagonista.
Sul genere, tra teatro off e situazioni beckettiane, molto meglio andarsi a rivedere il gustoso Estate romana di Matteo Garrone, degno allievo di Moretti ma senza ambizioni di clonazione.