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sabato 7 settembre 2013

L'Intrepido

anno: 2013       
regia: AMELIO, GIANNI    
genere: drammatico    
con Antonio Albanese, Livia Rossi, Sandra Ceccarelli, Gabriele Rendina, Alfonso Santagata    
location: Albania, Italia
voto: 3

Antonio Pane (Albanese) ha 48 anni, vive a Milano e di mestiere fa il rimpiazzo: qualunque cosa gli capiti, anche soltanto per una manciata di ore, lui la fa: conducente di tram, operaio edile, pulitore agli stadi. Il suo sogno è vincere un concorso pubblico, quello in occasione del quale ha conosciuto una ragazza fragile (l'esordiente Livia Rossi. Ma chi  ha fatto il casting?!) e vedere realizzate le aspirazioni di suo figlio (un altro esordiente: Gabriele Rendina), giovane sassofonista di (dubbio) talento.
Se qualcuno vi ha detto o avete letto che L'intrepido (il tiolo richiama la gloriosa pubblicazione a fumetti) è la prima commedia firmata da Gianni Amelio, non fidatevi. Non bastano la faccia di Antonio Albanese né il riferimento a Chaplin per dare vis comica al film. Al contrario, è uno dei lavori più lugubri di un regista poco prolifico (13 film in 43 anni di carriera), che torna a uno dei topoi più battuti del suo cinema, quello del lavoro (da La morte al lavoro, documentario del 1978, a La stella che non c'è). Ed è anche il meno riuscito dei suoi film. Non sono sufficienti uno strepitoso Albanese, che mostra di avere una gamma espressiva ciclopica,  in Albania a cercare lavoro (a distanza di 20 da Lamerica il processo migratorio va al contrario), né la fotografia impeccabile, con alcuni magnifici quadri in movimento (la pulizia dello stadio, la ricerca delle scarpe nel sottoscala di un negozio di calzature), firmata ancora una volta dall'inarrivabile Luca Bigazzi per dare corpo a un film ischeletrito, bozzettistico, con troppi luoghi comuni (i peggiori quelli dei cronisti tv ingordi a caccia di facili testimonianze e lo sproloquio del sindacalista) e un messaggio sulla dignità del lavoro a dir poco opaco.    

mercoledì 6 ottobre 2010

Complici del silenzio

anno: 2008       
regia: INCERTI, STEFANO
genere: drammatico
con Alessio Boni, Giuseppe Battiston, Jorge Marrale, Juan Leyrado, Florencia Raggi, Rita Terranova, Daniele Tedeschi, Víctor Hugo Carrizo
location: Argentina       
voto: 5

1978. il giornalista Maurizio (Boni) si reca in Argentina con un amico (Battiston) per scrivere dei servizi sui mondiali di calcio. Scopre invece la tragica realtà dei disaparecidos e si innamora della persona sbagliata (Raggi), una guerrigliera opposta al regime dittatoriale di Videla.
Intento encomiabile, ma forma filmica debolissima da fiction televisiva: si potrebbe sintetizzare così questo film di Stefano Incerti, regista dal pedigree di riconoscibile impegno sociopolitico (Il verificatore, L'uomo di vetro), che però non riesce a superare certi facili schematismi. Qui la vicenda, a parte il finale degno del peggior fotoromanzo, è zoppicante, la recitazione curata pochissimo (con Battiston che, nelle poche scene in cui appare, sovrasta uno smarrito Boni assai piacione che ha l'espressione di chi sta lì a domandarsi: "cosa ci sto fare io al cinema?), le scene di massa di livello amatoriale, il racconto didascalico, la retorica sul popolino imboccato a panem et circenses scontata. Siamo sideralmente lontani dal bellissimo dittico di Marco Bechis (Garage Olimpo e Hijos) sullo stessa tema dei desaparecidos argentini: 30mila persone sparite nel nulla.    

sabato 27 aprile 2002

Garage Olimpo

anno: 1999   
regia: BECHIS, MARCO  
genere: drammatico  
con Antonella Costa, Carlos Echevarria, Enrique Piñeyro, Pablo Razuk, Dominique Sanda, Chiara Caselli, Paola Bechis, Marcelo Chaparro, Adrian Fondari, Miguel Oliveira  
location: Argentina
voto: 7,5

Argentina, 1978. Mentre sui campi di calcio la nazionale di casa ruba il mondiale agli olandesi, la dittatura militare si macchia di crimini disumani, torturando orribilmente gli esponenti del movimento rivoluzionario, somministrando loro potentissime scariche elettriche, chiudendoli in bugigattoli nei quali sono costretti a nutrirsi di schifezze e a restare perennemente bendati prima di diventare dei martiri, desaparecidos gettati vivi nell'oceano dall'alto degli aerei militari. L'oriundo Marco Bechis guarda ancora una volta alla terra che ha accolto intere generazioni di italiani speranzosi, mettendone a nudo tutta la sconcezza politica, etica e culturale. Lo stile asciutto, essenziale, refrattario a qualsiasi sentimentalismo, enfatizza l'allucinante tragedia delle vittime di regime anche grazie al ricorso ad una luce cianotica e alla rarefazione dei dialoghi. Teso, crudissimo al punto di richiedere qualche ellissi scenica, il film di Bechis gioca magistralmente sul contrasto tra l'ordinarietà della vita urbana e le efferatezze dei centri di tortura di Buenos Aires come il Garage Olimpo. Premiato ai Festival di Salonicco, Huelva, La Habana, Messina.    

martedì 19 febbraio 2002

Figli – Hijos

anno: 2001       
regia: BECHIS, MARCO  
genere: drammatico  
con Carlos Echevarria, Jùlia Sarano, Stefania Sandrelli, Enrique Piñeyro          
location: Argentina
voto: 6,5

La tragedia della scomparsa dei figli dei desaparecidos argentini, che sul finire degli anni settanta (quelli della dittatura di Videla) venivano sottratti ai loro genitori, per finire nelle famiglie dei militari sterili o venduti all'estero. La sorte dei genitori era ben peggiore: venivano gettati nell'oceano dagli aerei e mai più ritrovati. Tenendo sempre altissimo il rigore del suo cinema di impegno civile, Bechis opta per un racconto ellittico, pieno di pudore, affidato alla storia di Xavier (Echevarria) che vive comodamente nella sua lussuosa villa di Milano insieme a quelli che crede siano i suoi genitori. Dall'Argentina arriva Rosa (Sarano), sua gemella dizigote, determinata a rivelargli la verità. I due vanno così a Barcellona e fanno il test del DNA… Insistendo sulla tematica di Garage Olimpo, Hijos scopre uno dei tanti scheletri nascosti nell'armadio del paese dei gauchos e delle pampas, senza alcuna concessione al registro melodrammatico né all'esibizione iperrealista dei fatti. Una scelta stilistica encomiabile per un film difficile, duro, laconico e interpretato benissimo.