Visualizzazione post con etichetta computer. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta computer. Mostra tutti i post

lunedì 28 gennaio 2019

Millennium - Quello che non uccide (The Girl in the Spider's Web)

anno: 2018       
regia: ALVAREZ, FEDE    
genere: thriller    
con Claire Foy, Sylvia Hoeks, Lakeith Stanfield, Stephen Merchant, Vicky Krieps, Cameron Britton, Claes Bang, Sverrir Gudnason, Synnøve Macody Lund, Christopher Convery    
location: Svezia, Usa
voto: 6,5    

Comincia con un incesto tra un padre e una figlia adolescente al cospetto di quella più piccola il nuovo capitolo della saga che ha preso vita dalla penna di Stieg Larsson, e che passa sotto la regia di Fede Alvarez, regista uruguaiano specializzato in Horror (La casa, Man in the dark). E continua sull'orlo dell'esagerazione, quando la ragazzina testimone delle mostruosità paterne è diventata una hacker lesbica (Foy) determinata a recuperare un software in grado di gestire la maggior parte dei sistemi di sicurezza militari del mondo. Aiutata da un giornalista (Gudnason) con una bella fetta di interessi, la ragazza si trova a fronteggiare un gruppo di ultracriminali capeggiati proprio dalla sorella (Hoeks), che ha avuto tempo per diventare peggio del padre.
Un po' 007, con la formula abusata dei cattivissimi che per fame di vendetta personale vogliono coventrizzare il mondo, un po' thriller con scantonate horror, il film funziona meglio nella prima parte, nella quale trama e soluzioni registiche trovano qualche elemento di originalità e moltissimo ritmo. Non va così nella seconda, quando Alvarez ingrana il pilota automatico, si affida quasi in toto a inseguimenti, esplosioni ed effetti speciali, per approdare a un finale che si avvicina al ridicolo.    

sabato 4 agosto 2018

Sconnessi

anno: 2018       
regia: MARAZZITI, CHRISTIAN    
genere: commedia    
con Fabrizio Bentivoglio, Ricky Memphis, Carolina Crescentini, Stefano Fresi, Antonia Liskova, Eugenio Franceschini, Giulia Gorietti, Lorenzo Zurzolo, Benedetta Porcaroli, Maurizio Mattioli, Daniela Poggi, Nico Di Rienzo, Carolina Rey    
location: Italia
voto: 1    

La notizia è definitiva: anche noi abbiamo il nostro Robert De Niro, il fuoriclasse che si sputtana con filmetti ignobili come questo. Si chiama Fabrizio Bentivoglio. Lo si è visto recitare per Anghelopoulos, Sorrentino, Mazzacurati, Soldini e i Taviani, ma da qualche tempo gli piace rivestire i panni della vecchia gloria che recita col pilota automatico a fianco di attori che non valgono una sua unghia. È quanto accade anche in questo sconcertante episodio della commedia italiana che si chiama Sconnessi (vedere, per avere un'idea di come può essere trattato lo stesso tema, Disconnect, si parva licet). Film che sembra partorito dai pochi neuroni residui di un bambino ritardato. Nel sontuoso chalet di montagna sito a San Martino di Castrozza si riuniscono, oltre al padrone di casa (uno scrittore in crisi), la sua giovane compagna in dolce attesa (Crescentini), parenti assortiti e parassiti di quest'ultima e i due giovani figli del facoltoso intellettuale, in aperto conflitto col padre. Il quale è un forsennato detrattore delle tecnologia informatiche (casomai non fosse chiaro, la didascalia fa vedere che l'uomo digita ancora su una macchina da scrivere), che spera in una riesumazione delle vecchie modalità di relazione. Un blackout del wi fi mette tutti nelle condizioni di trovare una via alternativa di comunicazione che non sia quella di stare in perenne simbiosi col proprio cellulare.
Acefalo fino all'irritazione, con dialoghi che farebbero passare per un fine letterato uno come Pier Francesco Pingitore, il copione prevede persino un pistolotto che si risolve nel cerchiobottismo del sottofinale. Il cinema italiano al suo grado zero di scrittura.    

domenica 10 giugno 2018

Il figlio di Internet. Storia di Aaron Swartz (The internet's ownboy)

anno: 2014   
regia: KNAPPENBERGER, BRIAN    
genere: documentario    
con Aaron Swartz e con la voce narrante di Roberto Certomà    
location: Usa
voto: 7    

Aaron Swartz è stato un bambino prodigio. In lui pulsavano, per dirla con Calvino, tanto il cristallo dell'informatica quanto la fiamma della passione civile. Fu così che a soli 14 anni Aaron si trovò a dibattere sugli stessi tavoli dei capoccioni di internet e che successivamente fu l'artefice di una serie di iniziative strabilianti, tutte votate alla diffusione libera del sapere. Ad Aaron Swartz dobbiamo infatti il sistema RSS dei feed, quello che ci consente di avere informazioni in tempo reale sull'aggiornamento delle pagine che seguiamo, il Creative Commons, che ha rivoluzionato il diritto d'autore, o anche la diffusione di tutti i documenti giuridici pubblici americani (che fino a quel momento erano accessibili solo a pagamento), frutto di un'arditissima operazione di hackeraggio. Inviso al potere alla stregua di Edward Snowden o di Julian Assange, Swartz crollò - suo e nostro malgrado - quando rese pubblici gli articoli accademici contenuti su JSTOR, la biblioteca digitale l'accesso alòla quale può costare una fortuna alle istituzioni che ne vogliano rendere disponibile i contenuti ai loro utenti. Convinto della necessità di liberare la conoscenza, a Swartz furono prospettati 35 (trentacinque!!!) anni di carcere e 4 milioni di dollari di multa. Stressatissimo da una vicenda a dir poco kafkiana, il "figlio di internet" si suicidò per impiccagione a soli 27 anni, lasciando il mondo privo di un genio che era l'esatto opposto di quella sanguisuga di Steve Jobs, essere immondo votato solo al sesterzio.
Brian Knappenberger, già autore di Anonymous, si affida alle testimonianze dei suoi familiari, a quelle dei guru della rete (tutti nomi altisonanti come Tim Berners-Lee o Lawrence Lessig), a molti filmati di repertorio e a una serie di animazioni che sono il vero valore aggiunto di un documentario necessario, raccontato con partecipazione febbrile ed encomiabile per la capacità dimostrata di porre una questione tanto rilevante come quella della libera circolazione del sapere.    

sabato 26 maggio 2018

Anonymous - L'esercito degli hacktivisti (We Are Legion: The Story of the Hacktivists)

anno: 2012   
regia: KNAPPENBERGER, BRIAN    
genere: documentario    
con Anon2World, Anonyops, Julian Assange, Aaron Barr, Barrett Brown, Adrian Chen, Stanley Cohen, Gabriella Coleman, Joshua Corman, Josh Covelli, Peter Fein, Mercedes Haefer, Homocarnula, Gregg Housh, Tim Hwang, Jericho, Steven Levy, Brian Mettenbrink, Quinn Norton, Ryan Singel, Richard Thieme, Vendetta, Mike Vitale, Mike Vitale, Chris Wysopal, Commander X, Commander X., Grandmaster Ratté, Deth Veggie    
location: Usa
voto: 6    

La questione è sempre la stessa: basta fare un documentario che tratti un tema di straordinario interesse per poter dire che si tratta di un lavoro con i fiocchi? Oggi non più. Guardando il grafico riportato di seguito, nel quale in ordinata si trovano le percentuali di documentari che hanno fatto ingresso nelle sale italiane nel sessantennio 1954-2014 sul totale dei film distribuiti dagli esercenti, si vede che c'è stato un balzo notevolissimo a partire grosso modo dal 2005. È dunque legittimo aspettarsi che la qualità dei documentari oggi vada oltre un prodotto genericamente televisivo, puntando su un linguaggio più variopinto e accattivante. Meta che non raggiunge questo Anonymous, firmato da Brian Knappenberger, opera per lo più affidata alle testimonianze - alcune a volto scoperto, altre no - degli hacktivisti finiti in carcere o in attesa di processo per avere colpito bersagli come Paypal, Scientology, Mastercard e altri grossi nomi del potere politico-finanziario americano. Già, gli hacktivisti: crasi tra hacker e attivisti, persone - spesso dei veri e propri nerd - capaci di fare andare in crash siti collaudatissimi per manifestare il loro dissenso da casa, dove magari vivono ancora con i genitori, ma all'occorrenza di riunirsi in piazza con la maschera di Guy Fawkes di V per vendetta. Il documentario ricostruisce le loro sacrosante scorribande informatiche, fornendo allo spettatore meno attrezzato le coordinate per capire il concetto di meme o il rovesciamento della logica di social network con casi come quello di 4chan. Paladini del software libero, i ragazzi di Anonymous sono stati gli artefici degli attacchi alla Sony, i fiancheggiatori delle battaglie per Wikileaks e la primavera araba, azioni pagate a prezzo altissimo, con condanne spropositate.
Tutto molto bello, direbbe Pizzul, ma qui non siamo in televisione. Sarà stato il budget, sarà stata la difficoltà a reperire materiali e ad ottenere contatti, fatto stato che Anonymous parla un linguaggio filmico elementare, che va a detrimento della solidità dei contenuti. Un lavoro comunque meritorio.    


giovedì 8 dicembre 2016

Snowden

anno: 2015       
regia: STONE, OLIVER   
genere: biografico   
con Joseph Gordon-Levitt, Shailene Woodley, Melissa Leo, Zachary Quinto, Tom Wilkinson, Rhys Ifans, Nicolas Cage, Ben Schnetzer, Lakeith Lee Stanfield, Scott Eastwood, Timothy Olyphant, Joely Richardson, Robert Firth, Logan Marshall-Green, Ben Chaplin, Patrick Joseph Byrnes, Bhasker Patel    
location: Hong Kong, Svizzera, Usa
voto: 6   

Nel 2013 un agente informatico della CIA, Edward Snowden (Gordon-Levitt), rivelò alla stampa inglese l'azione di spionaggio che il governo americano stava perpetrando - con la scusa del terrorismo - ai danni di tutti il popolo americano (e non solo), infiltrandosi in computer, cellulari e qualsiasi altro dispositivo elettronico potesse tornare utile a fornire l'identikit dei cittadini di gran parte del pianeta. Il film di Oliver Stone - che per l'ennesima volta, dopo Salvador, Talk radio, Nato il 4 lglio, JFK, Nixon, Alexander, Comandante, W. e Chavez, porta al cinema un biopic su un personaggio di grande caratura politico-sociale - ricostruisce la vicenda di Snowden (che appare nell'ultima sequenza del film), diventato in poco tempo il nemico pubblico numero 1 del governo americano, attraverso i momenti chiave della vicenda che lo ha riguardato. Da giovane nazionalista determinato a entrare nel corpo militare della CIA, conservatore e patriottico che era, Snowden si trasforma così, proprio in ragione dei suoi valori assai ben radicati, in una scheggia impazzita del sistema, un uomo destinato a dare non pochi grattacapi a Obama. Il film di Stone, che deve molto al documentario Citizenfour nonché ai libri inchiesta di Luke Harding e Anatoly Kucherena, si destreggia con grande mestiere sul piano della forma, ma risulta banale nello sviluppo narrativo, condito con un'inutile sottotrama rosa e con tutti i cliché del genere spionistico.    

mercoledì 16 novembre 2016

Che vuoi che sia

anno: 2016       
regia: LEO, EDOARDO
genere: commedia
con Edoardo Leo, Anna Foglietta, Rocco Papaleo, Bebo Storti, Marina Massironi, Massimo Wertmüller    
location: Italia
voto: 4,5

Giunto ormai al suo quarto film da regista, Edoardo Leo - stella nascente della commedia all'italiana, che in veste di attore al botteghino ha assicurato successoni come Smetto quando voglio e Perfetti sconosciuti - dimostra di avere già esaurito precocemente a sua vena. Che vuoi che sia, programmaticamente leggerissimo fin dal titolo, non fa altro che cambiare i connotati del precedente Noi e la Giulia, affidandosi alla stessa identica struttura: un protagonista che vorrebbe affermarsi con un lavoro onesto, costretto a segretare qualcosa pur di realizzare i suoi obiettivi, il tutto con sfocatissime lenti sociologiche, giusto per tenere in conto la realtà dei nostri tempi.
La vicenda, stavolta, è quella di un ingegnere informatico (lo stesso Leo) che, insieme alla compagna (Foglietta), precaria insegnante di scuola, vorrebbe trovare i fondi per lanciare una app, LavoroAdvisor, per la valutazione dell'operato dei liberi professionisti. Il crowdfounding dà esiti miserabili fino a quando la coppia, in una sera in cui entrambi hanno alzato un po' troppo il gomito, non posta su Facebook un video nei quale dichiara di voler andare in streaming mentre fanno l'amore. A quel punto il video diventa virale e le entrate delle colletta in rete fanno registrare un'impennata inaspettata, con inevitabili effetti collaterali. Cosa fare? Abbandonare definitivamente ambizioni di genitorialità e progetti per il futuro per rimanere sul solco della sobrietà o sfruttare l'occasione?
La chiave del dilemma morale viene giocata da Leo, che ha scritto il copione con Alessandro Aronadio, Marco Bonini e Renato Sannio, in maniera ingenua e manichea e solo qualche battuta disseminata qua e là, la mimica accattivante del protagonista e il colpo di scena finale tengono a galla un film di sconcertante banalità.    

martedì 11 ottobre 2016

Lo and Behold - Internet: il futuro è oggi (Lo and Behold, Reveries of the Connected World)

anno: 2016       
regia: HERZOG, WERNER  
genere: documentario  
con Lawrence Krauss, Kevin Mitnick, Elon Musk, Sebastian Thrun, Lucianne Walkowicz  
location: Usa
voto: 3  

Werner Stipetic, meglio conosciuto come Werner Herzog, non possiede neppure un telefono cellulare. O, almeno, così leggo sulla stampa specializzata. Non contento di avere girato documentari inguardabili come L'ignoto spazio profondo, eccolo alle prese con altra materia a lui ignota: internet. Il nostro se ne va in giro a parlare con i guru dell'informatica, i professoroni di Stanford o l'hacker più famoso del mondo - tutti impegnati nella gara a chi la spara più grossa - per capire l'aria che tira. Articolando l'insieme in dieci capitoli - da "le origini" a "il futuro" - il nostro pone domande tipo "internet potrà sognare se stesso?" o "i computer potranno provare sentimenti?" che suscitano domande sulla dose di peyote assunta dal regista tedesco ma non rivelano nulla né sui possibili scenari di futuri (la fantascienza profetizzò astronavi intergalattiche e umanoidi che si sarebbero impossessati del pianeta, ma nessuno - Asimov, Wells, Dick, Clarke - intuì come internet avrebbe cambiato le nostre vite), né sui parossismi prodotti dalla rete. L'esistenza di forme patologiche di dipendenza dai videogiochi, per esempio, con adolescenti che per non perdere punti stanno seduti davanti al monitor si attrezzano con il pannolone per espletare eventuali bisogni fisiologici, o che gli smartphone abbiano fatto irruzione anche tra i monaci tibetani non è una sorpresa per nessuno. La vera sorpresa, invece, è che un regista con quasi cinquant'anni di attività alle spalle non riesca, con un tema tanto flessibile e attuale, non dico ad approssimarsi allo stile di Robert Flaherty o di Patricio Guzmán, o alla vivacità di Michael Moore, ma almeno ad andare oltre lo standard di Superquark. Lunghe inquadrature fisse, montaggio a suon di rasoiate, interviste interminabili, pletorica voce over dell'autore sono gli addendi stilistici che offrono come risultato un film verbosissimo, eccessivamente lungo (un'ora e cinquanta), piatto e soprattutto incapace di offrire un quadro futurologico che vada oltre il bigino di informatica.    

giovedì 25 agosto 2016

Steve Jobs

anno: 2015   
regia: BOYLE, DANNY
genere: biografico
con Michael Fassbender, Kate Winslet, Seth Rogen, Jeff Daniels, Michael Stuhlbarg, Katherine Waterston, Perla Haney-Jardine, Ripley Sobo, Makenzie Moss, Sarah Snook, John Ortiz, Adam Shapiro, John Steen, Stan Roth, Mihran Slougian, Robert Anthony Peters, Noreen Lee, Gail Fenton, Karen Kahn, Rachel Caproni, Lily Tung Crystal, Damara Reilly, Marika Casteel, Dylan Freitas-D'Louhy, Chris Tomasso, John Chovanec, Daniel Liddle, Lora Oliver, Colm O'Riain, Anita Bennett, Greg Mills, Melissa Etezadi, Rick Chambers, Sara Welch, Emmett Miller, Marc Istook, Carlo Cecchetto, Kristina Guerrero, Bill Seward, Mark Mester, Derrin Horton    
location: Usa
voto: 6,5

A soli due anni dal precedente biopic sul guru della Silicon Valley e a cinque dalla morte, ecco arrivare nelle sale cinematografiche la meno acquiescente e agiografica biografia su Steve Jobs (senza contare il documentario firmato da Alex Gibney, Steve Jobs: The Man in the Machine). A differenza di Jobs, il pessimo film di Joshua Michael Stern, qui Danny Boyle non fa sconti alla personalità di una delle icone pop più fasulle di tutto il Novecento, insieme a quella di Karol Wojtyla. Di quell'uomo avidissimo, arrogante, anaffettivo (e mi limito agli aggettivi spregiativi con la A), incapace di leggere un circuito o di scrivere una sola riga di comandi informatici, il film del regista inglese mette in risalto soprattutto l'aspetto umano, a dir poco deficitario, per usare un eufemismo. Dal protratto mancato riconoscimento della figlia ai continui tradimenti ai danni di amici e colleghi, Jobs proseguì senza alcun ritegno la scalata ai vertici dell'industria informatica, diventando ben presto il miliardario senza scrupoli e il millantatore capace di rubare ad arte le idee altrui che era. Fautore di un sistema informatico inespugnabile per gli acquirenti e totalmente autoreferenziale, Jobs patì gli alti e i bassi della sua protervia, con grandi successi commerciali presso la Apple e altrettanti clamorosi fiaschi. Non a caso, la regia di Boyle (che muove dalla scenaggiatira di Aaron Sorkin, già autore del biopic su Zuckerberg, The social network) si concentra quasi esclusivamente sui backstage del lancio dei tre prodotti che portarono il suo segno (per altrettanti atti, contrassegnati da una diversa cifra stilistica), dal Macintosh del 1984 all'iMac del 1998. E lo fa con una scelta espressiva tanto sfumata quanto indovinatissima: quella di mostrare persone che origliano continuamente da dietro le porte, in quel mondo di squali di cui Jobs, la scorrettezza fatta persona, era il campione indiscusso. Con la sua mimica limitatissima, Fassbender presta all'industriale statunitense più corpo che anima, offrendo un assist involontario ai molti comprimari che, come per ipersonaggi che rappresentano nella storia vera, non hanno nulla da invidiare al protagonista.    

domenica 24 gennaio 2016

La corrispondenza

anno: 2015       
regia: TORNATORE, GIUSEPPE
genere: drammatico
con Jeremy Irons, Olga Kurylenko, Simon Johns, James Warren (II), Shauna MacDonald, Oscar Sanders, Paolo Calabresi, Simon Meacock, Florian Schwienbacher, Irina Karatcheva, Darren Whitfield, Patricia Winker, Marc Forde, Ian Cairns, Daphne Mereu    
location: Italia, Regno Unito
voto: 1

A Puppuccio Tornatore va riconosciuta la capacità di pensare quasi sempre in grande, di proporre film con ambizioni da cinema internazionale (Una pura formalità, La leggenda del pianista sull'Oceano, La sconosciuta, La migliore offerta), di riuscire a osare anche quando i mezzi a disposizione non sono faraonici. In più, gira e dirige come pochi altri della sua generazione sanno fare. È per questo che ogni suo film rappresenta sempre un appuntamento obbligato. Ma ogni tanto svirgola. Se Malena, il suo film più inguardabile, serviva a coniugare il fascino da aringa della Bellucci con le ambientazioni strapaesane a lui tanto care (da Nuovo Cinema Paradiso a Baaria, passando per L'uomo delle stelle), nel caso de La corrispondenza la posta in gioco sembra essere ancora più alta: cast internazionale, location suggestive (la Scozia e il Lago d'Orta), trama innervata da elementi tecnologici che al profano potrebbero apparire quasi fantascientifici, dialoghi sui massimi sistemi, con le stelle a fare da sponda. Eppure da La corrispondenza - storia d'amore tra un maturo (molto maturo) professore di astrofisica (Irons) e una giovane studentessa universitaria, stunt a tempo perso (Kurylenko) - intercetta soltanto gli elementi più deteriori del cinema del regista siciliano: la propensione al polpettone (come in Stanno tutti bene, L'uomo delle stelle e Baaria), quella alla magniloquenza della scrittura, i buchi di sceneggiatura con molti passaggi criptici o improbabili (come in Una pura formalità). In questo mystery a sfondo sentimentale tutto va oltre il ridicolo: dalla recitazione dei due protagonisti (Olga Kurylenko, già vista in Quantum of solace e Perfect day, è una presenza ancora una volta puramente ornamentale; Jeremy Irons raggiunge il massimo dell'espressività quando recita di spalle; i comprimari sembrano presi di peso dalla sceneggiatura de I soliti idioti) alla sciatteria della messa in scena. Ma l'abisso viene raggiunto dai dialoghi, che provano a far vibrare le corde della filosofia miscelando banalissime riflessioni sugli astri e faccende amorose. Sicché l'originale spunto di partenza da fiaba tecno, con il professore che, dopo un'unica scena iniziale nella quale lo si vede in compagnia della sua amata, continua a par pervenire a quest'ultima messaggi, doni e mail per molto tempo dopo la sua scomparsa, si perde completamente in un pasticciaccio inguardabile, bolso, ridicolo, prolungato allo spasimo.    

martedì 29 dicembre 2015

Dio esiste e vive a Bruxelles (Le Tout Nouveau Testament)

anno: 2015       
regia: VAN DORMAEL, JACO  
genere: commedia fantastica  
con Pili Groyne, Benoît Poelvoorde, Catherine Deneuve, François Damiens, Yolande Moreau, Laura Verlinden, Serge Larivière, Didier de Neck, Romain Gelin, Marco Lorenzini    
location: Belgio, Uzbekistan
voto: 7  

La piccola Ea (Groyne), ormai insofferente alle continue cattiverie che suo padre, Dio (Poelvoorde), perpetra nei confronti degli umani dal suo bunker a Bruxelles, decide di compiere un atto di sabotaggio per poi fuggire da casa. Invia così la data di morte a ciascuno degli umani e, dopo avere salutato la madre (Moreau) e suo fratello Gesù, trova l'uomo che dovrà scrivere il nuovo Nuovo Testamento e si mette alla ricerca dei sei apostoli che le sono necessari per riscrivere le regole del mondo.
Con appena 4 film nell'arco di quasi un quarto di secolo, il belga Jaco Van Dormael non può certo dirsi un registra prolifico. Questo Dio esiste e vive a Bruxelles arriva nelle sale italiane arriva a quasi 20 anni di distanza dal precedente L'ottavo giorno. È un film che non disdegna la scelta iconoclasta di mostrare Dio come un essere capace di ogni infamia, ma lo fa con un registro grottesco che sta tra il cinema di Jeunet e quello di Gondry, leggero e soprattutto carico di un'immaginazione visiva che è al tempo stesso pregio e difetto del film. Se da un lato, infatti, incantano molte trovate visive (su tutte, l'uomo che attraversa lo specchio abbracciando se stesso), dall'altro esse, nella seconda parte del film, sembrano essere il fine stesso di un'opera che concede non poco a un sentimentalismo che stride con l'incipit al vetriolo. Sicché il film, nel seguire le vicende dei sei apostoli tutti con la loro musica interiore, finisce col girare un po' su sé stesso.    

mercoledì 8 luglio 2015

Ex machina

anno: 2015   
regia: GARLAND, ALEX
genere: fantascienza
con Domhnall Gleeson, Oscar Isaac, Alicia Vikander, Corey Johnson, Sonoya Mizuno, Claire Selby, Symara A. Templeman, Gana Bayarsaikhan, Tiffany Pisani, Elina Alminas
location: Usa
voto: 6,5

L'uomo bicentenario, A.I. - Intelligenza Artificiale, 2001: Odissea nello spazio, Ghost in the Shell, Nirvana e Io, Robot sono soltanto alcuni tra i film che hanno affrontato, da angolazioni diverse, il tema dell'intelligenza artificiale, spesso declinato nei termini della coscienza e del libero arbitrio. Declinazioni che non sfuggono neppure a questo Ex machina, debutto dietro la macchina da presa di Alex Garland, che nel mondo della settima arte si era già fatto notare come sceneggiatore di altre opere fantascientifiche come 28 giorni dopo, Sunshine e Non lasciarmi. Cosa aggiunge dunque il primo lungometraggio di Garland da regista alle opere citate? Assai poco, a ben vedere. Qui il racconto si sviluppa per intero all'interno della futuristica residenza-laboratorio di un guru dell'informatica (Isaac) che vuole far testare la sua ultima creatura, un cyborg chiamato Ava (Vikander), da un ragazzo con il bernoccolo della programmazione (Gleeson). Nell'ambiente elegantissimo ma claustrofobico nel quale si svolge l'azione, i ruoli tra esaminatore (il ragazzo) ed esaminato (Ava) progressivamente si ribaltano e il clou del film sta proprio nei dubbi che cominciano ad assalire il protagonista in merito alla sua essenza umana, di cui solo il sangue come espressione inimitabile della materia sembra essere la prova certa. Tra dialoghi anodini che vorrebbero proporre riflessioni inedite sulla filosofia del linguaggio - con rimandi zoppicanti a Wittgenstein e Carroll - e il ribaltamento del test di Turing, il film tuttavia si dimostra capace di accumulare una tensione che lo trasforma in un thriller dagli esiti non banali, ma con qualche ellissi di troppo, imputabile a una padronanza molto parziale dei temi ad alto quoziente intellettuale che il copione vorrebbe trattare.    

lunedì 6 aprile 2015

Blackhat

anno: 2015       
regia: MANN, MICHAEL
genere: thriller
con Chris Hemsworth, Leehom Wang, Wei Tang, Viola Davis, Holt McCallany, Andy On, Ritchie Coster, Christian Borle, John Ortiz, Yorick van Wageningen, Tyson Chak, Brandon Molale, Danny Burstein, Archie Kao, Abhi Sinha, Jason Butler Harner, Manny Montana, Spencer Garrett, Shi Liang, Kan Mok, David Lee McKinney, Sophia Santi, Muscle Marquez, Victor Chi, Peter Jae, Siu-Fai Cheung, Tommy Wong, Ivan Ngan, Courtney Wu, Adrian Pang, Leanne Li, Marcus Mok, Timothy Nga, William Mapother, Kamal, Ahyu U. Rosli, Frank Cutler, Jeff Roncone, Michael Flores, James Lim, Berg Lee, M. Anom Perkasa, Jonathan Ozoh, Eric Berindei, Jeremy Tatar, Gerald Petrow, Brian Labahn, Daniel Cahill, Todd Emert, Peter Rowley, Razaq Sahibjahn, Mohd Gaizudeen Sahibjahn, Yonkky Daniel Parengkoan, Musim Surbakti, Fadillah Ramadhan Rachmat, Qurais Mohammed, Acil Azis Amirullah
location: Cina, Hong Kong, Indonesia, Usa
voto: 5,5

Un blackhat, ossia uno degli hacker dediti al cyber terrorismo più esiziali che esistano, dapprima mette ko alcune centrali nucleari in Cina, quindi fa lievitare a dismisura e nel giro di pochissime ore il prezzo della soia a Wall Street. La polizia informatica internazionale e i servizi segreti formano così una task force per scoprire e fermare il colpevole, prossimo a qualche altra bravata. Ma per poter ottenere qualche risultato sono costretti a scarcerare un altro blackhat, che sta scontando 15 anni di pena per reati informatici. Lasciata una lunga scia di cadaveri, l'operazione si conclude in Indonesia con esiti imprevedibili.
Partito da un'idea interessante che intercetta una delle più diffuse paure collettive del XXI secolo, quella di un attacco informatico capace di mettere a repentaglio l'equilibrio globale del sistema economico, il fumettone di Mann (già regista di film di successo come Heat, Insider e Nemico pubblico) si stempera nelle tortuosità della trama, che si caratterizza per un incedere ellittico presumibilmente funzionale a sorvolare sulla plausibilità dei nessi. Sicché, a dispetto di alcune accelerazioni che fanno bruscamente virare il plot dallo spy movie all'action, l'insieme finisce col somigliare a uno dei tanti film di genere, peraltro servito, in questo caso, da un protagonista - Chris Hemsworth (lo avevamo visto nel ruolo principale in Thor e Rush) - tutto muscoli ma privo di qualsiasi carisma e senza alcuna capacità espressiva.    

martedì 3 febbraio 2015

Men, women & children

anno: 2014   
regia: REITMAN, JASON
genere: drammatico
con Adam Sandler, Jennifer Garner, Rosemarie DeWitt, Judy Greer, Dean Norris, Emma Thompson, Timothée Chalamet, Olivia Crocicchia, Kaitlyn Dever, Ansel Elgort, Katherine C. Hughes, Elena Kampouris, Will Peltz, Travis Tope, David Denman, Dennis Haysbert, J.K. Simmons, Colby Arps, Shane Lynch, Jason Douglas, Phil LaMarr, Kaleb King, Richard Dillard, Tina Parker, David Jahn, Jake McDermott, Kathrine Herzer, Helen Estabrook, Kelly O'Malley, Jeff Witzke, Cody Boling, Jillian Nicole Jackson, Dan Gozhansky, Tori Black, Irene White, Luci Christian, Jaren Lewison, Christina Burdette, Craig Nigh, Karen Smith, Candace Lantz, Jon Michael Davis
location. Usa
voto: 7,5

Non è mai uscito in sala il miglior film di Jason Reitman (Thank you for smoking, Tra le nuvole, Juno) che con piglio sociologico e qualche indulgenza al moralismo esplora il rapporto tra tecnologie digitali, sesso e relazioni familiari. Nel coro di voci di impronta altmaniana troviamo la mamma manager (Greer) disposta anche a curare un sito osé pur di vedere la figlia  (Crocicchia) affermarsi nel mondo dello spettacolo, un padre (Norris) e un figlio (Elgort) costretti a fare i conti con l'abbandono del tetto domestico della moglie/madre, una ragazzina anoressica (Kampouris), un'altra adolescente (Dever) controllata draconianamente da madre sessuofoba e ossessiva (Garner), una coppia spenta che cerca nelle avventure on line un nuovo slancio erotico con un figlio consumatore compulsivo di pornografia e a digiuno delle più elementari regole della sessualità. Il campione di varia umanità raccontato nel film rasenta la patologia, manifesta una fragilità diffusa, arrocca la propria esistenza nello spazio di uno schermo, tradendo una impressionante propensione alle incomprensioni. Servito da un cast all'altezza e da un intreccio avvincente, Men, women & children riecheggia - estremizzandole - le tematiche di Disconnect, e nonostante si lasci apprezzare anche per la capacità di coniugare fotografia ed effetti speciali (impressionanti quelli in cui una intera folla cammina con gli occhi incollati sul proprio smartphone), inciampa tuttavia in una fastidiosa voce off e in qualche immagine digitale di troppo.    

lunedì 19 gennaio 2015

The Imitation Game

anno: 2014       
regia: TYLDUM, MORTEN 
genere: biografico 
con Benedict Cumberbatch, Keira Knightley, Matthew Goode, Rory Kinnear, Allen Leech, Matthew Beard, Charles Dance, Mark Strong, Alex Lawther, Tuppence Middleton, Tom Goodman-Hill, Steven Waddington, James Northcote, Jack Bannon, Jack Tarlton, Ilan Goodman 
location: Regno Unito
voto: 7 

All'inizio della seconda guerra mondiale i servizi segreti britannici reclutarono enigmisti, matematici, campioni di scacchi ed esperti di linguistica per cercare di decrittare il complicatissimo codice di Enigma, la macchina che i tedeschi usavano per cifrare i messaggi con i quali venivano pianificate le azioni belliche. Alla squadra che aveva avviato il lavoro senza risultati si unì il genio di Alan Turing (interpretato da Benedict Cumberbatch, che avevamo visto esordire a fianco di Keira Knightley in Espiazione e poi interpretare un altro eroe digitale ne Il quinto potere), il progenitore del moderno computer, l'uomo grazie al quale le forze alleate fermarono l'avanzata nazista, ribaltando l'esito del conflitto. Quell'uomo dalla pubertà difficile - gli anni della scuola vengono raccontati in flashback - di origini ebraiche, asociale e tracotante ma di un'intelligenza sconfinata, omosessuale e costretto a un matrimonio di facciata con una sua brillante collaboratrice e complice (la solita, insopportabile Keira Knightley, tutta mossette e sorrisetti), terminò la sua vita difficile - tra le accuse di doppiogiochismo con i russi (false) e quelle di omosessualità (vere) - con il suicidio, a soli 41 anni, mangiando una mela al cianuro (vi dice niente il marchio della Apple?).
Partendo dalla biografia scritta da Andrew Hodges, il regista norvegese Morten Tyldum realizza un film dall'impianto assai classico ma avvincente, che coniuga la diffidenza atavica dei servizi segreti con quella di una società parruccona che costringeva gli omosessuali alla castrazione chimica, criminalizzandoli, e discriminando anche le donne. Il film ha l'indubbio merito di avere portato sul grande schermo la biopic di una delle figure più importanti dell'ultimo secolo, capace di salvare con la sua invenzione (un gigantesco macchinario elettronico chiamato Christopher) milioni di vite umane e, in seguito, di cambiare quelle di noi tutti.
Premiato come miglior film al festival di Toronto.    

martedì 4 novembre 2014

Downloaded - Scaricato

anno: 2013       
regia: WINTER, ALEX   
genere: documentario   
con Shawn Fanning, Sean Parker, Henry Rollins, Noel Gallagher, Billy Corgan, Mike D, Chris Blackwell, Seymour Stein, John Perry Barlow, Lawrence Lessig, Hilary Rosen, Don Ienner, Samuel Kolb   
location: Usa
voto: 5   

Qualcuno se la ricorderà ancora: l'eccitazione per avere completato il primo download di un mp3, scaricato a 56 Kbps (quando andava bene). Era il 1999 e dietro quel piccolo miracolo c'era Shawn Fanning, genietto autodidatta del computer poco più che ventenne che insieme a Sean Parker realizzò Napster, la prima applicazione per il cosiddetto file sharing che passa attraverso un meccanismo di scambio peer-to-peer. Il documentario, peraltro piattissimo, di Alex Winter ricostruisce quella vicenda con piglio fin troppo filologico, inzeppando il film di dettagli e testimonianze di incontenibile zelo. È la storia di un gruppo di ragazzi che impresse una svolta epocale a tutta l'industria discografica (e, successivamente, a quella dell'audiovisivo in toto) andando incontro a uno scontro legale di titaniche proporzioni. Davide, sottoposto a uno stress mediatico pari a quello di un candidato presidenziale (con tanto di copertine di Forbes e Time), contro Golia, impersonato in primis dalla band dei Metallica, retroguardisti che a colpi di carte bollate cercarono di bloccare quella che loro per primi hanno chiamato "pirateria musicale", con mezzi efficaci quanto lo sarebbe cercare di tenere sospeso un carico di una tonnellata con un chiodo. Il problema è che per il povero Fanning-Davide la fionda sarebbe arrivata a tempo ormai scaduto, quando il music business ottenne la sua miserrima vittoria di Pirro prima che gli epigoni di napster si moltiplicassero a dismisura.
Il documentario è un florilegio di interviste con una breve incursione nella storia dell'industria discografica che è anche la parte più accattivante del film. Quella più triste riguarda invece l'arrivo di quell'avvoltoio di Steve Jobs, che mangiò la foglia e lanciò iTunes, contribuendo all'ulteriore affossamento della creatività sulle sette note, mentre Parker, il parassita furbetto di Napster, si mise in società con Mark Zuckerberg per dare vita a Facebook.    

venerdì 17 ottobre 2014

Medianeras - Innamorarsi a Buenos Aires

anno: 2011   
regia: TARETTO, GUSTAVO   
genere: commedia   
con Javier Drolas, Pilar López de Ayala, Inés Efron, Adrián Navarro, Rafael Ferro, Carla Peterson, Jorge Lanata, Alan Pauls, Romina Paula   
location: Argentina
voto: 7   

Le medianeras sono le fiancate dei palazzoni lasciate lì a sancire l'estraneità della vita metropolitana, per lo più destinate a trasformarsi in enormi spazi pubblicitari nei quali qualcuno, ogni tanto, squarcia un muro per fare entrare un raggio di luce. Nel totale disordine urbanistico di Buenos Aires, carico di irregolarità etiche ed estetiche, le esistenze umane sono costrette a quell'atteggiamento blasè magnificamente commentato da Simmel a proposito dell'alienazione metropolitana. Tra gli oltre tre milioni di persone che vivono in quella città ci sono anche Martin (Drolas), progettista di siti web, capace di vivere in simbiosi con la sua poltrona e lo schermo del pc, e la vetrinista claustrofobica Mariana (López de Ayala), che nel mosaico umano del suo libro "Dov'è Wally?", sta ancora cercando la figurina di un ragazzo con la maglietta a righe in quell'enorme formicaio di bipedi. Dopo averlo sfiorato più volte, tra amori fugaci, nuotate in piscina e serate mandate a monte, lo troverà in mezzo al caos cittadino.
Il film d'esordio dell'argentino Gustavo Taretto, giunto nelle sale italiane con tre anni di ritardo, è una miscela assai intelligente di intuizioni originalissime (le incredibili sequenze di piante cresciute negli interstizi più impossibili della città; le metonimie dei gusti della protagonista; le antologie di finestre che rompono la regolarità delle medianeras), improvvisi scarti narrativi e qualche momento eccessivamente sospeso, che fanno di questo film di ispirazione alleniana un'opera discontinua, ma anche coraggiosa, innovativa e promettente.    

domenica 24 agosto 2014

Drogati del web (Web junkie)

anno: 2013       
regia: MEDALIA, HILLA * SHLAM, SHOSH    
genere: documentario    
location: Cina
voto: 4    

In Cina l'allarme suscitato dalla quota crescente di ragazzi che passano ore incollati davanti agli schermi dei loro computer, per lo più a fare giochi interattivi in rete, è stato talmente acuto da far nascere dei presidi nosocomiali appositi per arginare il fenomeno. Si tratta di istituzioni totali nelle quali questi giovani, per lo più adolescenti e quasi sempre maschi, vengono internati e costretti a forme di socializzazione coatta e lavaggio del cervello. Lo spettatore non sa da quale parte guardare con più pena: se da quella dei ragazzi, che per restare incollati ai monitor arrivano a mettersi il pannolone pur di non interrompere il ritmo incessante delle partite via web, o da quella delle istituzioni, che sembrano procedere con i metodi di Muccioli. Al di là del dubbio, il documentario informa pochissimo, è ripetitivo e cerca di vellicare la commozione, trascurando completamente l'assemblaggio dei materiali, inadatto persino a una proiezione televisiva.    

giovedì 10 luglio 2014

Terms and conditions may apply

anno: 2013   
regia: HOBACK, CULLEN  
genere: documentario  
con Leigh Bryan, Orson Scott Card, Raymond Kurzweil, Joe Lipari, Moby, Max Schrem, Christopher Shin, Mark Zuckerberg  
location: Regno Unito, Usa
voto: 7,5

Ogni volta che sul web qualcuno vi regala qualcosa gratis (da Google e Facebook), compare una scritta: "termini e condizioni possono applicarsi". Vi siete mai domandati quali siano questi termini e queste condizioni? Al posto vostro (e mio) ci ha pensato Cullen Hoback con questo documentario imperdibile. Per cominciare, la lunghezza di quei "termini e condizioni" è pensata apposta per far desistere chi le sottoscrive dal leggerle per intero: è stato calcolato che, in base al consumo medio di prodotti informatici che richiedono quella lettura, dovremmo spendere circa un mese all'anno in quella stupida attività. Quegli stessi "termini e condizioni" ci fanno perdere mediamente 250$ all'anno: uno dei siti più pericolosi, da questo punto di vista, sembra essere Linkedin (guardate il documentario e scoprirete perché e come). Questo brillante documentario, girato tra gli Stati Uniti e l'Inghilterra, snocciola una per una le questioni delicatissime che si riassumono in una sola frase: la morte della privacy e la violazione dei nostri diritti di cittadini. Se il Patriot Act voluto da Bush all'indomani dell'11 settembre ha legittimato l'intrusione del Governo con forme ai limiti della paranoia (imperdibili un paio di testimonianze a dir poco kafkiane), rimane del tutto ingiusitificabile il fatto che i Governi di mezzo mondo abbiano continuato ad avallare sistemi degni della Stasi, salvo poi crocifiggere Assange per aver riservato loro il trattamento che di norma investe soltanto i cittadini comuni (anche qui, un aneddoto grottesco: il capo dell'FBI spiato dalla CIA!). L'amministrazione Obama ha passato un brutto quarto d'ora (non di più: tanto poi la gente dimentica) quando si seppe la notizia che tutte le telefonate e i messaggi degli americani erano sotto controllo, in barba ai contratti stipulati con i gestori telefonici. D'altronde, è di questi giorni la notizia che ci si spia allegramente anche tra alleati, come ha dovuto constatare a sue spese la signora Merkel.
La rassegna è ampissima: gli Iphone che hanno pre-installato un programma che monitora tutta l'attività dell'utente; i cookies utilizzati in maniera diabolica; le multe comminate sulla base dei dati che i gestori dei sistemi GPS vendono alle amministrazioni locali, che in questo modo possono sapere a quale velocità media viaggiano gli automobilisti; l'amicizia tra quell'essere abominevole di Zuckerberg e il capo dell'FBI; i lobbisti di Google e Facebook che si guardano bene dal possedere un account personale perché ne conoscono tutti i rischi.
Montato con grande intelligenza espositiva, il film trova nei casi delle persone comuni uno dei suoi tanti punti di forza, mostrando che, come avvertiva Foucault già molto tempo fa, abbiamo lasciato la società della disciplina per saltare a piè pari in quella del controllo.    

martedì 11 marzo 2014

La segretaria quasi privata (The desk set)

anno: 1957       
regia: LANG, WALTER 
genere: commedia 
con Spencer Tracy, Katharine Hepburn, Gig Young, Joan Blondell, Dina Merrill, Sue Randall, Neva Patterson, Harry Ellerbe, Nicholas Joy, Diane Jergens, Merry Anders, Ida Moore, Rachel Stephens 
location: Usa
voto: 4

In un ufficio informazioni sta per arrivare un cervellone elettronico. Le impiegate che vi lavorano vedono il posto di lavoro a rischio. Tra queste, ce n'è una dalla memoria prodigiosa (Hepburn), che a colpi di intelletto riuscirà a mandare in crisi l'uomo che più credeva nella macchina (Tracy).
Come già in Divertiamoci stanotte, Walter Lang si segnala come autore di commedie ultraleggere a sfondo sentimentale. Vedere duettare Spencer Tracy e Katherine Hepburn è sempre un piacere, ma il contesto è quanto mai povero, le situazioni ripetitive e il ritmo monocorde.    

sabato 16 novembre 2013

Jobs

anno: 2013       
regia: STERN, JOSHUA MICHAEL
genere: biografico
con Ashton Kutcher, Dermot Mulroney, Josh Gad, Lukas Haas, Matthew Modine, J.K. Simmons, Lesley Ann Warren, Ron Eldard, Ahna O'Reilly, Victor Rasuk, John Getz, Kevin Dunn, James Woods, Nelson Franklin, Eddie Hassell, Elden Henson, Lenny Jacobson, Brett Gelman, Brad William Henke, Giles Matthey, Robert Pine, Clint Jung, David Denman, Masi Oka, Abby Brammell, Annika Bertea, Paul Baretto, Amanda Crew, Samm Levine, Cody Chappel, Joel Murray, William Mapother, Scott Krinsky, Evan Helmuth, Laura Niemi, Jim Turner, Clayton Rohner, Rachel Rosenstein, Christopher Curry, Mark Kassen, Dan Shaked, Duncan Bravo, Kent Shocknek, Aaron Kuban, Olivia Jordan
location: India, Usa
voto: 3,5

Biopic istantanea dedicata a Steve Jobs, morto di cancro nel 2011, il parassita fatto passare per guru dell'informatica (ne capiva quanto ne capisco io di epigrafia greca), le cui massime, del tipo "non perdete tempo a vivere la vita di qualcun altro. Siate affamati, siate folli", sono la quintessenza della banalità, utili da dare in pasto a folle assetate di chiacchiere a buon mercato. Il film di Joshua Stern racconta la traiettoria esistenziale di Jobs, dai primi passi, nei primi anni '70, compiuti nel garage di casa adibito a laboratorio, dove il sedicente guru mostrava già ampie capacità di sfruttamento del talento altrui, fino alla fondazione della Apple, il lancio del Macintosh, i pc portatili, la controversia legale con Microsoft, l'allotanamento e il ritorno nella stessa Apple (quando il timone aziendale venne preso da Sculley) e l'invenzione dell'ipod.
Al di là dell'inconsistenza puramente cinematografica, che avvicina il film a uno sceneggiato televisivo, con un attore scelto esclusivamente sulla base della somiglianza ma con nessun talento (Ashton Kutcher, già protagonista di narcolettiche commedie sentimentali come Indovina chi?), Jobs coniuga cerchiobottismo e operazione smaccatamente commerciale (l'uscita a ridosso della morte dello stesso Jobs, appunto). Ma nell'insistere sulla sua invidiabile determinazione, il film non evita di mostrare anche gli aspetti peggiori del protagonista, dai rapporti turpi che aveva con quasi tutti, alla disinvoltura con cui tradiva gli amici e si comportava nella vita privata.
Steve Jobs è stato l'esponente più deteriore del capitalismo oligopolistico, un fighetto solipsista interessato quasi esclusivamente all'estetica del prodotto, un cinico uomo di marketing ossessionato da quisquilie da miliardari, direi l'uomo dei secondi fini per eccellenza. Per averne una visione meno agiografica di quella che ci è stata propinata dai media dopo la sua dipartita bisognerebbe rileggersi l'articolo che scrisse Odifreddi quando le prefiche della sinistra piansero la scomparsa di quest'uomo che non sarebbe stato degno nemmeno di lucidare le scarpe a uno come Linus Torvalds.