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lunedì 7 settembre 2020

Non è mai troppo tardi

anno: 2014
regia: CAMPIOTTI, GIACOMO
genere: biografico
con Claudio Santamaria, Nicole Grimaudo, Gennaro Mirto, Lorenzo Guidi, Francesco Marchioro, Andrea Tidona, Roberto Citran, Emanuela Grimalda, Lucia Mascino, Alberto Molinari, Lele Vannoli, Moise Curia, Alessandro Natale, Giorgio Colangeli, Edoardo Pesce, Marco Messeri
location: Italia
voto: 8,5 

Sarà che con Non è mai troppo tardi la RAI ha voluto celebrare una delle trasmissioni di maggior successo della propria storia, una di quelle diventate leggendarie (basterebbe pensare che il suo format venne esportato in 72 Paesi e la trasmissione andò avanti per 8 anni, dal 1960 al 1968), fatto sta che stavolta siamo a un altro livello rispetto ai film TV che in genere ci offre. Il biopic su Alberto Manzi, il maestro che, grazie alla sua trasmissione, fece prendere la licenza elementare a un milione e mezzo di italiani analfabeti, è di quelli che scaldano il cuore e che può vantare un’estetica cinematografica sobria ma non priva di guizzi e una ricostruzione d’epoca di notevole livello. Personaggio anticonformista, con una vocazione così irriducibile al suo ruolo di maestro, interpretato senza risparmio maieutico, Alberto Manzi fu un formatore dalle qualità straordinarie. Il film in due parti (per tre ore di durata) ne racconta gli anni dell’insegnamento nel riformatorio Aristide Gabelli di Roma e quelli alla scuola Fratelli Bandiera, entrambi a Roma, ossia gli anni che vanno dal 1946 ai primi Sessanta. Campiotti dirige regalandoci moltissimi momenti commoventi e raccontando senza enfasi l’ottusità delle istituzioni (quella carceraria, quella scolastica, quella televisiva), sfidate a testa alta da un genio della pedagogia: il maestro che tutti vorremmo avere avuto, interpretato con intensità e perfetta immedesimazione da Claudio Santamaria.

martedì 23 aprile 2019

Il campione

anno: 2019       
regia: D'AGOSTINI, LEONARDO    
genere: drammatico    
con Stefano Accorsi, Andrea Carpenzano, Massimo Popolizio, Gabriel Montesi, Camilla Semino Favro, Anita Caprioli, Mario Sgueglia    
location: Italia
voto: 7    

Lui (Carpenzano) è una specie di Balotelli, di Cassano, di Gascoigne. Anzi no: lui è soprattutto una specie di George Best. Si chiama Christian Ferro (ma il cognome lo ha preso dalla madre, morta precocemente per un tumore al seno), è una stella della Roma, ha appena vent'anni, un villone megagalattico dove vive con un maialino, una compagna influencer da 500mila followers, una serie di amici parassiti che bivaccano negli spazi immensi di quella abitazione e un padre approfittatore che si è rifatto vivo soltanto quando ha saputo della notorietà del figlio. Il problema è che il ragazzo, nonostante i piedi fatati capaci di fare la differenza in campo, è intemperante. Così il presidente della squadra (Popolizio) decide di ingaggiare una sorta di istitutore privato che lo rimetta in riga e che soprattutto lo faccia arrivare alla maturità liceale. Viene reclutato un insegnante demotivato (Accorsi), del tutto disinteressato al calcio, che riuscirà a prendere le misure al giovane e a impartirgli una lezione che andrà ben oltre l'apprendimento di nozioni scolastiche.
Esordio alla regia per Leonardo D'Agostini, che sotto l'egida di Sydney Sibilia e Matteo Rovere (produttori), firma un'opera che ricorda l'ottimo Scialla (la dinamica docente/discente che maschera quella padre/figlio) ma con una sua personalità. Il mondo del pallone è soltanto lo sfondo di un racconto di formazione a doppio passo che trova nella coppia di protagonisti due attori perfettamente in palla. Qualche stereotipo di troppo (o forse no, chissà…) sul mondo del ragazzo viziato - tutto genio e sregolatezza, arrivato prematuramente al successo, ma capace di conservare un cuore puro - è pienamente controbilanciato da un finale memorabile, consigliabile anche ai laziali.    

lunedì 21 gennaio 2019

Un nemico che ti vuole bene

anno: 2018   
regia: RABAGLIA, DENIS    
genere: commedia nera    
con Diego Abatantuono, Antonio Folletto, Mirko Trovato, Sandra Milo, Roberto Ciufoli, Annabella Calabrese, Gisella Donadoni, Massimo Ghini, Antonio Catania, Ugo Conti, Andrea Preti, Ernesto Lama, Ciro Esposito, Paolo Ruffini    
location: Italia, Svizzera
voto: 7    

In una notte di pioggia fittissima, un professore universitario di astrofisica (Abatantuono) si trova a dover soccorrere un moribondo colpito da arma da fuoco e trovato sul ciglio della strada (Folletto). Dopo poco scopre che il ragazzo è un killer a pagamento il quale, per sdebitarsi, vuole a tutti i costi eliminare qualche nemico personale del professore. Refrattario a qualsiasi idea del genere, il docente scoprirà che di nemici e traditori ne ha invece moltissimi.
Commedia nera scritta dal regista ticinese Denis Rabaglia con Heidrun Schleef e Luca De Benedittis e tratto da un racconto di Krzysztof Zanussi, Un nemico che ti vuole - girato tra Lecce, Bari, Tricase, Trani e le Alpi svizzere - parte con un autentico intreccio thriller con più di un colpo di scena, per poi perdere un po' di mordente in un finale parzialmente conciliatorio. Un vero peccato, perché il mix tra satira di costume e umorismo nero, esaltato dal registro straniato e lunare di un ottimo Abatantuono e dalla prova maiuscola del giovane Antonio Folletto, avrebbe meritato un finale più cattivo e coraggioso.    

martedì 9 ottobre 2018

Una vita in gioco

anno: 1991       
regia: GIRALDI, FRANCO    
genere: drammatico    
con Mariangela Melato, Ennio Fantastichini, Fabio Traversa, Nicoletta Boris, Carola Stagnaro, Alessandra Bellini, Turi Catanzaro, Michetta Farinelli, Michael Johannes Maser, Pino Mariano, Alessandro Bacchiocchi, Simona Cardinali, Franco Menenti, Remo Ottaviani, Annalisa Passeri, Laura Di Mariano    
location: Italia
voto: 2    

Marianna (Melato) è una quarantenne che trova un posto come supplente in un istituto professionale della periferia romana. Vive con Andrea (Fantastichini), genitore separato e giornalista televisivo, non ha figli e abita nel pieno centro della città. Volitiva e informale, Marianna cerca di penetrare nel vissuto dei suoi studenti, affrontando a viso aperto i loro problemi, anche a costo di mettere a repentaglio la sua vita sentimentale.
Miniserie televisiva prodotta dalla Rai nei primi anni Novanta, Una vita in gioco è un tentativo maldestro di riacciuffare in chiave fiction la televisione pedagogica di Bernabei, con tante bune intenzioni e risultati imbarazzanti. L'intreccio è meno che convenzionale, i giovani che interpretano gli studenti non sono affatto all'altezza della situazione e anche tra i professionisti - Melato compresa - nessuno sembra credere veramente al progetto. L'unico elemento di interesse è di tipo archeologico: vedere Roma trasformarsi in maniera così impressionante, e in peggio, fa un'impressione notevole.
Copione di Lidia Ravera e Mimmo Rafele.    

sabato 23 giugno 2018

Hotel Gagarin

anno: 2018       
regia: SPADA, SIMONE    
genere: commedia    
con Giuseppe Battiston, Barbora Bobulova, Claudio Amendola, Luca Argentero, Silvia D'Amico, Philippe Leroy, Caterina Shulha, Tommaso Ragno, Hovhannes Azoyan, Marjan Avetisyan, Simone Colombari, Alessandro Proietti, Caterina Siano, Marco Todisco, Paolo De Vita, Gianluca Bertogna    
location: Italia
voto: 6,5    

Un professore di liceo (Battiston) che spiega la storia ai suoi studenti attraverso i film, una prostituta svampita (D'Amico), un elettricista bonario (Amendola), un fotografo avvezzo ai cannabinoidi (Argentero) e una faccendiera (Bobulova), tutti in cerca di un'occasione di riscatto, vanno a girare un film in Armenia. Ma qui scoppia una guerra, il sedicente produttore che li ha spediti laggiù (Ragno) sparisce con i fondi europei che ha preso per l'operazione e i cinque si ritrovano intrappolati, insieme alla loro guida - una punk incinta (Shulha) -, in un hotel armeno in mezzo al nulla. Intorno a loro soltanto neve. Ma qui riusciranno a trasformare la disavventura in un'opportunità.
Già aiuto regista di Caligari per Non essere cattivo, di Mainetti per Lo chiamavano Jeeg Robot e di Edoardo Leo per Noi e la Giulia, il torinese Simone Spada esordisce con un film che parte come un'hoax story e si trasforma in una fiaba sulla fabbrica dei sogni eretta da un'armata Brancaleone di outsiders. Un'opera memore della lezione di Melies, con momenti di autentica poesia (da applausi le scenografie di Kathy Lebrun e i costumi di Claire Dubiene) e un finale - proprio sui titoli di coda - da standing ovation. Un'opera che - nonostante qualche artificiosità di troppo nei dialoghi, spesso alla ricerca dell'effetto - si dimostra capace di raccontare con leggerezza e intelligenza come una crisi, fin dal senso etimologico della parola, possa tramutarsi in un'occasione per inventarsi una vita diversa e cominciare, forse, a essere felici.    

martedì 15 maggio 2018

Aldo Moro. Il professore

anno: 2018       
regia: MICCICHE', FRANCESCO    
genere: biografico    
con Sergio Castellitto, Valentina Romani, Andrea Arcangeli, Sara Cardinaletti, Filippo Tirabassi, Pierluigi Corallo    
location: Italia
voto: 4    

Quale abisso c'è tra il Gaber che nel 1980 cantava "Io se fossi Dio, quel Dio di cui ho bisogno come di un miraggio, c'avrei ancora il coraggio di continuare a dire che Aldo Moro insieme a tutta la Democrazia Cristiana è il responsabile maggiore di trent'anni di cancrena italiana" e il santino andato in onda sulla rete ammiraglia della Rai, a 40 anni esatti dall'assassinio dello statista da parte delle BR. Il film di Micciché che ne traccia il meno noto contorno accademico è un prodotto televisivo di docu-fiction nel quale si alternano immagini di repertorio e testimonianze con ricostruzioni di finzione. Se le prime, affidate a quattro ex studenti universitari di Aldo Moro - professore di diritto alla Sapienza - hanno una loro ragione profonda e inedita, le seconde sono a dir poco imbarazzanti. Quattro attori senza arte né parte a giocare il ruolo dei prediletti dal Professor Moro. Tra essi spicca la studentessa antagonista di Lotta Continua (Valentina Romani, che si produce in una recitazione convulsa inascoltabile oltre che inguardabile), che si lascia sedurre dai modi del suo mentore. Il quale, in questo quadretto idilliaco, viene ritratto come un uomo misurato, benevolo, comprensivo, sempre disponibile, persino capace di arrangiare un pranzo per gli studenti che gli fanno un'improvvisata nella sua residenza di Terracina. Inesistente nel racconto di finzione, ma anche discutibilissimo su quello della ricostruzione storica, il film non aggiunge nulla a chi abbia scartabellato un po' di documentazione sul tema (il coinvolgimento dei servizi segreti deviati, della Banda della Magliana, dello I.O.R. o le lettere dal carcere brigatista sono ormai patrimonio comune). Tuttavia, esso cerca una propria prospettiva enfatizzando - nel rapimento del leader democristiano - la colpa di Moro di essersi macchiato con l'idea del compromesso storico, che dispiacque tanto alla sinistra eversiva quanto ai pasdaran della D.C. più conservatrice.
Unica vera nota di merito di questa docu-fiction televisiva sono le immagini di repertorio della zona Belsito-Balduina, base temporanea dei sequestratori, ancora lontana dall'essere sopraffatta dalle automobili. Quanta nostalgia.    

lunedì 11 dicembre 2017

Smetto quando voglio - Ad Honorem

anno: 2017       
regia: SIBILIA, SYDNEY   
genere: commedia   
con Edoardo Leo, Valerio Aprea, Paolo Calabresi, Libero De Rienzo, Stefano Fresi, Lorenzo Lavia, Pietro Sermonti, Marco Bonini, Rosario Lisma, Giampaolo Morelli, Peppe Barra, Greta Scarano, Luigi Lo Cascio, Valeria Solarino, Neri Marcorè    
location: Italia
voto: 6   

Arrivata al terzo episodio, la banda capitanata dall'ex ricercatore universitario Pietro Zinni (Leo) ha il compito di sventare un attentato alla Sapienza di Roma. Qui un ex professore della stessa (Lo Cascio) punta sull'occasione del conferimento di una laurea honoris causa proprio all'attuale compagno della donna di Pietro (Solarino), che nel frattempo si è rifatta una vita, per poter mettere in atto i suoi intenti stragisti. La banda avrà bisogno della complicità di un altro ex professore universitario (Marcorè), uno che si fa chiamare er Murena, l'unico a sapere dove sia possibile trovare l'uomo assetato di vendetta.
Lasciati ormai sulle quinte gli elementi linguistici che avevano fatto la fortuna del primo episodio, quelli legati ai paradossi di accademici supertitolati costretti a dei mcjobs, il film di Sibilia punta soprattutto sul ritmo e su una trama nera dagli accenti grotteschi. Un bel salto di qualità rispetto al precedente, fiacchissimo episodio, se non fosse che ancora una volta il regista e la sua squadra di sceneggiatori (Francesca Manieri, Luigi Di Capua) dimostrano di sapere poco o nulla del mondo accademico, verso il quale non hanno il coraggio di affondare, sul finale, il colpo che sarebbe stato più che lecito aspettarsi. Al contrario, l'ultima scena va a coronare il tema con un anelito di speranza del tutto malriposto.    

mercoledì 13 settembre 2017

The Teacher (Ucitelka)

anno: 2016       
regia: HREBEJK, JAN   
genere: commedia   
con Zuzana Mauréry, Csongor Kassai, Peter Bebjak, Martin Havelka, Ondrej Malý, Éva Bandor, Zuzana Konecná, Richard Labuda, Oliver Oswald, Ina Gogalova, Monika Certezni, Alexandra Strelková, Judita Hansman, Ela Lehotská, Jozef Domonkos, Ladislav Hrusovsky, Tamara Fischer    
location: Slovacchia, Repubblica Ceca
voto: 7   

È il 1982. A Bratislava, nella Cecoslovacchia ancora assoggettata al blocco sovietico, sta iniziando l'anno scolastico. La professoressa Drazdechová (Mauréry), funzionario del partito comunista, conosce efficacissime scorciatoie per costruirsi quello che i sociologi chiamano "capitale sociale": tiene i suoi alunni sotto scacco col potere dei voti per ottenere favori di vario genere dai loro genitori. Una ragazzina non regge all'abuso di potere, tenta il suicidio sicché i genitori dei suoi compagni di classe si riuniscono per decidere se denunciare o meno i metodi poco ortodossi dell'insegnante.
Tratto da una storia vera, The teacher getta l'occhio su ciò che accedeva oltre la Cortina di Ferro durante gli anni del comunismo, ricorrendo a un espediente narrativo che richiama quello de La parola ai giurati, aggiungendovi una buona dose di ironia e acrimonia. Il montaggio a puzzle enfatizza la tensione del racconto, mentre l'overacting di gran parte del cast conferisce al film un registro vagamente teatrale.    

domenica 30 luglio 2017

Parola di Dio (Uchenik)

anno: 2016       
regia: SEREBRENNIKOV, KIRILL  
genere: drammatico  
con Petr Skvortsov, Aleksandr Gorchilin, Aleksandra Revenko, Viktoriya Isakova, Julia Aug, Svetlana Bragarnik, Anton Vasiliev, Irina Rudnitskaya    
location: Russia
voto: 5  

Il radicalismo cristiano si esprime attraverso la bocca di Veniamin (Skvortsov), adolescente inquieto e sociopatico che dà filo da torcere alla madre (Aug) e agli insegnanti. Convinto che nella Bibbia siano riportate le verità che devono guidare la condotta dell'uomo, Veniamin parla per versetti e citazioni, è omofobo, sessuofobo, xenofobo e antisemita, distrugge una stanza della casa e cerca di fare proseliti con la persona sbagliata, un ragazzo sciancato dalle chiare tendenze omosessuali (Gorchilin). A sfidarlo sul suo stesso terreno, a colpi di versetti biblici, c'è l'unico personaggio assennato del film, un'insegnante di biologia (Revenko) disposta a giocarsi una relazione e il posto di lavoro pur di far capire al giovane che si sta soltanto ingozzando di idiozie.
Da un'idea di partenza originale e molto "scritta" (un egregio lavoro in sede di sceneggiatura, concepito a partire dall'opera teatrale di Marius von Mayenburg, riesce a cucire tra loro i versetti biblici fino a farne oggetto di autentiche logomachie), si arriva a una realizzazione loffia, bozzettistica, con personaggi caricaturali se non monodimensionali che schiacciano la ragionevolissima tesi filmica (il radicalismo religioso è esiziale comunque lo si coniughi) su un registro involontariamente grottesco, scritto con superficialità da un regista che - a colpi di pianisequenza - dimostra una grande padronanza tecnica ma una capacità di scrittura infantile, a dispetto della mezza età raggiunta.    

domenica 12 febbraio 2017

Smetto quando voglio - Masterclass

anno: 2017       
regia: SIBILIA, SYDNEY 
genere: commedia 
con Edoardo Leo, Valerio Aprea, Paolo Calabresi, Libero De Rienzo, Stefano Fresi, Lorenzo Lavia, Pietro Sermonti, Marco Bonini, Rosario Lisma, Giampaolo Morelli, Luigi Lo Cascio, Greta Scarano, Valeria Solarino, Neri Marcorè    
location: Italia, Nigeria, Thailandia
voto: 3,5 

Dopo lo strepitoso successo al box office ottenuto nel 2014, Sydney Sibilia tenta il bis - in attesa del terzo episodio - con un'operina esilissima, bigiotteria spacciata per articolo di lusso, uno spot interminabile in attesa del capitolo finale. Se nel primo episodio l'idea dei ricercatori universitari precari costretti a reinventarsi extra leges come narcotrafficanti di una smart drug fuori dai listini delle sostanze vietate sollevava in maniera ironica, pur nel suo cerchiobottismo, un problema reale, qui lo spunto viene ripreso in modo appena accennato, mentre la regia preferisce spingere sul pedale del ritmo. A questo giro, infatti, la banda di ricercatori, e con il capo Edoardo Leo costretto dietro le sbarre, deve collaborare con l'ispettore di Polizia Paola Coletti (una Greta Scarano totalmente fuori parte) per rintracciare tutte le droghe sintetiche non ancora illegalizzate che circolano nella capitale. In cambio, tutti i membri della banda si ritroveranno con la Fedi-na penale pulita.
In attesa di smettere quando vogliono (speriamo davvero non oltre il terzo episodio, dove si prevede l'arrivo di Luigi Lo Cascio, che qui concede un cameo), Sibilia cambia radicalmente la squadra di sceneggiatori per offrire al pubblico nient'altro che acqua di rose: effetti speciali (compresa uno spezzone in rotoscope e la devastazione delle terme di Villa Adriana), lunghe citazioni in stile Indiana Jones, siparietti didascalici per presentarci i nuovi innesti della banda - con l'ingegnere Giampaolo Morelli e l'esperto di anatomia Marco Bonini - in gag scult praticamente identiche e cartoline dalla Tailandia e dalla Nigeria. Un vuoto pneumatico di idee riscattato soltanto da qualche battuta azzeccata.    

martedì 15 marzo 2016

The Lesson - Scuola di vita (Urok)

anno: 2014       
regia: GROZEVA, KRISTINA * VALCHANOV, PETAR   
genere: drammatico   
con Margita Gosheva, Ivan Burnev, Ivanka Bratoeva, Ivan Savov, Deya Todorova, Stefan Denolyubov    
location: Bulgaria
voto: 7,5   

Nadia (Gosheva) insegna inglese nelle scuole medie e per arrotondare fa anche qualche traduzione. Nello stesso giorno in cui prova a dare una lezione di condotta civica ai suoi alunni, uno dei quali reo di aver rubato il borsellino a una compagna, scopre che l'ufficiale giudiziario ha messo in vendita la casa nella quale abita per insolvenza. Le rate del mutuo, affidate al marito perdigiorno (Burnev), sono state usate per bere a dismisura. Per Nadia ha così inizio un calvario che la porrà di fronte a una miriade di umiliazioni e a enormi dilemmi morali, che continuerà ad affrontare a schiena dritta e testa alta.
Al loro secondo film dopo Glory (inedito in Italia), la coppia di registi bulgari Kristina Grozeva e Petar Valchanov firma un'opera di altissimo valore etico che parte in sordina e si arricchisce di spunti drammaturgici e di nuovi dilemmi morali a mano a mano che avanza verso un finale spiazzante. Con macchina a spalla e colonna sonora assente, il film con un occhio pedina la sua protagonista alla maniera dei Dardenne, mentre con l'altro ne racconta l'apocalisse esistenziale, memore della lezione del Bresson di L'argent, proponendosi come un ritratto iperrealista della piccolissima borghesia bulgara, quella costretta a lottare con l'arroganza delle istituzioni, l'ottusità della burocrazia e la crudeltà del potere economico. Durissimo, leggermente arrancante nella prima mezz'ora, The lesson meriterebbe di essere proposto e riproposto nelle nostre scuole e magari anche in parlamento.    

lunedì 14 dicembre 2015

Irrational man

anno: 2015       
regia: ALLEN, WOODY 
genere: noir 
con Joaquin Phoenix, Emma Stone, Parker Posey, Jamie Blackley, Etsy Aidem, Ethan Phillips, Geoff Schuppert, Nancy Villone, Ben Rosenfield, Gary Wilmes, Sophie von Haselberg, Susan Pourfar, Kate Flanagan, Alex Dunn, David Aaron Baker, Michael Goldsmith, Meredith Hagner, Kate McGonigle, Brigette Lundy-Paine, Tamara Hickey, Robert Petkoff    
location: Usa
voto: 7    

Abe Lucas (Phoenix), professore di filosofia carismatico, anticonformista, nichilista e autodistruttivo, sembra avere perso completamente il gusto di vivere. Lo ritrova accidentalmente quando decide di uccidere un giudice che sta perseguitando una povera ragazza madre, della quale ha origliato casualmente una conversazione in una tavola calda. Tra lui e la vittima non c'è alcun legame, né tanto meno esiste un movente. Soltanto così, nella convinzione di poter realizzare il delitto perfetto, il professor Lucas ritroverà il gusto di vivere.
Allen, che torna al suo meglio dai tempi di Basta che funzioni, propone nuovamente un tema a lui caro, quello del fondamento della morale, portandolo alle estreme conseguenze come già aveva fatto in Crimini e misfatti e, soprattutto, Match point. Muovendosi tra Nietzsche, Kierkgaard e la sbandierata infondatezza dell'etica kantiana più volte richiamata dal protagonista nel film, Allen firma un'opera a metà strada tra noir e commedia nera, tenendo saldo il riferimento alla dialettica tra delitto e castigo, al ruolo del caso nelle nostre esistenze, all'irrazionalità dell'essere umano nell'assurdità teleologica dell'esistenza e alla vacuità dei principi etici.     

martedì 27 gennaio 2015

Still Alice

anno: 2014       
regia: GLATZER, RICHARD * WESTMORELAND, WASH
genere: drammatico
con Julianne Moore, Kate Bosworth, Shane McRae, Hunter Parrish, Alec Baldwin, Seth Gilliam, Kristen Stewart, Stephen Kunken, Erin Drake, Daniel Gerroll, Quincy Tyler Bernstine, Maxine Prescott, Orlagh Cassidy, Rosa Arredondo, Zillah Glory, Caridad Montanez, Caleb Freundlich, Charlotte Robson
location: Usa
voto: 6,5

L'occidente invecchia e le malattie allarmanti e subdole della terza età diventano oggetto di riflessione anche filmica. Per due ragioni fa parzialmente eccezione questo Still Alice. La prima è che il morbo di Alzheimer non viene diagnosticato a una persona anziana, bensì a una brillante cinquantenne (Moore), professoressa di linguistica di fama internazionale impiegata presso la Columbia University. La seconda è che - rispetto ai film che trattano con sempre maggiore frequenza il tema della malattia - stavolta non guardiamo lo scorrere degli eventi con gli occhi di chi assite il malato (come era in Amour, per esempio), bensì con quelli della protagonista, alla quale vengono dapprima a mancare nomi e concetti, per poi piombare nel calvario di una malattia che non dà scampo.
Il film di Richard Glatzer e Wash Westmoreland (già visti nel discreto La quinceañera) segue in maniera piuttosto convenzionale la traiettoria cronologica della via crucis della protagonista come fosse il diario di una brutale trasformazione che vede progressivamente svaporare la sua identità, tra figli non sempre disposti a capire e un marito affettuoso e premuroso (Baldwin) che le offre una costante solidarietà nonostante le tentazioni a non mollare i suoi impegni professionali. Servito da una Julianne Moore in stato di grazia, il film tratto dal best seller di Lisa Genova - pur soffrendo della medesima inclinazione documentaristica e di una certa propensione a ricattare emotivamente lo spettatore di film sullo stesso argomento come Away from her, Iris un amore vero, Le pagine della nostra vita e Una sconfinata giovinezza - ha un momento di potenza struggente: quando la protagonista, consapevole del baratro al quale si sta avvicinando, registra un videomessaggio per sé stessa, per ciò che dovrà fare quando la memoria sarà completamente persa. E sono proprio gli stratagemmi che la donna mette in atto per fronteggiare l'evanescenza della sua identità a rimanere impressi per l'indomabile volontà che esprimono.    

giovedì 25 dicembre 2014

Hannah Arendt

anno: 2012       
regia: VON TROTTA, MARGARETHE 
genere: biografico 
con Barbara Sukowa, Janet McTeer, Julia Jentsch, Axel Milberg, Timothy Lone, Megan Gay, Nicholas Woodeson, Tom Leick, Ulrich Noethen, Nilton Martins, Leila Schaus, Harvey Friedman, Victoria Trauttmansdorff, Sascha Ley, Friederike Becht, Fridolin Meinl, Michael Degen, Shoshana Shani-Lavie, Eliana Schejter, Pini Tavger, Patrick Hastert, Gad Kaynar, Clyde Prescod, Klaus Pohl, Pitt Simon, Marie Jung, Matthias Bundschuh, Claire Johnston, Ralph Morgenstern, Germain Wagner, Gilbert Johnston, Alexander Tschernek 
location: Germania, Israele
voto: 3,5 

Fuggita dalla Germania a seguito delle persecuzioni naziste, la filosofa ebrea Hannah Arendt (Sukova) trova riparo insieme all'amatissimo marito (Milberg), docente universitario come lei, negli Stati Uniti. Da qui, a guerra finita, l'autrice de Le origini del totalitarismo decide di recarsi a Gerusalemme come inviata del New Yorker per raccontare il processo ad Adolf Eichmann, il gerarca nazista catturato in America Latina dal Mossad e portato in Israele per i suoi crimini contrò l'umanità e lo sterminio degli ebrei sotto il diktat di Himmler. Da quell'esperienza nasceranno le idee per il discusso La banalità del male, che la comunità ebraica americana (e non solo) accolse malissimo.
Tornata al grande schermo 8 anni dopo Rosenstrasse, la Von Trotta conferma la sua vocazione per il cinema d'impegno (Sorelle, Anni di piombo, Rosa Luxenburg) con un film che fotografa una delle vicende più discusse che coinvolsero la grande filosofa tedesca. Il problema è che alla banalità del male corrisponde una banalità della regia che suscita stupore: non solo per il livello appena scolastico delle riprese (intervallate dalle immagini del documentario sul processo Eichman girato da Eyal Sivan e intitolato Uno specialista), ma anche per le incursioni nella trama dei risvolti sentimentali trattati alla maniera di rubriche scandalistiche, i cenni vacui all'ambiguo rapporto della Arendt con il suo maestro Heidegger, che tanto flirtò col nazismo, e per la scelta di una protagonista bollita e imbalsamata come Barbara Sukowa, attrice feticcio della Von Trotta da oltre un trentennio: la sigaretta che porta continuamente in bocca è l'apice di espressività del suo volto. A peggiorare il tutto concorre il doppiaggio italiano, di livello meno che amatoriale.    

giovedì 9 ottobre 2014

Class Enemy (Razredni Sovražnik)

anno: 2013       
regia: BICEK, ROK   
genere: drammatico   
con Igor Samobor, Nataša Barbara Gracner, Tjaša Železnik, Maša Derganc, Robert Prebil, Voranc Boh, Jan Zupancic, Daša Cupevski   
location: Slovenia
voto: 6   

Quando la professoressa di tedesco va in congedo per la maternità, la quarta classe di un liceo sloveno si trova davanti a un docente dai metodi retroguardisti, austeri e sprezzanti. Gli studenti sono insofferenti nei confronti dei suoi modi che definiscono "da nazista" e quando una loro compagna si suicida, il professore diventa il loro capro epiatorio.
Non si capisce bene cosa voglia raccontarci il film del non anocra trentenne esordiente sloveno Rok Bicek, a parte il mai sopito odio etnico che oggi si rivolge verso i "mangiariso" ("sloveni: se non uccidete voi stessi, uccidete gli altri", afferma lapidario l'unico studente cinese della classe). Il professore tetragono (interpretato impeccabilmente da Igor Samobor per la gioia del pubblico femminile) non riesce certamente a guadagnarsi la simpatia del pubblico eppure, in questa gara tra antipatici, parrebbe che i suoi metodi passatisti alla fine ne escano vincenti. Colpa dell'autopoiesi del sistema? Colpa dei ragazzi che sono diventati peggio dei professori? "Prima loro temevano noi; adesso siamo noi a temere loro", sentenzia la preside della scuola, raccogliendo in una sola frase un epocale passaggio generazionale. Così il film - che ingloba un surplus di materiale (famiglie disfunzionali, attitudine alle droghe, rapporti di opportunismo tra colleghi) - sembra limitarsi a una fotografia dello sfascio di un'istituzione, rivelandoci che lì, come in Italia, il sapere è l'ultimo degli interessi di una torma di studenti sempre più arroganti. Peccato però averli tratteggiati tutti in maniera così schematica e priva di sfumature, sfumature che costituiscono invece l'aspetto più profondo della riflessione sul tema del suicidio. "La morte di un uomo - diceva Thomas Mann - è meno affar suo che di chi gli sopravvive".
Premio Fedeora come miglior film della 28. settimana della critica (Venezia, 2013).    

domenica 27 luglio 2014

Diario di un maestro

anno: 1973   
regia: DE SETA, VITTORIO
genere: documentario
con Bruno Cirino, Massimo Bonini, Luciano Del Croce, Romano Di Mascio, Giorgio Mennuni, Franco Munzi, Sergio Piazza, Fabrizio Ranuzzi, Renzo Sacco, Stefano Scafati, Marco Speranza, Remo Tamasco, Franco Tomasso, Giancarlo Valente, Tullio Altamura, Filippo De Gara, Mico Cundari, Marisa Fabbri
location: Italia
voto: 8,5

Nel 1967 don Lorenzo Milani diede alle stampe Lettere a una professoressa. L'anno successivo Albino Bernardini, un maestro sardo trasferitosi a Roma, pubblicò Un anno a Pietralata, racconto autobiografico della sua esperienza nelle borgate capitoline. Fu un'epoca di grandi rivolgimenti sociali e il modello scolastico veniva messo in discussione non soltanto dagli studenti, ma anche da alcuni docenti illuminati.
Nel 1972 la RAI affidò a Vittorio De Seta, documentarista il cui spessore è paragonabile a quello di Robert Flaherty, la trasposizione del romanzo autobiografico di Bernardini. Girato nella borgate orientali della capitale (Tiburtino Terzo, Pietralata e Torraccia), il capolavoro del regista siciliano rende vivide le difficoltà di un maestro di scuola elementare (Bruno Cirino, attore politicamente e socialmente impegnato, scomparso prematuramente e fratello maggiore del ben più noto e assai diverso Paolo Cirino Pomicino) animato dalle migliori intenzioni. I colleghi lo irridono per gli sforzi inani, il preside ne avversa i metodi innovativi, lui ha qualche comprensibile momento di scoraggiamento. E parte caparbiamente dal basso: capisce che la scuola è vissuta in maniera banalmente performativa (il voto, la promozione), che i processi d'astrazione devono partire dalla concretezza delle vite dei ragazzi, che l'abbandono scolastico non può essere arginato a suon di lettere e ingiunzioni alle famiglie, ma andando casa per casa a parlare con quegli stessi genitori che hanno bisogno dei figli per arrotondare le entrate.
Grazie alla sua dedizione, la sua classe quinta di discoli, tutti maschi, si trasforma. E noi siamo testimoni di quella metamorfosi faticosa, lenta, raccontata con sguardo iperrealista (impossibile distinguere la realtà dalla finzione anche rispetto all'unico attore professionista, Cirino, che offre una prova di stratosferico verismo), di un gruppo di bambini poveri o poverissimi (entriamo nelle loro baracche, vediamo i volti segnati prematuramente dalla mancanza di cura, ascoltiamo il loro implacabile romanesco), che a poco a poco recepiscono gli sforzi del loro maestro. Il loro rapporto con la natura (animali cacciati e torturati) rappresenta il viatico per quel passaggio dall'esperienza diretta all'organizzazione del pensiero che capovolge l'approccio brutalmente mnemonico manifestato all'arrivo del nuovo insegnante.
Senza Diario di un maestro, docufiction - come si dice oggi - incontrovertibilmente seminale nell'evoluzione del linguaggio documentaristico, non ci sarebbero stati film come Essere e avere, La classe e La mia classe né autori come Andrea Segre e Daniele Vicari.    

mercoledì 19 marzo 2014

La mia classe

anno: 2013   
regia: GAGLIANONE, DANIELE
genere: drammatico
con Valerio Mastandrea, Bassirou Ballde, Mamon Bhuiyan, Gregorio Cabral, Jessica Canahuire Laura, Metin Celik, Pedro Savio De Andrade, Ahmet Gohtas, Easther Sam, Shujan Shahjalal, Lyudmyla Temchenko, Moussa Toure
location: Italia
voto: 7

Nel quartiere romano del Pigneto Daniele Gaglianone con la sua troupe sta girando un film su un insegnante (Mastandrea) alle prese con un gruppo di immigrati dalle origini più diverse, tutti lì per imparare la lingua italiana. Tra battute, strafalcioni e momenti di commozione, la realtà irrompe improvvisamente nella finzione: a uno di loro è scaduto il permesso di soggiorno e per lui le riprese non possono continuare. Siamo alla quintessenza della dialettica goffmaniana tra ribalta e retroscena: nel suo film più riuscito, Gaglianone - già regista di Nemmeno il destino, Pietro e Ruggine - intreccia continuamente i due piani, rendendo pressoché indistinguibile la finzione dalla realtà, in una docufiction che riesce a parlare del tema dell'immigrazione con originalità e un occhio puntato a La classe di Cantet. Un commento a parte lo merita l'interpretazione di Valerio Mastandrea, che non solo continua a stupire per le sue scelte così poco convenzionali (si pensi a Good morning Aman, Chi nasce tondo..., Piano 17, Barbara), ma per l'ennesima prova di stupefacente verismo, nella quale mostra inusitate doti improvvisative e umane.    

venerdì 7 febbraio 2014

Smetto quando voglio

anno: 2014       
regia: SIBILIA, SYDNEY 
genere: commedia 
con Edoardo Leo, Valeria Solarino, Valerio Aprea, Paolo Calabresi, Libero de Rienzo, Pietro Sermonti, Stefano Fresi, Lorenzo Lavia, Neri Marcorè, Sergio Solli 
location: Italia
voto: 5

"Meglio ricercati che ricercatori". È all'insegna di questo slogan che un gruppo di brillanti dottori di ricerca romani (ma quanta confusione sui termini!), dai latinisti all'esperto in calcolo delle probabilità, decide che non è più il caso di farsi sfruttare come lavapiatti o benzinaio e punta a svoltare immettendo sul mercato una droga sintetica che è fuori dai tabulati del Ministero della Salute. La mente dell'operazione è un ricercatore (Leo) precario di neurobiologia (tecnicamente è un assegnista di ricerca, ma lo script è zeppo di imprecisioni) che, insieme alla fidanzata (Solarino) che lavora in un centro di recupero per tossicodipendenti, non ce la fa ad arrivare alla fine del mese. Quando la nuova smart drug viene immessa sul mercato, il gruppo cambia repentinamente stile di vita e la cosa non passa inosservata.
In un Paese alla costante ricerca della distrazione e di qualche succedaneo da botteghino del successo di Checco Zalone, c'è la corsa all'avvistamento dell'ultimo preparato in chiave di commedia. E se critica e pubblico si sfregano le mani plaudendo alla "commedia più divertente dell'anno", chi va in sala - a parte qualche battuta divertente e uno stile di regia molto dinamico - non trova molto di più che una versione de I soliti ignoti aggiornata ai tempi del precariato, con attori tutti abbondantemente sotto il livello di guardia della recitazione, una sceneggiatura che mostra voragini gigantesche e una visione completamente caricaturale e disinformata sul mondo universitario. Che nella realtà, tra parentesi, è assai peggio.    

domenica 19 maggio 2013

Treno di notte per Lisbona (Night Train to Lisbon)

anno: 2013       
regia: AUGUST, BILLE  
genere: drammatico  
con Jeremy Irons, Mélanie Laurent, Jack Huston, Martina Gedeck, Tom Courtenay, August Diehl, Bruno Ganz, Lena Olin, Beatriz Batarda, Marco D'Almeida, Christopher Lee, Charlotte Rampling, Nicolau Breyner, Jane Thorne, Ana Lúcia Palminha, Hans Peter Müller, Burghart Klaussner, Filipe Vargas, Adriano Luz, Sarah Bühlmann, Dominique Devenport, Helena Afonso  
location: Portogallo, Svizzera
voto: 5

Da quando sua moglie, 5 anni prima, lo ha lasciato, il professor Raimund Gregorius (Irons) vive un'esistenza ruotinaria e abbrutita tant'è che già nella prima scena lo vediamo riciclare la bustine di tè dal secchio dell'immondizia. La sua vita così grigia si tinge del rosso del cappotto di una ragazza che entra casualmente nella sua esistenza e che, grazie a un libro misterioso, lo spinge a recarsi in tutta fretta a Lisbona. Qui l'uomo ricostruisce la vicenda di un medico (Huston) con marcate ascendenze filosofiche, scomparso prematuramente e autore del libro che ha fatto da molla a tutti gli avvenimenti. La storia di questo giovane medico è anche la storia della rivoluzione dei garofani avvenuta in un Portogallo fiaccato prima da Salazar e poi da Caetano, una vicenda di trame oscure, tradimenti, Resistenza, persone che si sono perse e mai più ritrovate.
Partito da un romanzo di Pascal Mercier dalle pretese filosofiche eccessive, il film ne rispecchia tutte le fragilità e l'eccesso di ambizione. A saltare subito all'occhio sono l'inverosimiglianza (il professore insegna in un liceo di Berna, mica a Palermo, ed è alquanto improbabile che possa aver lasciato una classe sguarnita senza conseguenze disciplinari), gli elementi non funzionali al racconto disseminati qua e là (la tracheotomia della sorella del medico/scrittore; il cambio di occhiali come metafora debolissima e corriva di un altro modo di cambiare la vita) e l'incapacità di raccontare la Resistenza portoghese restituendole il suo peso specifico, al punto che la storia, cambiandone l'ambientazione, poterebbe riecheggiare una qualsiasi altra vicenda di Resistenza. Da Treno di notte per Lisbona, dunque, è uscito un copione talmente impacciato che anche il cast - un raduno di all stars, da Bruno Ganz a Martina Gedeck - sembra non crederci granché e tutti sembrano assai sotto tono.    

domenica 5 maggio 2013

Nella casa (Dans la maison)

anno: 2012   
regia: OZON, FRANÇOIS
genere: commedia
con Fabrice Luchini, Ernst Umhauer, Kristin Scott Thomas, Emmanuelle Seigner, Denis Ménochet, Bastien Ughetto, Jean-François Balmer, Yolande Moreau, Catherine Davenier, Vincent Schmitt, Jacques Bosc, Stéphanie Campion, Ronny Pong, Diana Stewart, Jana Bittnerova, Nadir Azni, Bénérice Barbin, Marie Brunet, Cyril Chaussivert, Matthieu Cisse, Yann Conflant, Manon Delaître, Noé Fournier, Vincent Hocini, Guillaume Jacques, Marie Jupille, Cendro Kancel, Belkacem Lalaoui, Alain Lhostis, Antoine Louis, Kevin Méanard, Mehdi Meskar, Mohamed Dahmane El Mehdi, Mélissa Placide, Olivier Royer, Hana Tanem, Christian Tongkhiane, Gaëtan Vajou
location: Francia
voto: 6,5

In un liceo esclusivo di Parigi un professore (Luchini) dà un compito in classe ai suoi alunni, col quale chiede di raccontare il weekend appena trascorso. Uno di essi (Umhauer) si distingue non soltanto per la capacità di scrittura, ma anche per quella di saper attirare l'attenzione del docente, che per giunta è uno scrittore fallito, con un espediente narrativo che catapulta quest'ultimo all'interno della casa medioborghese di un suo compagno di scuola (Ughetto). Quello che doveva essere un semplice tema in aula si trasforma così in un feuilleton voyeuristico che induce il ragazzo a penetrare in maniera sempre più indiscreta nella vita dell'amico, fino a sconfinare nella zona liminare tra realtà e fantasia.
Prodotto nel più classico stile Ozon: due personaggi al centro della scena, atmosfere morbose (Swimming pool), ambientazione intimistica (La famiglia è simpatica), commistione tra realtà e finzione (Sotto la sabbia) e impostazione teatrale (8 donne e un mistero). Quanto basta per fare di questo romanzo di formazione molto cerebrale, a metà tra commedia e melodramma, un apologo sull'immaginazione nel quale l'aspetto più rilevante è quello relativo alla dialettica tra realtà e fantasia nella produzione dell'atto creativo della scrittura.