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martedì 20 novembre 2018

In Guerra (En guerre)

anno: 2018       
regia: BRIZE', STEPHANE    
genere: drammatico    
con Vincent Lindon, Mélanie Rover, Jacques Borderie, Olivier Lemaire, Bruno Bourthol, Sébastien Vamelle, Valérie Lamond, Jean Grosset, Guillaume Draux    
location: Francia
voto: 3    

La dirigenza di uno stabilimento dell'azienda Perrin, nel quale lavorano più di 1000 dipendenti, sigla un accordo con gli operai. Questi ultimi accettano una riduzione di stipendio in cambio della promessa che non ci saranno né licenziamenti né delocalizzazioni. Infedeli all'accordo siglato nonostante l'aumento dei profitti, i dirigenti dell'azienda per tutta risposta si troveranno a dover fronteggiare il blocco delle commesse e degli imballaggi da parte degli operai, guidati dal sindacalista Laurent Amédéo (un sempre efficace Vincent Lindon). Ma tra intrallazzi con la politica e l'uso spregiudicato del primo comandamento del potere - divide et impera - la guerra tra padroni e operai si farà durissima per questi ultimi, con un epilogo tragico.
Stephane Brizé aveva lasciato il segno con un'altra storia di lavoro, anch'essa affidata al ricchissimo bagaglio espressivo di Vincent Lindon: La legge del mercato. Stavolta però siamo alla pura accademia: dibattitti infuocati attorno a un tavolo, tachilalia inarrestabile, logomachie infinite, scene di massa di livello amatoriale con un unico attore professionista. Sembra di assistere più a un telegiornale che non a un film dei Dardenne o di Ken Loach. Per seguire la propria vocazione ideologica, pienamente condivisibile, Brizé si scorda il film, appiattendolo su un ritmo del tutto monocorde affidato a un perenne furore verbale, eliminando quasi del tutto le vicende personali che avrebbero permesso l'identificazione con i personaggi del film e, di conseguenza, non riuscendo mai ad emozionare, se non con il pugno allo stomaco dello spettatore sferrato a cinque minuti dalla fine.    

mercoledì 7 dicembre 2016

7 minuti

anno: 2016       
regia: PLACIDO, MICHELE 
genere: drammatico 
con Ambra Angiolini, Cristiana Capotondi, Fiorella Mannoia, Maria Nazionale, Violante Placido, Clémence Poésy, Sabine Timoteo, Ottavia Piccolo, Anne Consigny, Michele Placido, Luisa Cattaneo, Erika D'Ambrosio, Balkissa Maiga, Bruno Cariello, Lee Colbert, Mimma Lovoi, Donato Placido, Gerardo Placido (Gerardo Amato)    
location: Italia
voto: 7   

Una fabbrica romana sta per cedere la quota di maggioranza azionaria a un investitore francese (Consigny) che, per entrare nell'affare, chiede che il consiglio di fabbrica - tutte donne - si pronunci sulla possibilità che la pausa pranzo venga ridotta di 7 minuti. Tra la portavoce (Piccolo) e le altre donne del consiglio si scatena un dibattito che, inizialmente, sembra indicare che una maggioranza schiacciante sia propensa ad accettare quelle condizioni ricattatorie. Nel frattempo, fuori dalla fabbrica, le famiglie e le altre operaie attendono ansiosamente il verdetto.
Partendo da una storia vera accaduta in Francia, diventata in seguito un testo teatrale di Stefano Massini, il film di Placido ricalca pienamente la struttura de La parola ai giurati, il capolavoro di Lumet. Efficace nello sviscerare i nodi apparentemente meno vistosi di una scelta che sembra una resa della dignità e un abbandono dei propri diritti in nome del più bieco crumiraggio, questo thiller di ispirazione sindacale - che torna al tema del lavoro che segnò l'esordio del regista pugliese dietro la macchina da presa (Pummarò) - è decisamente più debole nella definizione dei caratteri, tutti viziati da un eccesso di stereotipia e affidati a un nugolo di attrici tra le quali, a stento, emerge la figlia del regista, una delle poche a capaci di tenere a bada  l'overacting.   

lunedì 18 aprile 2016

Quo vado?

anno: 2015       
regia: NUNZIANTE, GENNARO   
genere: comico   
con Checco Zalone, Eleonora Giovanardi, Sonia Bergamasco, Maurizio Micheli, Ludovica Modugno, Ninni Bruschetta, Paolo Pierobon, Azzurra Martino, Lino Banfi, Massimiliano Montgomery, Angelica Napa, Adam Nour Marino, Fabio Casale    
location: Italia, Norvegia
voto: 1,5   

Il film che in poche settimane ha polverizzato ogni precedente record d'incassi dell'intera storia del cinema italiano rappresenta un'occasione troppo ghiotta per capire chi e cosa rappresenti l'ethos di un popolo (quello italiano, purtroppo). Fiero di non di non aver scucito neppure un centesimo al Checco nazionale, decido così - per pura vocazione professionale - di sorbirmi un'ora e venti di idiozia integrale, uno spettacolo pernicioso che, in mancanza degli anticorpi necessari, potrebbe arrecare danni inestimabili. Altro che cinepanettoni. La storia è quella di un quarantenne (Zalone/Medici) che fin da piccolo ha il pallino del posto fisso. Quando arriva l'ordine di smantellare la pubblica amministrazione lavativa e improduttiva, a Checco viene proposta una buonuscita. Lui rifiuta, peraltro tutelato da un politico affarista (il conterraneo Lino Banfi) che si prodiga in consigli per il mantenimento del posto fisso. La manager che ha in carico il caso del protagonista (Bergamasco) lo spedisce nelle postazioni più inaccettabili, ma Checco non si arrende nemmeno quando arriva il turno del circolo polare artico, in Norvegia. Dove, inevitabilmente, trova l'amore.
Raccontato come un lungo flashback davanti a un pubblico di zulù che vorrebbero metterlo allo spiedo, il film è l'espressione più monumentale dei più vieti stereotipi: l'inefficienza degli impiegati statali è un assist a gente come Brunetta, Fornero e Renzi; la civilissima Norvegia è un Paese di odiosi depressi senza cuore; le donne del nordeuropa sono tutte puttane, il sesso è promiscuo, gli omosessuali infestano case e strade, gli ambientalisti sono dei fanatici scocciatori, l'Africa nera è una carnevalata e la mamma è sempre la mamma. Come se non bastasse, la battuta a doppio senso è spesso in agguato, non mancano le raffinatissime arguzie sulle emorroidi né la masturbazione di un orso polare (a fini scientifici, è ovvio) e Magherita Hack fa rima con fuck (sic). Senza contare che in questo film-barzelletta che ha ribadito la stratosferica popolarità del comico pugliese è impossibile rintracciare una qualsiasi idea di cinema che non sia quella che pantografa le gag di derivazione televisiva. È il trionfo del buonismo un tanto al chilo, dei personaggi ridotti a scialbe maschere, del populismo demagogico e cerchiobottista che si richiama esplicitamente a Celentano nella canzone La prima Repubblica non si scorda mai. Risate: zero. Parafrasando Nanni Moretti: ve lo meritate Checco Zalone.    

venerdì 8 aprile 2016

La felicità è un sistema complesso

anno: 2015       
regia: ZANASI, GIANNI 
genere: grottesco
con Valerio Mastandrea, Hadas Yaron, Giuseppe Battiston, Filippo De Carli, Camilla Martini, Maurizio Donadoni, Teco Celio, Daniele De Angelis, Maurizio Lastrico, Paolo Briguglia, Domenico Diele    
location: Italia
voto: 3,5 

Enrico (Mastandrea) fa il lavoro più strano del mondo. Quando gli AD di qualche azienda stanno per mandare le loro società a picco per eccesso di incompetenza, lui interviene, se li fa amici, li induce a farsi da parte e salva l'azienda stessa. I problemi arrivano quando il compito riguarda un ragazzo diciottenne (De Carli) e una ragazza quindicenne (Martini), rimasti improvvisamente orfani e diventati eredi dell'attività imprenditoriale dei genitori.
Da oltre vent'anni, dopo il discreto esordio con il racconto di formazione Nella mischia, Gianni Zanasi conferma di essersi perso subito e di essere autore di pochissimo conto. Tutti i suoi film - da A domani e Non pensarci (quest'ultimo sempre con Mastandrea protagonista) - sono opere da nulla, viziate sempre dagli stessi difetti riscontrabili anche ne La felicità è un sistema complesso: bozzettismo dei caratteri, farraginosità del plot narrativo, tentativi caduchi di autorialità mal riposta, personaggi infilati di forza nel racconto (qui quello di una ragazzetta di origini israeliane con tendenze suicidomani), psicologismi pretestuosi. Con la sua recitazione in controtempo, Mastandrea vince facile su un nugolo di attori ai limiti del dilettantismo (fa eccezione Battiston, ridotto però a macchietta alla stregua di Donadoni e Celio). Ma le battute che salvano il film dalla catastrofe sono le sue.    

domenica 20 marzo 2016

Storie sospese

anno: 2015       
regia: CHIANTINI, STEFANO  
genere: drammatico  
con Marco Giallini, Maya Sansa, Alessandro Tiberi, Antonio Gerardi, Pietro Bontempo, Simonetta Solder, Giorgio Colangeli, Sandra Ceccarelli    
location: Italia
voto: 5  

Rimasto disoccupato dopo che una frana gli ha portato via un collega e ha costretto alla chiusura l'azienda per la quale lavorava, Thomas (Giallini), un esperto rocciatore, per mantenere la famiglia si vede costretto ad accettare un lavoro in Abruzzo offertogli da un costruttore senza scrupoli (Gerardi), responsabile della progrettazione di un traforo che sta mettendo a serissimo repentaglio la sicurezza di un intero paese, nel quale le case cominciano a creparsi e le condutture idriche a saltare. Thomas sarà costretto a scegliere tra etica e sopravvivenza.
Primo film impegnato per Stefano Chiantini (Forse sì... forse no..., L'amore non basta, Isole), che raccoglie in questa sua opera tutte la storia delle istanze lungamente inascoltate delle popolazioni vessate da una progettazione scriteriata di infrastrutture e quella di appaltatori senza scrupoli. Sineddoche della speculazione mafiosa che si nasconde dietro le grandi opere nonché dell'impermeabilità della politica alla voce della cittadinanza, la trama ha tuttavia uno sviluppo convenzionale, prevedibile, con personaggi - a cominciare dalla maestra interpretata come sempre in maniera inaccettabile dalla pessima Maya Sansa - che sono delle caricature a cui si accompagna una regia iperconvenzionale.   

mercoledì 18 novembre 2015

Gli ultimi saranno ultimi

anno: 2015       
regia: BRUNO, MASSIMILIANO 
genere: commedia 
con Paola Cortellesi, Alessandro Gassman, Fabrizio Bentivoglio, Stefano Fresi, Ilaria Spada, Federico Torre, Irma Carolina di Monte, Silvia Salvatori, Giorgio Caputo, Emanuela Fanelli, Marco Giuliani, Maria Di Biase, Augusto Fornari, Diego Ribon, Francesco Acquaroli, Marco Falaguasta, Alessandra Costanzo, Raffaele Vannoli    
location: Italia
voto: 5,5 

Luciana (Cortellesi) e Stefano (Gassman) si amano, vivono a Nepi, una paesino del viterbese, hanno molti amici e poche necessità. Lei tira avanti la carretta in un'azienda che produce parrucche; lui è un Peter Pan continuamente alla ricerca dell'affare per svoltare, fifa sfegatatamente Lazio e pensa che Polentes - terzino di riserva della squadra biancoceleste che vinse lo scudetto - fosse un pippone. Le loro vite si incrociano drammaticamente con quelle di Antonio (Bentivoglio), poliziotto veneto esiliato laggiù e mobbizzato sul posto. Dopo non essersi vista rinnovare il contratto a causa della sopraggiunta gravidanza, infatti, Luciana cerca di venire a patti con le cattive con i suoi superiori, costringendo Antonio a un intervento fuori programma.
Al suo quarto film da regista, lo sceneggiatore e attore Massimiliano Bruno si conferma autore per un pubblico di esigenze elementari, al quale ancora una volta scodella la sua ricettina di temi socialmente rilevanti, buoni sentimenti e luoghi comuni. Se in Confusi e felici l'amalgama aveva fruttato una pietanza indigesta, stavolta - in questo dramedy tratto dall'omonima piece teatrale del regista - qualcosa si salva, dal ritmo alle trovate comiche. Ma il prezzo del biglietto, in un film sovraccarico di temi e sottotrame (dallo stigma verso il diverso al tradimento), lo vale l'ennesima, titanica interpretazione di Fabrizio Bentivoglio, ormai in perenne stato di grazia.    

domenica 1 novembre 2015

La legge del mercato (La loi du marché)

anno: 2015       
regia: BRIZE', STEPHANE   
genere: drammatico   
con Vincent Lindon, Yves Ory, Karine Petit de Mirbeck, Matthieu Schaller, Xavier Mathieu, Paul Portoleau, Pierre-Jean Feld, Philippe Vesco, Christophe Rossignon, Noel Mairot, Agnès Millord    
location: Francia
voto: 6,5   

A cinquant'anni suonati, Thierry (Vincent Lindon, premiato a Cannes per la migliore interpretazione maschile) si ritrova senza lavoro, con le rate del mutuo ancora da pagare e un figlio disabile a carico. La sua vita si trasforma in un'odissea fatta di colloqui di lavoro sostenuti via Skype e focus group mirati a ottimizzare la propria immagine nell'eventualità di ulteriori colloqui. Insieme a sua moglie decide anche di vendere la sua casetta mobile per le vacanze. L'unica oasi di leggerezza è il ballo. Quando finalmente riesce a trovare un'occupazione sottopagata come vigilante in un centro commerciale, prima è costretto ad assistere all'umiliazione di furfantelli e anziani che non arrivano alla fine del mese, quindi a cogliere in flagranza di reato le cassiere che mettono astutamente da parte i buoni premio (strategia che ai piani alti torna utile al fine di sfoltire il personale senza avere noie sindacali) e infine a testimoniare contro una di esse, rea di avere strisciato la propria carta fedeltà al posto dei clienti.
Fedele (fin troppo) alla poetica impegnata dei fratelli Dardenne, il film del semiesordiente Stéphane Brizé ne sposa anche lo stile, con il ricorso a molti attori non professionisti, lunghe inquadrature fisse che si alternano alla macchina a spalla sempre a ridosso del protagonista (anche quando fa da semplice spettatore alla scena), assenza di colonna sonora e dialoghi fittissimi. L'operazione, però riesce fino a un certo punto: se sul piano dei contenuti La legge del mercato è un film ineccepibile, addirittura necessario per come riesce a raccontare lo spaesamento della disoccupazione in età avanzata e inquadrabile in quel cinema di impegno sociale di cui Ken Loach è una delle punte più avanzate, sul piano della forma e della scrittura convince meno: sia per la scelta di fare ulteriormente leva sul sentimentalismo dello spettatore, affiancando al protagonista un figlio portatore di handicap, senza che questo abbia alcuna funzionalità narrativa, sia per l'indugiare quasi compiaciuto sui tempi del racconto, come in una scena del ballo di durata spasmodica. Ma la scena del tele colloquio e quella dell'addestramento al curriculum rimangono scolpite nella memoria per l'iperrealismo con cui riescono a rappresentare la mercificazione del lavoro umano all'interno di un'opera complessivamente asciutta e piuttosto fredda.    

mercoledì 25 marzo 2015

Wolf - La belva è fuori

anno: 1994   
regia: NICHOLS, MIKE
genere: fantastico
con Jack Nicholson, Michelle Pfeiffer, James Spader, Kate Nelligan, Richard Jenkins, Eileen Atkins, Christopher Plummer, William Hill, Peter Gerety, Brian Markinson, Prunella Scales, Ron Rifkin, Om Puri, David Hyde Pierce
location: Usa
voto: 7,5

Proprio quando sta per essere licenziato dal proprietario della casa editrice per la quale lavora, Will Randall (Nicholson) viene morso da un lupo tra le montagne del Vermont. Comincia così a sviluppare caratteri da licantropo: i sensi si acuiscono e nelle notti di luna piena l'aspetto ferino che è in lui aggalla inesorabilmente. Grazie a un olfatto, una vista e un udito formidabili, scopre che il suo rampante e untuoso delfino (Spader) sta per fargli le scarpe, oltre a portarsi sua moglie a letto. Sarà solo la bella figlia (Pfeiffer) del suo capo (Plummer) a comprenderlo nella sua animalesca metamorfosi.
Fantahorror a tinte gotiche che mette in scena l'esplicita metafora hobbesiana dell'uomo lupo dell'altro uomo in un plot da revenge movie. La trama è intrigante, ben congegnata seppur con qualche cliché: peccato che Nichols - altrove regista impeccabile (Il laureato, Conoscenza carnale, A proposito di Henry) - non riesca a decidersi tra la commedia nera, nella quale Nicholson giganteggia, e gli effettacci da film dell'orrore, peraltro inesorabilmente segnati dal tempo.

domenica 1 febbraio 2015

La gente che sta bene

anno: 2013       
regia: PATIERNO, FRANCESCO 
genere: commedia 
con Claudio Bisio, Margherita Buy, Diego Abatantuono, Jennipher Rodriguez, Claudio Bigagli, Raul Cremona, Laura Baldi, Alex Cendron, Emanuela Grimalda, Carlo Buccirosso, Matteo Scalzo, Carlotta Giannone 
location: Germania, Italia
voto: 5,5 

Strana traiettoria, quella di Francesco Patierno: partito con un paio di film alla sfegatata ricerca della cifra d'autore (Pater familias ricorda addirittura il cinema di Cabiddu, di Sanna e dei fratelli De Serio), ha virato bruscamente verso la commedia dai presunti risvolti sociologici con metafore a portata delle masse. Nel passaggio compiuto dal regista partenopeo la virata è talmente brusca che è come se trovassimo Giovanardi vestito da drag queen al carnevale di Rio: ovvio che poi qualcosa non torni e che il profilo ondivago del regista non ottenga risultati apprezzabili né nel cinema d'essai, né nella commedia più corriva.
Nonostante ciò, dei quattro film di finzione che Patierno ha girato finora, La gente che sta bene è il meno peggio. La vicenda raccontata è quella di un avvocato milanese gradasso e senza scrupoli (Bisio) che sembra non essere sfiorato dalla crisi. Cinico e intrallazzatore, l'uomo sta per essere licenziato dallo studio di rango presso il quale lavora da vent'anni quando gli capita l'occasione per passare a uno studio tedesco ancora più affermato. Ma le troppe macchinazioni lo metteranno davanti a uno scenario ben diverso da quello sperato e gli alieneranno gli affetti familiari proprio quando sta per arrivare il terzo figlio.
Caricato quasi per intero sulle spalle di un Bisio mattatore e survoltato (con Margherita Buy nei panni di una moglie dimessa e trascurata, interpretata tutta per sottrazione e ai limiti dello spaesamento), il film tratto dal romanzo di Federico Baccomo fotografa l'altra parte della barricata, quella dove c'è la gente che sta bene, che vive tra palazzi elegantissimi, possiede automobili costose e trascorre le vacanze in chalet esclusivi. Ma come già in Cose dell'altro mondo, l'analisi sociale è spuntata e sconfina nella caricatura e il cast è assortito con criteri indecifrabili: un'attrice meravigliosa come Margherita Buy costretta a lavorare spalla a spalla fin dalla locandina con la top model venezuelana Jennipher Rodriguez, nella quale si stenta a trovare un millimetro quadrato di pelle che non abbia visto il bisturi del chirurgo plastico.    

domenica 23 novembre 2014

Due giorni, una notte (Deux jours, une nuit)

anno: 2014       
regia: DARDENNE, JEAN-PIERRE * DARDENNE, LUC
genere: drammatico
con Marion Cotillard, Fabrizio Rongione, Catherine Salée, Batiste Sornin, Pili Groyne, Simon Caudry, Lara Persain, Alain Eloy, Myriem Akeddiou, Fabienne Sciascia, Anette Niro, Rania Mellouli, Christelle Delbrouck, Timur Magomedgadzhiev, Hassaba Halibi, Soufiane Jilal, Hicham Slaoui, Philippe Jeusette, Yohan Zimmer, Safia Gollas, Christelle Cornil, Marion Lory, Angélique Michaux, Laurent Caron, Joachim Vincent, Donovan Deroulez, Tom Adjibi, Elena Doratiotto, Franck Laisné, Maïdy Ankaye, Alao Kasongo, Serge Koto, Morgan Marinne, Gianni La Rocca, Ben Hamidou, Carl Jadot, Olivier Gourmet, Sabine Raskin, Corentin Lahaye, Carmela Nicosia, Alix Toussant, Dimitri Mouton
location: Belgio
voto: 6,5

Sandra (interpretata da una Marion Cotillard tanto straordinaria quanto "essenziale" e disadorna) è appena uscita da una brutta depressione, sta per rientrare al lavoro ma ha saputo dal principale che, date le cattive acque in cui versa la fabbrica dove lavora, sarà necessario sacrificare o il suo posto di lavoro o il bonus che lo stesso principale ha promesso ai suoi sottoposti. La prima votazione è stata sfavorevole a Sandra, ma pesantemente condizionata dall'ingerenza del caporeparto. Il proprietario della fabbrica accetta che se ne faccia un'altra. Sandra ha a disposizione soltanto il weekend per cercare di convincere ad uno ad uno i suoi colleghi a votare perché le venga conservato il posto di lavoro.
Il cinema morale dei Dardenne vola ancora una volta altissimo nei contenuti (a fare da sfondo - come già ne La promesse e Il figlio - c'è  il tema del lavoro, qui declinato nei termini di una guerra tra poveri), mettendo in scena l'ennesimo racconto da epica proletaria con una forma sempre più scarnificata: nessuna colonna sonora, macchina perennemente a spalla a seguire nervosa le peregrinazioni della protagonista come si era visto in Rosetta, ambienti spogli, racconto assemblato come fosse una collezione di dittici con la protagonista sempre davanti alla macchina da presa. Da segnalare al suo fianco la magnifica figura del marito (interpretato da Fabrizio Rongione, quasi una presenza nel cinema dei Dardenne): sempre solidale, incoraggiante, pronto a prenderne le parti e a incassare signorilmente i colpi davanti ai cedimenti emotivi della compagna. Figura rara e preziosa di una virilità altra.    

lunedì 29 luglio 2013

Margin call

anno: 2012   
regia: CHANDOR, J.C.
genere: drammatico
con Kevin Spacey, Paul Bettany, Jeremy Irons, Zachary Quinto, Penn Badgley, Simon Baker, Mary McDonnell, Demi Moore, Stanley Tucci, Aasif Mandvi, Ashley Williams, Susan Blackwell, Maria Dizzia, Jimmy Palumbo, Al Sapienza, Peter Y. Kim, Grace Gummer, Oberon K.A. Adjepong
location: Usa
voto: 8,5

La crisi economico-finanziaria più dura dell'ultimo secolo è stata oggetto di analisi e riflessioni da ogni punto di vista. Ecco che arriva anche la settima arte a corredo delle moltissime prospettive che hanno cercato di ricostruire gli eventi. È, nella sostanza, la vicenda della Lehman Brothers, dei suoi dipendenti straricchi licenziati dall'oggi al domani allorquando divenne chiaro che i derivati sui quali per anni si erano protratti i giochetti degli speculatori finanziari erano diventati carta straccia, robaccia da dare in pasto ai risparmiatori più sprovveduti che sono stati i primi a pagare un conto salatissimo, mentre questi capitani di ventura vedevano rimanere intatti i propri capitali anche con la crisi che loro stessi avevano generato. Nel film la vicenda mette al centro un analista finanziario (uno Stanley Tucci come sempre strepitoso) che si occupa del settore rischi e che viene licenziato proprio quando sta per scoprire la falla. L'uomo passa allora il testimone a un giovane manager (Quinto) che si rende conto della gravità della faccenda, ne informa il suo capo (Bettany) e così a risalire fino all'uomo di punta della piramide, un Jeremy Irons che arriva simbolicamente dal cielo in elicottero. Cosa fare? Vendere tutto e licenziare tutti? E con quali costi per la società intera?
Con un ritmo tesissimo, un cast di all-stars e un copione di impianto teatrale e claustrofobico centrato soprattutto sui dialoghi, l'esordiente J.C. Chandor firma un'opera che si impone come strumento di riflessione, mostrandoci il backstage di un mondo popolato da squali.    

sabato 7 gennaio 2012

A tempo pieno (L’emploi du temps)

anno: 2001   
regia: CANTET, LAURENT
genere: drammatico
con Aurélien Recoing, Karin Viard, Serge Livrozet, Monique Mangeot, Jean-Pierre Mangeot, Nicolas Kalsch, Marie Cantet, Felix Cantet, Maxime Sassier, Elizabeth Joinet, Nigel Palmer, Christophe Charles, Didier Perez, Olivier Lejoubioux, Pauline De Laubie, Jamila Abdallah, Philippe Jouannet
location: Francia, Svizzera
voto: 6

Ispirato alla vera storia di Jean-Claude Romand, che per 15 anni ingannò familiari e amici, A tempo pieno racconta la vicenda di un truffatore indolente (Recoing) che, dopo essersi licenziato dal lavoro, passa per sette mesi le giornate girando tra alberghi di quart'ordine e parcheggi, facendo credere ai suoi cari di avere ottenuto un prestigioso posto all'ONU di Ginevra. Ma il gioco gli sfugge di mano, il giro di truffe, con la promessa di interessi astronomici nei conti svizzeri, si allarga e neppure la mano santa di un trafficante di falsi (Livrozet) serve a scrollargli di dosso la sua atavica indolenza.
Rispetto alla vicenda vera e a quel capolavoro che è L'avversario (ispirato agli stessi fatti), qui siamo in tutti altri paraggi: la storia raccontata nel film di Cantet non ha né tensione né vera cattiveria e il protagonista sembra solo essere prigioniero della sua accidia. Ma il film ha una messa in scena credibile e una freddezza che ben contrasta con lo spaesamento di un protagonista in perenne caracollo.
Premio "Leone dell'anno al Festival di Venezia.    

giovedì 2 giugno 2011

North Country - Storia di Josey

anno: 2005   
regia: CARO, NIKI
genere: drammatico
con Charlize Theron, Thomas Curtis, Elle Peterson, Frances McDormand, Sean Bean, Woody Harrelson, Jeremy Renner, Richard Jenkins, Sissy Spacek, James Cada, Rusty Schwimmer, Linda Emond, Michelle Monaghan, Brad William Henke, Jillian Armenante, Amber Heard, John Aylward, Xander Berkeley, Corey Stoll, Cole Williams, Bryan Fagerstrom, Chris Mulkey, Arron Shiver, Clif Stokes, J.D. Garfield, Boots Southerland, John Hardman, Forrest Norgaard, Sage Coy, Marcus Chait, Dennis E. Garber, Alex Layton, Jacqueline Wright, Catherine Campion, Tom Bower, David Lislegard, Kurt Peterson, Pete Pellinen, Bruce Bohne, Todd Anderson, Kit Gwin, Patrick McDowell, Raye Birk, Sally Wingert, Katherine Ferrand, Curtis Plagge, Marc Miles, J.C. Cutler, Gus Lynch, Mark Sivertsen, Rand Kennedy
location: Usa
voto: 3


Costretta a crescere due figli da sola, per sbarcare il lunario la bella Josie (Theron) non trova di meglio che un impiego in una miniera del Minnesota. Qui il maschilismo dilagante e la diffidenza per un suo passato poco chiaro mettono la coriacea ragazza in una situazione difficilissima, che la porterà in un'aula di tribunale per riottenere il posto dopo un ingiusto licenziamento.
Ispirato alla vera storia di Josey Aimes, che fu la prima donna americana a intentare una causa contro i suoi padroni per molestie sessuali, il film di Niki Caro è un melodramma che occhieggia tanto a Ken Loach e Frank Capra quanto al Martin Ritt di Norma Rae, trasformando tutto in un insipido polpettone nel quale vengono inventariate sciagure di ogni tipo. La Theron cerca di rendersi interessante proponendosi nuovamente in veste Monster mentre le canzoni di Bob Dylan, per quanto magnifiche, sono sparpagliate a caso.    

martedì 26 gennaio 2010

Tra le nuvole (Up in the Air)

anno: 2009       
regia: REITMAN, JASON 
genere: drammatico 
con George Clooney, Vera Farmiga, Anna Kendrick, Jason Bateman, Danny McBride, Melanie Lynskey, Steve Eastin, Chris Lowell, Adam Rose, Lauren Mae Shafer, Doug Fesler, Dave Engfer, James Anthony 
location: Usa
voto: 6 

Ryan Bingham (Clooney, il cui personaggio chissà perché porta lo stesso nome del rocker americano, quello di Boracho Station) sta per coronare il suo sogno: quello di raggiungere il milione di miglia ed entrare così nell'esclusivissimo club dei viaggiatori incalliti. A tanta forsennata dromomania lo induce il lavoro di licenziatore per conto terzi o, come si dice con efficacissima metafora, di tagliatore di teste. Ryan passa una quarantina di giorni all'anno in casa, percorre 350mila miglia ogni dodici mesi e non ha legami fissi. Ma le cose cominciano a cambiare quando due donne, una molto simile a lui e una che è il suo opposto, irrompono nella sua vita, facendo vacillare le sue certezze in materia di amore e professione.
Al suo terzo film, coprodotto dal padre Ivan e tratto da un romanzo di Walter Kirn, Jason Reitman miscela lo specialismo della chiacchiera di Thank you for smoking col cerchiobottismo esistenzialista di Juno. Ritmo e regia - visibilissima tanto nelle tecniche di ripresa quanto nell'originalità del montaggio - non mancano ma la professione del tagliatore di teste - un tema che, con Volevo solo dormirle addosso, Risorse umane, Il posto dell'anima, Cacciatore di teste e altri ancora, rispecchia con sempre maggiore insistenza la catastrofe sociale del licenziamento del primo decennio di millennio - è pretestuosa e serve solo a fare da sponda al tema della famiglia come spazio placentare nel quale rifugiarsi dai mali della società.    

mercoledì 13 febbraio 2008

Parole sante. Storie di autorganizzazione e precarietà dentro il più grande call center d'Italia

anno: 2008   
regia: CELESTINI, ASCANIO
genere: documentario
con Emanuela, Valerio, Peppe, Gianluca, Cecilia, Andrea, Alessandra, Maurizio, Jimmy, Mara, Christian, Jerry, Ascanio Celestini e i ragazzi del Collettivo PrecariAtesia
location: Italia   
voto: 8

A Cinecittà, a due passi dal Grande Raccordo Anulare, c'è un edificio enorme, espressione della Roma palazzinara e ingorda degli anni '50 e '60. È la sede dell'Atesia, il più grande call center italiano, uno dei più grandi d'Europa, una macchina da 300mila telefonate al giorno e 4000 impiegati che con cornetta, mouse e tastiera rispondono ai clienti Tim. Questi impiegati sono per la quasi totalità dei lavori flessibili, eufemismo che dovrebbe indicare le moderne condizioni di schiavitù: offrono le loro prestazioni per 85 centesimi a telefonata, senza ferie, permessi, retribuzione per le malattie, speranze per il futuro. Sono persone di tutte le età; qualcuno ci porta avanti la famiglia; tutti lavorano in condizioni di estremo disagio.
Intorno al 2000 alcuni di loro hanno cominciato a organizzarsi per studiare la legge 30 sul lavoro. Cominciano a scioperare, diffondono un giornalino a circolazione interna, emettono un esposto all'Ufficio Provinciale del Lavoro, che dà loro ragione. La protesta va avanti per 7 anni. Risultato: contratti non rinnovati e licenziamenti.
Ascanio Celestini, folletto geniale, ironico ed eclettico, affabulatore capace come pochi di raccontare la contemporaneità in una prospettiva vichiana, è andato a raccogliere le testimonianze di questi ragazzi, riprendendo tutto con una semplicissima videocamera. "Questo documentario è venuto un po' loffio, un po' fiacco. Non ci sono sparatorie, non ci sono inseguimenti", dice lui, autoironico, in sottofinale. Non bisogna credergli: il film - pur con i suoi difetti formali soprattutto in fase di montaggio e di assemblaggio del sonoro - fotografa la goccia che, alla lunga, farà traboccare il vaso di un sistema capitalistico completamente degenerato. È il sistema dove i copper (i clienti pezzenti) ai quali le aziende concedono il minimo indispensabile sono gli stessi sui quali - dall'altra parte del filo telefonico - prosperano i profitti delle aziende stesse. Il film di Celestini - una sorta di De Seta del terzo millennio - documenta l'inganno a danno di questi lavoratori simpatici e persino sorridenti, servendosi delle loro testimonianze. Ne emerge un quadro deprimente costituito da assistenti di sala, moderni kapò in tempi di pace, che fanno da cuscinetto tra loro e lo staff dirigenziale, da parole usate per raggirare, da cambi di retribuzione senza preavviso. C'è da arrabbiarsi moltissimo a vedere questo documentario intensissimo e commovente che non si limita a essere un'operazione nobile, civile, profonda e poetica, ma che riesce spesso a strappare la risata nella sua rivendicazione dei diritti dei lavoratori. Parole sante, verrebbe da dire.
Imperdibile, come d'altronde lo è il disco di magnifiche canzoni che porta lo stesso titolo.    

venerdì 10 marzo 2006

Il mio miglior nemico

anno: 2006   
regia: VERDONE, CARLO 
genere: commedia 
con Carlo Verdone, Silvio Muccino, Ana Caterina Moriaru, Agnese Nano, Paolo Triestino, Corinne Jiga, Sara Bertela', Leonardo Petrillo 
location: Italia, Svizzera, Turchia
voto: 8

Orfeo Rinalduzzi (Verdone), 23enne senza arte né parte che sbarca il lunario facendo il cameriere in un bar romano, non ci vede più dalla rabbia quando sua madre (Bertelà) viene licenziata dal suo datore di lavoro, Achille De Bellis (Verdone), direttore di una catena alberghiera, al quale interessano soltanto i soldi. Orfeo giura che gliela farà pagare. E così è: mette in piazza la tresca che Achille ha con la moglie del cognato e gli provoca danni catastrofici. Ma i due hanno - loro malgrado - un obiettivo comune: ritrovare Cecilia (Moriaru), la figlia di Achille, che nel frattempo è scappata per rabbia e per vergogna. Orfeo ne è innamorato; Achille è roso dai sensi di colpa che possono venire a un padre che non c'è mai stato. Insieme, i due la rintracceranno e cominceranno una nuova vita.
Scritto dai due protagonisti con Pasquale Plastino e Silvia Ranfagni, Il mio miglior nemico è un film in salsa agrodolce che concentra il meglio delle capacità del regista romano, qui all'acme della sua maturità artistica: si ride moltissimo e si è coinvolti da una trama assai fitta ma raccontata con rigore esemplare.

martedì 14 febbraio 2006

Cacciatore di teste (Le couperet)

anno: 2006       
regia: COSTA-GAVRAS, CONSTANTIN 
genere: noir 
con Jose' Garcia, Karin Viard, Ulrich Tukur, Olivier Gourmet, Yvon Back, Christa Theret, Geordie Monfils, Thierry Hancisse, Olga Grumberg, Yolande Moreau, Dieudone' Kabongo, Jean-pierre Gos, Vanessa Larre, Serge Lariviere, Jeanne Savary, Luce Mouchel, Philippe Bardy, Marie Kremer, Marie-helene Baleau, Jean-michel Balthazar, Alain Beaufort, Nabil Ben yadir, Michele Berrebi, Robert Borremans, Christophe Brault, Laurence Bremont, Eric Bronchart, Luc Brumagne, Michel Carcan, Marie-pierre Chaix, Pierre Choul, Stephane Csala, Serge Devos, Raphael D'olce, Hugues Faget, Laurence Fremont, Julie Gavras, Romain Gavras, Jean-claude Grumberg, Alain Guillo, Robert Guilmard, Emmanuel Hamon, Alice Kakou, Jean-maurice Knockaert, Gerard Kuhnl, Laurence Lafiteau, John Landis, Marc Legein, Corentin Lobet, Francine Martel, Herve' Pauchon, Abdemarek Radi, Emilie Raffour, Olivier Ravanello, Dominique Reding, Marie-rose Roland, Airy Routier, Renaud Rutten, Catherine Salee, Denis Taurel                
location: Francia
voto: 4 

Dopo 15 anni, Bruno Davert (Garcia), chimico della carta, perde il lavoro. I curricola mandati in giro non servono a nulla. Come fare per tirare avanti, con una moglie (Viard) costretta a barcamenarsi tra tre lavoretti e due figli che vanno ancora a scuola? L'unica possibilità è quella di eliminare la concorrenza. Maldestro e incauto, Bruno recupera la pistola che il padre usava nella II guerra mondiale, va sotto le case delle sue vittime e le fredda a bruciapelo, in pieno giorno. La polizia lo mette persino in guardia sul fatto che qualche serial killer sta facendo piazza pulita dei chimici della carta. Ottenuto il posto, Bruno potrebbe trovarsi nella parte della vittima...
Costa-Gavras dirige un film sui paradossi della "fine del lavoro" con uno stile tra il fumettistico e il grottesco. La pellicola è servita da attori imbarazzanti, il contrasto tra il realismo sociologico e l'assurdità della messa in scena è davvero eccessivo, a conferma del fatto che Z - L'orgia del potere e Music box furono soltanto episodi felici di una carriera mediocre.    

lunedì 9 giugno 2003

Il posto dell’anima

anno: 2003   
regia: MILANI, RICCARDO    
genere: drammatico    
con Silvio Orlando, Michele Placido, Claudio Santamaria, Paola Cortellesi, Imma Piro, Flavio Pistilli, Sandro Ruotolo    
location: Italia
voto: 7    

Una multinazionale americana ha pronte le lettere di licenziamento per 500 dipendenti di una fabbrica di pneumatici abruzzese. Tra scioperi, incatenamenti, palliativi economici basati sulla vendita della pasta fatta in casa, appelli con tanto di spostamento alla sede del Parlamento Europeo di Bruxelles, un viaggio negli States per trovare un accordo con la controparte e un'iconografia battagliera ispirata al mito di Toro Seduto, la classe operaia va in paradiso con uno dei suoi martiri (Orlando), che tanto aveva fatto per la causa comune.
Incerto tra il registro da commedia e il pamphlet di taglio sociologico à la Ken Loach, Il posto dell'anima è un film virato sul registro emotivo, nel quale il tessuto narrativo si sfilaccia in una miriade di episodi di diseguale riuscita. Opera di impegno civile affidata ad un cast motivatissimo e ben assortito, il film di Milani scruta con occhio antropologico un tema che il cinema italiano frequenta pochissimo da anni.    

sabato 2 novembre 2002

Rosetta

anno: 1999       
regia: DARDENNE, JEAN-PIERRE * DARDENNE, LUC  
genere: drammatico  
con Emilie Dequenne, Fabrizio Rongione, Anne Yernaux, Olivier Gourmet          
location: Belgio
Voto: 5  

La giovane belga Rosetta (Dequenne) vorebbe avere una vita normale, con una madre normale, un lavoro normale e un fidanzato normale. Ma il destino ha apparecchiato per lei un'esistenza faticosa, nella quale sono segnati licenziamenti, una madre battona e tossicodipendente e un quotidiano consumato all'interno di una roulotte.
La cinepresa dei fratelli Dardenne ne scruta il nervoso caracollare quotidiano tra un espediente e un altro, quasi a emulare i precetti del Dogma: macchina a spalla, recitazione in presa diretta, antinarrazione filmica, assenza totale di musica. Una sorta dello struggente bressoniano Mouchette, con un finale che lascia intravedere un barlume di speranza. Palma d'oro al Festival di Cannes 1999 e Premio per la migliore interpretazione femminile.    

domenica 26 maggio 2002

Risorse umane (Ressources humaines)

anno: 2000       
regia: CANTET, LAURENT  
genere: drammatico  
con Jalil Lespert, Jean Claude Vallod, Chantal Barrè, Vèronique Ds Pandelaère, Michel Begnez, Lucien Longueville, Danielle Mélador, Pascal Semard, Didier Emile-Woldemard, Françoise Boutigny  
location: Francia
voto: 6

Frank, figlio di un vecchio operario, ha studiato e sta facendo uno stage presso l'industria dove lavora il padre. Chiamato ad un posto di responsabilità nel settore delle risorse umane, Frank scopre un piano di licenziamento del padrone che coinvolge anche suo padre, celato dietro i presunti benefici collettivi dele 35 ore. Decide allora di passare dalla parte del sindacato, mentre suo padre rimane abbarbicato alla sua condizione di operaio sottomesso, vergognoso della propria condizione sociale.
Algido fino al documentarismo, il film di Cantet rappresenta uno spaccato sul cocentissimo tema della flessibilità e dell'introduzione della riduzione d'orario, che lascia da parte ogni tentazione sentimentale in luogo di una rappresentazione desolante della lotta allo spasimo della classe operaia. Premio Cipputi al Festival di Torino.