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mercoledì 18 agosto 2021

Amica di salvataggio


anno: 2021
regia: NANNI DELBECCHI
genere: documentario
con Alessandra Appiano e la voce di Lella Costa
location: Italia
voto: 2 

Alessandra Appiano è stata dapprima fotomodella, poi conduttrice televisiva, giornalista e infine scrittrice di trascurabilissimi romanzi di sconcertante frivolezza (bastano i titoli: La vita è mia e me la rovino io; Sola? Come vivere felici con gli uomini. Delle altre; Più malsani più brutti; Scegli me; Le vie delle signore sono infinite; Le belle e le bestie; Amiche di salvataggio, da cui il titolo del mediometraggio). A tre anni dalla morte per suicidio (la donna si gettò dall'ottavo piano di un albergo, fuggita al controllo della clinica psichiatrica nella quale aveva chiesto il ricovero), suo marito Nanni Delbecchi decide di tributarle un documentario che Lorenzo Fiamingo su Ciak definisce "sinceramente strepitoso" (sic: mi deve un'ora - completamente persa - di vita). Con tutto il rispetto per la defunta, il film è un'accozzaglia di testimonianze di sconcertante banalità, un florilegio di prefiche (le sue amiche) che si limitano a raccontare quanto fosse brava, bella e buona la protagonista, colpita a un certo punto della sua vita da una fortissima crisi depressiva. Se i contenuti del documentario sono a dir poco vacui, la regia - che affida alla sgraziata voce di Lella Costa la lettura dei pensierini della Appiano in prima persona - non va oltre il banalissimo bigino di un racconto esistenziale che non riesce a coinvolgere né ad emozionare neppure per un attimo.

martedì 9 aprile 2019

Happy End

anno: 2017       
regia: HANEKE, MICHAEL    
genere: drammatico    
con Isabelle Huppert, Jean-Louis Trintignant, Mathieu Kassovitz, Fantine Harduin, Franz Rogowski, Laura Verlinden, Toby Jones    
location: Francia
voto: 4,5    

Distopico romanzo di formazione di una tredicenne (Fantine Harduin) che cresce in una famiglia aristocratica francese a Calais, nei pressi di quel mare che restituisce i cadaveri dei migranti. In apertura e in chiusura di film la vediamo in azione col suo smartphone, col quale riprende tanto la prevedibilissima liturgia mattutina della madre, quanto la morte del criceto al quale somministra gli psicofarmaci della donna, così come riprende il tentativo di suicidio del nonno (Trintignant). Quest'ultimo è un ricchissimo vegliardo fiero di avere soffocato la moglie sofferente (il rimando più che esplicito è ad Amour) e che vorrebbe passare anch'egli a miglior vita. Lo vediamo persino fermare per strada, stando a bordo di una carrozzella, alcuni emigrati ai quali chiede la cortesia, così come la chiede al suo barbiere, di procurargli una rivoltella per le sue necessità di autosoppressione. La famiglia si completa con il padre della ragazzina (Kassovitz), un medico compulsivamente fedifrago, sua sorella (Huppert), una imprenditrice edile che ha qualche grana con il crollo del cantiere sul quale sovraintende l'ottuso figlio (Rogowski) e altra umanità sparsa.
A cinque anni dal capolavoro Amour, Haneke licenzia un'opera stanca, manierata, nella quale sembra voler portare al parossismo lo spirito caustico col quale ha raccontato, in passato, l'anima più torbida dell'alta borghesia. Ma stavolta l'operazione sembra limitarsi a ricalcare pedissequamente le trovate stilistiche che caratterizzano il cinema del registra austriaco: riprese in campo lunghissimo in cui non ci è dato capire le conversazioni in momenti topici del racconto, il gioco del punto di vista, l'uso di attori feticcio (Trintignant e la Huppert) radunati per l'occasione, la replica degli stessi temi. Un passo clamorosamente falso in una carriera smagliante.    

sabato 18 agosto 2018

Parliamo delle mie donne (Salaud, on t'aime)

anno: 2014       
regia: LELOUCH, CLAUDE    
genere: commedia    
con Johnny Hallyday, Sandrine Bonnaire, Eddy Mitchell, Irène Jacob, Pauline Lefèvre, Sarah Kazemy, Jenna Thiam, Valérie Kaprisky, Isabelle de Hertogh, Rufus, Agnès Soral, Silvia Kahn, Antoine Duléry, Jean-François Dérec, Jacky Ido, Gilles Lemaire, Laurent Couson, Jérôme Cachon, Astrid Whettnall, Marie Micla, Stella Lelouch, Victor Meutelet, Rebecca (II), Tess Lauvergne, Noa Musa-Lelouch, Julie Nicolet, Dominique Pellissier, André Bibollet, Marie de Vathaire, Luc Poullain, Maud Simon    
location: Francia
voto: 5    

Un fotografo di fama internazionale (Hallyday) si trova nel suo sontuoso chalet di montagna (che, nella realtà, è quello del regista…) insieme alla giovane compagna conosciuta in occasione della vendita (Bonnaire), a un paio d'amici e ai domestici, quando vede arrivare alla spicciolata le sue quattro figlie - i cui nomi sono Autunno (Kazemy), Inverno (Thiam), Primavera (Jacob) ed Estate (Lefèvre) - avute da altrettante mogli. Dapprima sorpreso dall'evento del tutto insolito, viene a scoprire che si tratta di un escamotage del suo amico (Mitchell) che si è messo in contatto con le quattro donne con la scusa di una malattia del padre. Il quale è sempre stato un sottaniere egoista votato al lavoro e per questo disprezzato dalle figlie (e non a caso il titolo originale del film è Salaud, on t'aime, ossia, Bastardo, ti amiamo.
È il "solito" film di Lelouch, con la "solita" musica di Francis Lai, fatto di scene corali, ambienti ultraborghesi, dialoghi fitti, colpi di scena, dissapori familiari, tavolate, inserti spiazzanti (l'aquila reale si prende un bel po' di spazio nei simbolismi dell'opera). Il regista transalpino dirige col consueto mestiere, innescando il pilota automatico a servizio di una delle ultime interpretazioni di Johnny Hallyday. Film destinato a imboccare la strada dell'oblio a poche ore dalla visione.    

giovedì 22 marzo 2018

L'altra metà della storia (The Sense of an Ending)

anno: 2017       
regia: BATRA, RITESH   
genere: drammatico   
con Jim Broadbent, Charlotte Rampling, Harriet Walter, Michelle Dockery, Emily Mortimer, Billy Howle, Joe Alwyn, Freya Mavor, Matthew Goode, James Wilby, Edward Holcroft, Manjinder Virk    
location: Regno Unito
voto: 5   

Tony (Broadbent) è un pensionato separato dalla moglie (Walter), un uomo bisbetico e misantropo che gestisce un piccolo negozio di macchine fotografiche d'epoca. La sua vita procede senza grandi sussulti - il massimo dello sprint arriva nelle occasioni in cui deve accompagnare la figlia (Dockery) ai corsi di preparazione pre-parto - fino a quando non riceve una lettera di una sua fidanzata di gioventù, che annuncia una piccola eredità e un diario come lascito. Tony si mette in contatto con la sua ex (Rampling) e scopre gli effetti di un passato a tinte fosche che ha determinato la fine del rapporto con un amico (Alwyn), poi morto suicida.
Per oltre un'ora la regia cuoce a bagnomaria la pazienza dello spettatore, alludendo a qualcosa di segreto che scopriremo soltanto in sottofinale. Gioco astuto ma nient'affatto premiante, se si considera la lentezza spossante delle prima parte e l'opacità di personaggi e relazioni che sono cruciali ai fini del racconto. Troppo scritto e forse impossibile da riversare su grande schermo partendo dal romanzo Il senso di una fine di Julian Barnes, il film risente così di un disegno approssimativo ed effettistico dei personaggi (perché la figlia del protagonista vuole avere un figlio da sola? Che relazione esisteva tra l'amico suicida e la madre della ex ragazza di Tony?), abbandonati alla sola abilità degli interpreti, sicchè questo thriller dell'anima stempera proprio quello che vorrebbe essere il suo nucleo centrale: l'inaffidabilità dei ricordi e la ricerca di un senso del proprio passato.    

mercoledì 17 gennaio 2018

Tre manifesti a Ebbing, Missouri (Three Billboards Outside Ebbing, Missouri)

anno: 2017       
regia: McDONAGH, MARTIN  
genere: drammatico  
con Frances McDormand, Woody Harrelson, Sam Rockwell, Abbie Cornish, Lucas Hedges, Zeljko Ivanek, Caleb Landry Jones, Clarke Peters, Samara Weaving, Peter Dinklage, John Hawkes, Amanda Warren, Kerry Condon, Michael Aaron Milligan, Lawrence Turner, Jerry Winsett, Malaya Rivera Drew, Darrell Britt-Gibson, Nick Searcy, Sandy Martin, Kathryn Newton    
location: Usa
voto: 7,5  

Una ragazzina è morta dopo essere stata stuprata ma a Ebbing, nel Missouri, sembra che l'attività preferita della polizia locale sia quella di prendere a bastonate le persone di colore, anziché cercare l'assassino. Così Mildred (McDormand), la madre della ragazza, prende a noleggio tre enormi spazi pubblicitari collocati sulla strada che porta alla cittadina, e su di essi fa mettere le scritte: "stuprata mentre stava morendo", "ancora nessun arresto?", "come mai, capitano Willouhby?". Il capo della polizia chiamato in causa (Harrelson) è assai ben visto in città e per di più ha un tumore che lo sta portando anzitempo a miglior vita. Bastano queste due ragioni perché Mildred diventi invisa a gran parte dei suoi concittadini e perché arrivino ritorsioni contro i suoi pochi amici. Improvvisi colpi di scena cambiano le carte in tavola.
Martin McDonagh si conferma regista eccentrico e spiazzante, con un film ancora una volta imperniato sul senso di colpa, nel quale non mancano brusche sterzate sul grottesco (vedi In Bruges) e riflessioni tutt'altro che banali su delitto e castigo. A una trama ben congegnata e supportata da sapidi dialoghi si aggiunge l'ennesima prova da standing ovation di Frances McDormand e un disegno dei personaggi a tutto tondo, dei quali ci vengono mostrate contraddizioni, debolezze ma anche qualche virtù.    

lunedì 16 ottobre 2017

Mr. Ove (En man som heter Ove)

anno: 2017       
regia: HOLM, HANNES 
genere: grottesco 
con Rolf Lassgård, Bahar Pars, Ida Engvoll, Filip Berg, Catharina Larsson, Klas Wiljergård, Börje Lundberg, Tobias Almborg, Simon Edenroth, Poyan Karimi, Stefan Gödicke, Johan Widerberg    
location: Svezia
voto: 5 

Mr. Ove (Lassgård) ha 59 anni portati malissimo. lavora da più di quaranta alle ferrovie ma viene mandato in pensione anzitempo. È solo l'ultima tegola di una vita composta da un susseguirsi di eventi tragici: la morte della madre quando ancora era bambino, poi quella terribile del padre, il tremendo incidente della moglie e la malattia di quest'ultima, che lo ha lasciato vedovo anzitempo. Tutti questi eventi hanno fatto di Ove una persona misogina, insofferente agli altri, ossessionata dalle regole, pignola, ma anche stanca di vivere e decisa al suicidio. Qualcosa cambierà quando nella sua vita entra una vicina di casa siriana (Pars), capace di far emergere il lato più umano della personalità di Ove.
Favola buonista per famiglie dal registro grottesco, il film dello svedese Hannes Holm, tratto dal best seller scandinavo L'uomo che metteva in ordine il mondo di Fredrik Backman, inanella una tale serie di eventi tragici da rendere parossistico il racconto biografico non del tutto inedito al cinema (A proposito di Schmidt, Il centenario che scavalcò  la finestra e scomparve). Qui tutto diventa edulcorato, carezzevole, annacquato da un mare di melassa che lascia naufragare i pochi momenti davvero divertenti del film. A dispetto di ciò, Mr. Ove ha ricevuto una candidatura all'Oscar come miglior film straniero e ha vinto l'EFA come miglior commedia europea.    

sabato 16 settembre 2017

I figli della notte

anno: 2016       
regia: DE SICA, ANDREA
genere: drammatico 
con Vincenzo Crea, Ludovico Succio, Fabrizio Rongione, Yuliia Sobol, Luigi Bignone, Pietro Monfreda, Michael Bernhard Plattner, Dario Cantarelli   
location: Italia
voto: 4,5 

In un collegio dell'Alto Adige nato per "allevare la futura classe dirigente", che sembra l'Overlook Hotel di Shining, Giulio (Crea) conosce Edoardo (Succio), una specie di Lucignolo avverso a quell'istituzione totale più di ogni altro studente. Tra i due nasce un'amicizia che li porterà a scoprire mondi oscuri e inesplorati e a mettersi contro l'educatore-sorvegliante (Fabrizio Rongione, attore-feticcio dei fratelli Dardenne) che vigila continuamente su di loro.
Al suo esordio dietro la macchina da presa Andrea De Sica dimentica completamente la lezione di nonno Vittorio, peccando soprattutto nell'imbarazzante direzione degli attori. Dal suo script pretenzioso escono personaggi che, più che figli della notte, sembrano figli di papà o di buona donna, tutti indistintamente odiosi, messi a corredo di una trama implausibile sul tema dell'iniziazione al male con venature horror (echi del cinema di Dario Argento) e di una cornice gotica che cerca di esibire con magniloquenza tratti autoriali, riuscendoci soltanto in alcuni momenti e rimanendo lontanissimo da film di ambientazione simile come Another country, Arrivederci ragazzi o Il nodo alla cravatta.    

lunedì 2 gennaio 2017

La voce - Il talento può uccidere

anno: 2013       
regia: ZUCCHI, AUGUSTO   
genere: thriller   
con Rocco Papaleo, Antonia Liskova, Augusto Zucchi, Giulia Greco, Franco Castellano, Mattia Sbragia, Augusto Fornari, Riccardo Polizzy (Riccardo Polizzy Carbonelli), Manuela Morabito, Selene Khoo, Dario D'Ambrosi    
location: Italia
voto: 2,5   

Alighiero Noschese è stato l'imitatore per eccellenza della televisione italiana. Popolarissimo tra gli anni '60 e i primi anni '70, si suicidò a soli 47 anni, ma la vicenda della sua morte è controversa. Alla sua complessa parabola umana e artistica, segnata tra l'altro da una forte depressione e dall'appartenenza alla P2, Augusto Zucchi, attore e regista per cinema e teatro, dedica un biopic con un'interessante idea di partenza: quella di creare un alter ego del celebre imitatore, spostando la sua vicenda ad oggi e confezionandola come un thriller fantapolitico al centro del quale si trova la figlia (Greco), determinata a indagare sul mistero della morte del padre. Quest'ultimo, infatti, venne sfruttato tramite la mediazione del suo psicanalista (lo stesso Zucchi) affinché desse voce a uomini politici, magistrati e affaristi per far passare loschi provvedimenti. Sulla carta il soggetto è accattivante, ma il risultato sfiora il ridicolo: messa in scena risibile, sviluppo narrativo contorto e con troppi flashback, attori da recita parrocchiale, compreso un Papaleo completamente fuori parte e totalmente implausibile come imitatore (data la fortissima cadenza lucana).    

martedì 5 luglio 2016

Il club (El Club)

anno: 2015   
regia: LARRAIN, PABLO 
genere: drammatico 
con Alfredo Castro, Roberto Farías, Antonia Zegers, Jaime Vadell, Alejandro Goic, Alejandro Sieveking, Marcelo Alonso, José Soza, Francisco Reyes    
location: Cile
voto: 9,5 

L'agnello di Dio che toglie i peccati del mondo ha la fisionomia di un uomo senza dimora che si fa chiamare Sandokan (Farías), abusato per anni da preti pedofili, che va a ripetere la stessa nenia arricchita da dettagli agghiaccianti sotto la casa di penitenza cilena dove risiedono quattro preti con passato di pedofilia e una cinica perpetua (Zegers), tutti con la passione per le corse clandestine dei cani. Quando nella casa arriva un altro ospite (Soza), calamita inconsapevole dell'uomo che urla il suo terribile passato sotto le finestre della dimora dove comodamente stazionano quei quattro laidi, si sparigliano le carte. L'uomo si suicida e dal Vaticano viene inviato un altro prete con il compito di capire cosa sia successo.
Dopo il notevole I giorni dell'arcobaleno, il cileno Pablo Larrain firma un film superlativo, un capolavoro sconvolgente, un atto d'accusa contro la Chiesa che non ammette sconti e che restituisce la devastante potenza di quelle mostruosità soltanto attraverso i corruccianti dettagli delle parole di Sandokan. In un'atmosfera plumbea e inquietante, che enfatizza con riprese flou la torbida ambiguità dei quattro preti a riposo coatto, prende corpo una forma di macelleria spirituale messa in atto da questi uomini che, nel nome di Dio, si sono macchiati di crimini indicibili. Li accomuna l'omertà più pervicace, anche davanti alle incalzantI domande del prete arrivato da Roma, sottolineate dalle inquadrature in primo piano che rendono palpabile l'imperturbabilità tetragona di tre dei quattro (uno è sulla strada della demenza). Ma è tutto il cast a essere ottimamente assortito, servito peraltro da dialoghi superbi e dalle musiche celestiali di Arvo Pärt, con le tante variazioni - guarda caso - di un brano intitolato Fratres.    

domenica 3 luglio 2016

Il sosia - The double

anno: 2013       
regia: AYOADE, RICHARD  
genere: fantastico  
con Jesse Eisenberg, Mia Wasikowska, Wallace Shawn, Yasmin Paige, Noah Taylor, James Fox, Cathy Moriarty, Phyllis Somerville, Gabrielle Downey, Jon Korkes, Craig Roberts, Kobna Holdbrook-Smith, Susan Blommaert, Bruce Byron, J. Mascis, Tony Rohr, Karima Riachy, Tim Key, Andrew Gruen, Kim Noble, Morrison Thomas, Sally Hawkins, Lloyd Woolf, Lydia Ayoade, Stuart Silver, Christopher Morris, Chris O'Dowd, Donal Cox, Kierston Wareing, Paddy Considine, Dirk Van Der Gert, Liam Bewley, Gemma Chan, Nathalie Cox    
location: Usa
voto: 2


È davvero difficile credere che questo The double sia stato tratto da una novella di Dostoevskij. È, infatti, il racconto allucinato e cupissimo dello sdoppiamento di un impiegato "invisibile" (Eisenberg) che lavora in un ufficio da fantasia orwelliana, che si invaghisce di una addetta alle fotocopie (Wasikowska). Nel clima plumbeo del posto di lavoro, con larghe concessioni a una distopia dalle venature fantastiche, l'impiegato trova un suo doppio che è anche il suo opposto. Tanto lui è impacciato, legnoso e inviso ai colleghi, tanto l'altro è sicuro di sé, carismatico, capace di farsi valere in qualsiasi situazione. I due escogitano un piano per sostituirsi vicendevolmente, ma lo spettro del suicidio aleggia sull'intera vicenda.
Film imbarazzante, pretenzioso, giunto con tre anni di ritardo sul mercato dei dvd e opportunamente mai proposto in sala, Il sosia è la quintessenza della spocchia autoriale (siamo dalle parti del Terry Gilliam più allucinato) manovrata a colpi di grottesco, di inquadrature ricercate e di originalità a tutti costi, con esito fallimentare.    

venerdì 22 aprile 2016

Le confessioni

anno: 2016       
regia: ANDÒ, ROBERTO
genere: drammatico
con Toni Servillo, Daniel Auteuil, Connie Nielsen, Pierfrancesco Favino, Marie-Josée Croze, Moritz Bleibtreu, Richard Sammel, Johan Heldenberg, Togo Igawa, Aleksei Guskov, Stéphane Freiss, Julian Oveden, John Keogh, Andy de la Tour, Giulia Andò, Ernesto D'Argenio, Lambert Wilson    
location: Germania
voto: 6

In Germania, un hotel extra lusso ospita un sinedrio di ministri dell'economia mondiale che, sotto la guida del presidente del fondo monetario internazionale (Auteuil), stanno per prendere una decisione epocale sulle sorti dei Paesi più svantaggiati del pianeta. Ospite d'eccezione un monaco certosino italiano (Servillo) che parla per apoftegmi e che, su richiesta, confessa il presidente nella stessa notte in cui quest'ultimo si suicida, provocando lo scompiglio tra le tante personalità presenti e coinvolgendo altri ospiti dell'albergo, tra i quali una scrittrice di libri per ragazzi (Nielsen) e un cantante (Heldenberg).
Contagiato anche lui dal morbo del sorrentinismo, Roberto Andò dopo la buona prova di Viva la libertà torna alla magniloquenza di Sotto falso nome con un film che si colloca al crocevia tra Todo modo (richiamato fin troppo esplicitamente) e Youth. Per quanto i movimenti di macchina di Maurizio Calvesi, i piani alternati, il montaggio e la colonna sonora di Nicola Piovani si facciano apprezzare, il film risente di un eccesso di scrittura, al punto che tutto - tra simbolismi semplicistici e brusche virate nel fantastico - appare finto, poco credibile, sentenzioso. Preoccupato moltissimo di levigare la forma secondo un incedere piuttosto statico e con atmosfere rarefatte, Andò riduce il tema centrale del film a teorema, facendone un bigino didascalico, banale e pretestuoso nel quale i burattinai dell'economia mondiale, osservati come fossero in un acquario, vengono investiti dalla scheggia impazzita del monaco, presenza aliena che con il suo silenzio e il segreto della confessione è, da solo, capace di ribaltare l'esito dell'incontro.    

lunedì 28 marzo 2016

Harold e Maude

anno: 1972   
regia: ASHBY, HAL   
genere: grottesco
con Bud Cort, Ruth Gordon, George Wood, Ray Goman, Henry Dieckoff, Vivian Pickles, Sonia Sorrell, Barry Thomas Higgins, Gordon Devol, Judy Engles, Charles Tyner, Shari Sumjmers, Philip Schultz, Marjorie Morley Eaton, Ellen Geer, Harvey Brumfield, Cyril Cusack, Eric Christmas    
location: Usa
voto: 6,5   

In perenne conflitto con la madre edonista e frivola (padre: non pervenuto), Harold (Cort) è il giovane rampollo di una famiglia ricchissima al quale la genitrice sta cercando di procacciare l'anima gemella. Lui risponde simulando continui suicidi, andandosene a zonzo con un carro funebre e trastullandosi presenziando a funerali di perfetti sconosciuti. È in una di queste occasioni che conosce l'ottuagenaria Maude (Gordon), vecchietta più arzilla che mai, impermeabile alle regole. Tra i due scatterà la più improbabile delle scintille.
Film cult degli anni '70 per via di quel suo spirito iconoclasta, antiborghese e libertario, Harold & Maude è una di quelle opere che soffrono irrimediabilmente la polvere del tempo (sebbene già nel 1972 Tullio Kezich l'avesse definita "una sciocca storiella"). Le gag suicidomani di Harold e le scorribande stradali dell'anziana signora restano godibili, ma lo stile grottesco con cui vengono veicolate le istanze sovvertitrici a distanza di tempo appaiono programmatiche e ingenue. Come del resto risulta poca cosa la colonna sonora composta dalle canzoni di Cat Stevens, che all'epoca contribuì a decretare il successo planetario del film tratto dal romanzo di Colin Higgins.

lunedì 21 marzo 2016

Miss Violence

anno: 2013       
regia: AVRANAS, ALEXANDROS 
genere: drammatico 
con Themis Panou, Reni Pittaki, Eleni Roussinou, Sissy Toumasi, Kalliopi Zontanou, Konstantinos Athanasiades, Chloe Bolota, Maria Skoula, Giorgos Gerontidakis, Maria Kallimani, Anna Koutsaftiki, Rafika Chawishe, Stefanos Kosmidis, Christos Loulis, Martha Bouziouri, Nikos Hatzopoulos, Yota Festa, Minas Hatzisavvas, Kostas Antalopoulos, Giorgos Symeonidis, Vasilis Kuhkalani, Vaso Iatropoulou    
location: Grecia
voto: 6 

Nel giorno in cui sta festeggiando il suo undicesimo compleanno sulle note composte da Leonard Cohen, Angeliki si suicida buttandosi dal balcone. Il padre si sforza di dare un contegno di normalità a moglie e nipoti che vivono con lui, fino all'indifferenza. Ma le crepe si vedono, le porte della casa non possono essere chiuse a chiave, le uscite delle figlie sono disciplinate dall'inflessibile rigore del padre/nonno/orco, un ragioniere semidisoccupato. A mano a mano che il film va avanti capiamo che in quella casa sta accadendo qualcosa di raggelante, che i soldi non bastano mai, che le parentele non sono quelle che sembrano, mentre la sindrome di Stoccolma è in agguato.
Leone d'argento per la migliore regia, meritatissima Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile (Themis Panou), premio Arca cinema giovani come miglior film e premio Fedeora per il miglior film europeo dell'area mediterranea alla mostra di Venezia, il film del greco Alexandros Avranas è un'opera di sconvolgente violenza psicologica, algida e crudele. I soprusi sono raccontati quasi sempre per sottrazione, con silenzi e macchina da presa fissa, nascosti dietro le pareti o nel chiuso dell'abitacolo di un'automobile. Allo stesso tempo, le relazioni tra il pater familias e il gineceo domestico sono raccontate attraverso il contrasto feroce tra l'autocontrollo del protagonista e la mostruosità delle sue azioni, in una rappresentazione iperbolica dell'istituzione familiare come luogo di potere arbitrario, sopraffattorio e di isolamento dal mondo. Un durissimo colpo allo stomaco dello spettatore, con uno stile algido che sta tra i Funny games di Haneke, la Canicola di Seidl e Salò di Pasolini.    

martedì 21 ottobre 2014

Soap opera

anno: 2014       
regia: GENOVESI, ALESSANDRO  
genere: commedia  
con Fabio De Luigi, Diego Abatantuono, Cristiana Capotondi, Chiara Francini, Ricky Memphis, Elisa Sednaoui, Ale, Franz, Caterina Guzzanti  
location: Italia
voto: 1  

La soap opera è il kitsch del trash, lo sfrido pecoreccio da dare in pasto alle masse ruminanti. Nacque per imbonire il pubblico femminile (quello che stava a casa a lavare e stirare, ecco il perché del riferimento al sapone) attraverso raccontini di infimo livello che partirono dalla radio e poi transitarono in televisione. Approdata al cinema, nelle mani di Alessandro Genovesi, già ignobile regista del dittico Il peggior Natale della mia vita e La peggior settimana della mia vita, diventa, se possibile, ancora più miserrima e indefinibile nella sua totale pochezza.
La "trama" è questa: in un condominio vivono e si ritrovano, in occasione della vigilia di capodanno, due fratelli legati da un incidente stradale (uno costretto a fare da badante all'altro), un quarantenne (De Luigi) che vorrebbe tornare con la sua ex (Capotondi), il suo migliore amico (Memphis) in attesa di un figlio ma con forti dubbi sul suo orientamento sessuale e un'attrice di soap opera (Francini) che ha un debole per gli uomini in divisa, come il maresciallo dei carabinieri (Abatantuono) che sta indagando sul suicidio di un altro condomino, la cui fidanzata (la pessima Elisa Sednaoui) si trova nello stesso stabile proprio quel giorno.
Non una sola idea, non una sola battuta, non un minimo guizzo neppure da attori come Abatantuono e De Luigi che in altre circostanze un sorriso l'hanno saputo strappare. Tutto procede con una monotonia intollerabile, tra indecenti siparietti da vaudeville e trovate corrive da teatrino parrocchiale in una cornice artificiale e fiabesca.
Pensare che questo sia stato proposto come film d'apertura del festival del cinema di Roma la dice lunga su come Marco Müller abbia inabissato la manifestazione capitolina a livelli inimmaginabili.    

giovedì 9 ottobre 2014

Class Enemy (Razredni Sovražnik)

anno: 2013       
regia: BICEK, ROK   
genere: drammatico   
con Igor Samobor, Nataša Barbara Gracner, Tjaša Železnik, Maša Derganc, Robert Prebil, Voranc Boh, Jan Zupancic, Daša Cupevski   
location: Slovenia
voto: 6   

Quando la professoressa di tedesco va in congedo per la maternità, la quarta classe di un liceo sloveno si trova davanti a un docente dai metodi retroguardisti, austeri e sprezzanti. Gli studenti sono insofferenti nei confronti dei suoi modi che definiscono "da nazista" e quando una loro compagna si suicida, il professore diventa il loro capro epiatorio.
Non si capisce bene cosa voglia raccontarci il film del non anocra trentenne esordiente sloveno Rok Bicek, a parte il mai sopito odio etnico che oggi si rivolge verso i "mangiariso" ("sloveni: se non uccidete voi stessi, uccidete gli altri", afferma lapidario l'unico studente cinese della classe). Il professore tetragono (interpretato impeccabilmente da Igor Samobor per la gioia del pubblico femminile) non riesce certamente a guadagnarsi la simpatia del pubblico eppure, in questa gara tra antipatici, parrebbe che i suoi metodi passatisti alla fine ne escano vincenti. Colpa dell'autopoiesi del sistema? Colpa dei ragazzi che sono diventati peggio dei professori? "Prima loro temevano noi; adesso siamo noi a temere loro", sentenzia la preside della scuola, raccogliendo in una sola frase un epocale passaggio generazionale. Così il film - che ingloba un surplus di materiale (famiglie disfunzionali, attitudine alle droghe, rapporti di opportunismo tra colleghi) - sembra limitarsi a una fotografia dello sfascio di un'istituzione, rivelandoci che lì, come in Italia, il sapere è l'ultimo degli interessi di una torma di studenti sempre più arroganti. Peccato però averli tratteggiati tutti in maniera così schematica e priva di sfumature, sfumature che costituiscono invece l'aspetto più profondo della riflessione sul tema del suicidio. "La morte di un uomo - diceva Thomas Mann - è meno affar suo che di chi gli sopravvive".
Premio Fedeora come miglior film della 28. settimana della critica (Venezia, 2013).    

sabato 11 maggio 2013

Miele

anno: 2013       
regia: GOLINO, VALERIA  
genere: drammatico  
con Jasmine Trinca, Carlo Cecchi, Libero De Rienzo, Vinicio Marchioni, Iaia Forte, Roberto De Francesco, Barbara Ronchi, Massimiliano Iacolucci, Claudio Guain, Elena Callegari, Teresa Acerbis, Jacopo Crovella, Valeria Bilello, Gianluca De Gennaro  
location: Italia, Messico, Turchia
voto: 8

Eros e thanatos si confondono nella vita di Irene (Trinca), conosciuta con lo pseudonimo di Miele da chi non sopporta più lo strazio di un corpo annichilito dalla malattia e decide così di morire. Una volta al mese, tra una nuotata, una corsa, una relazione con un uomo sposato che si permette anche di essere geloso (Marchionni), Miele va in Messico a procurarsi un barbiturico per cani che somministra ai suoi "pazienti". Ha un'etica, Miele. Così, quando viene a sapere che un ingegnere settantenne (Cecchi), il suo ennesimo "cliente", è in realtà un uomo che gode di ottima salute, va su tutte le furie. Tra i due nasce un rapporto conflittuale ma anche confidenziale, che induce Miele a cercare di dissuadere l'ingegnere dai suoi propositi suicidari.
Tratto dal romanzo "A nome tuo" di Mauro Covacich (rielaborato in fase di sceneggiatura con Francesca Marciano e Valia Santella), il film d'esordio di Valeria Golino è una magnifica sorpresa. Non tanto per il tema spinoso che coraggiosamente sceglie di affrontare (l'eutanasia, il suicidio), quanto per la qualità della messa in scena, per la regia capace di scelte mai banali, dal montaggio del sonoro alla fotografia di una Roma spesso inedita. Potente, a tratti commovente e persino ironico, Miele riesce a mostrare la complessità d'animo di quest'angelo della morte arrivando a sospendere completamente il giudizio in merito all'aspetto etico (la ragazza ne ricava pur sempre dei soldi e forse, come sembrano suggerire i flashback ellittici di alcune bellissime riprese sulla neve, da giovane ha perso la madre in modo traumatico). Al solito, immenso Carlo Cecchi il merito di avere dato volto e anima a un personaggio che rimane scolpito nella memoria; a Jasmine Trinca, l'attrice più androgina del nostro cinema, quello di aver offerto la sua prova migliore (sebbene la sua gamma espressiva continui a essere confinata nelle espressioni torve e crucciate) e a Valeria Golino quello di averci regalato un esordio memorabile e un finale bellissimo, anche se un po' telefonato.    

venerdì 10 maggio 2013

Mi rifaccio vivo

anno: 2013       
regia: RUBINI, SERGIO  
genere: commedia fantastica  
con Emilio Solfrizzi, Neri Marcorè, Lillo (Pasquale Petrolo), Sergio Rubini, Vanessa Incontrada, Bob Messini, Gian Marco Tognazzi, Margherita Buy, Valentina Cervi, Bob Messini, Giulia Di Quilio  
location: Italia
voto: 5

Fin da piccolo Biagio Bianchetti (Lillo, qui orfano di Greg), bonario e pacioso, si è visto scavalcare dal "rivale" Ottone Di Valerio (Marcorè). Entrambi imprenditori di grosso calibro, i due si mettono in società per un affare milionario che però finisce male e induce Biagio al suicidio. Arrivato nell'aldilà non al cospetto di San Pietro, ma di Karl Marx (Messini), a Bagio viene data la possibilità di tornare sulla terra per qualche giorno e aggiustare le cose. Assunte le sembianze di Dennis Rufino (Solfrizzi), grande amico e mentore di Ottone, Biagio/Denis finisce per rafforzarne la posizione, salvo poi ingarbugliare talmente la matassa da mettere tutto a soqquadro.
Rubini ricicla se stesso imbastendo una commedia degli equivoci con larghi debiti verso Capra (La vita è meravigliosa) e Lubitsch (Il cielo può attendere). L'idea di qualcuno reincarnato in qualcun altro era stata già proposta ne L'anima gemella; quella dell'uomo che si re innamora della vita l'avevamo vista ne L'amore ritorna; la vendetta che ha come movente l'invidia è il tema dei suoi due film precedenti (Colpo d'occhio e L'uomo nero). Sulla carta, dunque, niente di originale, sebbene la confezione risulti comunque indovinata, soprattutto grazie alla performance da mattatore di un incontenibile Solfrizzi e a dialoghi che offrono più di un'occasione per ridere. Quanto alle pretese di stare incollati alla realtà con il propagarsi dei suicidi degli imprenditori è meglio stendere un velo pietoso.
Da segnalare uno sfondone linguistico: agli sceneggiatori Carla Cavalluzzi e Umberto Marino (che non lavorava con Rubini dai tempi de Il viaggio della sposa) è sfuggito che bondage è un termine di lingua inglese, non francese.    

venerdì 1 febbraio 2013

Sei come sei

anno: 2002       
regia: CAPPELLI, MASSIMO * LUCINI, LUCA * PARAGNANI, HERBERT, SIMONE * SCIULLI, GUERINO * TALOTTA, ANSELMO * ZACCARIELLO, ANDREA  
genere: commedia a episodi  
con Luca Zingaretti, Massimo Bellinzoni, Pino Colizzi, Ivano Marescotti, Lucia Poli, Katia Pietrobelli, Maurizio Esposito, Maddalena Maggi, Claudio Santamaria, Ennio Fantastichini, Pietro Sermonti, Anita Caprioli, Michele Venitucci, Giordano De Plano, Monica Sagaria Rossi, Ornella Giusto, Giorgio Colangeli, Stefano Scandaletti, Rolando Ravello, Massimo De Santis, Riccardo De Filippis, Nancy Gorgone  
location: Italia
voto: 5

Sei lungometraggi declinati secondo il numero due, con molti registi esordienti, alcuni dei quali si spera non ricevano altri contributi (in questo caso, 50 milioni di lire a testa) per aggiungere qualcosa alla settima  arte. Si parte benissimo con Appuntamento al buio (di Herbert Simone Paragnani), nel quale Claudio Santamaria è un ladruncolo che viene scambiato per il ragazzo col quale la padrona di casa (Maggi) si è data un appuntamento al buio. Il secondo episodio (Ampio, luminoso, vicino metro) vede in campo Ivano Marescotti e Lucia Poli: i due si contendono un appartamento da visionare a suon di colpi bassi. Nel terzo episodio (Una specie di appuntamento, di Andrea Zaccariello), ambientato negli anni 20 del Novecento, un magistrale Luca Zingaretti si prepara a un viaggio nel tempo dall'interno di una prigione, prendendo accordi col suo compagno di cella (Bellinzoni) che, grazie a un marchingegno escogitato dal compare, si vedrebbe risparmiare la vita sulla sedia elettrica, causa deviazione della corrente. Si parte benissimo ma si conclude tradendo le aspettative. Il quarto episodio (Una seconda occasione, di Anselmo Talotta) mette a confronto un funzionario dell'aldilà (Ravello) con un suicida (il pessimo Stefano Scandaletti): quando il ragazzo arriva alla sua scrivania, il funzionario sbuffa per la troppe carte che dovrà imbrattare, mostrandogli la possibilità di una seconda occasione. Il quinto episodio (L'ospite, di Guerino Sciulli) racconta di un marito che, non riuscendo ad arrivare con sua moglie alla fine del mese, mette quest'ultima a disposizione di qualche "cliente" (Colangeli). Chiusura pessima (Il sorriso di Diana, di Luca Lucini) con un ragno che si invaghisce di Anita Caprioli, inquilina di un appartamento malmesso.
La collocazione degli episodi segue esattamente la loro qualità: si parte benissimo e si finisce davvero molto male per quest'operazione che da riempitivo nelle sale ha finito per diventare un'unica confezione assemblata secondo la logica del numero due.    

martedì 18 dicembre 2012

La bottega dei suicidi (Le magasin des suicides)

anno: 2012       
regia: LECONTE, PATRICE 
genere: animazione 
location: Francia
voto: 5

Dopo più di trent'anni di carriera e dopo successi come Il marito della parrucchiera o Confidenze troppo intime, Patrice Leconte riesce finalmente a coniugare due sue passioni finora inespresse: l'animazione e il musical. Lo fa raccontando una storia all'apparenza macabra, tratta dal libro di Jean Teulé e parente alla lontana di certe atmosfere degne di Tim Burton: quella di una società talmente annichilita nella quale il suicidio diventa gesto comune. Così c'è chi pensa che anche quello dell'autosoppressione possa essere un business e rastrella denaro grazie a una bottega, quella del titolo, che offre qualsiasi tipo di rimedio, dalla corda col cappio al veleno, per chi aspira a un veloce trapasso. Le cose vanno bene fino a quando nella famiglia Tuvache, che gestisce la bottega (papà si chiama, neanche a dirlo, Mishima…) nasce Alan, che rappresenta un grosso problema: ride troppo ed è sempre allegro. Gli affari saranno compromessi? Nella città comincia a respirarsi un'aria nuova…
Difficile confezionare un messaggio più ingenuo, flebile e retorico, a prescindere da come si vede il mondo e l'esistenza, se con la beota gaiezza di un Candide o come una fatica di Sisifo. Fatto sta che nel primo cartone animato da regista di Leconte tanto è originale e accattivante la forma, tanto sono deboli e inconsistenti trama e contenuti. Se questi ultimi esprimono un livello cognitivo da terza elementare, la forma, più vicina ai Simpson o alle animazioni di D'Alò che alle meraviglie di Dreamworks e Pixar, si lasciano apprezzare per la caratterizzazione dei personaggi, per le ardite "riprese" dall'alto, per la spettacolarità dei tetri scenari urbani, ma anche per le molte invenzioni visive disseminate qua e là: da una seduta psichiatrica in cui i pensieri si trasformano nella macchie di Rorschach agli scenari metropolitani che rifanno il verso a De Chirico. Da non perdere i titoli di coda, che con semplici caratteri latini richiamano le diverse modalità di suicidio, e da notare qualche bella torvata in sede di sceneggiatura, come il nome della bottega che, una volta convertita in una creperie, si chiama Dulcis in fundo…     

mercoledì 5 settembre 2012

Control

anno: 2008   
regia: CORBJIN, ANTON 
genere: biografico 
con Sam Riley, Samantha Morton, Alexandra Maria Lara, Joe Anderson, James Anthony Pearson, Harry Treadaway, Craig Parkinson, Toby Kebbell, Andrew Sheridan, Robert Shelly, Richard Bremmer, Tanya Myers, Martha Myers Lowe, Matthew McNulty, David Whittington, Margaret Jackman, Mary Jo Randle, Ben Naylor, John Cooper Clarke, James Fortune, Angus Addenbrooke, Nicola Harrison, June Alliss, George Newton, Mark Jardine, Herbert Grönemeyer, Paul Arlington, Tim Plester, Joanna Swain, Joseph Marshall, Laura Chambers, Eliot Otis Brown Walters, Monica Axelsson, Lotti Closs, Eady Williams 
location: Regno Unito
voto: 6

Biopic di Ian Curtis (Riley), cantante e frontman dei Joy Division (il nome del gruppo era quello delle donne costrette a sollazzare i soldati tedeschi nei campi di concentramento, durante la seconda guerra mondiale…), rock band di spicco nell'ambito della new wave britannica della seconda metà degli anni '70. Fissato con Bowie e Iggy Pop, nato nei dintorni di Manchester, Curtis scoprì la propria vocazione canora quasi per caso, quando si unì ai Warsaw, che avrebbero poi cambiato il nome, appunto in Joy Division. Un'esistenza apparentemente normale, quella di Curtis: figlio unico, bravo a scuola, un matrimonio precocissimo (a 19 anni) con Debbie (Morton), un lavoro sicuro all'agenzia di collocamento locale, alternato alle prime esibizioni dal vivo del gruppo, poi la scoperta delle crisi convulsive dovute all'epilessia. Da lì la depressione, la relazione con una ragazza belga (Lara) e infine il suicidio, avvenuto dopo che le crisi epilettiche si erano manifestate anche sul palco e quando la band si accingeva a raggiungere il successo internazionale grazie a un tour in America.
Il film dell'olandese Anton Corbjin si fa apprezzare soprattutto per l'ottima fotografia in bianco e nero, per la confezione elegante, per il verismo con cui riesce a ricostruire ambienti e atmosfere di quegli anni e per il modo nient'affatto pruriginoso con cui mette in scena il perenne tormento del protagonista, peraltro incarnato da un Sam Riley che somiglia in maniera impressionante al vero Ian Curtis e al quale dobbiamo una vibrante interpretazione. Il ritmo piuttosto monocorde, l'atmosfera plumbea che aleggia su quasi tutto il film (le uniche eccezioni sono le uscite stravaganti del linguacciuto manager del gruppo) opacizzano parzialmente un'opera incentrata su uno dei tanti episodi della martirologia rock, avvenuta, nel caso di Curtis, a soli 23 anni. Va però detto che a chi non sa nulla di quella stagione del rock, il film tratto dalla biografia scritta dalla moglie di Curtis non sembrerà altro che la storia di un ragazzo depresso.