Visualizzazione post con etichetta solitudine. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta solitudine. Mostra tutti i post

giovedì 23 settembre 2021

Tre piani

anno: 2021
regia: NANNI MORETTI
genere: drammatico
con Margherita Buy, Nanni Moretti, Alessandro Sperduti, Riccardo Scamarcio, Elena Lietti, Alba Rohrwacher, Adriano Giannini, Denise Tantucci, Anna Bonaiuto, Paolo Graziosi, Stefano Dionisi, Tommaso Ragno, Teco Celio, Francesco Acquaroli, Daria Deflorian, Francesco Brandi, Lorenzo Fantastichini, Chiara Abalsamo, Giulia Coppari, Gea Dall'Orto, Alice Adamu, Letizia Arnò, Roberto De Francesco
location: Italia
voto: 5 

I tre piani del titolo sono quelli di un condominio della Roma bene (zona Piazza Mazzini, superfluo dirlo). Al primo piano abitano Lucio (Scamarcio) e Sara (Lietti), così indaffarati da spingersi a chiedere spesso di tenere la loro bambina per qualche ora a Giovanna (Bonaiuto) e Renato (Graziosi), loro anziani dirimpettai. Ma quando la piccola si perde in un bosco con Renato, Lucio si lascia ossessionare dall'idea che possa esserle accaduto qualcosa di orribile e medita vendetta. Al secondo piano vive Monica (Rohrwacher), puerpera con qualche psicosi latente e un marito (Giannini) impegnato costantemente all'estero. Al terzo piano abita una coppia di giudici, il cui figlio (Sperduti), dopo una notte brava, investe e uccide una donna, cercando vanamente la comprensione e la complicità dei genitori.
Il primo film che Moretti dirige senza partire da un proprio soggetto (che qui è lo sciatto e ambizioso romanzo omonimo, ambientato a Tel Aviv, di Eshkol Nevo, Neri Pozza Editore) è l'ennesimo e forse definitivo tassello di un cambio di rotta cominciato 20 anni fa con La stanza del figlio e andato sempre più verso un vicolo cieco di evidente senilità che fa registrare la tappa di Tre piani come il punto più basso della sua carriera. Degli anni gloriosi del cinema del regista romano rimane soltanto l'attitudine a sentenziare, qui propriamente cucita su misura indossando i panni di un giudice inflessibile. Già, perché la figura di Moretti è soltanto una delle tre figure paterne in difficoltà col proprio ruolo: se la sua rappresenta quella del super-io inflessibile, quella di Adriano Giannini è l'io che mette costantemente in primo piano le proprie urgenze lavorative e quella di Scamarcio è l'es ingovernabile di chi è accecato dalle proprie ossessioni, al punto di passare dal ruolo di potenziale co-vittima a quello del persecutore che dovrà rispondere in tribunale delle proprie azioni. Tre istanze intrapsichiche inchiodate a ruoli monodimensionali del tutto in contrasto con quelli giocati dai personaggi femminili, nobilitati dalla capacità di risolvere conflitti apparentemente inestricabili. E se sulla pagina questa lettura retriva e manichea dei ruoli di genere lascia spazio a una possibile chiusura del lettore, Moretti la risolve tutta a favore delle donne, anche quando queste sembrano disposte a dubbie macchinazioni per difendere un figlio omicida o ad abbandonare due bambini piccoli al proprio destino. Questa benevolenza pelosa si accompagna a uno script a teorema sui temi della colpa e della responsabilità e a una messa in scena piuttosto piatta, priva di quegli scarti improvvisi che ancora erano presenti in Habemus papam e persino in Mia madre. Del Moretti passato troviamo soltanto una bella scena di tango clandestino ambientato nel quartiere Della Vittoria: l'unico sussulto di un film che, nonostante i dieci anni che trascorrono nel racconto filmico, in un susseguirsi di nascite e morti, dimentica di reclutare qualche truccatore e spinge gli attori a una recitazione antinaturalistica che, come nel caso del pianto di Scamarcio, diventa persino goffa e imbarazzante.

venerdì 1 marzo 2019

Copia originale (Can You Ever Forgive Me?)

anno: 2018       
regia: HELLER, MARIELLE    
genere: biografico    
con Melissa McCarthy, Richard E. Grant, Anna Deavere Smith, Julie Ann Emery, Dolly Wells, Joanna P. Adler, Josh Evans (III)    
location: Usa
voto: 6,5    

1991. Dopo aver raggiunto un effimero successo come scrittrice, la newyorchese Lee Israel (McCarthy) si ritrova disoccupata e sola. Il carattere da misantropa non la aiuta, ma la fantasia sì. Così decide di utilizzare le sue risorse di scrittrice per creare false lettere di personaggi famosi che, una volta vendute a collezionisti disposti a pagarle profumatamente, le consentiranno di sbarcare il lunario. Le cose si complicano dapprima quando mette al corrente dell'impiccio il suo unico amico (Grant), un omosessuale cocainomane e sfaccendato, quindi quando l'FBI si mette sulle sue tracce dopo avere ricevuto l'allarme relativo alla vendita di lettere false.
Tratto da una storia vera, Copia originale è un film garbato, atipico e dalle atmosfere retrò, nel quale la solitudine della protagonista si coniuga con la sua voglia di riscatto, declinata sotto le mentite spoglie di personaggi famosi ai quali andranno indirizzate eventuali critiche. Un piccolo film indipendente che si avvale della straordinaria prestazione dell'intero cast.    

giovedì 15 novembre 2018

Papillon

anno: 2017       
regia: NOER, MICHAEL    
genere: drammatico    
con Charlie Hunnam, Rami Malek, Yorick Van Wageningen, Roland Møller, Tommy Flanagan, Eve Hewson, Michael Socha, Nina Senicar, Christopher Fairbank, Brian Vernel, Ian Beattie    
location: Colombia, Francia, Guyana Francese
voto: 4,5    

Ci vuole un bel fegato a girare il remake di un capolavoro del genere carcerario, per di più interpretato da due giganti come Steve McQueen e Dustin Hoffman. E ce ne vuole ancora di più nell'affidare l'intera operazione a una coproduzione serbo-montenegrina-maltese, con attori ben poco noti (sebbene Charlie Hunnam sia stato protagonista tutt'altro che carismatico di Civiltà perduta e Rami Malek sta per assurgere a massima notorietà grazie all'interpretazione di Freddy Mercury). La storia ricalca quasi filologicamente quella del film del 1973 firmata da Franklin Schaffner, con un lungo prologo che ci fa vedere il protagonista Henri Charriere (Hunnam), detto Papillon per via del vistoso tatuaggio che porta all'altezza dello sterno, che si muove con disinvoltura nella Parigi degli anni '30, rubando a destra e a manca al servizio di un boss vendicativo. Finisce ingiustamente in carcere e viene spedito nella Guyana Francese, dove conosce il falsario Louis Dega, omino pieno di soldi ma fragile e pauroso, minacciato continuamente. Papillon non fa che progettare la fuga. Ci riesce una prima volta, finisce in isolamento inizialmente per due e poi per cinque anni, fino a quando tenta l'impossibile.
Tratto dalla storia vera scritta dallo stesso Henri Charriere - un best seller da milioni di copie e traduzioni in 30 lingue - il film di Michael Noer si dilunga in dialoghi verbosi, pigia sul pedale del legame tra i due protagonisti accentuando la componente velatamente omosessuale, non risparmia all'occhio dello spettatore più di un particolare cruento ma non ha nerbo. Veleggia insomma su un registro drammaturgico piuttosto uniforme e con pochi sussulti, affidandosi a due personaggi con cui è difficile entrare in empatia.    

lunedì 12 novembre 2018

Styx

anno: 2018       
regia: FISCHER, WOLFGANG    
genere: avventura    
con Susanne Wolff, Gedion Oduor Wekesa    
location: Gibilterra
voto: 8    

Una dottoressa (Wolff) si mette in viaggio da sola a bordo della sua barca a vela di 12 metri, circumnavigando le coste d'Africa per arrivare nell'incontaminata isola di Assunzione, una meraviglia progettata da un allievo di Darwin. Non ci arriverà mai: strada facendo si imbatte in un peschereccio in avaria con a bordo centinaia di migranti. Ne salva uno (Wekesa), un ragazzino di 14 anni che, come tanti, si è gettato in mare nel disperato tentativo di salvarsi, pur non sapendo nuotare. Nonostante le continue chiamate di soccorso alla Guardia Costiera, la donna si trova nelle condizioni di non sapere se tentare un'impresa disperata (la sua barca non reggerebbe il peso di tutta quella gente) o attenersi al protocollo del diritto marittimo e abbandonare la scena.
Ci sono voluti nove anni al regista tedesco Wolfgang Fischer per portare nelle sale questo film di rara potenza fisica ed emotiva, con pochissimi dialoghi, basato soprattutto sulla fatica muscolare di una donna poliedrica, capace, volitiva. Un film spartiacque che riecheggia solo formalmente All is lost, ma tutto spostato sul sul tema dei flussi migratori alla ricerca di nuove rotte (le coste del Brasile, il giro lungo tutta la costa orientale dell'Atlantico) a seguito della chiusura almeno parziale delle porte del Mediterraneo. Quel Mediterraneo trasformato metaforicamente in Stige (lo Styx del titolo), il nome del fiume infernale che - per i greci - separava i morti dai vivi. Non a caso, il film parte da Gibilterra, le colonne d'Ercole che segnano il confine tra due mondi, con scimmie che girano liberamente a un passo dalla "civilissima" Spagna. A tanto rigore drammaturgico e di concept, si somma l'assenza quasi totale di effetti speciali, con scene - come quella della tempesta, terribile - girate "dal vero". Imperdibile.
Premio della Giuria Ecumenica al Festival di Berlino.    

giovedì 23 agosto 2018

Nina

anno: 2013       
regia: FUKSAS, ELISA    
genere: drammatico    
con Diane Fleri, Luca Marinelli, Ernesto Mahieux, Luigi Catani, Marina Rocco, Andrea Bosca, Claudia Della Seta    
location: Italia
voto: 1,5    

Elisa Fuksas è la figlia dell'archistar Massimiliano Fuksas e già l'essere "figlia di" la rende poco simpatica. Nel 2009 esordì con un documentario festivaliero a tripla firma e di una certa pregnanza, intitolato L'Italia del nostro scontento. Nel suo primo film di fiction ci propala il trascorrere delle settimane agostane di Nina (Fleri), a cui vengono affidati il cane depresso Omero che lei - causa il rotacismo - chiama Omeo e un criceto oversize. La ragazzetta passa le giornate in una scuola semideserta dove impartisce lezioni di canto a soggetti dalle improbabili doti e un corso privato da un sinologo napoletano (Mahieux) dal quale vorrebbe apprendere il cinese. A questo si aggiunge un'avventura con un ragazzo che le ha rubato un quaderno di appunti, interpretato da un Luca Marinelli in versione estremamente acerba.
L'insieme è ambientato, in confezione rigorosamente surrealista, all'Eur di Roma, fotografato sempre in notturna e con tanto di tributo (in diurna, stavolta) alla Nuvola di papà Max. Il rigore formale, grazie alla fotografia di Michele D'Attanasio, è ineccepibile ma il film è puro estetismo, un esercizio di stile fine a sé stesso, incapace di comunicare alcunché e nel quale le migliori prove attoriali sono quelle dei quadrupedi.    

mercoledì 15 agosto 2018

Il mio domani

anno: 2011       
regia: SPADA, MARINA    
genere: drammatico    
con Claudia Gerini, Enrico Bosco, Raffaele Pisu, Paolo Pierobon, Francesca Bonelli, Isabella Tabarini, Anna Coppola, Lino Guanciale, Claudia Coli, Emanuele Simonini, Paolo Pitossi, Mauro Negri, Tiziana Bergamaschi, Erika Urban, Luca Pignagnoli, Epifanio Garofalo, Lee Colbert, Oleg Vareshagyn, Giorgia Senesi    
location: Italia
voto: 2    

Non so se dopo il premio per la miglior regia vinto al Mar del Plata film festival nel 2007 (Come l'ombra) l'opera numero tre di Marina Spada si sia aggiudicata qualche alloro anche al festival del cinema di Strangolagalli (FR) o a quello di Gardone Val Trompia (BS). Fatto sta che la regista meneghina, classe 1958, ha uno stile cinematografico ben riconoscibile e pertanto assai adatto alle ingordigie snobistiche festivaliere, uno stile basato sul nulla pneumatico. Come per il suo già citato film d'esordio, la Spada ribadisce una spiccata attitudine nel far girare a vuoto le sue opere. Sarà per questo che - tra i pistolotti da primo giorno di formazione per aspiranti sceneggiatori - si insiste tanto sul rapporto tra vuoti e pieni. Il mio domani è un film di vuoti: non si capisce perché il padre della protagonista (Pisu) sia ossessionato dalla religione, né quale rapporto intercorra tra la protagonista stessa e il datore di lavoro (Pierobon), del quale è l'amante. Ma sembrano buttate lì a caso anche le altre frange narrative: un corso di fotografia frequentato chissà perché, il rapporto di maternità surrogata con un nipote mezzo scemo, quello strambo con un amante passeggero (Guanciale).
Il mio domani aspira a essere il ritratto di una donna - peraltro interpretata con inarginabile sussiego da una Claudia Gerini tutt'altro che all'altezza e diretta malissimo - in crisi perenne, una manager che propina corsi di formazione in azienda (o forse fa la tagliatrice di teste? Non si capisce neppure questo), vede sporadicamente il padre e all'occasione si fa qualche trombata in giro. Ma la Spada non è Antonioni e la Gerini non è la Vitti, come documenta questo film carico di ellissi e vuoto di senso. Svogliata persino la colonna sonora formata da due jazzisti di rango come Paolo Fresu e Bebo Ferra.    

lunedì 12 febbraio 2018

La forma dell'acqua - The Shape of Water

anno: 2017       
regia: DEL TORO, GUILLERMO 
genere: fantastico 
con Sally Hawkins, Michael Shannon, Richard Jenkins, Octavia Spencer, Michael Stuhlbarg, Doug Jones, David Hewlett, Nick Searcy, John Kapelos, Stewart Arnott, Nigel Bennett, Lauren Lee Smith, Martin Roach, Allegra Fulton, John Kapelos, Madison Ferguson, Jayden Greig, Brandon McKnight, Deney Forrest    
location: Usa
voto: 8

Nel 1962 una creatura anfibia dalle vaghe sembianze umane viene catturata in Amazzonia, dove è venerata come un dio, e portata in un laboratorio scientifico di Baltimora. Gli americani vorrebbero carpirne le proprietà taumaturgiche, ma temono le incursioni dei sovietici. Richard Strickland (Shannon), a capo del programma di vivisezione dell'alieno, non ha però previsto che una addetta alle pulizie muta (Hawkins) si sarebbe innamorata della creatura e avrebbe cercato di salvarla con l'aiuto di un amico (Jenkins), un artista omosessuale di mezza età, di una collega di colore (Spencer) e di uno scienziato doppiogiochista (Stuhlbarg).
Specialista nel genere fantasy e in quello horror, Guillermo Del Toro si è aggiudicato il  Leone d'oro a Venezia con questa favola carica di poesia, nella quale l'elemento dell'acqua è trasversale al racconto. Il film costituisce un deciso passo in avanti rispetto a Mimic e a Il labirinto del fauno, trattandosi di un'opera che ribadisce la forza d'immaginazione del regista messicano (straordinaria la scena dell'amplesso nel bagno colmo d'acqua fino al soffitto, anche se qualcosa di simile l'avevamo vista in Delicatessen), coniugandola stavolta con un plot più coerente che colloca al centro della scena personaggi destinati a vivere ai margini (per orientamento sessuale, per handicap, per colore della pelle, per attitudini morali). Il tutto servito da un cast perfettamente all'altezza della situazione, nel quale Michael Shannon giganteggia interpretando alla perfezione Michael Shannon, che somiglia in maniera impressionante a Michael Shannon.    

sabato 9 settembre 2017

Mine

anno: 2016       
GUAGLIONE, FABIO * RESINARO, FABIO
regia: guerra
con Armie Hammer, Annabelle Wallis, Tom Cullen, Clint Dyer, Geoff Bell, Juliet Aubrey    
location: Italia, Spagna, Usa
voto: 4,5

In una regione desertica e imprecisata dell'Asia due militari americani stanno conducendo un'operazione mirata a catturare un pericoloso capo talebano. Uno dei due (Cullen) salta su una mina e muore poco dopo. L'altro (Hammer) si ritrova con un piede su una mina nascosta sotto la sabbia ed è pertanto costretto a rimanere immobile. Dovrà attendere un tempo indefinito per poter sperare nei soccorsi. Nel frattempo, l'arsura, la mancanza di acqua e cibo e gli attacchi notturni di belve feroci metteranno a durissima prova la sua sopravvivenza.
Fabio & Fabio (come si presentano nei credits i due registi Guaglione e Resinaro) tentano una via diversa al cinema bellico targato Italia a partire dal casting, tutto americano, e dallo script, che strizza smaccatamente l'occhiolino al cinema a stelle e strisce. Operazione encomiabile sulla carta, se non fosse che l'intero film si impernia sulla performance di un attore dallo scarsissimo carisma, calato in una condizione analoga a quella vista in film come Buried (guarda caso, il produttore, Peter Safran, è lo stesso), Duello nel Pacifico, L'aquila solitaria, Cast away, 127 ore, Locke, The Martian, Vita di Pi e altri ancora. Per di più, la metafora del passo falso che fa da sfondo a gran parte del film è a dir poco elementare sicché Mine si risolve soltanto come un'acrobatica prova di montaggio, un virtuosismo che non lascia granché al di là dell'aspetto tecnico.    

sabato 19 novembre 2016

1001 Grammi (1001 Gram)

anno: 2014       
regia: HAMER, BENT 
genere: drammatico 
con Ane Dahl Torp, Laurent Stocker, Hildegun Riise, Stein Winge, Per Christian Ellefsen, Didier Flamand, Dinara Droukarova    
location: Francia, Norvegia
voto: 2 

Marie (Torp) è una donna sulla quarantina che effettua controlli di precisione sulle misurazioni. È in attesa di trasferire a Parigi, in vista del periodico check up, il chilogrammo norvegese che dovrà essere confrontato con il campione depositato nella capitale francese. Nel frattempo, la sua vita va a rotoli: il padre muore, il marito l'ha lasciata e l'esattezza delle sue misurazioni costituiscono un ribaltamento metaforico del naufragio della sua esistenza.
Dopo i promettenti esordi degli inizi (Kitchen stories, Factotum), il cinema del norvegese Bent Hamer sembra essersi perso dietro un estetismo fine a sé stesso. Inerte, confuso, con un ritmo piattissimo e affidato a una protagonista completamente inespressiva, 1001 grammi ha il solo merito di curare l'insonnia più ostinata.    

domenica 7 agosto 2016

La teoria svedese dell'amore (The Swedish Theory of Love)

anno: 2015   
regia: GANDINI, ERIK  
genere: documentario  
con Zygmunt Bauman  
location: Etiopia, Norvegia, Svezia
voto: 6  

Nel 1974 in Svezia venne redatto un manifesto che, in un connubio ideale con uno stato sociale solido ed efficientissimo, metteva al centro dell'attenzione l'indipendenza e la soggettività dell'individuo. Se da un lato quel progetto, figlio di una crescita economica fortissima e di un orientamento valoriale all'avanguardia, sembrava voler ottimizzare lo sviluppo dei singoli, dall'altro produsse una società composta da monadi in scarsa comunicazione tra loro, nella quale la metà circa degli individui vive da solo ed è concentrato soprattutto sulla realizzazione professionale. I conti di tutto questo individualismo sono spesso salati: i casi di persone che muoiono in totale solitudine aumentano di anno in anno, così come le reazioni di quella parte del corpo sociale che si ribella a tanto solipsismo, cercando il contatto con gli altri in forme talvolta parossistiche.
Dopo Videocracy, l'oriundo Erik Gandini - che da anni vive in Svezia - torna a mostrarci la sua prospettiva d'analisi da quella latitudine. Il documentario è accattivante e sociologicamente rilevante, ma le premesse di osservazione si svuotano nel pistolotto finale dai toni degni di Padre Amorth, con tanto di chiosa di Zygmunt Bauman, che offre l'ennesimo saggio di banalizzazione della sociologia.    

domenica 17 gennaio 2016

Revenant - Redivivo

anno: 2015       
regia: GONZALEZ INARRITU, ALEJANDRO  
genere: avventura  
con Leonardo DiCaprio, Tom Hardy, Domhnall Gleeson, Will Poulter, Forrest Goodluck, Paul Anderson, Kristoffer Joner, Joshua Burge, Lukas Haas, Brendan Fletcher, Duane Howard, Arthur RedCloud, Grace Dove, Fabrice Adde, Robert Moloney, Christopher Rosamond, Tyson Wood, McCaleb Burnett, Timothy Lyle, Scott Olynek, Melaw Nakehk'o    
location: Usa
voto: 9  

Alejandro González Iñárritu, o l'imprevedibile virtù del talento. Ci aveva lasciati con un film (Birdman) tutto in piano sequenza, quasi interamente girato in interni, con dialoghi fittissimi e adesso ci consegna il suo opposto: i vastissimi territori del Canada e della terra del Fuoco, dove Revenant è stato girato (ma nella finzione siamo nel Missouri del 1820), costantemente innevati, e un protagonista (DiCaprio) che, poco dopo avere subito insieme ai suoi compagni un micidiale attacco da parte dei ferocissimi indiani Arikara, viene attaccato da un grizzly. Il comandante (Gleeson) che sta guidando i suoi nei boschi americani alla ricerca di pellame vorrebbe dargli degna sepoltura, convinto in buona fede che stia per scoccare l'ora di quell'uomo che è anche la guida del gruppo. Ma Fitzgerald (un Tom Hardy strepitoso), compagno di avventura avidissimo, pur dovendo vigilare sul suo capezzale lo seppellisce vivo e gli ammazza il figlio mezzosangue davanti agli occhi. Il resto è storia di una sopravvivenza impossibile, della sfida di un uomo che, contro le avversità della natura, sopravvive grazie a un'inesauribile sete di vendetta.
Che Iñárritu avesse un estro cinematografico debordante non è una novità. Ma in quest'occasione lo ribadisce anche grazie alle straordinarie riprese di Emmanuel Lubezki, capace di passare dalla macchina a mano in piano sequenza a panoramiche mozzafiato. Se la forma, ancora una volta, è soprendente senza essere mai di maniera, i contenuti rimandano a un'epica della conquista del west con un sottotesto che non si lascia scappare l'occasione per ricordare chi furono i veri invasori (e non dimentichiamo che Iñárritu è messicano). Tra survival e revenge-movie, Revenant parte da una storia vera (raccontata nel romanzo omonimo di Michael Punke) per mostrarci l'inutilità della vendetta in uno scenario niveo sul quale DiCaprio, trapper immarcescibile, fornisce la prova più fisica della sua carriera, tra pernottamenti all'interno della carcassa di un cavallo morto (forse la scena più dura del film), la barba lunga e ispida, il corpo lacerato, lo sguardo iniettato di sangue: una prova che l'Academy non potrà non premiare con il primo Oscar a uno degli attori più straordinari di tutti i tempi.    

mercoledì 11 novembre 2015

Mary and Max

anno: 2009   
regia: ELLIOT, ADAM 
genere: animazione 
con le voci di Toni Collette, Philip Seymour Hoffman, Barry Humpries, Eric Bana 
location: Australia, Usa
voto: 9,5 

La lunga amicizia epistolare, durata oltre 3 lustri e cominciata nel 1976, tra Mary, una bambina australiana di 8 anni, e Max, un 44enne americano affetto dalla sindrome di Asperger. È la storia di due solitudini accomunate dalla passione per il cioccolato e per alcuni pupazzetti chiamati Noblets. Max è un ebreo ateo obeso, frequenta il gruppo di autoaiuto dei Mangioni Anonimi, vive in una New York in bianco e nero, ama parole come unguento, bomboape, Vladivostok, banana e testicolo e ne ha inventate di nuove come conflesso (quando uno è confuso e perplesso allo stesso tempo) nevango (quando la neve si mescola con il fango della strada ) e splattelle, che sarebbero i cibi schiacciati che trovi in fondo  al sacchetto (da applausi il lavoro compiuto dai traduttori). Mary vive in una cittadina polverosa dalla netta dominante ocra, con una madre alcolizzata e repressiva e un padre che divide il suo tempo tra la catena di montaggio dove attacca i fili alle bustine da tè e il passatempo come tassidermista. È invaghita di un vicino di casa balbuziente e ha l'attitudine a porsi domande eterodosse degne di Salinger ("alle oche viene la pelle d'oca?" o "se un taxi va all'indietro, l'autista ti deve dei soldi?"). Nelle buste e nei plichi che circolano tra i due continenti, Mary e Max si scambiano di tutto, dalla bottiglietta con le lacrime (che Max, per quanto si possa sforzare, non riesce a produrre) alle fette di torta al cioccolato.
Al suo primo lungometraggio dopo alcuni corti pluripremiati, l'australiano Adam Elliot firma tutto da solo un film d'animazione in stop motion (potrebbe sembrare lo spunto narrativo di 84 Charing Cross road girato come se fosse Wallace & Gromit) che è un capolavoro di grazia, poesia, intuizioni acutissime. In esso trovano cittadinanza riflessioni sulla malattia, la solitudine, il linguaggio, l'ecologia, il bullismo e altro ancora in una sceneggiatura che riesce ad essere perfettamente armonica senza dare il minimo sentore di forzatura. Alla potenza dei contenuti corrispondono le scelte felicissime della forma (con la sostanziale eliminazione del colore dai mondi dei due personaggi), una cura encomiabile per i personaggi di contorno (dal dirimpettaio agorafobico di Mary al gatto di Max col l'alitosi), in un tripudio di invenzioni ad altissimo tasso lirico. Come se non bastasse, a ornare il tutto c'è la musica della Penguin Cafe Orchestra e la voce davvero straordinaria di Philip Seymour Hoffman, che ci ricorda quale grandissimo interprete abbiamo perso anche sotto il profilo vocale.    

mercoledì 8 aprile 2015

Wild

anno: 2014       
regia: VALLEE, JEAN-MARC
genere: avventura
con Reese Witherspoon, Laura Dern, Thomas Sadoski, Michiel Huisman, Gaby Hoffmann, Kevin Rankin, W. Earl Brown, Mo McRae, Keene McRae, Brian Van Holt
location: Usa
voto: 6,5

Il fantasma di una madre amatissima (Dern), scomparsa prematuramente. Lo smarrimento dopo il lutto, la fine del matrimonio, il sesso compulsivo di letto in letto, di strada in strada, l'eroina. C'è un bisogno di rinascita dietro l'impresa improvvisata e sgangherata che negli anni '90 portò Cheryl Strayed (Witherspoon) a percorrere il sentiero della creste del Pacifico per oltre 1600 chilometri, da sola e per più di tre mesi. Il film di Jean-Marc Vallée (il regista di Crazy e Dallas Buyers Club), sceneggiato nientedimeno che da Nick Hornby, riprende le pagine del racconto autobiografico della Strayed mostrando, attraverso un continuo ed efficace gioco di flashback, tutto il tormento interiore della protagonista, la sfida a sé stessa, la tentazione di abbandonare l'impresa, la volontà di un riscatto e di una rinascita. Se l'espediente del road movie come metafora della ricerca di un percorso di risurrezione interiore è stato utilizzato già molte altre volte nel cinema (basterebbe pensare a Into the wild), qui l'elemento avventuroso viene particolarmente accentuato, in una miscela che sta tra The way back e Forrest Gump ma che finisce anche col somigliare troppo al coevo Tracks. Oltre allo zaino, Reese Whiterspoon carica sulla proprie spalle, anche in veste di co-produttrice, il peso di un film denso, anche se non molto originale, ma viziato da un eccesso di retorica sulla famiglia. Colonna sonora da standing ovation, con brani di Bruce Springsteen, Leonard Cohen, Pat Metheny, Portishead, Simon & Garfunkel.    

venerdì 31 ottobre 2014

Locke

anno: 2013       
regia: KNIGHT, STEVEN
genere: drammatico
con Tom Hardy
location: Regno Unito
voto: 6

Un solo attore sulla scena, un'automobile che viaggia in autostrada a velocità di crociera, il dispositivo del vivavoce in cabina auto perpetuamente acceso, l'azione che si svolge in un'ora e venti, in tempo reale. Ivan Locke (interpretato da un Tom Hardy diversissimo da quello che abbiamo visto in Bronson e ne Il cavaliere oscuro - Il ritorno) ha commesso un errore: durante una notte in cui alzò un po' il gomito mise incinta una donna che adesso sta per partorire il frutto di quella scappatella. Lui ha deciso di mettere riparo a quell'errore, si sta recando verso l'ospedale rinunciando a seguire i lavori da capo cantiere per il basamento di un enorme palazzo in costruzione che attende l'arrivo di più di duecento camion carichi di calcestruzzo. Nel frattempo racconta tutto alla moglie.
A brevissima distanza dal mediocre Redemption il regista Steven Knight si produce in un kammerspiel a bassissimo costo, estremo, in unità di luogo, tempo e azione, sulla falsariga de I prigionieri dell'Oceano, 127 ore e Buried. La suspense non manca ma il senso complessivo del racconto, ancora una volta sul tema della redenzione portata al suo estremo, è del tutto inverosimile.    

venerdì 17 ottobre 2014

Medianeras - Innamorarsi a Buenos Aires

anno: 2011   
regia: TARETTO, GUSTAVO   
genere: commedia   
con Javier Drolas, Pilar López de Ayala, Inés Efron, Adrián Navarro, Rafael Ferro, Carla Peterson, Jorge Lanata, Alan Pauls, Romina Paula   
location: Argentina
voto: 7   

Le medianeras sono le fiancate dei palazzoni lasciate lì a sancire l'estraneità della vita metropolitana, per lo più destinate a trasformarsi in enormi spazi pubblicitari nei quali qualcuno, ogni tanto, squarcia un muro per fare entrare un raggio di luce. Nel totale disordine urbanistico di Buenos Aires, carico di irregolarità etiche ed estetiche, le esistenze umane sono costrette a quell'atteggiamento blasè magnificamente commentato da Simmel a proposito dell'alienazione metropolitana. Tra gli oltre tre milioni di persone che vivono in quella città ci sono anche Martin (Drolas), progettista di siti web, capace di vivere in simbiosi con la sua poltrona e lo schermo del pc, e la vetrinista claustrofobica Mariana (López de Ayala), che nel mosaico umano del suo libro "Dov'è Wally?", sta ancora cercando la figurina di un ragazzo con la maglietta a righe in quell'enorme formicaio di bipedi. Dopo averlo sfiorato più volte, tra amori fugaci, nuotate in piscina e serate mandate a monte, lo troverà in mezzo al caos cittadino.
Il film d'esordio dell'argentino Gustavo Taretto, giunto nelle sale italiane con tre anni di ritardo, è una miscela assai intelligente di intuizioni originalissime (le incredibili sequenze di piante cresciute negli interstizi più impossibili della città; le metonimie dei gusti della protagonista; le antologie di finestre che rompono la regolarità delle medianeras), improvvisi scarti narrativi e qualche momento eccessivamente sospeso, che fanno di questo film di ispirazione alleniana un'opera discontinua, ma anche coraggiosa, innovativa e promettente.    

giovedì 31 luglio 2014

Io e te

anno: 2012   
regia: BERTOLUCCI, BERNARDO  
genere: drammatico  
con Jacopo Olmo Antinori, Tea Falco, Sonia Bergamasco, Veronica Lazar, Tommaso Ragno, Pippo Delbono, Rodolfo Corsato, Francesca De Martini, John Paul Rossi  
location: Italia
voto: 7  

Il quattordicenne romano Lorenzo (Antinori, un sosia in versione foruncolosa di Malcolm McDowell) vive con la agiata madre (Bergamasco) in un appartamento semicentrale della capitale. Quando gli si presenta l'occasione per andare in settimana bianca con i suoi compagni di classe, finge di coglierla, spiazzando la genitrice raggiante per questo suo piccolo progresso. In realtà se ne va per l'intero periodo nella cantina di casa (mai visti sottoscala come questo: praticamente un appartamento con tanto di doccia). Ma arriva una sorpresa: Olivia, la sorellastra tossica 25enne (interpretata con straordinaria bravura da Tea Falco, che però ha una delle voci più sgradevoli mai sentite al cinema, con un pesantissimo accento catanese) irrompe in quello spazio chiuso per recuperare un oggetto e rimane anche lei lì per l'intera settimana. I due, figli di madri diverse, impareranno a conoscersi.
Tratto dall'omonimo romanzo di Ammaniti, ex "scrittore cannibale" che ha anche collaborato alla sceneggiatura, Io e te arriva a 9 anni dal precedente The dreamers, complice anche la grave malattia che nel frattempo ha colpito Bertolucci. Si tratta di un romanzo di formazione nel quale ancora una volta si legge in filigrana la predilezione del maestro parmigiano per il tema della cattività (l'imprigionamento nei clichè borghesi de Il conformista, tratto da Moravia; gli spazi claustrofibici di Ultimo tango a Parigi e L'assedio; i condizionamenti culturali imposti a un bambino ne L'ultimo imperatore e Piccolo Buddha). Una cattività che funge da viatico per il giovane protagonista, ancora una volta nel segno del numero due, come era accaduto in Ultimo tango a Parigi, grazie all'incontro con un personaggio ancora più disadattato di lui. Il tutto messo in scena con guizzi di grande cinema e una tensione costante che fanno di Io e te uno dei film più riusciti di Bertolucci.
Nella colonna sonora figura anche una versione in italiano di Space oddity, di David Bowie.    

giovedì 24 aprile 2014

Still life

anno: 2013       
regia: PASOLINI, UBERTO
genere: drammatico
con Eddie Marsan, Joanne Froggatt, Karen Drury, Andrew Buchan, Neil D'Souza, David Shaw Parker, Michael Elkin, Ciaran McIntyre, Tim Potter, Paul Anderson, Bronson Webb, Leon Silver, Lloyd McGuire, Wayne Foskett, Hebe Beardsall, William Hoyland, Deborah Frances-White, Andrew Ashford, Mark Oliver, Paddy O'Reilly, Rhodri Hosking, Rosie Kosky-Hensman, Frankie Wilson, Aaron Ishmael, Rose-Marie Christian, Colin Hoult, Stuart Bailey, Hannah Blamires, Daniel Braveboy, Mike Burton Phillipson, Louis Cooper Robinson, Al Cowie, Chris Cowlin, Alex Eldimiati, James a FitzGerald, Susan Fordham, Nigel Genis, Lee Nicholas Harris, Justin Hayward, Richard Herdman, Mo Idriss, Mike Linnane, Shaun Lucas, Calisto Machado, Ian Mann, Taisie Mccallum, Gino Picciano, Elise Quevedo, Mike Ray, Chris Repps, Carl Robinson, Santi Scinelli, James Singer, Kyla Wight, Celine Jedidi
location: Regno Unito
voto: 4

A dispetto del cognome (nessuna parentela con il più celebre Pier Paolo; ma, in compenso, è il nipote di Luchino Visconti), di norma Uberto Pasolini non richiama propriamente folle oceaniche in occasione dell'uscita dei suoi film (sebbene, in veste di produttore, sbancò al botteghino con Full monty). Per cui la funzione del passaparola diventa essenziale. Di bocca in bocca, l'aggettivo che è arrivato ripetutamente alle mie orecchie è stato "poetico". Va bene, allora vediamo questo film "poetico". Ottantotto minuti (questo il maggior pregio del film: dura relativamente poco) che garantiscono l'orchite anche al più indomito collezionista di film di Antonioni, Kaurismaki e Tarkovskj. La storia è quella di un impiegato del comune che, quando arrivano i tagli alle casse pubbliche, arriva al suo ultimo compito: quello di trovare, per l'ennesima volta, i parenti più prossimi al morto, nei casi di gente trapassata in solitudine. Tutto è costruito per apparecchiare la scena finale, con una tirata quasi in tempo reale e con ritmo assolutamente monocorde che tra musiche rarefatte e scene pensate ad arte per essere fotografate ci squaderna il suo teorema sulla vita (del protagonista) che nasce dalla morte (degli altri). Così il film arranca ripetendo continuamente lo stesso modulo e affidandosi a un attore inespressivo come Eddie Marsan, che con quella faccia da museo degli orrori era molto più credibile in parti come quella, crudelissima, che gli fu affidata in Tirannosauro. Da segnalare che, nella miriade di ovazioni che la critica ha tributato all'opera seconda di Pasolini (la prima fu Machan), la sola voce dissonante è stata quella (peraltro straniera) di Internazionale, che ha bollato il film come paccottiglia tutta alla ricerca dell'effetto lirico. Tutti gli altri hanno gridato al capolavoro. Quindi regolatevi...    

domenica 18 agosto 2013

Buried - Sepolto

anno: 2010       
regia: CORTES, RODRIGO
genere: thriller
con Ryan Reynolds
location: Iraq
voto: 1

Se non sei Hitchcock (Prigionieri dell'oceano), Zemeckis (Cast away) o Boyle (127 ore), è meglio se lasci perdere. Altrimenti rischi di ripetere le figuracce di Angelo Orlando (Barbara) e Michael Greenspan (Wrecked). Con un film ultra-low-budget, Cortés esordisce alla regia mettendo in scena un solo attore, chiuso all'interno di una bara e sepolto a un metro da terra. Con lui un accentino, una matita e un telefono cellulare. Il primo terzo di film se ne va tra telefonate e strepiti (comprensibilmente) isterici. Il resto è tutta una trattativa con l'organizzazione militare americana (l'uomo è un autotrasportatore catturato in terra irachena) e con un terrorista che pretende un suo video per poterlo liberare. Ryan Reynolds fa sbrillucciare la dentatura da pubblicità Colgate all'interno del'ambientazione claustrofobica, ma gli riesce soltanto quello. Il resto è un'ora e mezza di noia mortale e retorica a gogò.    

domenica 7 luglio 2013

Vita di Pi (Life of Pi)

anno: 2012   
regia: LEE, ANG
genere: avventura
con Suraj Sharma, Irrfan Khan, Ayush Tandon, Gautam Belur, Adil Hussain, Tabu, Ayaan Khan, Mohd. Abbas Khaleeli, Vibish Sivakumar, Rafe Spall, Gérard Depardieu, James Saito, Jun Naito, Andrea Di Stefano, Shravanthi Sainath, Elie Alouf, Padmini Ramachandran, T.M. Karthik, Amarendran Ramanan, Hari Mina Bala, Bo-Chieh Wang, I-Chen Ko, Jian-wei Huang, Ravi Natesan, Adyant Balaji, Chirag Agarwal, Ahan André Kamath, Om Kamath, Srilekh Katta, Swati Van Rijswijk, M. Keerthana, Indumohan Poornima, Josephine Nithya B., Samyuktha S., A. Deiva Sundari, G. Vasantakumary, A. Vithya, Mythili Prakash, Raj Patel, Hadiqa Hamid, Iswar Srikumar, Ganesh Keshav
location: India, Messico
voto: 7,5

Infaticabile viaggiatore tra generi e continenti, Ang Lee ci porta a bordo di una sorta di novella Arca citando se stesso, dalla tigre (che campeggiava nel titolo La tigre e il dragone) che darà filo da torcere al protagonista agli agenti atmosferici che ispirarono la trama di Tempesta di ghiaccio. Si parte da un prologo nel quale il protagonista indiano Pi (Sharma), un incriocio tra Robinson Crusoe e Noè, racconta a un giornalista (Spall) la più incredibile delle storie. Partito in nave dall'India alla volta del Canada con tutta la sua famiglia, un fitto equipaggio e tutti gli animali dello zoo che suo padre ha amministrato per anni e che adesso è costretto a chiudere, arrivati nella fossa delle Marianne una tempesta spazza via la nave e Pi rimane a bordo di una scialuppa con una zebra dalla zampa spezzata, una iena e una tigre dallo strambo nome di Richard Parker. I primi due quadrupedi dureranno poco e Pi, tra scarsità di viveri, necessità di piazzarsi su una zattera di fortuna costruita a bordo e attraccata alla scialuppa, intemperie, raffiche di pesci volanti, balene, squali, tentativi di ammaestramento della tigre e tanto altro ancora, raggiunge un'isola sperduta e misteriosa del Pacifico, dalla quale è costretto a scappare prima di mettere nuovamente piede sulla terraferma in Messico. L'epilogo propone una seconda versione della storia, a uso e consumo della compagnia assicurativa giapponese che indaga sul caso.
Tutta le potenzialità narrative ed espressive di Ang Lee confluiscono nell'ora e mezza durante la quale il regista taiwanese riesce a tenerci con il fiato sospeso per sapere come il protagonista abbia evitato una morte che sembrava certa. Se dunque lo spettacolo di pura finzione si avvale di un virtuosismo che compete con altri film di naufraghi (da Prigionieri dell'oceano a Cast away), altrettanto non si può dire del contenuto teistico e a teorema, giocato come una sorta di parabola che passa dalla religiosità panica del protagonista (indù, ma anche cristiano, musulmano e chissà cos'altro ancora) alla convivenza tra esseri apparentemente inconciliabili. Da questo film tratto dal best seller dello scrittore ispano-canadese Yann Martel ci prendiamo il gusto della meraviglia delle incredibili scene in mare, sorvolando sulle banalità onomastiche dei giochi identitari messi in campo con il protagonista (Pi sta per piscina) e la tigre (il cui nome è frutto di uno scambio di documenti tra l'animale e il suo precedente possessore…).
Oscar 2013 per miglior regia, fotografia, colonna sonora ed effetti speciali.    

sabato 11 maggio 2013

Tirannosauro (Tyrannosaur)

anno: 2011   
regia: CONSIDINE, PADDY
genere: drammatico
con Peter Mullan, Olivia Colman, Eddie Marsan, Archie Lal, Jag Sanghera, Mike Fearnley, Paul Conway, Lee Rufford, Samuel Bottomley, Sian Breckin, Paul Popplewell, Robin Butler, Sally Carman, Ned Dennehy, Fiona Carnegie, Julia Mallam, Chris Wheat, Craig Considine, Robert Haythorne
location: Regno Unito
voto: 6

L'incontro tra due solitudini nella periferia degradata di una qualsiasi città inglese è il tema del film d'esordio di Paddy Considine, attore visto in Hot fuzz e The Bourne ultimatum. Lui (Mullan) è talmente avvezzo alla violenza da uccidere il suo amato cane a calci in un momento di rabbia e disperazione; lei (Colman, che proprio insieme a Considine aveva recitato nello stesso Hot fuzz) è una donna religiosissima che vive sotto la minaccia costante di un marito prevaricatore e stupratore (Marsan). I due si conoscono, si annusano, si danno - per quello che possono - reciproco sostegno, si sfiorano senza mai arrivare a una vera intimità, tenendosi costantemente sul crinale di una ricaduta negli inferi: lei quello delle rappresaglie manesche del marito; lui quello del'alcol e della furia più cieca.
Opera intimista e per nulla consolatoria, Tirannosauro si avvale dell'interpretazione strabiliante dei due protagonisti, messi al servizio di una trama che ricorda per molti versi My name is Joe, il lungometraggio di loach interpretato dallo stesso, intensissimo Peter Mullan. Se al film non si può certo imputare la mancanza di coraggio, a partire dalla blasfemia del protagonista, va però detto che i 90 minuti corrono tutti sul filo di un registro piuttosto monocorde, interrotto soltanto da qualche accesso di violenza che, per fortuna dello spettatore, viene quasi sempre lasciata fuori campo.