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mercoledì 16 aprile 2025

The Brutalist

regia: BRADY CORBET
genere: drammatico
con Adrien Brody, Felicity Jones, Guy Pearce, Joe Alwyn, Raffey Cassidy, Stacy Martin, Isaach De Bankolé, Alessandro Nivola, Ariane Labed, Michael Epp, Emma Laird, Jonathan Hyde, Peter Polycarpou, Maria Sand, Salvatore Sansone, Zephan Hanson Amissah, Charlie Esoko, Levente Orbán, Benett Vilmányi, Peter Deutsch, Abigél Szõke, Daniel Washington, András Borgula, Zsolt Páll, Anna Mészöly, Mariann Hermányi, Nick Wittman, Robert Jackson, Peter Linka, Jeremy Wheeler, Stephen Saracco, Jaymes Butler, David Puskas, Laurent Winkler, Hermina Fátyol, Dóra Sztarenki, Natalie Shinnick, Viktor Heiczman
nazionalità: USA
voto: 8,5
anno: 2024

Fuggito dall'Ungheria nel secondo dopoguerra a seguito delle persecuzioni contro gli ebrei, l'architetto László Toth (interpretato da un Adrien Brody monumentale, giustamente premiato con l'Oscar) ripara negli Stati Uniti. Qui viene dapprima accolto da un cugino (Nivola) che poi lo allontana accampando scuse; quindi, entra nell'orbita di un miliardario (Ritchie) che vuole costruire un gigantesco centro culturale in memoria della madre, in Pennsylvania. Per László, che nel frattempo si è ricongiunto con l'amatissima moglie (Jones), quel progetto diventerà la sua ossessione, mettendolo davanti alla mostruosità del potere capitalista.
Brady Corbet firma un'opera titanica (tre ore e venti di durata) dal respiro epico. The Brutalist è uno di quei film che ritrovano l'ambizione del grande cinema americano dei maestri del passato, un lavoro palpitante che esprime senza risparmio di mezzi la potenza dell'arte in un mondo dominato da plutocrati senza scrupoli. Il gigantismo dell'opera che Toth intende costruire è infatti pari alla hybris del regista che, incurante del budget, riesce a realizzare un film che finisce per sembrare una storia vera, pur non essendolo (e con una sinistra omonimia tra il protagonista e il killer che sfregiò la pietà di Michelangelo nel 1972). Quella di Corbet, vero maverick della settima arte (obbligatorio l'accostamento, per maestosità della messa in scena, con il Fitzcarraldo di Herzog) è una parabola morale e iconoclasta sul potere corruttivo del denaro, un'opera innanzitutto politica, potentissima, che non fa sconti al sordido modo di avvicinarsi all'arte anche da parte di chi avrebbe gli strumenti culturali per accostarla.
Leone d'argento per la migliore regia alla mostra di Venezia (2024).

venerdì 2 dicembre 2022

Overdose

anno: 2022
regia: OLIVIER MARCHAL
genere: poliziesco
con Sofia Essaïdi, Assaad Bouab, Alberto Ammann
voto: 6,5
location: Francia

Tra la Catalogna e la Francia, alcuni poliziotti attendono di prendere con le mani nel sacco un gruppo di narcotrafficanti senza scrupoli che stanno per scambiare una enorme partita di droga. Tra loro, un infiltrato e un assassino di due bambini di cui le analisi del DNA non hanno ancora rivelato l'identità. L'operazione si rivelerà ben più difficile del previsto e la conta dei morti salirà ora dopo ora.
Dedicato a Jean-Paul Belmondo - da poco scomparso - il film dell'ex poliziotto Olivier Marchal ritrova i fasti di 36 Quai des Orfevres e L'ultima missione con un polar crudo, parecchio contorto nella narrazione e violentissimo, nel quale non si fa alcuno sconto alla sensibilità dello spettatore. Ma il regista francese sa quello che racconta e, pur partendo dalla finzione del romanzo di Pierre Puchairet Mortels trafics, ci procura un'overdose di action tra criminali senza sadici e scrupoli, poliziotti disperati, tossici e puttane, in un'opera dove i sentimenti hanno la durata di un battito d'ali e disperazione e solitudine sono la sola cifra possibile di questa umanità costretta - da una parte o dall'altra - a un contatto costante con lo spettro del Male.

giovedì 7 febbraio 2019

Il Corriere - The Mule

anno: 2019       
regia: EASTWOOD, CLINT    
genere: drammatico    
con Clint Eastwood, Bradley Cooper, Laurence Fishburne, Michael Peña, Dianne Wiest, Andy Garcia, Alison Eastwood, Taissa Farmiga, Ignacio Serricchio, Loren Dean, Eugene Cordero    
location: Messico, Usa
voto: 8    

Earl Stone (Eastwood) ha dedicato tutta la sua vita al lavoro, affermandosi come floricoltore al punto da vincere dei premi ma trascurando perpetuamente la famiglia. Di questa, soltanto sua nipote gli rivolge ancora la parola. Quando l'e-commerce prende il sopravvento, Earl è costretto a chiudere la sua ultradecennale attività, riservandosi di trovare una qualche soluzione, lui che non è tipo da avere un piano B per nessuna cosa. L'occasione gli capita quando gli viene proposto - date le sue caratteristiche anagrafiche (l'uomo è prossimo ai 90) e quelle di conducente d'auto di lunghissimo corso con una patente immacolata dato che non ha mai preso una multa - di fare da corriere della droga per conto di un cartello messicano. I soldi arrivano a mucchi, le incombenze diventano sempre più onerose ma nel frattempo Earl rischia di giocarsi anche l'affetto della nipote e un solerte funzionario della DEA sta indagando sul traffico sospetto di droga proprio per arrivare a lui.
Alla vigilia dei 90 anni, il grande, vecchio Clint torna davanti (oltre che dietro) alla macchina da presa a dieci anni di distanza da Gran Torino, di cui il film tratto da un articolo del giornalista Sam Dolnick del New York Times Magazine sembra essere, per alcuni versi, la prosecuzione ideale. Qui come lì, ci troviamo davanti a un solitario tutto d'un pezzo, un veterano (ancora una volta, della guerra in Corea) dalla battuta sempre pronta (nel film si ride anche molto) che non ha paura degli sgherri del boss messicano (Garcia) ma che ha soprattutto una caratteristica: decide. Non è uno che si perde in astrusi ragionamenti filosofici, il vecchio Earl. Al contrario, è ruvidamente pragmatico, decide di testa sua e se c'è da aiutare dei neri in panne sulla statale si ferma a dargli una mano nello stesso momento in cui li appella come "negri". Ed è proprio questa sua capacità di decidere che fa di lui l'ennesimo antieroe della filmografia eastwoodiana, un personaggio "morale" cosciente di avere abdicato dai valori della famiglia e che cerca la redenzione nello scorcio di vita che gli rimane, anche a costo di pagarne pesantemente il prezzo, proprio come l'evaso Butch Haynes di Un mondo perfetto, il Dave di Mystic River, il Frankie Gunn di Million Dollar Baby e il Walt Kowalski di Gran Torino. Un personaggio - peraltro interpretato da un Eastwood che oltre a essere un grande narratore, troviamo qui in stato di grazia, definitivamente affrancato dalla battuta di Sergio Leone secondo cui l'attore avrebbe solo due espressioni, "una con il cappello e l'altra senza" - che non può non affascinare, nonostante il pensiero rigidamente conservatore e il fatto che chi lo interpreta sia un repubblicano che ha votato Trump.    

mercoledì 9 gennaio 2019

Louisiana (The Other Side)

anno: 2015       
regia: MINERVINI, ROBERTO    
genere: documentario    
con Mark Kelly, Lisa Allen, James Lee Miller    
location: Usa
voto: 2    

Che cos'è un'opera come Louisiana? L'ultima frontiera che incrocia la ricerca etnografica con la sociologia visuale? Un esperimento estremo di docufiction? La smargiassata di un regista italiano che nel paese natio non ha mai girato un film e che viene osannato dalla critica e snobbato dal pubblico? Difficile dirlo davanti a un'opera così refrattaria a qualsiasi canone cinematografico e narrativo. Un'opera che per oltre un'ora mette in scena due drop out drogatissimi che vivono in condizioni miserrime in qualche anfratto sperduto della Louisiana e la cui unica preoccupazione è quella di iniettarsi eroina in qualunque spazio del corpo rimasto libero, compreso il seno. Stacco improvviso. Ci troviamo tra alcuni fanatici miliziani armati fino ai denti che si stanno preparando all'arrivo della legge marziale. Qualcuno si fa praticare una fellatio da una donna che indossa la maschera di Obama; altri sparano forsennatamente contro un'auto abbandonata sulla quale è appoggiato un manichino che rappresenta il primo presidente nero della storia americana. Tutto ripreso con occhio iperrealista. Troupe ridotta al minimo, impressionante capacità di avvicinare "l'oggetto" filmico, delegando completamente ad esso l'intero carico narrativo, senza la benchè minima traccia di copione. Senza una minima logica, senza un perché. Se non la volontà di essere profondamente disturbante.    

domenica 20 maggio 2018

Nico, 1988

anno: 2017       
regia: NICCHIARELLI, SUSANNA    
genere: biografico    
con Trine Dyrholm, John Gordon Sinclair, Anamaria Marinca, Sandor Funtek II, Thomas Trabacchi, Karina Fernandez, Calvin Demba    
location: Italia, Belgio
voto: 1,5    

Nico (Dyrholm), al secolo Christa Päffgen, fu una bellissima ragazza tedesca nota più per i suoi flirt (tra cui quello con Alain Delon) e per la sua frequentazione della Factory di Andy Warhol che per il suo scarsissimo talento musicale. Susanna Nicchiarelli (Cosmonauta, La scoperta dell'alba) conferma la sua estraneità alle basi minime del cinema costruendole addosso un biopic anomalo che si concentra sugli ultimi tre anni di vita della ex-modella nonché cantante dei Velvet Underground. Lo fa attraverso un racconto completamente destrutturato in vaga forma di road movie, dal quale emergono la perseveranza nell'uso e nell'abuso dell'eroina, il tentativo di un'impossibile carriera solista - tra locali di quart'ordine semideserti e band di supporto formate da dilettanti -, la recalcitranza alle "solite" interviste nelle quali le veniva fatta sempre la stessa domanda a proposito del suo passato con i Velvet Underground e il difficile rapporto con il figlio (Funtek), affidato ai nonni a soli 4 anni.
Con un budget ridottissimo e ancora meno idee, la Nicchiarelli confeziona un film di estenuante lentezza, inutilmente verboso, con inquadrature fisse e luci piatte, scardinando i crismi consueti del film biografico ma riuscendo a non appassionarci al personaggio neppure per un minuto a dispetto della bravura della protagonista, la danese Trine Dyrholm, vista nei film di Susanne Bier e Thomas Vinterberg. L'unica nota di merito sono i riadattamenti sonori di Gatto Ciliegia contro il Grande Freddo e le interpretazioni della stessa Dyrholm, simili all'originale in maniera impressionante.
Dimenticavo: Nico morì a soli 49 anni, cadendo dalla bicicletta.    

martedì 30 gennaio 2018

Gruppo 7 (Unit 7 aka Grupo 7)

anno: 2012   
regia: RODRIGUEZ, ALBERTO  
genere: poliziesco  
con Antonio de la Torre, Andrés Blanco, Javier Berger, Joaquín Núñez, Manuel Bernal, José Manuel Poga, Jacinto Bobo, Edu Bulnes, Estefanía de los Santos, Adelfa Calvo, Julián Villagrán    
location: Spagna
voto: 7  

Nei 5 anni che precedono l'Expo del 1992 a Siviglia, quattro poliziotti della narcotici - noti come Gruppo 7 - fanno il brutto e il cattivo tempo nel centro della città, dapprima sgominando bande di spacciatori, quindi entrando in combutta con questi ultimi per estendere il giro d'affari sporchi. Ma l'anticorruzione, nel frattempo, indaga su di loro.
Poliziesco iberico di notevole fattura, che mette in corto circuito l'avidità dei quattro poliziotti (una sorta di Uno Bianca in salsa spagnola) con l'apparente eroismo dei protagonisti stessi e con tutte le loro contraddizioni (a cominciare da quello apparentemente più agguerrito dei quattro, che possiede un mondo mistico religioso tutto suo). Ritmo martellante, azione e colpi di scena di scena non mancano, la fotografia desaturata è curata a dovere e tanto basta ad attenuare la sensazione di déjà vù e ad accentuare quella di un buon prodotto di genere.    

sabato 4 novembre 2017

Fuga di mezzanotte (Midnight express)

anno: 1978   
regia: PARKER, ALAN   
genere: drammatico   
con Brad Davis, Norbert Wiesser, Paul Smith, Randy Quaid, Irene Miracle, Mike Kellin, John Hurt, Bo Hopkins, Peter Heffrey, Michael Ensign, Franco Diogene, Paolo Bonacelli, Gigi Ballista    
location: Turchia
voto: 8   

Mamma li turchi. Il cesso alla turca. Fumare come un turco. Ci sarà pure un motivo se esistono queste locuzioni. Quando, agli inizi degli anni '80, vidi per la prima volta il pluripremiato film di Alan Parker al cinema, i miei pregiudizi sui turchi si radicarono. Già, perché Fuga di mezzanotte racconta la storia vera, per quanto romanzata, di Billy Hayes (Davis), giovane americano pizzicato nel 1970 a Istanbul con un ingente quantitativo di droga. Fermato e rinchiuso in galera dopo un processo sommario, gli venne rincarata la dose con un'aggiunta di pena che arrivò all'ergastolo. Erano i muscoli che la presidenza Sunay, in rotta di collisione con Nixon, cercava di mostrare rispetto all'impegno contro la droga, la via per conquistarsi credibilità sul piano internazionale. La vicenda di Billy divenne il pomo della discordia tra Stati Uniti e Turchia, costando anni di durissimo carcere al protagonista, tra soprusi di ogni genere, sodomia coatta, coltellate nel sedere (la famigerata "vendetta turca"), violenze.
Parker affida il ruolo di protagonista al giovane e sconosciuto attore esordiente Brad Davis (morto poco più che quarantenne di Aids dopo una carriera trascurabile), poco adatto al phisique du role, mentre il copione di Oliver Stone non fa sconti allo spettatore, spinge sul pedale della violenza ed esaspera in senso manicheo la vicenda originale, dipingendo i turchi come elementi di un popolo infido, reazionario, sanguinario e brutale. Ma a distanza di anni il film tiene grazie alla sua vis polemica, a un buon ritmo e a un motivo d'interesse non del tutto secondario: quello di annoverare un cast in parte Italiano (Franco Diogene, Gigi Ballista, Paolo Bonacelli), dovuto al fatto che le riprese vennero realizzate a Malta, per evitare noie diplomatiche.

mercoledì 4 ottobre 2017

Il contagio

anno: 2017       
regia: BOTRUGNO, MATTEO * COLUCCINI, DANIELE 
genere: drammatico 
con Vinicio Marchioni, Anna Foglietta, Maurizio Tesei, Giulia Bevilacqua, Vincenzo Salemme, Daniele Parisi, Michele Botrugno, Alessandra Costanzo, Lucianna De Falco, Carmen Giardina, Fabio Gomiero, Florian Khodeli, Nuccio Siano    
location: Italia
voto: 3

Aleggia lo spirito, sbiaditissimo, di Pasolini su questa opera seconda di un binomio registico che aveva fatto sperare benissimo dopo la magnifica prova d'esordio, Et in terra pax. Siamo ancora nella borgate romane (stavolta, sul copione, al Laurentino 38, ma nella realtà al Quarticciolo) e il tutt'altro che mascherato richiamo alla figura di PPP proviene dal romanzo omonimo di Walter Siti. È un assemblaggio di storie disgraziate, tra gente abituata all'arte di arrangiarsi e costantemente sul crinale del crimine, tra cocainomani, spacciatori e qualcuno che tenta il grande salto nella Roma bene, quella che da decenni detta legge nella città eterna, quella della criminalità organizzata, di Suburra e di Mafia Capitale. Al centro della scena ci sono Marcello (Marchioni), sposato ma disposto a concedere le sue palestratissime grazie a un scrittore omosessuale decisamente più agée (Salemme), e un suo amico (Tesei), in combutta con un boss partenopeo (Siano) che non si fa alcuno scrupolo di sfruttare i finanziamenti pubblici per gli aiuti ai rifugiati pur di rastrellare quattrini sporchi. Se sullo schermo (e sul libro) il contagio del titolo fa riferimento alla facilità con cui si diffonde il virus del crimine, in sala l'unico contagio possibile è quello dello sbadiglio: tra una fastidiosissima voce off che scandisce i passaggi più magniloquenti dello scrittore modenese e dialoghi scritti in maniera meno che pedestre, il film arranca alla ricerca di una cifra stilistica che paga dazio alla serialità televisiva di Suburra e Gomorra e che viene sottolineata con troppa enfasi da esagerati movimenti di macchina, dalla colonna sonora di Paolo Vivaldi, invadente forse in ragione del cognome tropo importante del suo autore, e da una recitazione che nemmeno per un attimo riesce a celare un irritante senso di finzione, inevitabile per un insieme di attori tutti ben al di sotto del minimo sindacale, compreso un Vincenzo Salemme dall'aria continuamente disorientata.    

mercoledì 27 settembre 2017

L'equilibrio

anno: 2017       
regia: MARRA, VINCENZO 
genere: drammatico 
con Mimmo Borrelli, Roberto Del Gaudio, Giuseppe D'Ambrosio, Autilia Ranieri, Lucio Giannetti, Francesca Zazzera, Astrid Meloni, Paolo Sassanelli    
location: Italia
voto: 7 

A seguito di una crisi di vocazione e con sulle spalle un'intensa esperienza in Africa, don Giuseppe (Borrelli) chiede di essere trasferito in una diocesi dalle parti del suo paese d'origine, nel napoletano. Qui il parroco va a sostituire don Antonio (Del Gaudio), un sacerdote rudemente pragmatista, che si danna l'anima per il numero enorme di morti imputabili alle scorie presenti nella terra dei fuochi, ma che da tempo è venuto a patti con quel mondo, fatto di piccoli e grandi criminali e di una diffusissima omertà. Don Giuseppe tenterà di cambiare le cose, prendendo a cuore soprattutto il caso di una ragazzina abusata sessualmente, ma andrà incontro alla rivolta della cittadinanza.
Vincenzo Marra (Vento di terra, L'ora di punta) prosegue il suo intensissimo percorso nel cinema di impegno civile a marcata caratura verista, firmando in questa occasione la sua opera migliore. Nato da un tentativo fallito di raccontare in chiave documentaristica quegli stessi eventi, L'equilibrio ha avuto una gestazione peculiare, finendo col diventare un film di finzione che mette in campo il dilemma etico di un uomo di chiesa con una forte vocazione per il sociale, refrattario a ogni tentativo di mediazione tra i suoi ideali e la cruda realtà che gli sta intorno. Riuscitissimo sul piano narrativo e nel ritratto degli ambienti, il film pecca nella scelta di un protagonista dalla fisionomia imponente, ma assai legnoso e non sufficientemente carismatico per il ruolo che è chiamato a ricoprire e rispetto al quale l'overacting trova momenti quasi imbarazzanti, soprattutto in alcune scene madri.    

mercoledì 20 settembre 2017

Barry Seal - Una storia americana (American Made)

anno: 2017       
regia: LIMAN, DOUG  
genere: thriller  
con Tom Cruise, Domhnall Gleeson, Sarah Wright, E. Roger Mitchell, Jesse Plemons, Lola Kirke, Alejandro Edda, Benito Martinez, Mauricio Mejia, Caleb Landry Jones, Jayma Mays, Jayson Warner Smith, Emilio Sierra, Jed Rees, Connor Trinneer, April Billingsley, Mike Pniewski, William Mark McCullough, Justice Leak, Robert Pralgo, Morgan Hinkleman, Kevin L. Johnson, Robert Farrior, Alpha Trivette, Alberto Ospino, Daniel Lugo, Tony Guerrero, Alex Quarles, Chloe Swan Sparwath    
location: Colombia, Honduras, Nicaragua, Usa
voto: 7,5  

Stanco della routine dei voli di linea, Barry Seal (Cruise), fenomenale pilota della TWA, decide di lasciare la compagnia per "servire il Paese" in cambio di palate di verdoni, andando a scattare fotografie aeree negli stati sudamericani che appoggiavano il comunismo (siamo negli anni '70): Honduras, San Salvador, Nicaragua. Il "gringo che non sbaglia un colpo" finisce però presto assoldato anche dai narcotrafficanti del cartello di Medellin, tra i quali Pablo Escobar. Costretto a trasferirsi con la famiglia in Arkansas, Seal rastrellò quattrini a palate (in senso letterale), finendo col mettersi in un giro più grande di lui, tra traffico di droga, Dea, Cia e riciclaggio di denaro sporco.
Doug Liman - già regista di un thriller di buona fattura come The Bourne identity - porta sul grande schermo la storia vera di Barry Seal, trascurando quasi completamente sia la fisionomia del personaggio (andatevi a vedere le foto in rete e troverete un ciccione senza alcun appeal, ben diverso da Tom Cruise) che il lato oscuro dello stesso, che qui lascia tutto lo spazio alle spavalderie di Tom Cruise, acrobatico, sempre sorridente e realmente alla guida dei velivoli. Dalla sua c'è pero tutto il resto: un ritmo mozzafiato innestato su un racconto picaresco, un'invidiabile capacità di raccontare vicende complesse (dal coinvolgimento di Reagan allo scandalo Iran-Contras), un montaggio ricchissimo d'inventiva e, soprattutto, una vena ironica insolita per film di questo genere.    

lunedì 27 febbraio 2017

Moonlight

anno: 2016       
regia: JENKINS, BARRY   
genere: drammatico   
con Alex R. Hibbert, Ashton Sanders, Trevante Rhodes, Mahershala Ali (Mahershalalhashbaz Ali), Naomie Harris, Janelle Monáe, André Holland, Jharrel Jerome, Jaden Piner, Larry Anderson, Herveline Moncion, Don Seward, Patrick Decile, Tanisha Cidel, Shariff Earp, Duan'Sandy' Sanderson, Stephon Bron, Edson Jean, Fransley Hyppolite, Rudi Goblen    
location: Usa
voto: 4   

Con il terzo mistero di Fatima, la scomparsa di Atlantide, i geroglifici di Nazca e le girandole delle relazioni amorose, l'assegnazione dell'Oscar a Moonlight è uno dei grandi misteri della storia dell'umanità. La spiegazione più plausibile è che l'establishment hollywoodiano abbia voluto mandare un messaggio chiaro e forte a Trump in merito alle sue misure sull'immigrazione e la discriminazione. Senza nulla togliere alla rilevanza etica e politico-sociale del tema trattato nel film - la discriminazione su base sessuale - il film di Barry Jenkins (tratto dalla pièce teatrale In Moonlight Black Boys Look Blue, scritto da Tarell Alvin McCraney) è un bigino che in tre capitoli - infanzia, adolescenza ed età adulta - inanella tutte le disgrazie che possano capitare a un ragazzino di nome Chiron: suo padre non esiste, sua madre è una prostituta tossica che riceve clienti in casa, a scuola i suoi amici non si fanno scrupolo a fare i bulli con lui, il suo mentore è uno spacciatore nero dal cuore d'oro (Ali: un Oscar anche per lui come miglior attore non protagonista). Ovviamente Chiron vive in una stamberga, è nero e omosessuale. Un'omosessualità inespressa, la sua, captata con chissà quale strumento dai rabdomanti della discriminazione sessuale ed elemento giocato in sordina da un film oleografico con tentazioni autoriali da immaginario queer, ma dal ritmo monocorde e carico di un sentimentalismo precotto che non si preoccupa neppure di controllare gli aspetti formali, a cominciare dalla scelta dei tre che impersonano il protagonista.    

domenica 12 febbraio 2017

Smetto quando voglio - Masterclass

anno: 2017       
regia: SIBILIA, SYDNEY 
genere: commedia 
con Edoardo Leo, Valerio Aprea, Paolo Calabresi, Libero De Rienzo, Stefano Fresi, Lorenzo Lavia, Pietro Sermonti, Marco Bonini, Rosario Lisma, Giampaolo Morelli, Luigi Lo Cascio, Greta Scarano, Valeria Solarino, Neri Marcorè    
location: Italia, Nigeria, Thailandia
voto: 3,5 

Dopo lo strepitoso successo al box office ottenuto nel 2014, Sydney Sibilia tenta il bis - in attesa del terzo episodio - con un'operina esilissima, bigiotteria spacciata per articolo di lusso, uno spot interminabile in attesa del capitolo finale. Se nel primo episodio l'idea dei ricercatori universitari precari costretti a reinventarsi extra leges come narcotrafficanti di una smart drug fuori dai listini delle sostanze vietate sollevava in maniera ironica, pur nel suo cerchiobottismo, un problema reale, qui lo spunto viene ripreso in modo appena accennato, mentre la regia preferisce spingere sul pedale del ritmo. A questo giro, infatti, la banda di ricercatori, e con il capo Edoardo Leo costretto dietro le sbarre, deve collaborare con l'ispettore di Polizia Paola Coletti (una Greta Scarano totalmente fuori parte) per rintracciare tutte le droghe sintetiche non ancora illegalizzate che circolano nella capitale. In cambio, tutti i membri della banda si ritroveranno con la Fedi-na penale pulita.
In attesa di smettere quando vogliono (speriamo davvero non oltre il terzo episodio, dove si prevede l'arrivo di Luigi Lo Cascio, che qui concede un cameo), Sibilia cambia radicalmente la squadra di sceneggiatori per offrire al pubblico nient'altro che acqua di rose: effetti speciali (compresa uno spezzone in rotoscope e la devastazione delle terme di Villa Adriana), lunghe citazioni in stile Indiana Jones, siparietti didascalici per presentarci i nuovi innesti della banda - con l'ingegnere Giampaolo Morelli e l'esperto di anatomia Marco Bonini - in gag scult praticamente identiche e cartoline dalla Tailandia e dalla Nigeria. Un vuoto pneumatico di idee riscattato soltanto da qualche battuta azzeccata.    

giovedì 26 gennaio 2017

Born to be Blue

anno: 2015   
regia: BUDREAU, ROBERT  
genere: biografico  
con Ethan Hawke, Carmen Ejogo, Callum Keith Rennie, Stephen McHattie, Janet-Laine Green, Tony Nappo, Tony Nardi, Charles Officer    
location: Italia, Usa
voto: 6,5  

Blu come triste, come malinconico. Così erano le canzoni di Chet Baker, uno degli assi dell'intera storia del jazz, il trombettista bianco in perenne rivalità con Miles Davis, il tossico che fu uno degli elementi di punta del cool della West Coast. Il regista canadese Robert Budreau gli ha dedicato un biopic anomalo, che fa il paio con il coevo Miles Ahead su Davis: in entrambi verità e finzione si mescolano nel tentativo di ricostruire un periodo buio ed enigmatico della vicenda di ambedue, rispetto ai quali neppure le biografie più filologiche sono riuscite a fare luce.
In Born to be blue tutto ha inizio in un carcere di Lucca, nel quale Baker passò circa un anno. Un cineasta che continua a credere in lui vorrebbe girare un film sulla sua vita, affidando allo stesso Baker la parte (interessante la grammatica filmica nell'uso alternato di bianco e nero e colore). Durante le riprese il trombettista si innamora di una donna di colore (Ejogo) che impersona la sua ex moglie. Ma alcuni spacciatori ai quali il musicista deve parecchi soldi gli spaccano letteralmente la faccia, facendogli perdere tutti i denti anteriori e rompendogli la mandibola. Tornare a suonare affrancandosi dalla droga sarà un'impresa quasi impossibile, quasi quanto quella di tenersi la donna che - pur non profumando di tè rosso - è stata per anni la tua musa. Strangolato nello stretto perimetro degli home movies, il film di Budreau avrebbe meritato una sorte diversa. Ben lontano dal documentario di Bruce Weber del 1988 (Let's get lost), Born to be blue ha infatti il merito di intercettare uno spicchio della vita di Baker, quello collocato tra il 1966 e l'inizio degli anni '70 (con qualche flashback sui '50) in maniera tutt'altro che convenzionale. Alle ambientazioni indovinatissime e alla straordinaria somiglianza dei personaggi secondari (a cominciare da Davis e Gillespie), si affianca la notevole prova di Ethan Hawke, tutta giocata per sottrazione, perfettamente a registro con lo stile intimista che permea l'opera.
A titolo di cronaca, nessuna delle incisioni originali di Baker è stata concessa per il film. Al compito di fornire una soundtrack all'altezza hanno dovuto supplire David Braid, Todor Kobakov e Steve London.    

martedì 5 aprile 2016

Veloce come il vento

anno: 2016       
regia: ROVERE, MATTEO
genere: drammatico
con Stefano Accorsi, Matilda De Angelis, Roberta Mattei, Paolo Graziosi, Lorenzo Gioielli, Giulio Pugnaghi, Tatiana Luter, Rinat Khismatouline    
location: Italia
voto: 7

Rimasta precocemente orfana di padre e con una madre scomparsa nel nulla, la diciassettenne Giulia De Martino (interpretata dall'ottima esordiente Matilda De Angelis), pilota di gare GT, si ritrova con un fratellino a carico (Pugnaghi) e un'ipoteca sulla catapecchia dove abita. Il fratello Loris (Accorsi), ex pilota sbandato e tossico che non vede da dieci anni, torna nella vita della ragazza pretendendo la sua parte di eredità. Dalla coabitazione coatta tra i due nascerà un inaspettato sodalizio che, attraverso le vittorie, potrebbe costituire l'unica soluzione per non perdere la casa.
Dopo due film mediocri come Un gioco da ragazze e Gli sfiorati, Matteo Rovere firma la sua opera di gran lunga più riuscita, ribadendo quanto di buono aveva già dimostrato (regia, soluzioni visive, montaggio, uso del sonoro, cambio frequente degli obiettivi di ripresa), aggiungendovi una cifra narrativa ancora estrema (come ne Gli sfiorati) ma stavolta ispirata alla realtà (il film si rifà alla figura del pilota di rally torinese Carlo Capone), pur mantenendo una struttura di fondo similissima a quella del film precedente (uno sballato che entra come un tornado nella vita di un congiunto). Tra inseguimenti degni della lezione hollywoodiana, colpi di scena ben assestati e una trama congegnata a dovere, Veloce come il vento riesce a mantenere un ritmo che pareggia quello delle gare, tra rombo dei motori, sudore e benzina. Merito anche di Stefano Accorsi, dimagrito per l'occasione di 10 chili e costantemente sul crinale dell'overacting, che indossa, con qualche eccesso di massa muscolare, panni assai simili a quelli che vestì in Radiofreccia, anch'esso ambientato nella provincia emiliana (lì Correggio, qui Imola).    

venerdì 1 gennaio 2016

Amy - The girl behind the name

anno: 2015   
regia: KAPADIA, ASIF    
genere: documentario    
con Amy Winehouse    
location: Regno Unito
voto: 3

Personaggio tragico, popstar del soul bianco vocalmente dotatissima ma con un solo minuto di ispirazione in tutta la sua breve vita, Amy Winehouse è morta ad appena 28 anni, nel 2011. Il regista Asif Kapadia - già autore di un documentario dedicato ad Ayrton Senna - rovista tra il moltissimo materiale privato, le riprese domestiche, gli scatti rubati dopo le moltissime notti brave, per confezionare uno dei peggiori documentari di tutti i tempi sulla musica rock. Attratto assai di più dall'aspetto scandalistico che da quello artistico, il regista preme compulsivamente sul pedale delle moltissime esagerazioni della protagonista: alcool, droghe, pomeriggi interi passati a giocare a biliardo o a dormire. Ne esce il ritratto grossolano di un personaggio la cui vita già di per sé non è di alcun interesse, una meteora passata per un attimo nel firmamento della notorietà grazie a un brano come Back to black e pochissimo altro, vincitrice di un gran numero di Grammy Awards e assurta a fama internazionale grazie ai meccanismi sordidi dello show biz. Il quale, nel caso di Amy Winhouse, non può neppure essere additato tra i responsabili principali della sua deriva da tossica bulimica dagli occhi perennemente bistrati, la capigliatura degna di Moira Orfei, il diastema, l'ipertricosi e le gambe sexy quanto quelle di un trampoliere. Semmai, a destare molte perplessità sono il marito Blake Fielder, un dandy drogato e piacione, e, soprattutto, il padre, che abbandonò la famiglia per poi entrare a tempo pieno nello staff della figlia quando fiutò l'affare milionario.
Se dal punto di vista cinematografico il documentario è inesistente, da quello dei contenuti irrita proprio il tentativo di vellicare l'empatia dello spettatore nei confronti di una divetta insulsa, capace soltanto di un pugno di canzoni slabbrate, arrogante, ricchissima e insopportabilmente capricciosa, come quando, sul palco di Belgrado, si rifiutò di cantare. Poi vattela a prendere con i flash dei fotografi…    

mercoledì 30 settembre 2015

Sicario

anno: 2015       
regia: VILLENEUVE, DENIS
genere: poliziesco
con Emily Blunt, Benicio Del Toro, Josh Brolin, Jon Bernthal, Victor Garber, Jeffrey Donovan, Maximiliano Hernández, Raoul Trujillo, Daniel Kaluuya, Sarah Minnich, Lora Martinez-Cunningham, Dylan Kenin, Alan Humphrey    
location: Messico, Usa
voto: 7,5

L'agente dell'FBI Kate Macer (Blunt), donna idealista votata alla ricerca dei narcotrafficanti capaci di orrende esecuzioni pur di eliminare qualsiasi cosa si intrometta nelle loro losche attività, viene ingaggiata dal comandante di una task force governativa (Brolin) con la promessa di darle in pasto i cattivi capaci di tanto abominio. Al confine tra Messico e Stati Uniti, dove vengono combattuti i cartelli della droga, la donna si rende involontariamente complice di un'operazione eseguita con giustizia sommaria e in barba a qualsiasi protocollo e il cui principale protagonista è un glaciale quanto ambiguo esecutore dal passato oscuro (Del Toro).
Al suo terzo film Denis Villeneuve si conferma autore di razza e scandagliatore d'altissimo profilo delle contraddizioni dell'animo umano. Se ne La donna che canta la bipolarità si materializzava nell'apprendimento di un vissuto materno del tutto sconosciuto e in Prisoners nella violentissima contraddizione tra il fervente credo cattolico e la furia belluina sprigionata dal protagonista dopo il rapimento della figlia, in Sicario troviamo una donna dilaniata tra una scelta idealista e il brutale pragmatismo dei suoi sodali. E, ancora una volta, a fare da sfondo c'è il tema della tortura, presente in tutti e tre i film usciti nelle sale italiane. Quest'opera, che per tema e per la partecipazione dirompente e carismatica di Benicio Del Toro non può che rimandare a Traffic di Soderbergh, si avvale di scene di rara potenza emotiva che non disdegnano qualche fulminante colpo basso allo spettatore, ma anche di uno stupefacente senso della messa in scena (merito soprattutto della strepitosa fotografia di Roger Deakins) e di una impeccabile direzione degli attori. Ancora una volta è la densità della trama, con qualche raccordo in fase di sceneggiatura non sempre decifrabile, a penalizzare minimamente un film che racconta con grande senso dello spettacolo la discesa nei gironi infernali dei mercanti di droga.    

mercoledì 9 settembre 2015

Non essere cattivo

anno: 2015       
regia: CALIGARI, CLAUDIO 
genere: drammatico 
con Luca Marinelli, Alessandro Borghi, Roberta Mattei, Silvia D'Amico, Alessandro Bernardini, Valentino Campitelli, Danilo Cappanelli, Manuel Rulli, Emanuela Fanelli, Giulia Greco, Claudia Ianniello, Elisabetta De Vito, Alice Clementi, Emanuele Grazioli, Luciano Miele, Stefano Focone, Massimo De Santis, Andrea Oriano, Alex Cellentani, Angelica Cacciapaglia, Alessia Cardarelli    
location: Italia
voto: 8 

Tre grandi film in 32 anni, il ritratto a tinte pasoliniane della suburra romana, un mondo di disperati ed emarginati incattiviti: è questa l'eredità che ci lascia Claudio Caligari, regista fuori dagli schemi, appartato, costretto ripetutamente a rinunciare ai suoi progetti perché i produttori non rispondevano neppure al telefono. C'è voluta la determinazione e l'impegno di Valerio Mastandrea per portare sul grande schermo questo suo ultimo lavoro che esce postumo. Non essere cattivo chiude idealmente il cerchio di questa trilogia di disperazione e morte cominciata a Ostia con Amore tossico. Siamo nel 1995 e la storia ruota intorno alle vicende di Cesare (Marinelli) e Vittorio (Borghi), nullafacenti che vivono di espedienti, sballo continuo e piccolo spaccio dalle parti dell'idroscalo (luogo per eccellenza della poetica pasoliniana). Per Vittorio la redenzione, che significa un lavoro da manovale e una famiglia, arriva quando si innamora di Linda (Mattei). Per il suo dioscuro Cesare il percorso è più tortuoso e il legame con la droga più difficilmente rescindibile.
Si rimane attoniti per la perdita di un talento come Caligari a guardare questo suo ultimo film, un'analisi antropologica dei drop out caratterizzata soprattutto dal contrasto tra l'asprezza del mondo esteriore e la vulnerabilità di quello interiore, con la quale il regista di origini piemontesi, morto appena 63enne, lascia non solo un segno profondo sul piano narrativo, ma dimostra di avere raggiunto una maturità espressiva totale, tra riprese eccellenti, montaggio serrato e attori diretti superbamente. Impressionante fino a farsi irriconoscibile la metamorfosi di Luca Marinelli, assennato e dolcissimo protagonista di Tutti i santi giorni, qui trasformato in un tossico costantemente sopra le righe e definito da Giulio Sangiorgio su FilmTV "il miglior attore italiano". Esistono anche Castellitto e Bentivoglio, ma lui è lì...    

martedì 8 settembre 2015

French Connection (La French)

anno: 2014   
regia: JIMENEZ, CEDRIC
genere: gangster
con Jean Dujardin, Gilles Lellouche, Céline Sallette, Mélanie Doutey, Benoît Magimel, Guillaume Gouix, Bruno Todeschini, Féodor Atkine, Moussa Maaskri, Pierre Lopez, Eric Collado, Cyril Lecomte, Jean-Pierre Sanchez, Georges Neri, Martial Bezot, Bernard Blancan, Gérard Meylan, Eric Fraticelli, Dominic Gould, Pauline Burlet, Simon Ferrante, Rosario Amedeo, Myriem Akeddiou, Roger Guidone, Alain Zef, Gerald Papasian, Erika Sainte, Patrick Descamps, Jean-Jérôme Esposito, Catherine Demaiffe, Jean-Marc Michelangeli, Georges Fracass, Barbara Cabrita, Christiane Conil, Michel Bellier, Marco Panzani, Eric Godon, Philippe Petit, Charles Salvy, Arsène Mosca, Trizio Lo, Bernard Llopis, Olivier Cabassut, Coralie Amedeo, Michel Fragione, Elisabeth Beltram, Sophie Garagnon, Louis-Emmanuel Blanc, Djamel Larbi, Alexia Depicker, Serge Hervens, Bérangère McNeese, Marius Cavallini, Francis Ridao, Cathy Immelen, Olivier Benkemoun, Paco Boublard, Frédéric Papa, Guillaume Bidart, Séverine Mayeres, John Flanders, Chuck Hargrove, Kevin Van Doorslaer, Natasha Henry, Benjamin Giuli, Edmonde Franchi, Jérôme Care Aulanie, Olivier Amsellem, Guy Hampartzoumian, Remi Pedevilla, Pascal Farre, Olivier Mellet, Frédéric Mastro, Emmanuel Obre, Eric de Montalier, Christian Philibin, Mourad Tahar Boussatha, Aran Bertetto, Erico Salamone, Christophe Maratier, Christian Pellenc, Florence Ben Sadoun, Louise Maugenest, Eloïse Buissart, Marnie Bernaudeau Sanjuan, Lucie Fruttero, Loucas Leroy, Jordan Leroy, Eva Nelli, Jade Thirrée-Mzouri, Léandro Villemus, Thiago Villemus, Cléa Moreno, Anne Seften, Lorris Falchero, Jean-Luc Bosso, Julien Grossi, Guillaume Labbé    
location: Francia, Usa
voto: 7,5

Tra il 1975 e i primi anni '80 un coraggiosissimo e irreprensibile giudice (interpretato da Jean Dujardin, arrivato al successo internazionale grazie a The artist) diede la caccia a Gaetano Zampa (Lellouche), il più importante boss mafioso di Marsiglia e di tutta la Francia, un uomo di origini napoletane che esportava droga anche negli Stati Uniti (da qui, oltre che in omaggio all'omonimo film di William Friedkin, il titolo). Dopo aver messo il suo avversario sempre più alle corde, il giudice si trovò a dover fronteggiare non solo le faide tra clan rivali, ma anche i molti ostacoli che arrivano dai piani alti della politica e degli organi di polizia, collusi con Zampa.
Erede dei grandi polar di Melville e Deray, l'opera seconda di Cédric Jimenez è imperniata sull'uno contro uno (Heat docet) con una messa in scena degna del miglior cinema americano (con ampi debiti nei confronti di Scorsese), ma con meno inseguimenti e un occhio assai vigile sui travagli interiori dei due protagonisti, raccontati specularmente attraverso la lente del tradimento e della premurosa vita coniugale. Con I fiumi di porpora, Harry un amico vero, Luci nella notte, Niente da nascondere, 13 - Tzameti, Due volte lei e L'ultima missione, questo French Connection è uno dei migliori thriller transalpini dell'ultimo quindicennio.    

domenica 5 luglio 2015

La regola del gioco (Kill the Messenger)

anno: 2014       
regia: CUESTA, MICHAEL  
genere: drammatico
con Jeremy Renner, Robert Patrick, Jena Sims, Robert Pralgo, Hajji Golightly, Ted Huckabee, Mary Elizabeth Winstead, Lucas Hedges, Rosemarie DeWitt, Matt Lintz, Parker Douglas, Kai Schmoll, Joshua Close, Paz Vega, Aaron Farb, Barry Pepper, Tom Jordan, Clay Edmund Kraski, Yul Vazquez, Tim Blake Nelson, Michael Kenneth Williams, Kristen Danch-Powell, Jen Harper, Oliver Platt, Manuel Rodriguez, Andy Garcia, Brett Rice, Jonathan Fritschi, Michael Sheen, Gil Bellows, Steve Coulter, Kenny Alfonso, Dan Futterman, Susan Walters, Richard Schiff, David de Vries, David Lee Garver, Rhoda Griffis, Andrew Masset, Brik Berkes, E. Roger Mitchell, Kevin Harrison, Ray Liotta, Michael H. Cole  
location: Nicaragua, Panama, Usa
voto: 6,5

Nel 1996 Gary Webb (Renner), un giornalista di una testata locale, raccolse una serie di prove relative ai rifornimenti di armi ai Contras nicaraguensi da parte del Governo americano, che in cambio importava ingenti quantità di droghe - crack e cocaina in primis - destinate soprattutto al consumo dei neri (a proposito di questa imbarazzante vicenda, si veda il documentario intitolato Come fare soldi vendendo droga). Giunto alle orecchie dell'opinione pubblica, il caso fece divampare una portentosa protesta da parte degli afroamericani, mentre i giornali concorrenti, il direttore di Webb e la CIA fecero di tutto per screditare il giornalista, lasciandolo solo e mettendo persino a repentaglio l'incolumità della sua famiglia. Fallito il tentativo di infamare Webb, al giornalista si mise di traverso anche il caso: la notizia arrivò sui giornali nello stesso giorno in cui scoppiò il caso Clinton-Lewinsky, un'eventualità assurdamente cinica come quella della morte di Peppino Impastato nella medesima data di Aldo Moro.
Tratto dalla storia vera raccontata nell'autobiografia con la quale lo stesso Webb vinse il premio Pulitzer, il legal-thriller di Michael Cuesta non si discosta granché dalle regole della rappresentazione cinematografica del giornalismo gatekeeping, da Tutti gli uomini del presidente e State of play a Veronica Guerin e Insider, fino ai nostrani Apnea, Fortapàsc e Nomi e cognomi. Notevole la prova di Jeremy Renner, già protagonista di The Hurt locker.  

domenica 1 marzo 2015

Vizio di forma (Inherent Vice)

anno: 2014       
regia: ANDERSON, PAUL THOMAS
genere: grottesco
con Joaquin Phoenix, Josh Brolin, Owen Wilson, Katherine Waterston, Reese Witherspoon, Benicio Del Toro, Martin Short, Jena Malone, Maya Rudolph, Joanna Newsom, Eric Roberts, Hong Chau, Serena Scott Thomas, Michael K. Williams, Martin Donovan, Sasha Pieterse, Jeannie Berlin, Timothy Simons, Peter McRobbie, Sam Jaeger, Katie Schwartz, Jordan Christian Hearn, Michael Cotter, Sophia Markov, Victoria Markov, Andrew Simpson, Charley Morgan, Christopher Karl Johnson, Jefferson Mays, Keith Jardine, Elaine Tan, Yvette Yates, Christopher Allen Nelson, Delaina Mitchell, Martin Dew
location: Usa
voto: 3

Non ho mai letto Thomas Pynchon per intero. Al massimo sono arrivato a pagina 23 de L'arcobaleno della gravità. Non sono abbastanza intelligente per capirlo né abbastanza colto per afferrarne le sciarade e la prosa arzigogolatissima. Ma è colpa sua se quell'altro pazzoide di Paul Thomas Anderson (chi altro, altrimenti, avrebbe potuto avere l'ardire di portarlo sul grande schermo?), che di film estremi se ne intende (Magnolia, Ubriaco d'amore, Il petroliere e The master sono tutti, in maniera diversa, estremi), nel partire dal suo romanzo ha girato la più parossistica di tutte le sue opere. Vizio di forma è programmatico fin dal titolo, che non rimanda al lessico giuridico, ma semmai all'incomprensibilità dell'intreccio. È un film labirintico, di una verbosità torrenziale, lunghissimo (due ore e mezza); straborda di trame e sottotrame, sostenute da una miriade di personaggi che appaiono e scompaiono all'interno di una cornice impegnata a ricostruire la cultura psichedelica di quell'epoca. E c'è tanta droga, spinelli a gogò, narici imbiancate. Lo spunto narrativo è apparentemente semplice: siamo nella California del 1970, la musica d'epoca è quella dei Can e di Neil Young (ma la colonna sonora l'ha firmata Jonny Greenwood, il chitarrista dei Radiohead. Doc Sportello (Phoenix) è un detective privato con il debole per i cannabinoidi che si vede improvvisamente comparire sull'uscio di casa una sua vecchia fiamma (Waterston), la quale gli chiede di scoprire che fine abbia fatto il suo attuale compagno, un magnate che qualcuno ha voluto internare in una clinica psichiatrica. Tra poliziotti dalle maniere spicce (Brolin), dentisti pedofili, trafficanti di eroina, agenti infiltrati in una setta neonazista e una diffusa sindrome da nuovi Charles Manson, Doc cercherà di sbrogliare la matassa. Mi è parso che ci sia riuscito, ma non ne sono sicuro perché dormivo e i miei amici non me lo hanno saputo dire. Quindi diciamo che il finale è aperto.
Il Vizio di forma del film sta nel suo essere cervellotico come, presumibilmente, lo è il romanzo da cui è tratto. Alla libertà espressiva totale e al diluvio logorroico del copione - ideale contraltare ai 20 minuti di silenzio totale col quale si apriva quel capolavoro de Il petroliere - non corrisponde stavolta una messa in scena all'altezza: tutto sembra esagerato, sovraccarico, barocco, ipertrofico come i favoriti di un Joaquin Phoenix ancora straordinario ma sacrificato a un film dai marcati tratti grotteschi e surreali che ancora una volta mostra - alla stregua di Birdman - l'assoluto primato della tecnica sulla bellezza. È Baggio che sta in panchina, direbbe Baricco. La nuova forma di barbarie culturale.