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lunedì 9 aprile 2018

Tonya (I, Tonya)

anno: 2017       
regia: GILLESPIE, CRAIG  
genere: biografico  
con Margot Robbie, Sebastian Stan, Allison Janney, Julianne Nicholson, Paul Walter Hauser, Bobby Cannavale, Bojana Novakovic, Caitlin Carver, Mckenna Grace    
location: Usa
voto: 7  

Biopic di Tonya Harding (Robbie), pattinatrice americana arrivata ai massimi allori tra la fine degli anni Ottanta e la prima metà dei Novanta, ma assurta anche alla ribalta della cronaca giudiziaria per via del suo coinvolgimento nell'aggressione alla temutissima rivale Nancy Carrigan (era il 1994). Craig Gillespie (suo l'originale Lars e una ragazza tutta sua) prova a raccontarne la parabola sportiva e personale sospendendo fin troppo il giudizio su un personaggio che nel film rischia di diventare un santino vittima della madre (Allison Janney, impegnata in un ruolo cinico e brutale, in posa con un pappagallo sulla spalla durante le interviste e giustamente insignita con l'Oscar per la migliore interpretazione femminile da attrice non protagonista), a sua volta personaggio-chiave di una sottotrama non meno interessante. Raccontato con un certo compiacimento da cinema indie con venature acide e grottesche, trovate narrative accattivanti - con i quattro protagonisti che ricordano i diversi eventi in flashforward, ormai invecchiati - e una colonna sonora che assembla greatest hits di varie epoche, Tonya si concentra sul tira e molla perenne tra la protagonista e suo marito (Stan), un parassita dalla sberla facile, senza dimenticare di esaltare filologicamente le imprese sulla pista di ghiaccio della protagonista, un'antieroina lontanissima dai principi di De Coubertin, che grazie ai miracoli della postproduzione in digitale riesce a replicare gli impossibili tripli axel tramite la sovrapposizione del suo volto con quello di due pattinatrici professioniste.    

martedì 4 luglio 2017

Di che segno sei?

anno: 1975       
regia: CORBUCCI, SERGIO   
genere: commedia a episodi   
con Paolo Villaggio, Mariangela Melato, Adriano Celentano, Renato Pozzetto, Giovanna Ralli, Alberto Sordi, Luciano Salce, Ileana Lilli Carati, Massimo Boldi, Marilda Donà, Luigi Gino Pernice, Giuliana Calandra, Jack La Cayenne, Maria Antonietta Beluzzi, Ugo Bologna, Mafalda Berri, Gil Cagne, Shirley Corrigan, Marcello Di Falco, Sofia Dionisio, Angelo Pellegrino, Lucia Alberti    
location: Italia
voto: 4,5   

Negli anni in cui i film a episodi, radunando attori ben noti al grande pubblico, assicuravano consistenti guadagni al botteghino, qualsiasi scusa era buona per licenziare nuovi assemblaggi. Compresi i segni dello zodiaco. I quattro episodi del film diretto con minimo impegno sindacale da Sergio Corbucci si riferiscono ai segni di aria, terra, acqua e fuoco, pur essendo del tutto pretestuosi. Nel primo episodio, a seguito di una diagnosi malposta, un comandante della marina (Villaggio) è ossessionato dall'eventualità di diventare una donna. Nel secondo un artista circense (Celentano), pur di poter partecipare a una gara di ballo in Romagna, uccide la moglie. Nel terzo un muratore (Pozzetto) spera di poter aprire una tabaccheria e finisce con l'amoreggiare con l'amante (Ralli) di un ricco signore (Salce). Nel quarto una guardia del corpo (Sordi), reclutata per poter sventare possibili rapimenti, sconquassa la vita del suo assistito, un "cumenda" brianzolo (Bologna).
Molta acqua di rose e quasi nessuna sostanza se non i cliché con cui i protagonisti replicano figure già viste altrove. Villaggio richiama Fracchia e Fantozzi; Celentano il tamarro fascinoso; Pozzetto la sua comicità stralunata e surreale; ma il più grande è Sordi, che da solo riscatta l'intero polittico riproponendo il Nando Moriconi di Un americano a Roma. Incontenibile mattatore, l'Albertone nazionale si mangia il film (e tutte le altre star) in un solo boccone, con una performance da urlo che fa quasi passare in secondo piano gli intenti meramente commerciali del lungometraggio e la pochezza della scrittura.

martedì 13 giugno 2017

Io danzerò (La Danseuse)

anno: 2016       
regia: DI GIUSTO, STEPHANIE   
genere. biografico   
con Soko, Gaspard Ulliel, Mélanie Thierry, Lily-Rose Melody Depp, François Damiens, Louis-Do de Lencquesaing, Amanda Plummer, Denis Ménochet, Louis Garrel, William Houston, Charlie Morgan, James Flynn    
location: Francia, Usa
voto: 4   

Nel 1887, alla morte del padre, la venticinquenne Marie Louise (Soko) salpa dagli Stati Uniti per cercare fortuna come attrice in Francia. Qui la ragazza, omosessuale dichiarata che nel frattempo ha assunto il nome d'arte di Loïe Fuller, pur non sapendo ballare rivoluzionerà il concetto stesso di danza, esibendosi dapprima alle Folies Bergères e quindi addirittura all'Opera di Parigi.
La esordiente Stéfanie De Giusto, spocchia tutta francese e piglio intollerabilmente magniloquente, firma un biopic che comincia come un film western e di dipana in una narrazione piatta con ambizioni autoriali, ricercatezze gratuite e una pensosità diffusa che mette in secondo piano l'unica cosa buona del film: la ricostruzione dello spettacolare gioco di luci e forme con cui la Fuller, utilizzando semplicemente dei bastoni e dei lunghissimi veli, riuscì a mandare in visibilio il pubblico della Belle Époque grazie alla sua "danza serpentina". Il film tratto da un libro di Giovanni Lista si concentra invece sul rapporto con un nobiluomo depresso (Garrel) e con la stella nascente di Isadora Duncan (l'insipida Lily-Rose Melody Depp, figlia di Johnny Depp), una vera ballerina, affidandosi all'inespressività di Soko, la cantante di origine polacca che fece fortuna su MySpace grazie a un video girato col cellulare…    

lunedì 8 maggio 2017

Sole cuore amore

anno: 2016       
regia: VICARI, DANIELE
genere: drammatico
con Isabella Ragonese, Eva Grieco, Francesco Montanari, Francesco Acquaroli, Giulia Anchisi, Chiara Scalise, Giordano De Plano, Paola Tiziana Cruciani, Noemi Abbrescia, Marzio Romano Falcione, Ines Tocco    
location: Italia
voto: 3

Verrebbe quasi da buttargli le braccia al collo, a Daniele Vicari, per l'impegno che ci mette, per i temi che tocca (il degrado delle periferie di Velocità massima, il tentativo di rigenerazione esistenziale de L'orizzonte degli eventi, il vizio del gioco di Il passato è una terra straniera, le torture del G8 di Genova di Diaz, più alcuni documentari come Il mio paese e La nave dolce). Il problema è che a questo nipotino di Ken Loach sembra proprio mancare il talento, il dono del racconto, la scrittura dei dialoghi.
Anche questo Sole cuore amore - titolo buttato lì a caso, ennesimo trasferimento al cinema di una canzone immonda, Tre parole della meteora Valeria Rossi - si colloca sul solco dei precedenti: tema di grande impegno civile (quello delle nuove forme di schiavitù sul lavoro e dell'impossibilità di realizzarsi con esso) raccontato con una scelta stilistica stramba: due film al prezzo di uno. Già, perché Sole cuore amore da un lato segue la vicenda umana di Eli (Ragonese), giovane madre di quattro figli (gulp!) e moglie di uno sfaccendato (Montanari), che abita ben lontana dal Grande Raccordo Anulare e sbarca il lunario per 800 euro mensili fuori busta facendo la banchista in un bar di Roma: il padrone (Acquaroli) la vessa, lei non sta bene in salute, ma la donna riesce comunque ad avere il sorriso stampato sulle labbra h24. Praticamente, un film di fantascienza, sebbene ispirato alla terribile storia vera di Isabella Viola, trovata morta, sfiancata dal lavoro, alla stazione Termini di Roma nel 2012. Parallelamente, seguiamo la vicenda di Vale (Grieco), che vive nello stesso stabile desolante di Eli, si arrangia facendo la ballerina (la "performer", dice lei…), ha un pessimo rapporto con la madre bacchettona (Cruciani) e qualche irrisolta tendenza saffica.
Le due parti del film dialogano approssimativamente, hanno contatti caduchi ma, soprattutto, sono scritte sciattamente: i dialoghi sono ben sotto il livello di guardia, la narrazione ripete costantemente lo stesso modulo e la recitazione di molti personaggi secondari non aiuta, così come non aiuta il romanesco posticcio di Isabella Ragonese, che sembra involontariamente ricordare il Massimo Boldi che stilettava con accento lombardo: "ma i mortaci tui". Prego, ripresentarsi a settembre.    

sabato 12 novembre 2011

Pina

anno: 2011       
regia: WENDERS, WIM 
genere: documentario 
con Pina Bausch, Regina Advento, Malou Airaudo, Ruth Amarante, Jorge Puerta Armenta, Rainer Behr, Andrey Berezin, Damiano Ottavio Bigi, Ales Cucek, Clémentine Deluy, Josephine Ann Endicott, Lutz Förster, Pablo Aran Gimeno, Mechthild Grossmann, Silvia Farias Heredia, Barbara Kaufmann, Nayoung Kim, Daphnis Kokkinos, Ed Kortlandt, Eddie Martinez, Dominique Mercy, Thusnelda Mercy, Ditta Miranda Jasjfi, Cristiana Morganti, Morena Nascimento, Nazareth Panadero, Helena Pikon, Fabien Prioville, Jean-Laurent Sasportes, Franko Schmidt, Azusa Seyama, Julie Shanahan, Julie Anne Stanzak, Michael Strecker, Fernando Suels Mendoza, Aida Vainieri, Anna Wehsarg, Tsai-Chin Yu, Alexeider Abad Gonzales, Stephan Brinkmann, Meritxell Checa Esteban, Paul Hess, Rudolf Giglberger, Chrystel Wu Guillebeaud, Mu-Yi Kuo, Szu-Wei Wu, Tomoko Yamashita, Sergey Zhukov, Andy Zondag 
location: Germania
voto: 6,5

Amici di lungo corso, entrambi tedeschi, Wim Wenders e Pina Bausch si incontrano finalmente al cinema in un'opera che è più merito della seconda, morta di cancro nel 2009, che del primo. Wenders sperimenta per la prima volta il cinema in 3d, esalta le straordinarie coreografie dell'artista di Wuppertal, condisce tutto con una straordinaria colonna sonora ma firma un'opera che non è cinema. Al regista, da anni a corto di guizzi, va il merito di aver dato vitalità ai non luoghi, contesto tipico del suo cinema nell'ultimo decennio, attraverso soluzioni visivamente ardite, giocate su fortissimi contrasti. Ma gran parte della meraviglia che suscitano molte delle coreografie prese dagli spettacoli più noti della Bausch, da Cafè Müller a Le sacre du printemps, va alla straordinaria potenza delle immagini create a teatro, alla loro forza evocativa, all'estrema originalità del componimento teatrale. Wenders evita comunque l'agiografia, lascia qualche (inutile) testimonianza ai ballerini del Tanztheater, tenendosi lontano da qualsiasi tentazione documentaristica tradizionale.    

sabato 19 febbraio 2011

Il cigno nero (Black swan)

anno: 2011       
regia: ARONOFSKY, DARREN
genere: horror
con Natalie Portman, Vincent Cassel, Mila Kunis, Barbara Hershey, Winona Ryder, Benjamin Millepied, Ksenia Solo, Kristina Anapau, Janet Montgomery, Sebastian Stan, Toby Hemingway, Sergio Torrado, Mark Margolis, Tina Sloan, Abraham Aronofsky, Charlotte Aronofsky, Marcia Jean Kurtz, Shaun O'Hagan, Christopher Gartin, Deborah Offner
location: Usa       
voto: 1

Lasciato il mondo dei combattimenti artefatti e fracassoni dopo l'inguardabile The wrestler, Aronofsky rimane ben saldo nel suo cinema dei corpi per spostarsi nel mondo della danza. Al centro della vicenda c'è Nina (Portman), ballerina tecnicamente assai dotata ma algida e frigida (e soprattutto psicolabile), altrettanto incapace di soddisfare fino in fondo le attese - artistiche e sessuali - del coreografo newyorchese Thomas (Cassel), per il quale Nina sarà l'etoile nel lago dei cigni di Tchaikovsky. La ragazza, che ha in Lilly (Kunis) una terribile antagonista, riuscirà a interpretare degnamente la doppia parte (quella del cigno bianco e quella del cigno nero) soltanto a condizione di vincere radicalmente le sue paure e di portare al parossismo il proprio autolesionismo.
Grazie alla scoperta dei cigni neri in Nuova Zelanda Karl Popper diventò uno dei più importanti epistemologi di tutto il Novecento. Con un libro dallo stesso titolo Nassim Nicholas Taleb ha firmato un (pessimo) saggio misteriosamente trasformatosi in best seller. Non fa eccezione il film di Aronofsky, andato benissimo nei botteghini d'oltreoceano. Peccato che la paccottiglia di questo osceno psico-thriller dalle marcate venature horror sia la bruttissima copia di Eva contro Eva, telefonatissimo nel suo svolgimento fin dalle prime battute, irritante nella sua ricerca dell'effetto a tutti i costi e per giunta girato con pellicola sgranatissima e molta macchina a spalla. L'inno al botulino di una irriconoscibile e mostruosa Barbara Hershey - nelle parti dell'inarginabile madre della protagonista - dà il tocco finale a questo festival degli orrori con finezze psicologiche da asilo nido.
Premio Marcello Mastroianni (Venezia) a Mila Kunis come miglior giovane attrice emergente e Golden Globe 2011 a Natalie Portman come miglior attrice protagonista di film drammatico.    

lunedì 14 gennaio 2008

La via degli Angeli

anno: 1999   
regia: AVATI, PUPI 
genere: commedia 
con Gianni Cavina, Valentina Cervi, Carlo Delle Piane, Libero De Rienzo, Eliana Miglio, Chiara Muti, Paola Saluzzi, Mario Maranzana, Toni Santagata, Cinzia Mascoli, Teresa Ricci, Pino Strabioli, Chiara Sani, Francesca Fava, Cristina Spina, Massimo Sarchielli, Irene Turati, Joyce Pitti, Francesca Romana Coluzzi, Alberto Caneva, Marcello Foschini, Sergio Tardioli, Bruno Casalboni, Alessandro Luci, Umberto Bortolani, Dodo Oltrecolli, Bruno Marinelli, Claudio Pierantoni, Giulio Brunetti, Francesca Chiarantano, Manuel Scorcia, Natascia Macchniz, Micaela Ramazzotti, Angelo Botti  
location: Italia
voto: 6

La festa da ballo organizzata da un simpatico ciarlatano di mezza età (Cavina) è la grande occasione che ragazzi e ragazze di Sasso Marconi e dintorni, nella provincia bolognese (ma il film è stato girato a Todi, in Umbria), hanno per trovare l'anima gemella. Tra questi una giovane dattilografa (Cervi) che si è infatuata del figlio del suo datore di lavoro (De Rienzo) e un attempato medico (Delle Piane) che spera di ritrovare alla festa la donna perduta molti anni prima alla vigilia delle nozze. Avati 
dirige con mano felice uno di quei film corali che, alla stregua di Una gita scolastica, Festa di laurea, Storia di ragazzi e di ragazze, Fratelli e sorelle e Dichiarazioni d'amore, gli sono particolarmente congeniali. La vita di provincia emiliana degli anni '30, in pieno ventennio fascista, si mescola mirabilmente agli acuti sull'antropologia, al jazz e alle consuetudini di una società che appare ormai lontanissima e arcaica. Ed è proprio sotto il profilo della drammaturgia antropologica e semidocumentaristica che il film tratto da un'idea di Ines Vigetti e Marco Bernardini e scritto da Pupi e Antonio Avati offre la cifra migliore, pur ripetendo stilemi e ambientazioni incredibilmente vicini a tanti altri film del regista bolognese. La fotografia è del regista Cesare Bastelli.