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domenica 26 settembre 2021

Cry Macho - Ritorno a casa

anno: 2021
regia: CLINT EASTWOOD
genere: drammatico
con Clint Eastwood, Eduardo Minett, Natalia Traven, Dwight Yoakam, Fernanda Urrejola, Brytnee Ratledge, Paul Lincoln Alayo, Horacio Garcia Rojas
location: Messico, USA
voto: 6

1979. Il novantenne Mike (Eastwood) è una ex star texana del rodeo. Diventatato vedovo, si è perduto ed è stato salvato da un vecchio amico (Yoakam) che gestisce un enorme ranch. Quest'ultimo chiede a Mike il favore di andare in Messico a recuperare il tredicenne figlio scapestrato (Minett), uno che passa il tempo tra furti e lotte clandestine dei galli. A Mike spetta il difficile compito di riportare a casa il ragazzo e Macho, il suo bipede da combattimento, cercando di guadagnasi la fiducia del giovane.
Tratto dal romanzo omonimo di Richard Nash, Cry Macho è un ossimoro che risolve l'essenza del titolo in una voglia di tenerezza che è lontanissima dalla vacuità - pur efficacissima - di certi ruoli da duro giocati in precedenza. Per Eastwood, vistosamente dimagrito e claudicante, si tratta quasi di un epitaffio a suggello di un'intera carriera, che segna il suo film più delicato e intimista, un raffinato racconto di formazione in forma di road movie che si colloca al crocevia tra Gran Torino, Million Dollar Baby e The Mule. Non il film migliore di Eastwood, ma certamente il più tenero, nel quale la saggezza del protagonista va di pari passo con il suo indomabile senso dell'ironia.



martedì 9 aprile 2019

Happy End

anno: 2017       
regia: HANEKE, MICHAEL    
genere: drammatico    
con Isabelle Huppert, Jean-Louis Trintignant, Mathieu Kassovitz, Fantine Harduin, Franz Rogowski, Laura Verlinden, Toby Jones    
location: Francia
voto: 4,5    

Distopico romanzo di formazione di una tredicenne (Fantine Harduin) che cresce in una famiglia aristocratica francese a Calais, nei pressi di quel mare che restituisce i cadaveri dei migranti. In apertura e in chiusura di film la vediamo in azione col suo smartphone, col quale riprende tanto la prevedibilissima liturgia mattutina della madre, quanto la morte del criceto al quale somministra gli psicofarmaci della donna, così come riprende il tentativo di suicidio del nonno (Trintignant). Quest'ultimo è un ricchissimo vegliardo fiero di avere soffocato la moglie sofferente (il rimando più che esplicito è ad Amour) e che vorrebbe passare anch'egli a miglior vita. Lo vediamo persino fermare per strada, stando a bordo di una carrozzella, alcuni emigrati ai quali chiede la cortesia, così come la chiede al suo barbiere, di procurargli una rivoltella per le sue necessità di autosoppressione. La famiglia si completa con il padre della ragazzina (Kassovitz), un medico compulsivamente fedifrago, sua sorella (Huppert), una imprenditrice edile che ha qualche grana con il crollo del cantiere sul quale sovraintende l'ottuso figlio (Rogowski) e altra umanità sparsa.
A cinque anni dal capolavoro Amour, Haneke licenzia un'opera stanca, manierata, nella quale sembra voler portare al parossismo lo spirito caustico col quale ha raccontato, in passato, l'anima più torbida dell'alta borghesia. Ma stavolta l'operazione sembra limitarsi a ricalcare pedissequamente le trovate stilistiche che caratterizzano il cinema del registra austriaco: riprese in campo lunghissimo in cui non ci è dato capire le conversazioni in momenti topici del racconto, il gioco del punto di vista, l'uso di attori feticcio (Trintignant e la Huppert) radunati per l'occasione, la replica degli stessi temi. Un passo clamorosamente falso in una carriera smagliante.    

mercoledì 6 marzo 2019

La paranza dei bambini

anno: 2019       
regia: GIOVANNESI, CLAUDIO    
genere: gangster    
con Francesco Di Napoli, Viviana Aprea, Mattia Piano Del Balzo, Ciro Vecchione, Ciro Pellecchia, Ar Tem, Alfredo Turitto, Pasquale Marotta, Luca Nacarlo, Carmine Pizzo, Valentina Vannino, Aniello Arena, Roberto Carrano, Adam Jendoubi, Renato Carpentieri    
location: Italia
voto: 6,5    

A Napoli, Nicola (Di Napoli) e cinque suoi amici non hanno alcuna idea di come siano fatti i banchi di scuola. In compenso, conoscono con precisione i prezzi dei Rolex, sono attentissimi alla scriminatura sui capelli, fanno fallire i commercianti di caschi per le due ruote e maneggiano più cocaina di un corriere colombiano. Vivono nel Rione Sanità e ne vogliono diventare i padroni. Ma come sempre l'amore ci si mette di mezzo e per Nicola e i suoi prendersi la zona dello spaccio e del pizzo sarà meno facile del previsto.
Tratto dal libro omonimo di Roberto "Prezzemolo" Saviano, che lo ha sceneggiato insieme al regista e a Maurizio Braucci, il quinto film di Claudio Giovannesi conferma l'impegno e l'interesse del regista capitolino nei confronti delle realtà più periferiche e degradate. Un interesse che però stavolta - rispetto ai più efficaci Alì ha gli occhi azzurri e Fiore - ripropone lo schema Gomorra (sia il film di Garrone che la serie tv): bande criminali in guerra perpetua e talvolta fratricida tra loro, omicidi e tradimenti, attrazione smodata per il lusso, case con i cessi laccati in oro e le statue di leoni ruggenti in salotto, tripudio del kitsch, feste nuziali di smodata pacchianeria e l'immancabile sottofondo dei neomelodici e delle loro canzonacce di serie Z. Insomma, il film - pur diretto benissimo, fotografato solo con macchina a mano e con la consueta maestria da Daniele Ciprì e affidato a un cast intonatissimo e perfettamente all'altezza della situazione - non aggiunge nulla ai film di camorra visti da una quindicina d'anni a questa parte.    

sabato 11 agosto 2018

Sicilian Ghost Story

anno: 2017       
regia: GRASSADONIA, FABIO * PIAZZA, ANTONIO    
genere: drammatico    
con Julia Jedlikowska, Gaetano Fernandez, Corinne Musallari, Andrea Falzone, Federico Finocchiaro, Lorenzo Curcio, Vincenzo Amato, Sabine Timoteo, Filippo Luna, Nino Prester, Baldassarre Tre Re, Rosario Terranova, Gabriele Falsetta, Vincenzo Crivello, Corrado Santoro    
location: Italia
voto: 1    

Non basta essere nati in Sicilia, avere mandato a memoria i lavori di De Seta e Tornatore e magari anche di Maresco, o parlare di mafia per fare un film che sia anche vagamente degno di questo nome. Già, perché il duo Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, già acclamato in ambito festivaliero per Salvo, ci propina una storia ispirata alla vicenda occorsa al tredicenne Giuseppe Di Matteo, figlio di un pentito di mafia, sequestrato, umiliato e poi ucciso per vendetta, sciolto nell'acido. Qui la storia viene adattata a un registro fantasy a supporto di un plot da teen movie sentimentale, in cui una compagna di classe (Jedlikowska) del protagonista Giuseppe (Fernandez) si invaghisce di quest'ultimo nonostante la resistenza tetragona dei genitori e l'indifferenza di professori e compagni di scuola al dramma del ragazzino. Dilatato oltremisura a due ore e dieci da immagini inutilmente descrittive (a cominciare dai primi, interminabili cinque minuti di pura astrazione), il film sembra andare alla ricerca di una cifra autoriale a tutti i costi, dimenticando la scrittura dei personaggi, trascurando completamente la recitazione (ben sotto il livello di guardia) e abusando dei cliché della fiction "di mafia" che si vedono, anche nella loro forma più elementare, fin dai tempi de La piovra televisiva. La favola nera di questi due registi siciliani gronda tracotanza, finendo col trasformare l'estetismo figurativo di Luca Bigazzi nel supporto kitsch ai loro compiacimenti autoriali e asservendo la tragedia umana al loro realismo magico d'accatto. Robaccia peraltro capace di trasformare persino un insonne cocainato in un narcolettico.    

sabato 3 febbraio 2018

Nebbia in agosto (Nebel im August)

anno: 2016       
regia: WESSEL, KAI
genere: drammatico
con Ivo Pietzcker, Sebastian Koch, Fritzi Haberlandt, Henriette Confurius, David Bennent, Karl Markovics, Thomas Schubert, Branko Samarovski, Jule Hermann, Niklas Post    
location: Germania
voto: 6

La II guerra mondiale è ancora in corso e in un sanatorio tedesco Lossa (Pietzcker), un tredicenne yenish sano, svelto e intelligente, viene internato insieme a tanti altri ragazzi con problemi di salute e mentali. Inconsapevoli, questi ragazzi seguono il programma di eugenetica del dott. Veithausen (Koch), l'espressione incarnata della banalità del male. Come fosse ancora ai tempi della rupe Tarpea, l'uomo, in nome della difesa della purezza della razza ariana, dapprima causa il decesso dei ragazzi tramite barbiturici, quindi passa a una dieta rigorosamente ipocalorica. Ma Lossa ha capito il lugubre gioco del medico e cerca di sottrarsene, portando con sé un'amichetta.
Girato con uno stile classicissimo e a dir poco convenzionale, senza alcuna trovata visiva o di regia, Nebbia in agosto va a nutrire il breve elenco (I fiumi di porpora, Un'altra giovinezza, The german doctor) di quei film che hanno toccato il terribile capitolo dell'eugenetica nazista. Toccante senza essere stucchevole, il film - tratto da una storia vera che coinvolse un piccolo ragazzo nomade - indugia tuttavia su una serie di dettagli trascurabili, che ne portano la durata a oltre due ore.    

domenica 30 luglio 2017

Parola di Dio (Uchenik)

anno: 2016       
regia: SEREBRENNIKOV, KIRILL  
genere: drammatico  
con Petr Skvortsov, Aleksandr Gorchilin, Aleksandra Revenko, Viktoriya Isakova, Julia Aug, Svetlana Bragarnik, Anton Vasiliev, Irina Rudnitskaya    
location: Russia
voto: 5  

Il radicalismo cristiano si esprime attraverso la bocca di Veniamin (Skvortsov), adolescente inquieto e sociopatico che dà filo da torcere alla madre (Aug) e agli insegnanti. Convinto che nella Bibbia siano riportate le verità che devono guidare la condotta dell'uomo, Veniamin parla per versetti e citazioni, è omofobo, sessuofobo, xenofobo e antisemita, distrugge una stanza della casa e cerca di fare proseliti con la persona sbagliata, un ragazzo sciancato dalle chiare tendenze omosessuali (Gorchilin). A sfidarlo sul suo stesso terreno, a colpi di versetti biblici, c'è l'unico personaggio assennato del film, un'insegnante di biologia (Revenko) disposta a giocarsi una relazione e il posto di lavoro pur di far capire al giovane che si sta soltanto ingozzando di idiozie.
Da un'idea di partenza originale e molto "scritta" (un egregio lavoro in sede di sceneggiatura, concepito a partire dall'opera teatrale di Marius von Mayenburg, riesce a cucire tra loro i versetti biblici fino a farne oggetto di autentiche logomachie), si arriva a una realizzazione loffia, bozzettistica, con personaggi caricaturali se non monodimensionali che schiacciano la ragionevolissima tesi filmica (il radicalismo religioso è esiziale comunque lo si coniughi) su un registro involontariamente grottesco, scritto con superficialità da un regista che - a colpi di pianisequenza - dimostra una grande padronanza tecnica ma una capacità di scrittura infantile, a dispetto della mezza età raggiunta.    

venerdì 21 aprile 2017

Piuma

anno: 2016       
regia: JOHNSON, ROAN
genere: commedia
con Luigi Fedele, Blu Yoshimi, Michela Cescon, Sergio Pierattini, Francesco Colella, Francesca Antonelli, Brando Pacitto, Clara Alonso, Bruno Squeglia, Francesca Turrini, Massimo Reale    
location: Italia
voto: 3,5

Fenomenologia di un irresponsabile. Ferruccio (Fedele), detto Ferro, è un diciottenne che fatica a tenere a freno gli ormoni e i suoi spermatozoi zampillano con una facilità pari quasi a quella di certi chef partenopei. Finisce così che prima ingravida la sua ragazza (Yoshimi), della quale non sembra neppure troppo convinto, e successivamente la fisioterapista a sovradosaggio di estrogeni che ha in cura suo nonno. Il padre (Pierattini) si dispera, la madre (Cescon) si sfrega le mani nella speranza di diventare nonna, gli amici cazzeggiano partendo per il Marocco e il potenziale suocero (Reale) continua a preoccuparsi esclusivamente dei buffi accusati per le troppe perdite al gioco. L'unica persona saggia sembra proprio la neopuerpera. Che fare? Portare a termine la gravidanza o dare la piccola che è in arrivo in adozione?
Versione alla vaccinara di Juno, Piuma è un romanzetto di formazione che intercetta la voga di cinema giovanilista degli anni '10 per declinarla secondo il paradigma, scanzonato e leggerissimo fin dal titolo, proprio dell'autore. Il quale, dopo I primi della lista e Fino a qui tutto bene, sembra precipitare in un'opera ruffiana, con personaggi monodimensionali aggrovigliati su una tematica pretestuosa. L'unica scena da salvare - peraltro appiccicata al resto del film con la Coccoina - è quella nella quale i due protagonisti nuotano sui cieli della città.    

domenica 25 settembre 2016

La vita possibile

anno: 2016       
regia: DE MATTEO, IVANO 
genere: drammatico 
con Margherita Buy, Valeria Golino, Caterina Shulha, Andrea Pittorino, Bruno Todeschini, Eugenio Gradabosco, Enrica Rosso, Stefano Dell'Accio, Tatiana Lepore, Dario Delpero, Carolina Cerniauskaite, Kristjana Kazani, Irene Kivaste, Zofia Teresa Mucha, Laura Radzeviciute, Maria Busuioc, Fabrizio Pascali, Roberto Peruzzini, Andrea Valente, Cristina Zampieri, Martina Pietro, Martina Alessandro, Isabella Loredana Fichera, Matteo D'Aloia, Andrea D'Aloia, Dario Zairati, Dennis Infantino    
location: Italia
voto: 6,5 

Dopo aver subito l'ennesima raffica di violenza da suo marito, Anna (Buy) decide di lasciare Roma insieme al figlio tredicenne Valerio (Pittorino) per trasferirsi a Torino. Qui i due vengono ospitati da Carla (Golino), un'amica un po' svitata di Anna con ambizioni in campo teatrale. Anna dovrà ricominciare daccapo, trovando lavoro come donna delle pulizie in una grande azienda; Valerio faticherà a integrarsi, eleggerà a sua unica amica una prostituta dell'Est (Shulha) e troverà nel gestore dell'osteria sotto casa (Todeschini) un valido sostituto della figura paterna.
Dopo le ottime prove de Gli equilibristi e I nostri ragazzi, De Matteo continua a sondare gli umori della famiglia puntando lo sguardo su un tema di grande attualità come quello della violenza sulle donne. Lo fa con piglio sociologico, mostrando ancora una volta di saper padroneggiare perfettamente la direzione degli attori e di essere capace di imprimere brusche variazioni al ritmo con l'inserimento di scene madri impeccabili, mantenendo un registro intimista e minimale, nel quale, col l'eccezione della prima sequenza (che ci riporta all'incipit del film precedente), la violenza rimane quasi sempre fuori campo, pur serpeggiando continuamente sotto gli occhi del giovane, bravissimo protagonista. Un film minore, pudico, vagamente didascalico nella sottolineatura della complicità tra persone ai margini (il tredicenne e la prostituta), ma capace di trattare il tema principale evitando la pornografia dei sentimenti.    

mercoledì 10 agosto 2016

Microbo & Gasolina (Microbe et Gasoil)

anno: 2015       
regia: GONDRY, MICHEL
genere: avventura
con Ange Dargent, Théophile Baquet, Diane Besnier, Audrey Tautou, Vincent Lamoureux, Agathe Peigney, Douglas Brosset, Charles Raymond, Ferdinand Roux-Balme, Marc Delarue, Ely Penh, Laurent Poitrenaux, Jana Bittnerova, Zimsky, Fabio Zenoni, Elsa Truscello, Étienne Charry, Amir Abou El Kacem, Hamza Meziani, Emeline Bayart, Masako Tomita, Eriko Takeda, Hélène Alexandridis, Nadine Sainsily, Sacha Bourdo, Matthias Fortune Droulers, Maureen O'Donoghue, Geoffrey Noël, Marie Berto, Jean-Christophe Bretignière    
location: Francia
voto: 4,5

Unanimemente riconosciuto come una delle menti più visionarie e immaginifiche della settima arte, dopo film come Se mi lasci ti cancello, Be kind rewind e Mood indigo, Michel Gondry conferma ancora una volta pregi e difetti del suo talento. Microbo e Gasolina è un buddy movie fiabesco sull'amicizia tra due quattordicenni, entrambi vittime del bullismo dei compagni di scuola ed ambedue appartenenti a famiglie disfunzionali. Efebico e innamorato di una compagna di classe con la quale pensa di non avere speranze, Microbo (Dargent) in realtà si chiama Daniel e ha una vera vocazione per il disegno. Il suo amico Theo (Baquet), soprannominato Gasolina per via dell'odore che si porta addosso dalle troppe ore trascorse a inventare strani oggetti a combustione, non vede l'ora di andarsene da casa. I due progettano una fuga a bordo di una casa con le ruote, sulla quale vivranno diverse avventure scorrazzando per la Francia.
Fin troppo dichiarativo a partire dagli intenti iniziali, il film ha il pregio di lambire l'amicizia tra adolescenti con accenti poetici e venature grottesche. Ma il plot, dopo le battute di ingresso, si perde alla maniera de Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet, finendo con somigliare a troppi altri teen movie dal registro avventuroso come Stand by me che, come racconti di formazione in chiave di road movie, avevano saputo dire molto di più.    

domenica 20 dicembre 2015

La prima volta (di mia figlia)

anno: 2015       
regia: ROSSI, RICCARDO
genere: commedia
con Riccardo Rossi, Anna Foglietta, Fabrizia Sacchi, Stefano Fresi, Benedetta Gargari, Giampiero Mancini, Roberta Fiorentini, Gianluca Bazzoli, Bettina Giovannini    
location: Italia
voto: 3

Quando si decide di mettere il cervello in naftalina ci deve essere una buona ragione: bisogno d'evasione, decompressione dopo una lite col dirimpettaio, necessità di compiacere una nuova conquista svampita con gusti cinematografici discutibili ma con così tante curve da aver bisogno di una segnaletica, eccetera. Oppure una recensione convincente utile a guerreggiare contro i propri pregiudizi nei confronti delle commedie di bassa lega. Lo stimolo per vedere l'opera prima di Riccardo Rossi, doppiatore aggressivo e attore mediocre con malriposti debiti nei confronti dell'Albertone nazionale (nel film, la casa di riposo per anziani dove lavora il medico protagonista è intitolata a Silvio Magnozzi, come il personaggio di Una vita difficile; lui si chiama Alberto; a cena tra amici si cita esplicitamente Sordi) viene da quest'ultima ragione. Pedro Armocida, al quale andrebbe rivolta la domanda sui problemi di coscienza che Moretti poneva in Caro diario al critico che aveva esaltato Henry pioggia di sangue, ha scritto queste parole: "Una scelta intelligente della sceneggiatura (scritta dallo stesso regista insieme a Chiara Barzini e Luca Infascelli) e allo stesso tempo un po' sadica, perché costringe lo spettatore a tornare indietro con la memoria e a confrontarsi direttamente, volente o nolente, con le proprie esperienze. Interrogandolo in maniera molto più profonda e universale rispetto all'ipotesi del titolo del film, limitato solo al discorso della prima volta di una figlia".
Dove Armocida abbia trovato nel film "intelligenza", "profondità" e "universalismo" rimane un mistero, a meno che non si sia trattato di un eccesso di sostanze lisergiche. La storiellina è a portata di minus habens: un padre ossessivo-compulsivo, in carestia sessuale da una decina d'anni (Rossi), legge sul diario della figlia quindicenne (Gargari) che quest'ultima è prossima a perdere la verginità. Così ingaggia una amica (Sacchi) con passato da scout e il marito di questa (Fresi) per improvvisare una cena in cui la donna dovrebbe svolgere un compito dissuasorio nei confronti della ragazzina. La serata si trasforma in un amarcord delle gesta compiute la prima volta sotto le lenzuola.
Tolto l'incipit - con la vestizione del protagonista a ritmo di musica - e le inquadrature sui titoli di coda - in cui i caratteristi del film raccontano la loro prima volta - la prima volta da regista di Riccardo Rossi è una prova di un'idiozia sconcertante, con attori che, con la sola eccezione di Fresi, sono tutti sotto il livello di guardia.    

domenica 4 ottobre 2015

Se chiudo gli occhi non sono più qui

anno: 2013       
regia: MORONI, VITTORIO 
genere: drammatico 
con Giorgio Colangeli, Giuseppe Fiorello, Mark Manaloto, Hazel Morillo, Ignazio Oliva, Vladimir Doda, Anita Kravos, Elena Arvigo, Stefano Scherini, Ivan Franek   
location: Italia
voto: 6,5 

Kiko (Manaloto), immigrato di seconda generazione che vive in Friuli (ma buona parte del film è girata a Bolzano), figlio di una vedova filippina (Morillo), ha un culto per il padre (Oliva), morto in un incidente stradale, e un'avversione per il pragmatico compagno della madre (Fiorello), che lo vuole costantemente in cantiere impedendogli di dedicarsi allo studio. Le cose cambiano quando nella vita di Kiko irrompe Ettore (Colangeli), amico sconosciuto del padre ed ex professore che riesce ad appassionare il ragazzo alla conoscenza con modalità completamente diverse da quelle apprese a scuola. Tra i due si stabilisce un legame che, alla luce di alcune scottanti rivelazioni di Ettore, si farà assai sofferto e contraddittorio.
Al suo quarto lungometraggio (il terzo di fiction), Vittorio Moroni incrocia ambientazioni (il nord-est) e temi (il lavoro operaio) dei due precedenti lavori di finzione (Tu devi essere il lupo e Le ferie di Licu) facendone un racconto di formazione nel quale si inseriscono alcune sottotrame che rimangono aperte alla fantasia dello spettatore (la bisessualità di Ettore, l'appuntamento annuale tra l'uomo e il padre di Kiko). Il tutto viene avvolto da una confezione così accurata da rasentare l'oleografia.    

mercoledì 16 settembre 2015

Inside out

anno: 2015       
regia: DOCTER, PETE * DEL CARMEN, RONALDO
genere: animazione
location: Usa
voto: 10

Cosa succede a una ragazzina dodicenne costretta a trasferirsi dal Minnesota a San Francisco perché il padre sta cambiando lavoro? Riescono a raccontarcelo con invenzioni strabilianti, sconfinata poesia e una miriade di trovate geniali quelli della Pixar, che ci fanno letteralmente entrare nella testa della nostra giovane eroina per mostrarci cosa accade nel centro emozionale, dove Gioia, Tristezza, Rabbia, Disgusto e Paura si alternano alla consolle di comando (una semplificazione della teoria di Ekman, rispetto alla quale mancherebbero sorpresa e disprezzo). È qui che vengono immagazzinati i ricordi base, spediti poi all'esterno, nei giganteschi edifici della memoria a lungo termine, ed è da qui che si vedono le isole della personalità di Riley, la protagonista: quelle della famiglia, dell'onestà, dell'amicizia o della stupideria, rappresentate con impressionante forza simbolica.
Nel Minnesota, Riley ha dovuto lasciare la sua migliore amica, l'hockey del quale è appassionata, la campagna e il giardino di casa e a San Francisco le cose si complicano, fino a farsi davvero difficili quando Gioia e Tristezza vengono casualmente risucchiate dal centro di controllo, gli altri tre combinano disastri sulla postazione di comando e il film si trasforma nell'avventuroso viaggio di Gioia e Tristezza tra pensiero astratto (stupefacenti i rimandi al cubismo e a Flatland di Abbott-Abbott), inconscio e mondo dei sogni. Ma alla fine a raddrizzare la situazione sarà proprio Tristezza, scelta memorabile dello script, che si affranca dall'ottimismo beota di tante produzioni Dysney per ricordarci che l'ingresso nell'adolescenza non è soltanto frivolezza e risatine, ma richiede anche il passaggio per la forca caudina della tristezza, viatico necessario a una maturazione della persona che porterà ad avere una consolle con molti più bottoni.
Lo dico senza fronzoli: non solo Inside out è senza dubbio il miglior film della Pixar (qui siamo oltre gioielli come Up, Monsters & Co. e Toy story), ma è anche il miglior film di tutta la storia d'animazione, Fantasia, La carica dei 101 e Wallace & Gromit compresi, certamente adatto a un pubblico adulto ma probabilmente esilarante anche per i più piccoli, ai quali mancherà giocoforza la miriade di riferimenti simbolici più o meno criptati.    

martedì 23 giugno 2015

Banana

anno: 2015       
regia: JUBLIN, ANDREA  
genere: commedia  
con Marco Todisco, Beatrice Modica, Giselda Volodi, Giorgio Colangeli, Camilla Filippi, Gianfelice Imparato, Glen Blackhall, Anna Bonaiuto  
location: Italia
voto: 5,5  

Giovanni (interpretato da Marco Todisco, già visto in Febbre da fieno) - che tutti chiamano Banana per via della sua passione per i colori verdeoro del Brasile e per il suo tiro proverbiale - frequenta il primo anno delle superiori di un istituto romano, è buono, ingenuo e grassottello e crede ostinatamente nella ricerca della felicità. Che nel suo caso si incarna in Jessica (Modica), coattona più grande di lui che sfrutta l'attrazione del ragazzino per svoltare le interrogazioni ed evitare l'ennesima bocciatura.
Il film diretto dall'esordiente Andrea Jublin è un romanzo di formazione sentimentale in chiave agrodolce, privo di una vera e propria trama ma saldamente ancorato al disegno, non di rado eccessivamente macchiettistico, dei personaggi che fanno da contorno a Banana: un padre rudemente pragmatico (Imparato), una madre decisamente bruttina ma con indomabili appetiti sessuali (Volodi), una sorella (Filippi) più grande divisa tra due amori (im)possibili, una professoressa disillusa (Bonaiuto), un compagno avido e così via almanaccando. Garbato e non privo di alcune trovate riuscite e originali (su tutte, il foglietto sul quale, anno per anno, uno spasimante della sorella di Banana annota il suo amore, mostrando anche la trasformazione della grafia), il romanzo di questo novello Candide è innocuo cinema da favola, leggerissimo e un po' vacuo.    

venerdì 10 aprile 2015

Figlio di nessuno (Nicije dete)

anno: 2014       
regia: RSUMOVIC, VUK  
genere: drammatico  
con Denis Muric, Milos Timotijevic, Pavle Cemerikic, Isidora Jankovic, Tihomir Stanic, Borka Tomovic, Goran Susljik, Zinaida Dedakin, Branka Selic, Mihailo Laptosevic, Draginja Voganjac, Marija Opsenica, Ljuba Todorovic, Bora Nenic, Biljana Vucic, Miodrag Jelic, Ivana Zecevic, Milutin Milicevic, Emanuel Ajeti, Dejan Tosic, Janko Gacic, Hajrudin Basic, Igor Borojevic, Pavle Simovic  
location: Bosnia
voto: 6  

Nell'inverno del 1988 un ragazzino sui 13 anni che viveva con un branco di lupi e che praticamente non aveva mai avuto contatti con gli umani fu trovato in mezzo ai boschi della Bosnia. Portato in un collegio, venne sottoposto a un faticoso tentativo di adattamento ed educazione, che riescì in buona parte anche grazie a un altro ragazzo istituzionalizzato. Ma l'inizio della guerra fece precipitare tutto e il ragazzo, che nel frattempo aveva imparato a leggere e a scrivere, oltre che a parlare, venne catapultato sul fronte bellico, proprio in mezzo a quei boschi dai quali era iniziata la sua avventura di vita.
Dopo aver visto questo film basato su una storia vera, è impossibile non pensare a Il ragazzo selvaggio. Laddove però il film di Truffaut guardava soprattutto alla maturazione umana, al rapporto quasi filiale del ragazzo selvaggio con il suo mentore nonché alla prassi psichiatrica, questo primo lungometraggio del serbo Vuk Rsumovic privilegia il contesto, concentrandosi sugli episodi di bullismo, sulla rozzezza degli educatori, sullo squallore dell'istituzione, sulla carenza degli stimoli. E il film, che soffre un adattamento quanto meno nel trucco della metamorfosi del giovanissimo protagonista nell'arco di quattro anni, procede con un ritmo piuttosto monocorde nel suo programmatico intento di mostrare la metafora hobbesiana secondo cui tra lupi a quattro zampe e lupi bipedi, i secondi sono decisamente più malvagi dei primi.
Premio per il miglior sceneggiatore, premio Fipresci e premio del pubblico "Rarovideo"alla 29. Settimana internazionale della critica (Venezia, 2014).    

venerdì 20 marzo 2015

N-Capace

anno: 2014       
regia: DANCO, ELONORA
genere: documentario
con Eleonora Danco, Mario Di Mario
location: Italia
voto: 10

"Me vojo sarva'!" sembra volerci urlare Eleonora Danco, regista teatrale, performer, iconoclasta per vocazione, qui al suo primo film da regista (ma come attrice, al cinema, la sia era già vista in Il nodo alla cravatta, Italia village, La cena, Ecco fatto, La balia, Controvento, La stanza del figlio e Romanzo criminale). Salvarsi dalla mediocrità di un mondo di adulti che la annoiano. Lei, dichiaratamente anima in pena come il suo personaggio, preferisce gli n-capaci, quelli fuori dal processo produttivo: adolescenti e vecchi, tutti pochissimo scolarizzati, proletari. E allora se li va a pescare tra Terracina, dove è nata, e Roma, dove vive, da San Lorenzo a Tor Bella Monaca. E li incalza con domande sul sesso, la morte, la fede, il lavoro, la mamma ("chiama mamma come quando eri piccolo", ingiunge al padre vedovo che le risponde con la pazienza di Giobbe e alle novantenni che intervista, provoca, interroga), pone quesiti obliqui e imprevedibili ("ma i giovani stempiati soffrono?"), gioca con i suoi personaggi senza mai prenderli in giro, senza giudicarli, svela i meccanismi di ribalta e retroscena dell'azione filmica, inserisce nel montaggio le parti sbagliate, i richiami della regia. Intervallando tutto questo con dei quadri viventi surrealisti - al centro dei quali spesso si trova lei, in pigiama, su un letto fotografato in scorci metropolitani diurni - o la si vede aggirarsi scalza e vestita come una dea greca per picconare letteralmente le brutture di una Roma che non c'era quando lei era adolescente - quella del muro dell'Ara Pacis di Meier o il nuovo mercato di Testaccio -, si rotola per terra, urla, nell'indifferenza generale del mondo degli adulti. Si spoglia, persino. Crea squarci di riflessioni autobiografiche sempre in campo lunghissimo ("ho assaggiato lo zucchero della morte", parlando della perdita della madre), sguinzagliando, come a teatro, la sua vocazione ipercinetica, estrema  e sempre controcorrente, ironica e dolorosa al tempo stesso. Proprio come questo suo film, una ventata d'aria freschissima, cinema inclassificabile, sperimentale, lieve eppure profondo, sempre spiazzante, "fisico", che certo deve qualcosa al Moretti di Io sono un autarchico ed Ecce bombo (lei nella vasca completamente ricoperta da biscotti ricorda il regista romano in Bianca con il barattolone gigante di Nutella), a Buñuel, Huillet e Straub, Ciprì e Maresco, ai Comizi d'amore di Pasolini. Un cinema coraggiosissimo e al tempo stesso esilarante, N-arcisista e vitalissimo. Grazie, Eleonora, per averci salvati.    

giovedì 19 febbraio 2015

Il paese delle spose infelici

anno: 2011       
regia: MEZZAPESA, PIPPO  
genere: drammatico  
con Nicolas Orzella, Luca Schipani, Aylin Prandi, Nicola Rignanese, Valentina Carnelutti, Teresa Saponangelo, Antonio Gerardi, Gennaro Albano, Cosimo Villani, Rolando Ravello, Vito Lo Priore, Vincenzo Leggieri, Roberto Corradino, Antonio Lombardo, Teresa Ludovico  
location: Italia
voto: 4  

In un paese della Puglia si incrociano le esistenze di due adolescenti, Zazà (Schiopani) e Veleno (Orzella) - compagni di squadra di calcio di diversa estrazione sociale - e della bella Annalisa (Prandi, già vista, tra gli altri, in Qualche nuvola), ragazza enigmatica dal passato sofferto e con un matrimonio naufragato prima ancora di nascere. Sullo sfondo, politici affaristi, minori drop out oppure occupati in lavori sottopagati, famiglie disfunzionali, fratelli tossici, sogni ad occhi aperti per un domani migliore, magari in qualche grande squadra di calcio.
All'esordiente Pippo Mezzapesa va riconosciuta una sensibilità fuori dal comune nell'intercettare umori e registri di adolescenti randagi, confusi e impauriti, tra richiami felliniani ed eccessive spinte drammatiche. Ma nel suo insieme l'opera tratta dal romanzo omonimo di Mario Desiati è confusa, incerta, tutta impostata su un registro narrativo fiabesco e monocorde con elementi e personaggi che sembrano infilati nel racconto più per dare un minimo di credibilità ai titoli di testa che non per esigenze diegetiche (Valentina Carnelutti compare per una manciata di secondi ma il suo nome è tra i primi a comparire). Sul genere, molto meglio andarsi a rivedere film di registi come Capuano e Winspeare.    

mercoledì 29 ottobre 2014

Boyhood

anno: 2014       
regia: LINKLATER, RICHARD 
genere: drammatico 
con Ellar Coltrane, Patricia Arquette, Elijah Smith, Lorelei Linklater, Steven Chester Prince, Bonnie Cross, Sydney Orta, Libby Villari, Ethan Hawke, Marco Perella, Jamie Howard, Andrew Villarreal, Shane Graham, Tess Allen, Ryan Power, Sharee Fowler, Mark Finn, Charlie Sexton, Byron Jenkins, Holly Moore, David Blackwell, Barbara Chisholm, Matthew Martinez-Arndt, Cassidy Johnson, Cambell Westmoreland, Jennifer Griffin, Garry Peters, Merrilee McCommas, Tamara Jolaine, Jordan Howard, Andrew Bunten, Tyler Strother, Evie Thompson, Brad Hawkins, Savannah Welch, Mika Odom, Sinjin Venegas, Nick Krause, Derek Chase Hickey, Angela Rawna, Megan Devine, Jenni Tooley, Landon Collier, Roland Ruiz, Richard Andrew Jones, Karen Jones, Gordon Friday, Tom McTigue, Sam Dillon, Martel Summers, David Clark, Zoe Graham, Jessie Tilton, Richard Robichaux, Will Harris, Indica Shaw, Bruce Salmon, Wayne Sutton, Joe Sundell, Sean Tracey, Ben Hodges, Daniel Zeh, Chris Doubek, Andrea Chen, Mona Lee Fultz, Bill Wise, Alina Linklater, Charlotte Linklater, Genevieve Kinney, Elijah Ford, Kyle Crusham, Conrad Choucroun, Maximillian McNamara, Taylor Weaver, Jessi Mechler 
location: Usa
voto: 6,5 

L'idea è geniale, innovativa, coraggiosa: raccontare la storia di Mason (Coltrane), di sua sorella (Linklater) e della madre (Arquette) che li sta crescendo da soli, nell'arco di dodici anni. Dodici anni veri, però: quelli durante i quali, dai 6 ai 18, vediamo crescere Mason un po' alla volta, sua madre imbolsire, suo padre (Hawke) fare qualche comparsata giocherellona, il tutto girato nell'arco di soli 39 giorni spalmati in tutto quell'arco di tempo. Se prescindiamo da come Truffaut ha seguito per due decenni Jean Pierre Lèaud (da I 400 colpi a L'amore fugge), dall'epica di Heimat e dalla trilogia che lo stesso Linklater ha costruito con la stessa coppia di attori (Ethan Hawke e Julie Dephy) nell'arco di un ventennio (Prima dell'alba, Prima del tramonto e Prima di mezzanotte), al cinema non si era mai visto nulla del genere, nessuno prima di lui aveva finora scommesso su un progetto che qualsiasi accidenti avrebbe potuto fatalmente interrompere. Siamo alla versione più radicale del racconto di formazione, quella in cui i riti di passaggio, i continui traslochi, i cambi di città, i mariti della madre (entrambi alcolizzati) che vanno e vengono, le amicizie a scuola, i primi amori, fino al college e all'ingresso in una vita che porterà Mason fuori da casa sono raccontati come tappe archetipiche, necessarie, alle quali siamo chiamati come testimoni di un'esistenza che sembra essere (quasi) quella di tutti. Fin qui tutto bene. Peccato che il film che si è aggiudicato l'Orso d'argento al festival di Berlino finisca col sembrare una qualsiasi antologia di vissuto comune, dal taglio quasi documentaristico e intimista, con la Storia lasciata quasi sempre sul retroscena (c'è giusto il riferimento a Obama e pochissimo altro, mentre un ruolo più funzionale lo svolge la trasformazione della tecnologia). Un'occasione in parte persa, dunque, in nome di un racconto quasi asettico, privo di sussulti, di un cinema dei corpi che gioca sostanzialmente sulla sola trasformazione fisica, affidando al racconto di formazione vero e proprio un ruolo del tutto sussidiario.    

martedì 1 luglio 2014

Le cose belle

anno: 2012       
regia: FERRENTE, AGOSTINO * PIPERNO, FRANCESCO
genere: documentario
con Enzo della Volpe, Fabio Rippa, Adele Serra, Silvana Sorbetti
location: Italia
voto: 6,5

Nel 1999 Agostino Ferrente e Francesco Piperno girarono per conto di Rai Tre un documentario che aveva per protagonisti alcuni adolescenti: si intitolava Intervista a mia madre. Due ragazzi e due ragazze raccontavano i loro sogni, le loro aspirazioni, i loro desideri: il ragazzino che accompagna il padre nella "posteggia", cantando presso i ristoranti il repertorio del canzoniere napoletano classico; la ragazzetta che spera di diventare una fotomodella e vive con una sorella nata maschio; quella cresciuta solo con il padre, che ha smesso di fare il "mariuolo" per mantenere dignitosamente i figli; e il più classico degli scugnizzi napoletani, protagonista di interviste esilaranti (quella al poliziotto) e di pezzi da attore consumato.
Dodici anni dopo la troupe ritrova quei ragazzi ormai cresciuti in una Napoli sempre più degradata e ricoperta dall'immondizia, dominata dal bordone dei cantanti neomelodici. I sogni si sono spezzati, le "tante cose belle", che si augurano non escludendo che ce ne possano essere anche di brutte, sono impalpabili, così come è diventato invisibile il loro ottimismo. Li ritroviamo con  pochissime speranze, ambizioni azzerate, vite vissute in famiglie sempre più disastrate. Lo scarto tra la spensieratezza dell'adolescenza e l'implacabilità della vita adulta è uno schiaffo in piena faccia, l'evidenza di un Paese che ha rubato il futuro ai giovani, costretti ad arrabattarsi tra vendite porta a porta, disoccupazione, lavoretti come ballerine di lap dance o come cameriere d'hotel. Dal regista di quel gioiello che fu L'orchestra di Piazza Vittorio, un altro documentario che riesce a coniugare sensibilità antropologica e analisi del territorio, ma che rischia, a distanza, di far crescere la pila dei tanti documentari che hanno cercato di raccontare l'Italia in maniera minimalista e che rischiano di perdersi nell'oblio. Ma il finale, con Enzo della Volpe, uno dei quattro, che finalmente può coronare il suo sogno di incidere una delle tante canzoni napoletane che ha imparato da piccolo, fa venire i lucciconi e non può che rimanere incisa nella memoria.    

domenica 23 marzo 2014

Noi 4

anno: 2014       
regia: BRUNI, FRANCESCO
genere: drammatico
con Ksenija Rappoport, Fabrizio Gifuni, Lucrezia Guidone, Francesco Bracci Testasecca, Raffaella Lebboroni, Milena Vukotic, Gianluca Gobbi, Giulia Li Zhu Ye, Ivan Franek
location: Italia
voto: 4

Lara (Rappoport) apre le persiane di casa in una bella giornata di sole, è l'ingegnera che coordina i lavori della nuova rete metropolitana capitolina, è ossessionata dal suo corpo ed è sempre in ansia per tutto. Suo figlio quattordicenne Giacomo (Bracci Testasecca) si sveglia a casa della zia (Lebboroni), è timido e impacciato e ha un debole per una compagna di scuola giapponese. La sorella di Giacomo (Guidone), di otto anni più grande (ma sembra che ne abbia 20 di più), si aiuta con l'accendino per guardare l'ora dopo una notte passata al teatro Valle occupato e ha una tresca con un regista transalpino (Franek) che la molla su due piedi. Il padre dei due ragazzi (Gifuni), un artistoide piacione e scavezzacollo, viene destatato dal richiamo dell'amico che gli ha offerto il divano sul quale ha cercato l'ennesimo ricovero notturno di fortuna. I quattro risvegli della scena iniziale simbolizzano una famiglia disgregata che, forse, si ritroverà nel giorno in cui Giacomo ha l'esame di terza media.
Al suo secondo film da regista, Francesco Burni dilapida tutte le credenziali che si era conquistato con l'ottimo Scialla! (ma non dimentichiamo che è anche lo sceneggiatore di film eccellenti come Il capitale umano, Come si fa un Martini, Preferisco il rumore del mare e Condominio). Qui la scrittura del copione si fa troppo sentire, le situazioni narrate nell'unità di luogo e di spazio (le 24 ore con tanto di escursione al lago di Martignano nel giorno dell'esame di Giacomo) appaiono forzate e la vicenda della famigliola che deve ritrovare se stessa è flebile e stravista. Gifuni ha gioco facile nel fare il mattatore tra una Rappoport in continuo overacting e i due ragazzi vistosamente impacciati.    

mercoledì 12 marzo 2014

Diario di una schiappa 2: la legge dei più grandi (Diary of a Wimpy Kid: Rodrick Rules)

anno: 2011       
regia: BOWERS, DAVID  
genere: commedia  
con Zachary Gordon, Devon Bostick, Rachael Harris, Robert Capron, Steve Zahn, Connor Fielding, Owen Fielding, Peyton List, Karan Brar, Laine MacNeil, Grayson Russell, Terence Kelly, Fran Kranz, Bryce Hodgson, Andrew McNee, John Shaw, Alf Humphreys, Teryl Rothery, Serge Houde, Dalila Bela, Jakob Davies, Maple Batalia, Melissa Roxburgh, Jeff Kinney, Alec Willows, Sean Mathieson, Belita Moreno, Elysia Rotaru, Ben Hollingsworth, Michelle Harrison, Kevin Kazakoff, Graeme Duffy, Christopher De-Schuster, Samantha Page, Ava Hughes, Jake D. Smith, Owen Best, Spencer Drever, Michael Strusievici, Conner Ingram, Mark Brandon, Dawn Chubai, Brenda Anderson, Doreen Ramus, Betty Phillips, Tae Helgeth, Sheila Paterson, Monica Marko, Darcy Michael, Manoj Sood, Angela Moore, Nancy Ebert  
location: Usa
voto: 6

Arrivato al secondo anno di scuola media, Greg (Gordon) si invaghisce di una compagna di classe (List) ma ha un grosso problema: suo fratello (Bostick) rompe sempre e comunque e cerca di mandargli in pezzi i progetti di fidanzamento. I genitori vorrebbero che tra i due corresse buon sangue, ma l'unica maniera per darsi corda l'un l'altro è quella di tenersi reciprocamente il gioco rispetto a mamma e papà.
Meno riuscito del film precedente, questo secondo episodio si lascia apprezzare per la vis pedagogica con tratti assai ironici sul perbenismo di famiglia, per l'efficacia degli inserti animati e per l'originalità di molte scene.