Visualizzazione post con etichetta immigrati. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta immigrati. Mostra tutti i post

sabato 30 dicembre 2017

La prima neve

anno: 2013       
regia: SEGRE, ANDREA  
genere: drammatico  
con Jean-Christophe Folly, Matteo Marchel, Anita Caprioli, Peter Mitterrutzner, Giuseppe Battiston, Paolo Pierobon, Leonardo Paoli, Lorenzo Pintarelli, Roberto Citran, Andrea Pennacchi    
location: Italia
voto: 2  

Regista e documentarista impegnato sui temi del lavoro (Il sangue verde) e dell'immigrazione (Io sono Li), Andrea Segre prova a raccontare il dramma di un rifugiato proveniente dal Togo (Folly) che ha perso la moglie subito dopo che questa ha partorito la loro bambina. L'uomo sembra essersi integrato nella piccola comunità del Trentino dove entra in contatto con l'adolescente Michele (Marchel), orfano di padre, e con il nonno di quest'ultimo (Mitterrutzner), presso il quale svolge piccoli lavori di falegnameria. Ma il suo sogno è quello di proseguire il viaggio oltre confine.
Con uno stile semidocumentaristico, Segre registra gli infinitesimali spostamenti emotivi del protagonista, mettendoli in relazione con la tranquilla vita della comunità montanara. Lo stile, figlio della lezione olmiana, è di una lentezza esasperante e letargica, i dialoghi frammisti ai pensieri del protagonista sono didascalici e meno che ordinari, e sull'intera operazione grava - complice anche la fotografia sempre ricercatissima di Luca Bigazzi - un'aura di gelida autorialità, che non suscita alcuna empatia verso nessuno dei personaggi.    

giovedì 14 settembre 2017

L'ordine delle cose

anno: 2017       
regia: SEGRE, ANDREA  
genere: drammatico  
con Paolo Pierobon, Giuseppe Battiston, Valentina Carnelutti, Olivier Rabourdin, Fabrizio Ferracane, Yusra Warsama, Roberto Citran, Fausto Russo Alesi, Hossein Taheri    
location: Italia, Libia
voto: 7,5 

Gli italiani non ne possono più di sentir parlare di sbarchi sulle coste siciliane, di clandestini, di un'Europa distratta. Così il sottosegretario del Ministero degli Esteri (Russo Alesi) decide di inviare in Libia Corrado Rinaldi (Pierobon) - un superpoliziotto padovano solerte, preciso, affidabile e di poche parole - con il compito di trattare con il governo libico affinché quest'ultimo provveda sia a fermare le navi in rotta verso l'Italia che a sistemare la condizione dei profughi in quegli hot spot che dovrebbero essere dei centri di accoglienza ma che sono autentici lager. Rinaldi si troverà davanti a un dilemma etico: salvare la vita di una profuga (Warsama) con cui è entrato casualmente in più stretto contatto o assicurarsi che tutto abbia un proprio ordine secondo direttiva?
Andrea Segre si conferma regista sobrio e talentuoso, un autentico specialista sul tema dell'immigrazione che, dopo i due precedenti film di finzione (Io sono Li e La prima neve), viene affrontato da una prospettiva inedita nel nostro cinema. Ed è qui che Segre compie il suo capolavoro: riuscire a raccontare senza fronzoli, né didascalismi, la complessità del sistema che dovrebbe gestire il dramma dei profughi, tra loschi interessi del governo libico, soldi tintinnanti elargiti non sempre in maniera avveduta dall'Unione Europea, gestione dei cosiddetti centri di accoglienza e sedazione dell'opinione pubblica. Arriva così a realizzare un'opera importante e necessaria, grazie a un'ottima scelta di cast (Pierobon è perfettamente in parte), a un ritmo controllato ma tutt'altro che sonnolento e a una declinazione delle diverse situazioni che non scivola mai nella caricatura né tanto meno nel giudizio affrettato.    

lunedì 22 febbraio 2016

La gabbia dorata - La Jaula de oro

anno: 2013   
regia: QUEMADA-DIEZ, DIEGO
genere: avventura
con Brandon López, Rodolfo Domínguez, Karen Martínez, Carlos Chajón, Ramón Medína    
location: Guatemala, Messico, Nicaragua, Usa
voto: 6

L'odissea di tre 16enni - un ragazzino burbero, una ragazzina camuffata da maschio e un indio del Chiapas che non parla una sola parola di spagnolo - parte dal Guatemala e, attraverso il Messico, arriva fino agli Stati Uniti. Tra viaggi a piedi, in cima ai treni, assediati da predoni e trafficanti, che conoscono solo la legge delle armi e che prendono loro il pochissimo che hanno, e attriti tra i due ragazzini, il viaggio avrà un esito che lascia attoniti.
Il tema del varco delle frontiere da parte di popoli annichiliti da guerre e povertà, che ha finora visto impegnato soprattutto il cinema europeo (L'ospite inatteso, Lettere dal Sahara, Riparo, Verso l'Eden, Welcome, giusto per citarne qualcuno) torna a toccare i transfughi verso l'Eldorado a stelle e strisce dopo film come Traffic e Frozen river. Con una struttura narrativa da road movie, dialoghi ridotti al minimo e colonna sonora assente, una marcata attenzione al paesaggio e uno sguardo che cerca di oggettivare i moltissimi scogli dell'impresa quasi impossibile dei tre ragazzini, il film d'esordio di Diego Quemada-Diez, già operatore di macchina per Loach, la Coixet e Iñárritu, si distingue da opere analoghe per una rappresentazione scarnificata e senza alcune speranza, in una cornice filmica che sfiora il documentarismo senza il minimo orpello spettacolare.
Premiato a 'Un certain regard' di Cannes 2013.    

giovedì 27 agosto 2015

In un posto bellissimo

anno: 2015       
regia: CECERE, GIORGIA
genere: drammatico
con Isabella Ragonese, Alessio Boni, Paolo Sassanelli, Michele Griffo, Faysal Abbaoui, Tatiana Lepore, Piera Degli Esposti, Teresa Acerbis, Massimo Maffei, Carlotta Galli, Costanza Carafa    
location: Italia
voto: 4

"Avercelo uno normale…", sospira la sua socia (Lepore) del negozio dove Lucia (Ragonese) vende e confeziona fiori. "Tu non sei normale!", sentenzia suo marito (Boni). È tutto troppo "normale" nella vita della donna da apparirle insensato. Sfido io: con una costante mise antistupro (gonne plissettate, cardigan con colletto che spunta dal girocollo, capelli pinzati), il bel marito non ci ha pensato due volte a trovarsi un'amante (didascalica fino all'umorismo involontario la scena in cui i due ritrovano l'amplesso dopo che lei ha acquistato un indumento sexy per la notte). Come se non bastasse, Lucia si ritrova in casa anche Adenoid Android (Griffo), il figlio adolescente che parla con le adenoidi ed è meno espressivo di Wall-e (sarebbe interessante sapere in quale reparto di neuropsichiatria infantile è stato fatto il casting). La meta della donna, in una condizione sovraeccitante di questo tipo, diventa allora quella di prendere la patente prima di essere tumulata e, ancor di più, di aiutare un giovanissimo venditore ambulante (Abbaoui) che ha casualmente conosciuto all'indomani di un furto. La visita all'anziana madre (Degli Esposti) di una sua amica morta in un incidente e gli stanchi incontri con i genitori condiscono il resto della noiosissima vita della protagonista. Vita che annoia anche lo spettatore, incastrato tra trovate narrative forzate (il rapporto con l'immigrato sembra la bruttissima copia di Vesna va veloce o Welcome), scrittura piatta e personaggi pretestuosi, circondati da un'aura impalpabile, alla pari del titolo, destinato a un precocissimo oblio. Alla sua opera seconda dopo Il primo incarico, Giorgia Cecere dimostra ancora una volta quanto un'ambientazione ben studiata (la tranquilla Asti), la cifra stilistica a colori pastello e un copione scritto per sottrazione non bastino a fare cinema d'autore.    

mercoledì 19 marzo 2014

La mia classe

anno: 2013   
regia: GAGLIANONE, DANIELE
genere: drammatico
con Valerio Mastandrea, Bassirou Ballde, Mamon Bhuiyan, Gregorio Cabral, Jessica Canahuire Laura, Metin Celik, Pedro Savio De Andrade, Ahmet Gohtas, Easther Sam, Shujan Shahjalal, Lyudmyla Temchenko, Moussa Toure
location: Italia
voto: 7

Nel quartiere romano del Pigneto Daniele Gaglianone con la sua troupe sta girando un film su un insegnante (Mastandrea) alle prese con un gruppo di immigrati dalle origini più diverse, tutti lì per imparare la lingua italiana. Tra battute, strafalcioni e momenti di commozione, la realtà irrompe improvvisamente nella finzione: a uno di loro è scaduto il permesso di soggiorno e per lui le riprese non possono continuare. Siamo alla quintessenza della dialettica goffmaniana tra ribalta e retroscena: nel suo film più riuscito, Gaglianone - già regista di Nemmeno il destino, Pietro e Ruggine - intreccia continuamente i due piani, rendendo pressoché indistinguibile la finzione dalla realtà, in una docufiction che riesce a parlare del tema dell'immigrazione con originalità e un occhio puntato a La classe di Cantet. Un commento a parte lo merita l'interpretazione di Valerio Mastandrea, che non solo continua a stupire per le sue scelte così poco convenzionali (si pensi a Good morning Aman, Chi nasce tondo..., Piano 17, Barbara), ma per l'ennesima prova di stupefacente verismo, nella quale mostra inusitate doti improvvisative e umane.    

martedì 16 luglio 2013

Il fondamentalista riluttante (The Reluctant Fundamentalist)

anno: 2013   
regia: NAIR, MIRA 
genere: thriller 
con Riz Ahmed, Kate Hudson, Liev Schreiber, Kiefer Sutherland, Om Puri, Shabana Azmi, Martin Donovan, Nelsan Ellis, Haluk Bilginer, Meesha Shafi, Imaaduddin Shah, Christopher Nicholas Smith, Ashwath Bhatt, Sarah Quinn, Chandrachur Singh, Adil Hussain, Ali Sethi, Deepti Datt, Gary Richardson, Sonya Jehan, Golam Sarwar Harun, Rohan Gupta, Claire Roberts Lamont, Victor Slezak, Ismail Bashey, Mahmood Mamdani, Taylor St. Clair, Roy McCrerey, Clayton Landey, Mark Oliver, Jamie Moore, James Sutton, Vince Canlas, Yinka Adeboyeku, Amuche Chukudebelu, Cody W. Parker, Kuldeep Lulla, Daksh Vashisht, Charu Shankar, Javed Basu Kesselman 
location: Afghanistan, Filippine, Pakistan, Turchia, Usa
voto: 7,5

C'è una scena cruciale, in questo film di Mira Nair capace di scavare con sorprendente abilità ispettiva nella psicologia di un immigrato al soldo di una grande azienda di analisi finanziarie (Ahmed), ed è quando un editore turco - prossimo al tracollo della sua impresa - domanda al giovane protagonista se sa chi fossero i giannizzeri. Già, perché Changez Khan (questo il nome del protagonista) altro non è che l'emblema di una forma aggiornata di giannizzero, allevato come un fanatico secondo i dettami di Wall Street e poi messo nelle condizioni di nuocere proprio al suo popolo d'origine, quello pakistano, all'indomani dell'11 settembre.
La storia ci viene raccontata come un lunghissimo flashback che nasce da una specie di intervista che un agente della CIA (Schreiber), sotto le mentite spoglie di un giornalista, vorrebbe fare al nostro protagonista che nel frattempo si è dato all'insegnamento universitario dopo avere lasciato - non senza vicissitudini - gli agi (ma anche le difficoltà connesse all'aspetto somatico tipicamente mediorientale) e il cospicuo conto in banca della sua vita di emigrato di lusso. Nella partita a scacchi tra i due si celano visioni opposte su verità e collaborazione. Meglio di un trattato sulla teoria dei giochi.
L'indiana Mira Nair aveva già detto la sua sulle conseguenze dell'11 settembre partecipando con un corto al film collettaneo intitolato proprio a quella data. Qui allunga lo sguardo sulle forme opposte di fondamentalismo; quello che insegna le regole su come piegare le piccole aziende dandole in pasto alle multinazionali e quello che invoca le verità assolute espresse dal Corano. Per quanto la regista cerchi di mantenersi equidistante da entrambi, rasentando il cerchiobottismo, il personaggio del pakistano suscita una simpatia indubbiamente superiore al suo pavido antagonista.    

martedì 9 luglio 2013

Razzabastarda

anno: 2012       
regia: GASSMANN, ALESSANDRO  
genere: drammatico  
con Alessandro Gassman, Giovanni Anzaldo, Manrico Giammarota, Sergio Meogrossi, Matteo Taranto, Madalina Ghenea, Michele Placido  
location: Italia
voto: 6,5

Per il suo esordio da regista Alessandro Gassman ha scelto di portare sul grande schermo uno spettacolo recitato quasi 300 volte a teatro e precedentemente messo in scena da De Niro negli anni '80, tratto dal dramma di Reinaldo Povod Roman e il suo cucciolo. La storia, qui riadattata rispetto al copione originale, è quella di un rumeno (Gassman), in precario equilibrio tra ferocia e tenerezza e con figlio diciottenne a carico (Anzaldo) che per sbarcare il lunario si è messo a fare il pusher a Latina. L'uomo vorrebbe che il ragazzo prendesse ben altra strada, ma quando per entrambi si presenterà l'occasione per fare dei soldi facili, la vicenda virerà in tragedia.
Variante di una storia vista forse troppe altre volte, Razzabastarda soffre in parte i troppi temi della sceneggiatura (abbandono, droga, prostituzione, immigrazione, cultura, vita di periferia, aborto), ma si avvale di una coraggiosa messa in scena declinata quasi tutta al maschile, tesa, ben ritmata, ottimamente interpretata anche nelle parti minori e fotografata da Federico Schlatter con un bianco e nero "sporco", che enfatizza il senso di pathos che il plot prevede.    

mercoledì 8 maggio 2013

Benur - Un gladiatore in affitto (Tre comiche disperazioni)

anno: 2012       
regia: ANDREI, MASSIMO
genere: commedia
con Nicola Pistoia, Paolo Triestino, Elisabetta De Vito, Teresa Del Vecchio, Stefano Fresi, Mauro Mandolini, Giorgio Carosi, Stefania Polentini, Ilaria Giorgino, Fatma Frencia, Leonardo Belli, Natallia Barysava, Pino Le Pera, David Di Noia, Maurizio Di Noia, Harold De Jesus, Sasko Aleksovski, Alessandro Casentini, Raliza Georgieva, Kyra Kole, Alessandro Agostini, Anna Ioele, Marco Caldoro, Emanuele Belli, Francesca Belli, Omar Monno, Matteo Pluchino, Federico Gera, Daniele Starnoni, Ottavio Mattarelli, Mikalai Razhaluoski, Francesca Schiavone, Augusto Fornari, Alessandra Costanzo, Lorenzo Ficini
location: Italia
voto: 3

Guerra tra poveri a Corviale, borgata tra le più degradate della capitale. Sergio (Pistoia) è un ex stuntman che dopo un incidente sul lavoro si vede costretto a ripiegare sul ruolo di centurione che, all'ombra del Colosseo, si mette in posa per i turisti. Sennonché, per terminare un occasionale lavoro da imbianchino - che gli dovrebbe consentire di pagare la pigione nella casa dove vive insieme alla sorella (De Vito) - gli si presenta la possibilità di passare momentaneamente quella sua specie di impiego a Milan (Triestino), un ingegnere bielorusso inventivo e simpatico arrivato a Roma clandestinamente e disposto a qualsiasi cosa. Il rapporto tra i due, ai limiti della schiavitù, si trasformerà col tempo in una proficua amicizia.
La commedia che intristisce è il massimo del paradosso per chi voglia cimentarsi nel genere trainante del cinema italiano. Massimo Andrei, qui alla sua opera seconda, centra pienamente l'obiettivo con un film di origine teatrale (Ben Hur: una storia di ordinaria periferia di Gianni Clementi) che è un'antologia di cliché, situazioni scontate, trovate viste e straviste (la sorella che rammenda mentre lavora col telefono per una hot line…). Cinema da gabinetto (non a caso, l'ultima parola del film), dunque, sull'arte di arrangiarsi, che delle tre comiche disperazioni del sottotitolo mantiene soltanto il sostantivo, senza lasciare traccia dell'aggettivo e che al massimo può aspirare al titolo di scult entro il Grande Raccordo Anulare.
Nella gara tra improbabili mattatori, Triestino (caratterista visto soprattutto nel cinema di Verdone e dei Vanzina) sovrasta Pistoia (molto teatro, poco cinema: da Piccoli equivoci a Uomini sull'orlo di una crisi di nervi): tanto ricco di sfumature il primo, quanto monocorde nella sua perpetua volgarità urlata il secondo.    

sabato 2 marzo 2013

Fratelli d'Italia

anno: 2009       
regia: GIOVANNESI, CLAUDIO
genere: documentario
con Alin Delbaci, Masha Carbonetti, Nader Sarhan
location: Italia
voto: 5,5

L'immigrazione di seconda generazione esplorata con un trittico che ne racconta le difficoltà di integrazione. Tre episodi che stanno molto più dalla parte del documentario che della fiction (il modello di riferimento è più o meno La classe e c'è da domandarsi come abbia fatto Giovannesi a ottenere tanta autenticità e quante ore abbia dovuto girare per ottenere tanto verismo), tutti ambientati a Ostia, con protagonisti tre studenti del locale istituto tecnico Toscanelli. Nel primo un ragazzo rumeno diventa l'oggetto di discussione tra docenti e discenti per via il suo comportamento antisociale. Nel secondo una ragazza bielorussa è in bilico rispetto alla decisione se raggiungere il proprio fratello di sangue nel paese natale, conosciuto anni dopo essere stata adottata da una famiglia italiana. Il terzo è la prova generale di quello che in seguito sarebbe diventato Alì ha gli occhi azzurri: un sedicenne arabo vive in maniera conflittuale le imposizioni materne in materia di scelte amorose: sua madre infatti non vuole che il ragazzo si metta con una italiana e la lite è sempre dietro l'angolo.
Interessante spunto documentaristico dal piglio zavattiniano, con la macchina da presa a pedinare gioorno e notte i tre protagonisti, ma con esito un po' monocorde (ricorrono la scuola, gli ambienti, le età) per un film che ha comunque il merito di investigare la doppia anima di questi ragazzi che passano con disinvoltura dal vernacolo romanesco agli idiomi dei loro paesi d'origine.    

domenica 30 dicembre 2012

Là-bas - Educazione criminale

anno: 2011   
regia: LOMBARDI, GUIDO 
genere: gangster 
con Kader Alassane, Moussa Mone, Esther Elisha, Billy Serigne Faye, Fatima Traore, Alassane Doulougou, Salvatore Ruocco, Franco Caiazzo, Gaetano Di Vaio, Marco Mario de Notaris 
location: Italia
voto: 6

Il 18 settembre del 2008 un gruppo di camorristi affiliato al clan dei Casalesi fece una strage di ragazzi africani presso una sartoria di Castel Volturno. Uno di loro sopravvisse fingendosi morto e risultando decisivo per le testimonianze del processo. Le indagini dimostrarono che nessuno dei morti era legato alla camorra né tanto meno alla mafia nigeriana, che sul posto gestiva droga e prostituzione. L'esordiente Guido Lombardi racconta quell'episodio orribile con un film che sta a metà strada tra ricostruzione documentaristica e finzione, parente alla lontana di Gomorra di Garrone. Al centro della vicenda c'è Yssouf (Alassane), che si arrabatta come può vendendo fazzoletti ai semafori fino a quando non viene ingaggiato da quel piccolo boss locale che è diventrato suo zio (Mone). Quando il ragazzo si trasforma in un corriere della droga cominciano i guai seri.
Lombardi ricostruisce con grande verismo gli ambienti degradati dell'hinterland casertano e le condizioni di miseria dei neri sfruttati e spesso vestiti solo con tute acetate, mostrando altresì sensibilità antropologica nel documentare le abitudini religiose e la determinazione verso l'integrazione nel tessuto sociale di quella parte di immigrati non disposti a scendere a compromessi con la criminalità organizzata. Al film, che pure ha fatto incetta di premi (tra questi, il Leone del futuro-premio opera prima "Luigi De Laurentiis" al festival di Venezia), manca soltanto un pizzico di ritmo e un po' più di coraggio nella scelte di regia, per quanto resti apprezzabile il tentativo di restituire per intero la Babele linguistica di un luogo dove la lingua italiana serve soltanto da ponte tra idiomi diversi. Il che ha reso necessario sottotitolare l'intero film.     

martedì 11 settembre 2012

L'ospite segreto

anno: 2003   
regia: MODUGNO, PAOLO 
genere: drammatico 
con Corso Salani, Romina Mondello, Ludgero Fortes Dos Santos, Spiros Focás, Gigi Angelillo, Ben Gazzara 
location: Italia
voto: 1

Non basta l'intento encomiabile e politicamente corretto di abbattere i pregiudizi sugli immigrati, non basta ispirarsi a Il clandestino di Joseph Conrad né incassare i quattrini del Ministero dei Beni Culturali per fare un film decente. Con L'ospite segreto siamo a uno dei tanti, troppi casi in cui il cinema italiano tocca il grado zero della scrittura filmica. La storiellina, ultraschematica, è questa: un profugo (Fortes Dos Santos) che sta per imbarcarsi su una carretta del mare si rivela essere una presenza scomoda per i loschi traffici dei naviganti. Angariato da questi ultimi, fugge buttandosi in acqua, fino a raggiungere la nave guidata dal capitano Alliano (Salani), che lo imbarca e lo nasconde all'interno di essa. Tra i due nasce un rapporto di reciproca fiducia, che si consoliderà quando il clandestino sarà costretto a fare i conti con la giustizia dopo varie peripezie e accuse ingiuste.
Non c'è una sola cosa che funzioni in questo film: gli attori che parlano tutti col birignao e, quanto a pronuncia, si lasciano sovrastare dal clandestino (credibilissimo!...), dialoghi in punta di plancia sopra i massimi sistemi, la Mondello (stendiamo un velo pietoso sul suo curriculum da attrice) che con la sua voce da bambina di tre anni duetta con Ben Gazzara, l'unico attore al mondo che lavori col torcicollo incorporato. Ma l'apice lo toccano gli inserti del tutto gratuiti in cui si vedono stralci di concerto dei Sarah F. Dietrich e Mark Hanna: uno spottone per una musica insopportabilmente molesta.    

giovedì 2 agosto 2012

Le cose che restano

anno: 2010     
regia: TAVARELLI, GIANLUCA MARIA
genere: drammatico
con Paola Cortellesi, Claudio Santamaria, Lorenzo Balducci, Ennio Fantastichini, Antonia Liskova, Leila Bekhti, Farida Rahouadj, Daniela Giordano, Valentina D'Agostino, Corrado Fortuna, Maurilio Leto, Enrico Roccaforte, Alessandro Sperduti, Federica De Cola, Sabrina Paravicini, Karen Ciaurro, Elisabetta Pellini, Antonella Attili, Vincenzo Amato, Thierry Neuvic, Francesco Scianna
location: Italia
voto: 3,5

Le cose che restano alla fine d questo film sono: due morti, due separazioni, due irachene (madre e figlia) che si ritrovano e due ragazzi che si fanno una nuotata insieme. Ma non resta nulla di quell'epopea raccontata con La meglio gioventù, film del quale quest'opera in quattro puntate per la televisione - scritta anch'essa da Rulli e Petraglia - vorrebbe implicitamente richiamarsi.
Al centro della scena c'è la grande casa di una famiglia dell borghesia romana salottiera, che con l'andare del tempo si trasforma in un porto di mare. L'unione iniziale del nucleo si infrange quando il più giovane, Lorenzo (Sperduti), muore in un incidente d'auto. La madre (Giordano) va in depressione e si trasferisce in una sorta di esilio coatto in una clinica toscana. Il padre (Fantastichini), che da tempo ha una relazione adulterina con una donna più giovane, si sposta per qualche tempo in Iraq per concludere i suoi affari. Affari che piacciono pochissimo al terzogenito Nino (Balducci), neolaureato in architettura ma poco disposto a subire il retaggio della famiglia, al punto da andare a fare il manovale ingaggiando al tempo stesso una relazione con la moglie (Liskova) del suo relatore di tesi (Amato). Ed è proprio lui che, in occasione di una visita in Sicilia al fratello maggiore Andrea (Santamaria), si imbatte in Shaba (Rahouadj), una profuga irachena in cerca della figlia (Bekhti). Dal canto suo Andrea, un giramondo ministeriale che lavora nell'ambito della cooperazione internazionale, è un omosessuale che ha una relazione con un francese (Neuvic) che lui non sa essere in fin di vita e che ha una figlia piccolissima. Rimane Nora (Cortellesi), la secondogenita, psicologa alle prese con un matrimonio sbagliato, un figlio appena nato e un caso difficile da risolvere tra i suoi pazienti, dovuto a perdita della memoria. Insomma, c'è materiale sovrabbondante e debordante in queste oltre 6 ore di film durante le quali si parla di prostituzione, droga, omosessualità, guerra, morte, aborto, immigrazione clandestina, tradimento, affidamento dei figli, omosessualità, malattia e nel quale assistiamo persino a  un'incursione nel poliziesco. Troppo, davvero troppo, per non suscitare il dubbio di voler accontentare qualsiasi palato, a cominciare da quello dei consumatori di polpettoni, in un registro che sembra voler continuamente vellicare il groppo in gola e cercare la lacrima a tutti i costi. Il Tavarelli di Un amore è lontanissimo.    

martedì 29 maggio 2012

Io sono Li

anno: 2011       
regia: SEGRE, ANDREA  
genere: drammatico  
con Tao Zhao, Rade Serbedzija, Marco Paolini, Roberto Citran, Giuseppe Battiston, Giordano Bacci, Zhong Cheng, Federico Hu, Spartaco Mainardi, Andrea Pennacchi, Sara Perini, Amleto Voltolina, Wang Yuan  
location: Italia
voto: 7

Avrebbe forse dovuto intitolarsi Io sono lirico il primo lungometraggio di finzione girato, dopo una serie di documentari, dal regista veneto Andrea Segre. Trasuda infatti poesia a partire dalla didascalia che apre i titoli di testa, un omaggio al poeta cinese QuYuan, e a proseguire con le immagini incantevoli della laguna veneta (fotografate con la consueta perizia da Luca Bigazzi), con la suggestività umida e nebbiosa delle location e con le musiche intimiste di François Couturier. Un tale effluvio di poesia, che in qualche momento cede il passo al manierismo, per raccontare la vicenda di Li (Zhao), operaia tessile costretta a lasciare Roma per spostarsi a Chioggia, un impiego da barista, in attesa che le venga concesso - non dalle autorità italiane, ma dai "colonnelli" cinesi - di riavere con sé avere il figlio di 8 anni. A Chioggia Li conosce Bepi (Serbedzija), un vecchio pescatore di origini slave soprannominato "il poeta", ma la maldicenza dei chioggiotti e il cinico pragmatismo dei cinesi determinano la chiusura coatta di quell'amicizia.
Segre - un dottorato in sociologia e tanta ricerca sul campo - dimostra una chiara competenza nelle storie che racconta, conosce il mondo di cui parla e riesce così a rappresentare benissimo la misantropia serpeggiante di un popolo abituato a convivere con la bruma e con l'acqua che entra nei bar e nelle osterie, come se nulla fosse. Lo stile ellittico, il timone tenuto saldamente nella direzione di attori, tutti ugualmente bravi e credibili, ma anche un certo compiacimento autoriale fanno intravedere una personalità cinematograficamente matura, in attesa delle prossime prove.    

mercoledì 11 aprile 2012

Cosa piove dal cielo? (Un cuento chino)

anno: 2011       
regia: BORENSZTEIN, SEBASTIAN  
genere: grottesco  
con Ricardo Darín, Muriel Santa Ana, Ignacio Huang, Enric Cambray, Iván Romanelli, Joaquín Bouzas, Julia Castelló Agulló, Gustavo Comini, Vivian El Javer, Javier Pinto, Derli Prada, Pablo Seijo  
location: Argentina
voto: 5,5

Roberto (Darin) è il gestore di un negozio di ferramenta che ha l'abitudine di andare a dormire tutte le notti alle 11 in punto e di collezionare articoli di giornale che riguardano fatti assurdi. La sua vita scorre arida e monotona finché non si imbatte casualmente in un 25enne cinese spaesato (Huang) che sta cercando a Buenos Aires uno zio che neppure conosce. Per il solitario Roberto, l'incontro col ragazzo cinese farà da viatico a una rinascita.
Il film che ha vinto il premio del pubblico al festival del cinema di Roma assembla carinerie e trovate grottesche dal sapore surreale (dai titoli di coda si evince che la mucca piovuta dal cielo sulla barchetta dei due fidanzatini sia un fatto realmente accaduto). Non riesce però ad andare oltre lo schema della strana coppia, con qualche guizzo ironico e un registro sostanzialmente monocorde.    

lunedì 26 dicembre 2011

La vera leggenda di Tony Vilar

anno: 2006   
regia: GAGLIARDI, GIUSEPPE 
genere: documentario 
con Peppe Voltarelli, Totonno Chiappetta, Cristina Mantis, Dario De Luca, Saverio La Ruina, Antonio Aiello, Roy Paci 
location: Argentina, Usa   
voto: 5

Negli anni '60 un certo Tony Vilar - al secolo, Antonio Ragusa - lasciò l'Italia per emigrare in Argentina, dove ebbe un successo incredibile come crooner. Poi, nel pieno della popolarità, sparì improvvisamente al punto che neppure la ex moglie ne seppe più nulla. Peppe Voltarelli, musicista anch'egli e parente alla lontana di Vilar, si mette sulle tracce dell'uomo per trovare una soluzione al mistero. Il suo viaggio è l'occasione per un ritratto degli italiani all'estero, tra Argentina e Stati Uniti: uomini con i patacconi al mignolo, colletti spropositati fuori dalla giacca, catene, catenine, bracciali e broccolino, facce che farebbero sentire chiunque più al sicuro all'Ucciardone. Il mockumentary firmato da Giuseppe Gagliardi e nato da un'idea dello stesso Voltarelli, con qualche intermezzo dichiaratamente ludico, la tira però troppo per le lunghe e in più occasioni perde colpi, nonostante il motivo incredibile che ha determinato la sparizione di Vilar, che ovviamente è vietato svelare.

sabato 26 novembre 2011

Miracolo a Le Havre (Le Havre)

anno: 2011       
regia: KAURISMÄKI, AKI 
genere: grottesco 
con André Wilms, Kati Outinen, Jean-Pierre Darroussin, Blondin Miguel, Elina Salo, Evelyne Didi, Quoc Dung Nguyen, François Monnié, Roberto Piazza, Pierre Étaix, Jean-Pierre Léaud 
location: Francia
voto: 3

19 anni dopo Vita da Bohème, il finlandese Kaurismaki torna in Francia per raccontare, con toni inusitatamente più leggeri rispetto ai recenti Le luci della sera e L'uomo senza passato, un mondo ai margini che vuole anche essere anche un tributo - in parte esplicito, a cominciare dal nome del protagonista, Marcel Marx - a Marcel Carnè, ai fratelli Marx, ma anche a Tati e Bresson. Lo schema è il solito: una storia fuori dal tempo, facce irregolari, attori chiamati alla non recitazione, macchina da presa immobile, regia straniata, ritmo lentissimo, improvvisi scantonamenti tra l'onirico e il grottesco, dropout al centro della narrazione e persino un siparietto rockettaro con un Little Bob (Piazza) molto vicino alle stramberie dei Lenigrad Cowboys. Ma stavolta la fiaba di Aki Kaurismaki manca il bersaglio e la vicenda di Idrissa (Miguel), ragazzino partito dall'Africa per raggiungere in Inghilterra i suoi genitori con la benemerenza di un lustrascarpe (Wilms) e dei suoi sodali, è uno spunto narrativo davvero troppo esile.    

domenica 4 settembre 2011

Cose dell'altro mondo

anno: 2011       
regia: PATIERNO, FRANCESCO
genere: commedia fantastica
con Diego Abatantuono, Valerio Mastandrea, Valentina Lodovini, Sandra Collodel, Grazia Schiavo, Maurizio Donadoni, Vitaliano Trevisan, Riccardo Bergo, Sergio Bustric, Fulvio Molena, Laura Efrikian, Fabio Ferri
location: Italia
voto: 4

Non c'è verso: la commedia italiana non ce la fa proprio a uscire dai più vieti stereotipi. Sia che parli di politica (Qualunquemente), di scuola (Genitori & figli; Immaturi), di lavoro (Senza arte né parte; Generazione mille euro; C'è chi dice no), essa sembra voler ricalcare a forza gli stilemi della semplificazione a beneficio del pubblico televisivo, inzeppata com'è di macchiette e cliché. Non fa eccezione questo terzo film di Francesco Patierno, regista in cerca di identità che cambia registro ad ogni occasione, e che qui traduce su pellicola uno spunto di Sergio Arau (Un giorno senza messicani). La storia è quella di un imprenditore veneto fieramente razzista (Abatantuono), che usa una tv privata per le sue giaculatorie contro gli immigrati, invocando la loro sparizione dal territorio. Il giorno in cui ciò accade davvero la cittadina (il film è girato tra Bassano del Grappa e Treviso), e con essa il resto d'Italia, va in panne: non si trovano più badanti né operai, le pompe di benzina diventano oggetto di sciacallaggio e le carceri si svuotano.
Lo spunto fantapolitico non basta a colmare un vuoto di idee e la ridda di banalità che ne segue. Battute fiacche, plot narrativo arrancante, attori al minimo sindacale, con la solita eccezione di un Mastandrea che sovrasta tutti e Abatantuono che sembra non aver capito che il set dove lavora non è quello dei Vanzina.    

lunedì 29 agosto 2011

Cover boy - L'ultima rivoluzione

anno: 2008   
regia: AMOROSO, CARMINE
genere: drammatico
con Eduard Gabia, Luca Lionello, Chiara Caselli, Gabriel Spahiu, Francesco Dominedò, Razvan Cacoveanu, Luciana Littizzetto, Walter D'Errico, Susan Lay
location: Italia, Romania
voto: 7

Inizia e finisce con un lutto la storia di Ioan (Gabia), bella faccia pulita che ricorda quella di Jovanotti,  partito dalla Romania alla ricerca di un po' di fortuna in Italia. Arrivato nel Belpaese in quella congiuntura storica indecorosa e interminabile puntellata dalle voci off falsamente rassicuranti di Ratzinger e Berlusconi, il ragazzo passa tutta la trafila dell'immigrato indesiderato, stringe amicizia con un quarantenne romano (Lionello) che lo ospita e che sta messo male quanto lui ma alla fine sembra avere un colpo di fortuna come ragazzo immagine. Ed è proprio come quella sua bella faccia pulita, specchio dell'anima, che Ioan manterrà integra fino in fondo la sua dignità.
Tra il documentario e la finzione, Cover boy è un buddy movie girato in digitale che ci porta dall'universo dei paria della Stazione Termini al luccichio del mondo iperpatinato della Milano della moda e della pubblicità. Per quanto la regia riesca a evitare lo stridore tra le due ambientazioni, il film tradisce una certa discontinuità, a cominciare dal casting, con la Littizzetto che sembra perennemente negli studi di Che tempo che fa, e a proseguire con qualche scantonamento narrativo un po' glamour. Ma la forza del film - fratello maggiore de La ballata del lavavetri - sta nella messa in scena del disagio profondissimo di chi è straniero anche in patria, come capita al personaggio interpretato con sensibilità da Luca Lionello, che qui sfodera una prova memorabile.
Miglior film al Festival politico di Barcellona.    

sabato 13 agosto 2011

Once we were strangers

anno: 1997   
regia: CRIALESE, EMANUELE
genere: grottesco
con Vincenzo Amato, Lynn Cohen, Anjalee Deshpande, Susan Mitchell, Ajay Naidu, Lazaro Perez, Jessica Whitney Gould, Adrian Witzke
location: Usa
voto: 3

La partenza, fulminante, è illusoria: il cuoco di un ristorante italiano a New York (Amato) battibecca con un cliente che pretende la carbonara con l'aglio. L'alterco ha un esito inatteso, con la compagna del cliente (Cohen) che gira i tacchi per diventare, da lì a qualche giorno, l'oggetto della concupiscenza del cuoco. Ma quella partenza scintillante è un fuoco fatuo: l'opera d'esordio di Emanuele Crialese è una commedia sgangherata che deraglia spesso sul grottesco involontario, tra matrimoni combinati, ossessioni amorose, espedienti nel lavoro, esperimenti farmacologici, gag surreali. C'è di tutto in questo film che, fin dal titolo, sembra anticipare lo sguardo affettuoso e comprensivo che Crialese avrebbe gettato sugli emigranti italiani di inizio Novecento con Nuovomondo. Qui invece siamo alla ricerca della boutade a qualsiasi costo, con un protagonista (Amato) a farne da perno di un racconto scombinato che cerca di guardare alle difficoltà degli italiani all'estero con un registro tra il comico e il paternalistico.    

domenica 7 agosto 2011

Nuovomondo - The golden door

anno: 2006   
regia: CRIALESE, EMANUELE 
genere: drammatico 
con Charlotte Gainsbourg, Vincenzo Amato, Aurora Quattrocchi, Francesco Casisa, Filippo Pucillo, Federica de Cola, Isabella Ragonese, Vincent Schiavelli, Massimo Laguardia, Filippo Luna, Ernesto Mahieux 
location: Italia, Usa
voto: 4,5

Quando gli emigranti eravamo noi, stipati dentro le navi, sottoposti al momento dell'approdo a qualsiasi tipo di ispezione e di test, ritenuti inferiori. È il tema di Nuovomondo, il film che Emanuele Crialese ha diretto con uno stile che deve più al documentario antropologico che alla finzione. Al centro della scena c'è una famiglia siciliana di contadini analfabeti che spera di fare fortuna in America. Con loro viaggia una nobildonna inglese decaduta in cerca di dote (Gainsbourg). La trama è sostanzialmente tutta qui: il resto è costituito da riprese interminabili e compiaciute che portano il protagonista sul santuario con un'attesa da oracolo, i contatti in nave e le difficoltà del viaggio, l'orgoglio della madre del protagonista, le visite all'arrivo, i matrimoni combinati. Tutta materia filmica assemblata con indubbio talento visivo - non mancano un paio di scorci onirici - ma che sembra fine a se stessa. Come ha malignamente scritto qualche critico, non senza vederci lungo, i registi come Crialese "non lavorano ma capolavorano".
Vincitore di 3 David di Donatello 2007: migliore scenografia, costumi, effetti speciali visivi.