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lunedì 16 gennaio 2017

Arrival

anno: 2016       
regia: VILLENEUVE, DENIS
genere: fantascienza
con Amy Adams, Jeremy Renner, Forest Whitaker, Michael Stuhlbarg, Mark O'Brien (II), Tzi Ma, Abigail Pniowsky, Julia Scarlett Dan, Jadyn Malone, Frank Schorpion, Lucas Chartier-Dessert, Christian Jadah, Sonia Vigneault, Mark Camacho, Larry Day    
location: Usa
voto: 6,5

Gli extraterrestri atterrano sul nostro pianeta in dodici località diverse sparse nel globo, secondo un criterio oscuro (lì, nel 1980, i Pink Floyd hanno piazzato un brano nella hit parade: paradossi della statistica…). Negli States una linguista (Adams) e un fisico teorico (Renner) vengono reclutati dall'intelligence locale guidata dal colonnello Weber (Whitaker) per cercare di capire cosa vogliano gli alieni, degli eptapodi che si esprimono attraverso un complesso sistema di pittogrammi circolari e senza verso. Le autorità militari di mezzo mondo sono in allerta (sarà una nuova Guerra dei mondi?), pronte ad abbattere il nemico con l'impatto che avrebbe una mosca contro un elefante. Ma davvero gli extraterrestri hanno intenzioni così nefaste?
Arrivato al suo quarto lavoro da regista, Denis Villeneuve firma il suo film più ambizioso, che è anche il meno riuscito, dimostrando però ancora una volta una grande capacità di spaziare tra i generi. Dopo il melodramma di ambientazione bellica de La donna che canta, il giallo di Prisoners e il poliziesco Sicario, con Arrival il regista canadese propone un'opera di fantascienza tratta da Storia della tua vita di Ted Chiang e sceneggiata da Eric Heisserer. Se la prima parte del film, imperniata sul contatto con gli extraterrestri, spazia adeguatamente tra l'ipotesi Sapir-Whorf e la serie di Fibonacci, con densità di contenuti, originali trovate visive realizzate in motion capture e indovinate invenzioni futuristiche (c'è anche lo zampino dell'artista James Turrell), nella seconda, dominata dal tema della contrazione dello spazio-tempo (siamo dalle parti di Interstellar), il film si perde in un plot cervellotico e stucchevole, con trama da tipico prodotto strappalacrime a stelle e strisce (l'amore materno, la malattia, il lutto) e risvolto rosa completamente fuori registro.    

venerdì 14 agosto 2015

Project Nim

anno: 2011   
regia: MARSH, JAMES  
genere: documentario  
con Nim Chimpsky, Stephanie LaFarge, Herbert Terrace, Wer LaFarge, Jenny Lee, Laura-Ann Petitto, Bill Tynan, Joyce Butler, Renne Falitz, Bob Ingersoll, Alyce Moore, James Mahoney, Henry Herrmann, Cleveland Amory, Marion Probst, Chris Byrne, Bern Cohen, Reagan Leonard, Anna May Marsh, Mike Lepera, Sarah Sakaan, Dennis Lauricella, Robert J Nesi  
location: Usa
voto: 6,5  

Negli anni '70 Nim, un cucciolo di scimpanzé, venne strappato dalle braccia della madre e allevato in una famiglia di umani (si fa per dire). La decisione fu il frutto di un progetto scientifico voluto da uno psicologo dell'università di Harvard, deciso a focalizzare il contrasto tra natura e ambiente, favorendo il secondo attraverso lo sviluppo, nella scimmia, del linguaggio dei segni. Sulle prime, tutto sembrò andare per la giusta strada, quando Nim era ancora minuto e inoffensivo. Ma dopo qualche tempo cominciarono ad arrivare le prime avvisaglie della sua natura animale: strappò una guancia alla sua mamma adottiva, diventò incontrollabilmente aggressivo anche durante i giochi e non lo aiutò certo il fatto di essere stato allevato secondo alcuni vizi tipicamente umani, come il fumo di marijuana e l'abuso di alcolici. Sicché il progetto viene accantonato e per Nim ebbe inizio un'interminabile via crucis: dapprima recluso in una gabbia minuscola, quindi sottoposto a ulteriori esperimenti da una specie di Menghele della veterinaria, infine affidato a un'altra famiglia e poi al ranch di un filantropo per equini abusati (sic), nel quale era l'unica scimmia del posto. Morì a 26 anni, dopo essere diventato uno scimpanzé di enormi dimensioni, essersi trasformato in un killer e avere concluso finalmente gli ultimi anni della sua esistenza tra i suoi simili.
Il documentario di James Marsh (già autore di Man on wire) racconta una vicenda tragica sulle mostruosità di cui è capace l'uomo persino in nome della scienza, portando davanti all'obiettivo le testimonianze dei tanti che ebbero a che vedere con il Progetto Nim. Se l'oggetto filmico è del massimo interesse, non altrettanto esemplari sono lo sviluppo narrativo e il montaggio, che assembla un po' troppo alla rinfusa i diversi rivoli del racconto, miscelandoli con moltissime fotografie e riprese di repertorio.    

domenica 19 ottobre 2014

Me ne frego! Il fascismo e la lingua italiana

anno: 2014   
regia: GANDOLFO, VANNI   
genere: documentario   
location: Italia
voto: 6,5   

Nella ridda di pagliacciate a fini propagandistici di cui fu capace, il fascismo non trascurò neppure un intervento protezionista sulla lingua italiana con il dichiarato intento di controllare le masse. La linguista Valeria Della Valle ha rispolverato un tema tutt'altro che nuovo trasformandolo però in un documentario che non si limita alla semplice compilazione dei materiali dell'archivio storico dell'Istituto L.U.C.E. (impressionante la magniloquenza delle parate militari e dei bailla), ma che aggiunge animazioni assai creative e una buona dose d'ironia. D'altronde, con quale altro piglio prendere la tonitruante propaganda penetrata attraverso stampa, radio, cinema, scuola e sport? Ecco allora passare in rassegna tutte le ridicolaggini frutto dell'onda lunga dannunziana che si snodarono attraverso la lotta senza quartiere ai dialetti, la repressione delle minoranze linguistiche, l'abolizione del lei da sostituire con il voi (con le assurde vicende della rivista "Lei" dedicata al pubblico femminile e costretta per ovvi motivi a inventarsi un altro nome, "Annabella" e della rampognata subita da Totò durante uno spettacolo da parte di un gerarca fascista che non gradì l'ironia di "Galileo Galivoi"), la sostituzione a tavolino di parole e locuzioni straniere come mannequin, bar, cocktail o "avere un flirt", quest'ultima rimpiazzata da "fiorellare". E così via ridicoleggiando fino ad arrivare a quella che avrebbe dovuto essere l'apoteosi della lingua di regime, il dizionario fascistissimo nel quale gli esempi tratti dalla letteratura - Ariosto, Dante, Petrarca, solo per citarne alcuni - venivano affiancati alle frasi famose del duce. Del quale, peraltro, oltre ai toni perennemente concitati e sopra le righe, da autentico pazzo esaltato qual era (tristemente esilarante il montaggio di spezzoni dei suoi discorsi al popolino), ci rimane ben poco sotto il profilo linguistico: "i colli fatali", "spezzare le reni", "colpo di spugna" e bagnasciuga.    

martedì 30 settembre 2014

Is the Man Who Is Tall Happy?: An Animated Conversation with Noam Chomsky

anno: 2013       
regia: GONDRY, MICHEL
genere: documentario
con Noam Chomsky, Michel Gondry
location: Francia, Usa
voto: 10

Capita rarissimamente di uscire da una sala cinematografica con la netta sensazione di avere assistito a un'opera epocale. Mi capitò ben 3 volte con Kubrick (2001 odissea nello spazio, Arancia meccanica e Full metal jacket), poi con Forrest Gump e, più recentemente, con Inception. Nel campo del documentario i lavori seminali sono stati quelli di Robert Flaherty e poi di Michael Moore, che ne riscrisse le regole, senza dimenticare l'innovatività di Koyaanisqatsi.
Con l'intervista animata di Michel Gondry a Noam Chomsky si aggiunge un anuova perla. Dall'incontro tra i due geni scaturisce una conversazione fittissima e di altissimo livello, che spazia tra epistemologia, linguistica, politica (saggista a tutto campo, Chomsky è noto anche per il suo costante impegno politico) e anche qualche deviazione sul privato (colpisce la tenerezza delle parole rivolte al ricordo della moglie, recentemente scomparsa, con cui era sposato da quando aveva 20 anni). Mai prima d'ora Gondry, che fin dagli esordi (Human nature, Se mi lasci ti cancello) aveva manifestato un talento fuori dal comune, era riuscito a canalizzare la sua stupefacente fantasia in maniera così efficace (Mood indigo è stata forse la più clamorosa delle occasioni perse). Se da un lato le riflessioni del padre della linguistica generativa spaziano su concetti come quello di continuità psichica e sul tema dell'evoluzione delle scienze neurocognitive, al regista francese va il merito di avere tradotto le parole di così alto profilo concettuale dell'ottantaquattrenne intellettuale americano in animazioni di sbalorditiva creatività, relegando le riprese in 16 mm della conversazione tra i due a un ruolo del tutto marginale.
Tra intermezzi ironici ma soprattutto autoironici (Gondry scherza sulla sua conoscenza dell'inglese), assistiamo a una sventagliata di intelligenza, con riferimenti che spaziano da Galileo, Hume e Newton fino a Feynman e Quine. Dalle moltissime cose che si possono imparare (incredibile l'aneddoto sull'importanza della comunicazione linguistica nel determinare l'insuccesso dell'introduzione delle più moderne tecniche di coltivazione in Liberia, ridicolizzate dalla trasmissione del sapere per via matrilineare), emerge soprattutto il ritardo che le neuroscienze fanno registrare rispetto agli studi sull'apprendimento del linguaggio, ritardo che il geniale linguista ebreo assimila a quello della scienza pregalileiana.
Se non si conosce l'inglese alla perfezione, il film (in versione sottotitolata) va visto almeno due volte: la prima per godere di quel concentrato pazzesco di intelligenza e ironia contenuti nella conversazione (tra le altre cose, Chomsky ricorda quando, non sapendo nulla della sindrome di Asperger, si rivolse a una sua amica psichiatra, la quale gli rispose: "Fatti un giro al MIT: lì ce l'ha una persona su due"); la seconda per concentrarsi sulle animazioni, giocosi graffi su pellicola di incontenibile fantasia.
E scusate per tutti questi superlativi.    

venerdì 7 ottobre 2011

Il nuovo linguaggio dei piskelli romani

Quel vocabolario per non farsi capire dagli adulti. Maledetto chi “s’accolla”, va immediatamente “pisciato”. Ma forse manca il gusto per l’invenzione pura, quel giro di parole tra popolare e barocco del dialetto di venti anni fa di MARCO LODOLI
ABBIAMO tanti difetti, noi romani, ma di sicuro non ci manca il dono meraviglioso della sintesi linguistica: una parola e tutto è chiaro, le lungaggini sono bandite, a volte persino il ragionamento viene evitato se si può stringere tutto in una sola espressione o in una battuta fulminante. I ragazzi, poi, da sempre hanno un loro privato vocabolario, costruito proprio per non farsi capire dagli adulti.
Ogni nuova generazione conia i suoi modi di dire, che appaiono, trionfano, declinano, scompaiono. E’ raro oggi trovare un ragazzetto che dica di aver avuto “strizza”, “d’aver smartito”, che una cosa “je rimbalza”, che “sta alla frutta” o a “carissimo amico”, che ha preso “na tortorata o na sdrumata” da qualcuno, che ieri “s’è tajato dalle risate”. Queste sono espressioni di dieci o venti anni fa, scolorite, dimenticate. Roba da vecchi, da quarantenni. Oggi altre parole sono sulla bocca dei ragazzi, e spesso sono parole più dure di una volta, il presente è spigoloso, sbrigativo, cattivello.
Maledetto chi “s’accolla”, va immediatamente “pisciato”, la Roma “me fomenta”, in discoteca c’è sempre qualcuno che vende “na pasta” o che “spigne er fumo”, la racchietta è addirittura “na busta de…” e non voglio scrivere cosa contiene quella busta. Forse manca il gusto per l’invenzione pura, quel giro di parole tra popolare e barocco che voleva lasciare a bocca aperta gli ascoltatori, tipo “te pijo e t’arzo pe le recchie come la Coppa Campioni”, oppure “tu sei uno che se vola no schiaffo in terrazza te fai dà le chiavi dar portiere”, “Te prenno per naso e me te porto sulla spalla come na giacchetta estiva”: costruzioni verbali da grandi architetti del romanesco. Il timore è che tutto il vocabolario, italiano e romano, si riduca a pochissime frasi di slang: pare che nei quartieri periferici di Londra i ragazzi parlino e comunichino utilizzando il cellulare con cinquanta parole. In classe leggo spesso qualche sonetto del Belli, ma nessuno lo capisce.
(da La Repubblica, 6 ottobre 2011)