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domenica 25 novembre 2018

Il prigioniero coreano (Geumul (The Net))

anno: 2016   
regia: KI-DUK, KIM    
genere: drammatico    
con Ryoo Seung-bum, Lee Won-gun, Kim Young-min, Choi Guy-hwa    
location: Corea del Nord, Corea del Sud
voto: 7    


A causa di un problema al motore della sua barca, un pescatore nordcoreano (Ryoo Seung-bum) finisce involontariamente nelle acque del territorio della Corea del Sud. Qui viene prelevato e portato in un luogo nel quale, per giorni interi e nonostante le premurose attenzioni di un addetto alla sua sicurezza, viene sottoposto a interrogatori, vessazioni e torture di ogni genere. Il governo di quel paese, o per meglio dire un suo emissario, è convinto che il pescatore sia una spia. Dopo un'interminabile odissea, il pescatore si troverà a rivivere qualcosa di simile nel suo paese d'origine.
Kim Ki-Duk firma l'ennesima opera spiazzante, che - dopo One on one - ancora una volta abdica da qualsivoglia concezione estetica della settima arte per lasciare spazio unicamente ai contenuti. Col suo ritratto desolante e rassegnato di due Paesi che vivono forme diverse ma sovrapponili di dittatura e di violenza ideologica, il regista sudcoreano riesce a restituire in maniera possente lo strazio a cui è sottoposto il protagonista a causa dell'ennesima dimostrazione della banalità del male, la sua refrattarietà a subire il fascino del capitalismo sudcoreano tenendo permanentemente gli occhi chiusi in esterno (almeno finché potrà), la brutalità di un sistema di regole ottuse, l'ostinazione con cui - per ragioni unicamente ideologiche - lo Stato passa sul corpo di un cittadino di un altro paese senza alcun rispetto per i suoi diritti. Ma dall'altra parte, il film è girato con uno stile meno che spoglio non si potrebbe, con la macchina da presa spesso incollata al volto dei personaggi, inquadrature sghembe, scenografie approssimative, recitazione amatoriale (e anche il doppiaggio italiano non aiuta…). Una scelta che rimanda a distanze siderali quelle inquadrature di film come Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera o Ferro 3, che trasformavano ogni immagine in un'opera d'arte.    

domenica 15 giugno 2014

Nymphomaniac vol. 1

anno: 2013       
regia: VON TRIER, LARS
genere: erotico
con Charlotte Gainsbourg, Stellan Skarsgård, Stacy Martin, Shia LaBeouf, Christian Slater, Uma Thurman, Sophie Kennedy Clark, Connie Nielsen, Ronja Rissmann, Maja Arsovic, Sofie Kasten, Ananya Berg, Anders Hove, James Northcote, Charlie Hawkins, Clayton Nemrow, Simon Böer, Jeff Burrell, Andreas Grötzinger, Jens Albinus, Tomas Spencer, Jesse Inman, Christoph Schechinger, David Halina, Jonas Baeck, Katharina Rübertus, Inga Behring, Lisa Matschke, Moritz Tellmann, Felicity Gilbert, Katharina Hubertus, Johannes Kienast, Jesper Christensen, Hugo Speer, Frankie Dawson, George Dawson, George Dawson, Harry Dawson, Cyron Melville, Peter Gilbert Cotton, Saskia Reeves, Markus Tomczyk, Christoph Jöde, Nicolas Bro, Christian Gade Bjerrum, Udo Kier, Kate Ashfield, Jean-Marc Barr, Jamie Bell, Tine Burn, Tania Carlin, Laura Christensen, Christopher Craig, Conny Dachs, Willem Dafoe, Thomas Eickhoff, Caroline Goodall, Mia Goth, Daniela Lebang, Jacob Levin-Christensen, Sami Loris, Papou, Michael Pas, Ivan Pecnik, Janine Romanowski, Shanti Roney, Nicole Sandweg, Jonathan Sawdon, Omar Shargawi, Lawrence Sheldon, Sarah Soetaert, Tabea Tarbiat, Christine Urspruch, Lien Van de Kelder, Severin von Hoensbroech
location: Regno Unito
voto: 6

Una donna (Gainsbourg) pesta viene trovata riversa sulla strada da un uomo (Skarsgård) che le offre cure e ascolto nella propria casa. La donna comincia così un lunghissimo racconto col quale ricorda la sua precocissima ninfomania, la promiscuità totale, i rapporti a orario, le famiglie sfasciate, il rifiuto o l'accettazione dei possibili amanti decisa a caso.
Dopo Antichrist e Melancholia, Von Trier conclude la sua trilogia della depressione insistendo sul tema dell'erotismo con un film fluviale articolato - nel primo volume - in 5 capitoli e diviso in due parti (alla maniera di Kill Bill): nove ore di durata, ridotte a 4 per la destinazione in sala. L'aspetto più interessante del film risiede nella dimensione filosofica dei dialoghi: in un continuo parallelismo tra i segreti della pesca e la ninfomania, eros e thanatos vanno a braccetto mentre la psicanalisi si accompagna con la numerologia di Fibonacci, il colore al bianco e nero e la musica heavy metal a Mozart e Shostakovich. Il lungo racconto in flashback, al di là della curiosità suscitata dal materiale pruriginoso, alla lunga suona un po' monotono e ripetitivo, nonostante il supporto di un linguaggio filmico sempre originale e spesso imprevedibile.    

mercoledì 25 settembre 2013

Sacro GRA

anno: 2013       
regia: ROSI, GIANFRANCO
genere: documentario
location: Italia
voto: 6

Sacro, etilomogicamente come ciò che è inattingibile, che sta al di là. Al di là (e al di qua: comunque intorno) del Grande Raccordo Anulare, quella cintura urbana (con i suoi 70 chilometri è la più lunga d'Europa) che incorona Roma come fosse un anello di Saturno. È in questo spazio che il documentarista Rosi, primo cineasta a essersi aggiudicato il massimo alloro a Venezia senza presentare un film di finzione, ha girato più di 200 ore di filmato per tre anni e montato il materiale per otto mesi. A fronte di numeri così generosi, non poteva che scaturire un'opera personalissima, che ricalca lo stile e lo sforzo del precedente Below sea level. In quel non luogo che è il GRA troviamo un barelliere del 118, un cavaliere di Malta che affitta la sua enorme abitazione pacchiana per feste, matrimoni e fotoromanzi (esistono ancora?), un nobile decaduto e sua figlia costretti in un appartamento minuscolo, un entomologo che ha dichiarato guerra al punteruolo rosso, responsabile dell'ecatombe di palme in tutta Europa, un pescatore di anguille, due prostitute attempate, due cubiste e altri scampoli di umanità variamente assortita. Storie di solitudini e vite ai margini ambientate in una capitale che meno da cartolina non si potrebbe, fotografata, quasi sempre con la macchina da presa immobile (c'è la supervisione di Bigazzi), nei suoi angoli più remoti e degradati, spesso dall'alto, o dal basso, con gli aerei che passano rombando sopra le case della zona prossima a Ciampino. Un viaggio affascinante e straziante in una città che di eterno ha ormai soltanto il traffico.    

giovedì 18 luglio 2013

The End Of The Line - Al capolinea

anno: 2009   
regia: MURRAY, RUPERT
genere: documentario
location: Canada, Cina, Giappone, Hong Kong, Italia, Lussemburgo, Malta, Perù, Regno Unito, Senegal, Usa
voto: 8,5

Cosa pensereste se nel vostro ristorante di fiducia vi dovesse capitare di trovare nel menù carne di leopardo o di elefante bianco? È la domanda che dovrebbero porsi i tanti consumatori di tonno rosso o di altre specie ittiche in via di estinzione, il cui comportamento d'acquisto è regolato dalla diversa visibilità dei dati (è possibile stimare il numero di pesci che nuotano negli oceani? Qualcuno ci ha provato…). Partendo da un'inchiesta appassionata di Charles Clover, poi diventata un libro, il film di Rupert Murray ci racconta le cause che ormai ci stanno rapidamente portando ad esaurire le potenziali risorse per sfamarci, quelle fornite dal pesce, appunto, che si potrebbero esaurire nel 2048. La prima a salire sul banco degli imputati è la pesca a strascico, che - grazie a tecnologie avanzatissime e a megapescherecci incredibilmente evoluti - riesce a catturare quantità incredibili di pesce a danno dei fondali. Le conseguenze sono molte: dagli squilibri creati dall'azione umana sulla fauna marina (prede che si moltiplicano a dismisura perché mancano i predatori), passando per il disastro avvenuto in Canada nel 1992, quando da un giorno all'altro 40.000 persone si trovarono senza lavoro dopo che il merluzzo fu decimato, proseguendo per la proliferazione di meduse e vermi d'acqua, fino all'effetto serra dovuto al fatto che è dimostrato che le deiezioni dei pesci aiutano a trattenere l'anidride carbonica nel mare. I governi se ne fregano e noi italiani, naturalmente, ci distinguiamo per "astuzia" e spregio delle regole, mandando persino gli aerei a pedinare gli spostamenti dei tonni sopra i cieli di Lampedusa per poi segnalarli ai pescherecci. Se solo si riuscisse a capire che finché la Mitsubishi (avete letto bene: l'azienda che produce automobili e tecnologie) rimarrà la più grande industria nella pesca di tonno rosso al mondo e fino a quando i governi continueranno a non dire nulla sulla concorrenza tra megapescherecci e le piroghe dei pescatori dei paesi del Terzo Mondo, niente potrà cambiare e le riserve ittiche che avrebbero potuto soddisfare il fabbisogno alimentare di una popolazione umana in crescita arriveranno al capolinea.
Merito al regista e ai tanti esperti intervistati per averci segnalato un problema parzialmente nascosto e per averlo fatto con immagini forti e scene di caccia in mare che fanno chiudere lo stomaco.
Da rivedere, sul tema degli scempi compiuti dall'uomo in mare, altri due ottimi documentari: L'incubo di Darwin e The cove.    

martedì 12 febbraio 2013

Angèle et Tony

anno: 2010       
regia: DELAPORTE, ALIX  
genere: drammatico  
con Clotilde Hesme, Grégory Gadebois, Evelyne Didi, Jérôme Huguet, Antoine Couleau, Patrick Descamps, Lola Dueñas, Patrick Ligardes, Elsa Bouchain, Marc Bodnar, Corine Marienneau, Antoine Laurent, Farid Larbi, Tracy, Rama Grinberg, Barbara Chavy, Elsa Motin  
location: Francia
voto: 3

Lei (Hesme) è una bella ragazza disadattata in libertà vigilata e con attitudine alla prostituzione e al furto. I servizi sociali le hanno tolto il figlioletto, affidandolo ai nonni, dopo la morte del padre di cui lei è responsabile (un incidente d'auto). Lui, Tony (Gadebois), è un pescatore tutto "anema e core", senza pregiudizi, che vorrebbe trovare qualcuno con cui sposarsi anche se il suo aspetto non è dei più invitanti. Si conoscono grazie agli annunci per cuori solitari, hanno impellenze diverse. Si annusano, si sfidano, alla fine si amano.
Eccolo qua il prototipo del film francese che occhieggia al cinema d'autore: silenzi a gogo, scene completamente inutili, macchina da presa piantata a caso ora qui, ora lì, ellissi narrative. Il tutto a servizio di una storia già vista in tante altre salse, che però concilia benissimo il sonno e per fortuna dura poco.    

martedì 29 maggio 2012

Io sono Li

anno: 2011       
regia: SEGRE, ANDREA  
genere: drammatico  
con Tao Zhao, Rade Serbedzija, Marco Paolini, Roberto Citran, Giuseppe Battiston, Giordano Bacci, Zhong Cheng, Federico Hu, Spartaco Mainardi, Andrea Pennacchi, Sara Perini, Amleto Voltolina, Wang Yuan  
location: Italia
voto: 7

Avrebbe forse dovuto intitolarsi Io sono lirico il primo lungometraggio di finzione girato, dopo una serie di documentari, dal regista veneto Andrea Segre. Trasuda infatti poesia a partire dalla didascalia che apre i titoli di testa, un omaggio al poeta cinese QuYuan, e a proseguire con le immagini incantevoli della laguna veneta (fotografate con la consueta perizia da Luca Bigazzi), con la suggestività umida e nebbiosa delle location e con le musiche intimiste di François Couturier. Un tale effluvio di poesia, che in qualche momento cede il passo al manierismo, per raccontare la vicenda di Li (Zhao), operaia tessile costretta a lasciare Roma per spostarsi a Chioggia, un impiego da barista, in attesa che le venga concesso - non dalle autorità italiane, ma dai "colonnelli" cinesi - di riavere con sé avere il figlio di 8 anni. A Chioggia Li conosce Bepi (Serbedzija), un vecchio pescatore di origini slave soprannominato "il poeta", ma la maldicenza dei chioggiotti e il cinico pragmatismo dei cinesi determinano la chiusura coatta di quell'amicizia.
Segre - un dottorato in sociologia e tanta ricerca sul campo - dimostra una chiara competenza nelle storie che racconta, conosce il mondo di cui parla e riesce così a rappresentare benissimo la misantropia serpeggiante di un popolo abituato a convivere con la bruma e con l'acqua che entra nei bar e nelle osterie, come se nulla fosse. Lo stile ellittico, il timone tenuto saldamente nella direzione di attori, tutti ugualmente bravi e credibili, ma anche un certo compiacimento autoriale fanno intravedere una personalità cinematograficamente matura, in attesa delle prossime prove.    

domenica 10 ottobre 2010

The cove

anno: 2009
regia: PSIHOYOS, LOUIE 
genere:_ documentario 
con Richard O'Barry, Brook Aitken, Joe Chisholm, Mandy-Rae Cruikshank, Dan Goodman, Charles Hambleton, Simon Hutchins, Kirk Krack, Isabel Lucas, Hideki Moronuki, Hayden Panettiere, Roger Payne, John Potter, Louie Psihoyos, Dave Rastovich, Paul Watson 
location: Giappone  
voto:9
Storia di un pentito. Negli anni '60 Ric O'Barry era il famosissimo addestratore di delfini grazie al quale fu possibile girare il serial televisivo Flipper, che consentì a Ric una tale agiatezza da poter acquistare una Porsche nuova ogni anno. Quando il delfino, costretto alla cattività, gli morì tra le braccia, per Ric ebbe inizio  una nuova vita, al centro della quale si trovava un'unica missione: quella di liberare i delfini in cattività, costretti dall'industria multimiliardaria dei delfinari. Così, dopo aver radunato una squadra di all-stars degna di Ocean's eleven, Ric è andato in missione a Taiji, in Giappone, località presso la quale si svolge un'implacabile caccia a delfini e balene e da cui partono i delfini destinati ai circhi d'acqua di tutto il mondo. Riuscendo a piazzare con un'arditissima e temeraria manovra notturna alcune telecamere opportunamente camuffate nei punti strategici e vitatissimi dai quali è possibile osservare cosa accade in quella baia che ogni settembre si tinge di rosso, Ric e i suoi hanno potuto mostrare a tutto il mondo le nefandezze granguignolesche di quella orrenda mattanza. A Louie Psihoyos, regista del film, il merito di avere saputo raccontare questo magnifico documentario, premiato con l'Oscar nell'apposita sezione, come un thriller, riuscendo al tempo stesso a raccontare le mille scelleratezze che ruotano intorno alla caccia ai cetacei: dalla vendita di carne con dosi elevatissime di mercurio - che peraltro finisce nelle mense scolastiche nipponiche - ai livelli di stress altissimi che i delfini raggiungono negli spettacoli pubblici a causa della loro ipersensibilità ai suoni. Con un finale agghiacciante, a causa del quale il film è uscito in Italia con il divieto ai minori di 14 anni. Da noi ha circolato pochissimo: provate a cercarlo su eMule o BitTorrent e fatelo girare tra i vostri amici. In questo modo contribuirete alla causa di questa intelligentissima e generosa specie animale.

lunedì 12 novembre 2007

Le ragioni dell'aragosta

anno: 2007       
regia: GUZZANTI, SABINA   
genere: documentario   
con Sabina Guzzanti, Pierfrancesco Loche, Francesca Reggiani, Cinzia Leone, Stefano Masciarelli, Antonello Fassari, Gianni Usai   
location: Italia
voto: 6,5   

Raccolti gli avanzi di Avanzi, Sabina Guzzanti e i suoi partono alla volta di Su Pallosu (un nome, un programma...), in Sardegna, per convincere Pierfrancesco Loche a rientrare nel mondo dello spettacolo, dal quale si è da tempo ritirato (fatta eccezione per qualche comparsata locale come batterista di livello amatoriale). Il viaggio diventa anche un'occasione per sposare le ragioni dell'aragosta: ossia il calo a picco della produzione ittica, che ha da tempo messo in crisi i pescatori locali, i quali richiedono alla Regione investimenti per ripopolare la fauna marina. Tra diario di viaggio, cazzeggio, riprese tra amici di livello amatoriale, molto amarcord, la visita in terra sarda si trasforma, per i reduci della fortunatissima trasmissione televisiva, in un'occasione per fare politica, per riflettere con Gianni Usai - ex operaio Fiat ed ex-sindacalista tornato nell'isola dove ha sposato la causa dei pescatori - sul tramonto delle lotte politiche, per interrogarsi sulla satira. Quello della Guzzanti è un non-film, una sorta di vitalissimo e a tratti ingenuo  work in progress con inevitabile amarcord (abbondano gli inserti televisivi d'epoca), è la docu-fiction di una artista in crisi (si fosse trattato di un film "classico", Le ragioni dell'aragosta sarebbe stato un film su un regista in crisi creativa) con tanti momenti autentici: la spigolosità di Loche, il pianto di Cinzia Leone, i dubbi di Fassari, l'ironia a getto continuo di Francesca Reggiani, le turlupinature a raffica di Masciarelli, le parodie della stessa Guzzanti.    

giovedì 31 maggio 2007

L'incubo di Darwin (Darwin's nightmare)

anno: 2006   
regia: SAUPER, HUBERT  
genere: documentario  
location: Austria
voto: 8,5

Il lago Vittoria è il più grande lago tropicale del mondo e il secondo in assoluto. Negli anni '60 qualcuno pensò di andare lì con un secchio a buttarci dentro una specie che apparteneva a ben altro habitat: il pesce persico. Questo enorme quanto voracissimo predatore ha cambiato completamente l'ecosistema dell'intero lago: fauna ridotta ai minimi termini, alghe scomparse, vegetazione uccisa, acque limacciose. Lo straordinario documentario coprodotto da Francia, Austria e Belgio non si limita a raccontare la radicale trasformazione di un'ecosistema che ha coinvolto sopratutto la poverissima Tanzania, ma è una lucidissima e spietata requisitoria contro le aberrazioni della globalizzazione, giocata con la sola arma della videocamera. I cargo strapieni che partono continuamente alla volta dell'Europa e del Giappone trasportano i filetti del prelibatissimo pesce. Ai locali, in perenne condizioni di carestia, rimangono le lische e le teste, cioè gli scarti di noi occidentali: è con quelle che si sfamano. Per i maschi che non hanno la "fortuna" di fare i guardiani notturni delle industrie alla lauta paga di un dollaro per notte (e avendo arco e frecce come unico mezzo di difesa...), non rimane che la fame o la guerra. Sicché in Tanzania ci si trova a dover sperare in un qualche evento bellico per poter trovare un lavoro nell'esercito. Donne e bambini stanno assai peggio: le prime si danno in gran parte alla prostituzione; i secondi a una vita randagia, tra dormite all'addiaccio, mutilazioni, vere e proprie lotte fisiche per conquistarsi il cibo e sniffate di colla per sopportare i morsi della fame e prendere sonno. La Chiesa cattolica ci mette del suo demonizzando l'uso dei preservativi e lasciando dilagare la diffusione dl virus dell'HIV, che in Tanzania è tra i più alti del mondo. In un panorama tanto agghiacciante, il traffico d'armi per soffiare sui tanti focolai di guerra esistenti in Africa o gli aerei che precipitano per l'eccesso di carico diventano dei dettagli trascurabili. Dopo questo film, anche l'acquisto del pesce diventa un atto politico.    

giovedì 10 aprile 1997

La frontiera

anno: 1996
regia: GIRALDI, FRANCO
genere: guerra
con Raoul Bova, Marco Leonardi, Omero Antonutti, Claudia Pandolfi, Giancarlo Giannini, V.Tominac
location: Italia
voto: *

Dio c'è. Ed è un giusto. Non può che pensarla così un eretico impenitente davanti al fallimento totale di un film come questo, che per più di un anno non è riuscito a trovare un esercente abbastanza folle da proiettarlo nella propria sala per un solo giorno. Lo spunto del film di per sé sarebbe piuttosto interessante: legare, attraverso la ricostruzione di un vecchio pescatore (Omero Antonutti), l'esistenza di due giovani impegnati sul fronte bellico durante le due guerre mondiali. Il primo, Emidio (Raoul Bova), è un ufficiale dell'esercito austroungarico di origine italiana costretto a combattere la sua gente. Il secondo, Franco (Marco Leonardi), è invece un oriundo italiano di origine slava che va a passare un periodo di convalescenza nell'isola di Veglia, dove i partigiani jugoslavi reagiscono alla minaccia fascista. La storia di Emidio, morto nel tentativo di disertare la guerra per non combattere contro i suoi semi-connazionali, influirà molto su Franco.
Da un soggetto di estrema attualità sui nazionalismi ed il senso di appartenenza etnica, tratto dal romanzo di Franco Vegliani, Giraldi ricava soltanto un'occasione per gli insistenti nudi maschili incastonati su un canovaccio girato svogliatamente con interpreti di inarrivabile incapacità. Rispetto a Claudia Pandolfi, nel ruolo di una seducente maestrina fascistissima, una come Valeria Marini sembra Greta Garbo.