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mercoledì 14 luglio 2021

Punta Sacra

anno: 2020
regia: FRANCESCA MAZZOLENI
genere: documentario
location: Italia
voto: 5 

Punta Sacra è il nome che viene dato all'idroscalo di Ostia, il luogo assurto a fama nazionale perché lì Pasolini trovò la morte. In quel luogo la regista Francesca Mazzoleni riprende ispirazione a otto anni di distanza da un corto ambientato nello stesso posto, per raccontare la fauna umana che vi abita, combattendo contro la minaccia di sgombero (ma molte famiglie che vivevano lì da un decennio sono costrette a vivere in un residence), autorganizzandosi, discutendo, componendo testi rap che si ispirano a Victor Jara (sic), apparecchiando una festicciola locale per il Natale con tanto di coro che canta una versione tradotta in italiano dell'Hallelujah di Leonard Cohen. È un'umanità raccontata quasi interamente al femminile, tra frizioni amicali, dispute tra madre e figlia, amori acerbi e serrati confronti sui valori della politica. Con una figura emergente, quella di Franca, una sorta di "onorevole Angelina", dal piglio volitivo e intelligente, che guida la resistenza locale con indomita tempra. Per quanto alcuni scorci siano piuttosto accattivanti, il film soffre degli stessi difetti del precedente Succede (opera di finzione). Esso, infatti, sembra un collage di situazioni filmate con una troupe pressoché invisibile, ma montate in maniera rapsodica, scandite da capitoli pretestuosi, girate con uno stile crepuscolare, quasi sempre notturno, che drammatizza scene che richiederebbero altro. Ma il problema maggiore è che allo spettatore non viene offerto neppure un barlume del conflitto che sta dietro lo smantellamento di Punta Sacra e alle ragioni politiche degli autoctoni si preferiscono i languori dei sentimenti.

mercoledì 20 maggio 2020

I miserabili (Les misérables)

anno: 2019
regia: LADJ LY
genere: poliziesco
con Damien Bonnard, Alexis Manenti, Djebril Zonga, Issa Perica, Al-Hassan Ly, Steve Tientcheu, Almamy Kanoute, Jeanne Balibar
location: Francia
voto: 8,5 

Non c'è alcun Jean Valjean, così come il riferimento al notissimo romanzo omonimo di Victor Hugo si cela soltanto dietro un paio di dettagli. C'è invece Montefermeil, periferia parigina, stesso spazio geografico dove il grande scrittore francese ambientò il suo capolavoro, trasformato oggi in banlieu, una polveriera costantemente sull'orlo dell'esplosione, nella quale vige la legge del più forte: gente di colore, zingari (sic), bande di ragazzini magari dotati anche di tecnologie usate come armi ricattatorie. E ci sono i poliziotti. Tre. Uno di loro (Bonnard), coscienzioso e ligio alla deontologia professionale, sta per vivere il suo training day al comando di un agente (Manenti) sempre sopra le righe, aggressivo e irresponsabile, che per sedare la contesa tra gruppi malavitosi rivali (per via del furto di un cucciolo di leone) mette sé stesso e i suoi in un groviglio senza ritorno. Al suo esordio in un film di finzione, Ladj Ly - regista francese originario del Mali - firma un gioiello che è nipotino della grande tradizione del noir transalpino (Il commissario Pelissier) ma che arriva fino a L'odio di Kassowitz con le sembianze di un western metropolitano. In questo thriller ad altissima tensione non troviamo alcuna lezione sociologica, nessunaanalisi peculiare, ma lo straordinario piglio salomonico con cui il regista riesce ad allinearsi all'epigrafe che chiude il film in uno spiazzante quanto indovinatissimo foundu: la frase di Victor Hugo secondo la quale "non esistono erbe o uomini cattivi, ma solo cattivi coltivatori". Non è una sopresa, dunque, che al festival di Cannes del 2019 il film abbia vinto il premio per la migliore regia, né che abbia fatto incetta di premi ai Cesar, gli Oscar francesi.

domenica 30 dicembre 2018

L'onorevole Angelina

anno: 1947   
regia: ZAMPA, LUIGI    
genere: commedia    
con Anna Magnani, Nando Bruno, Ave Ninchi, Ernesto Almirante, Agnese Dubbini, Armando Migliari, Maria Donati, Maria Grazia Francia, Vittorio Mottini, Franco Zeffirelli, Gianni Glori, Ugo Bertucci, Anita Angius, Aristide Baghetti. Gino Cavalieri, Adalberto Tenaglia    
location: Italia
voto: 8    

Nella poverissima periferia romana di Pietralata, nell'immediato secondo dopoguerra, Angelina (Magnani), madre di famiglia che ha dovuto sfornare figli a ripetizione per godere degli incentivi economici del governo fascista, vive in condizioni meno che precarie insieme al marito (Bruno), un vicemaresciallo, e ai tanti altri "deportati" dopo gli sventramenti mussoliniani per costruire via della Conciliazione. La donna si fa portatrice delle istanze di quegli sventurati, reclamando l'occupazione di appartamenti di nuova costruzione, opera di uno speculatore edilizio (Migliari) con le mani in pasta nella politica. Quando Angelina, spinta dalle tantissime donne che ne sostengono le idee, sembra a un passo dall'entrare in politica, l'uomo riuscirà a farla spedire in galera.
Pur segnato da un finale riconciliatorio che attutisce lo scontro interclassista, L'onorevole Angelina è una commedia agrodolce stratificata e complessa, che - in una chiave stilistica squisitamente neorealista - chiama in causa i ruoli di genere, l'intrusività dei media, la borsa nera, la corruzione della politica e i meccanismi di invidia sociale, aggiungendo al tutto una spolverata di rosa con la sottotrama della relazione tra la figlia di Angelina (Francia) e il figlio idealista del palazzinaro, interpretato da un giovanissimo Franco Zeffirelli. La Magnani, grazie alle sue "baccagliate" energiche e decise, giganteggia con un'interpretazione memorabile che le regalò il Nastro d'argento come migliore attrice, ma anche il resto del cast fornisce un'ottima prova.    

domenica 14 ottobre 2018

Il codice del babbuino

anno: 2018       
regia: ALFONSI, DAVIDE * MALAGNINO, DENIS    
genere: noir    
con Denis Malagnino, Tiberio Suma, Stefano Miconi Proietti, Marco Pocetta, Fabio Sperandio, Alessandra Ronzoni, Cristina Morar, Lionello Pocetta, Daniele Guerrini    
location: Italia
voto: 5    

Una ragazza viene stuprata, abbandonata nei pressi di un campo rom e quindi portata in ospedale. Il suo compagno (Suma) è certo che i responsabili siano stati "quegli zingari de' mmerda" e cerca vendetta. L'unico argine alla sua rabbia sembra essere l'amico Denis (Malagnino), coscienzioso padre di famiglia con grossi problemi economici, costretto persino a scantonare dal binario della legalità per arrivare alla fine del mese. La ricerca dei colpevoli nella zona di Guidonia, periferia estrema e difficilissima di Roma, va avanti per tutta la notte. I due amici commettono l'errore di affidarsi a un losco boss locale che si fa chiamare "er tibetano" (Miconi Proietti), che renderà la situazione ancora più difficile.
Interprete e anche regista, Denis Malagnino firma con Davide Alfonsi un noir atipico ispirato a una storia vera, girato con pochissimi spiccioli e sempre in notturna, con i protagonisti ripresi quasi sempre con l'occhio della cinepresa incollato addosso, quasi da cinema espressionista. Unità di tempo, di luogo e di azione fanno da architrave a questa storia di amicizia sui generis, sempre esposta al tradimento, in un deserto di valori che condurrà a un finale paradossale e spiazzante.    

martedì 9 ottobre 2018

Una vita in gioco

anno: 1991       
regia: GIRALDI, FRANCO    
genere: drammatico    
con Mariangela Melato, Ennio Fantastichini, Fabio Traversa, Nicoletta Boris, Carola Stagnaro, Alessandra Bellini, Turi Catanzaro, Michetta Farinelli, Michael Johannes Maser, Pino Mariano, Alessandro Bacchiocchi, Simona Cardinali, Franco Menenti, Remo Ottaviani, Annalisa Passeri, Laura Di Mariano    
location: Italia
voto: 2    

Marianna (Melato) è una quarantenne che trova un posto come supplente in un istituto professionale della periferia romana. Vive con Andrea (Fantastichini), genitore separato e giornalista televisivo, non ha figli e abita nel pieno centro della città. Volitiva e informale, Marianna cerca di penetrare nel vissuto dei suoi studenti, affrontando a viso aperto i loro problemi, anche a costo di mettere a repentaglio la sua vita sentimentale.
Miniserie televisiva prodotta dalla Rai nei primi anni Novanta, Una vita in gioco è un tentativo maldestro di riacciuffare in chiave fiction la televisione pedagogica di Bernabei, con tante bune intenzioni e risultati imbarazzanti. L'intreccio è meno che convenzionale, i giovani che interpretano gli studenti non sono affatto all'altezza della situazione e anche tra i professionisti - Melato compresa - nessuno sembra credere veramente al progetto. L'unico elemento di interesse è di tipo archeologico: vedere Roma trasformarsi in maniera così impressionante, e in peggio, fa un'impressione notevole.
Copione di Lidia Ravera e Mimmo Rafele.    

lunedì 8 ottobre 2018

Manuel

anno: 2017   
regia: ALBERTINI, DARIO    
genere: drammatico    
con Andrea Lattanzi, Francesca Antonelli, Renato Scarpa, Giulia Elettra Gorietti, Raffaella Rea, Alessandra Scirdi, Monica Carpanese, Alessandro Di Carlo, Luciano Miele, Giulio Beranek, Frankino Murgia, Manuela Ruiu    
location: Italia
voto: 7    

Manuel è un ragazzo buono, dallo sguardo mite e dai modi garbati, alto e magro. Ha appena compiuto diciotto anni: per lui è tempo di lasciare la casa famiglia di Civitavecchia dove è stato costretto a crescere perché non ha un padre e perché sua madre è in carcere, a Rebibbia. Torna così a vivere nella casa dell'estrema periferia romana che è stata abbandonata nel più totale caos, la riordina e si dà da fare affinché sua madre possa ottenere gli arresti domiciliari e lui diventarne il tutore.
Dario Albertini esordisce dietro la macchina da presa con un lungometraggio che appartiene di diritto a quel sottogenere del melodramma che sta diventando il realismo di periferia. Il film poggia per intero sull'interpretazione intensissima e crepuscolare di uno straordinario Andrea Lattanzi, che dà colore a qualsiasi sfumatura, riempie i vuoti e i molti silenzi dell'opera, ci porta dritti dentro lo smarrimento del suo personaggio, costretto - in giovanissima età - a prendersi responsabilità immani. Un film d'attore, dunque (ma i comprimari sono anch'essi diretti con eccezionale realismo), capace anche di raccontarci il frutto della meglio gioventù di oggi: quella cresciuta tra la repressione dell'educazione istituzionalizzata e le tentazioni di amici che cercano la strada più facile per arrivare al denaro, ma che non si lascia intrappolare né dall'una né dalle altre.    

giovedì 20 settembre 2018

La profezia dell'armadillo

anno: 2018       
regia: SCARINGI, EMANUELE    
genere: grottesco    
con Simone Liberati, Pietro Castellitto, Laura Morante, Valerio Aprea, Claudia Pandolfi, Teco Celio, Diana Del Bufalo, Kasia Smutniak, Vincent Candela, Adriano Panatta, Samuele Biscossi, Valerio Ardovino, Sofia Staderini, Gianluca Gobbi, Guglielmo Poggi    
location: Italia
voto: 1

Fino a qualche decennio fa i maestri del pensiero di chiamavano Alberto Arbasino, Italo Calvino, Umberto Eco, Alberto Moravia, Pier Paolo Pasolini, Leonardo Sciascia. Oggi si chiamano Maurizio Crozza, Roberto Saviano e Zerocalcare, al secolo Michele Rech. Così come una volta i fumetti si chiamavano fumetti e non graphic novel, con intollerabile magniloquenza. È proprio da Zerocalcare che esce uno dei film più insulsi dell'ultimo decennio, una di quelle opere che non possono neppure avvalersi - come nel caso di altri filmacci come L'arbitro o I peggiori - di un'efficace estetica da videoclip che per lo meno salva qualcosa sul piano della forma. Qui siamo di fronte al delirio totale, alla rappresentazione bislacca di una generazione per la quale l'ingresso nell'età adulta è segnato dai tragici fatti di Genova del 2001 e che non vede un futuro professionale possibile, dovendosi arrabattare  tra ambizioni artistiche, lavori in Co.Co.Co e ripetizioni private. Su una trama sconnessa che racconta il quotidiano di Zero (Liberati, già protagonista di Cuori puri), 27enne che vive nel quartiere periferico romano di Rebibbia insieme a un gigantesco armadillo (impersonato da Valerio Aprea) che è il suo alter-ego, si innesta una sottotrama legata alla perdita di una ex compagna di scuola di origini francesi, vissuta assieme al suo compagno di scorribande notturne Secco (Castellitto junior), forse l'elemento meno peggio del film. Dialoghi ampollosi a suon di frasi sentenziose, recitazione a zero, riprese meno che banali sono gli addendi di un film che ha avuto anche notevoli difficoltà produttive, passando dalle mani di Valerio Mastandrea, che dopo avere contribuito alla sceneggiatura ha abbandonato il progetto, a quelle di Emanuele Scaringi, che è riuscito nell'impresa di portare al disconoscimento dell'opera da parte dello stesso Zerocalcare.

Il cameo con Adriano Panatta è l'unica cosa da salvare.    

mercoledì 13 giugno 2018

La terra dell'abbastanza

anno: 2018       
regia: D'INNOCENZO, DAMIANO * D'INNOCENZO, FABIO    
genere: drammatico    
con Andrea Carpenzano, Matteo Olivetti, Milena Mancini, Luca Zingaretti, Max Tortora, Demetra Bellina, Michela De Rossi, Giordano De Plano, Walter Toschi    
location: Italia
voto: 7,5    

Mirko (Olivetti) e Manolo (Carpenzano) sono amici da quando andavano alle scuole elementari, a Ostia. Nonostante l'età, non hanno ancora finito la scuola alberghiera che frequentano a stento in vista di un futuro quanto mai incerto. Una sera, mentre rientrano a casa, investono un uomo e scappano. Scoprono che quell'uomo è un collaboratore di giustizia al quale un boss locale (Zingaretti) sta dando la caccia da tempo. Così, i due entrano nell'orbita benevola del criminale, con incarichi che non si fanno mancare niente, dal giro di prostitute minorenni all'omicidio. Ma per i due ragazzi non sarà facile gestire quella realtà che sembra profilarsi come l'occasione per una svolta, l'unica via d'uscita da un'esistenza incapace di promettere qualsiasi prospettiva decorosa.
Film d'esordio dei gemelli D'Innocenzo, già sceneggiatori - con Garrone - di Dogman, i quali sembrano ripartire da dove finiva Non essere cattivo di Caligari. Qui il realismo delle periferie dei due fratelli guarda a quel mondo senza speranza con umanissima pietà, mettendo in scena il trambusto di due ragazzi che, per ragioni opposte, vorrebbero manifestare il loro valore agli occhi di due genitori soli: Mirko a una madre (Mancini) che si scapicolla per sbarcare il lunario, Manolo a un padre perdigiorno e smargiasso (Tortora) che lo vorrebbe come lui. Intenso, iperrealista, girato con un'impressionante padronanza della macchina da presa - dai piani lunghissimi ai close up sul volto dei protagonisti - e con una straordinaria capacità di direzione degli attori, La terra dell'abbastanza è un pugno allo stomaco dello spettatore, la raffigurazione della banalità del male sotto forma di racconto di formazione (al crimine) che è un atto di denuncia felicemente riuscito: un'opera che va a ispessire il nugolo di film tesi a raccontare il degrado delle periferie.    

giovedì 8 febbraio 2018

Come un gatto in tangenziale

anno: 2017       
regia: MILANI, RICCARDO   
genere: commedia   
con Paola Cortellesi, Antonio Albanese, Claudio Amendola, Sonia Bergamasco, Luca Angeletti, Simone De Bianchi, Alice Maselli    
location: Italia
voto: 5   

Giovanni (Albanese) lavora in un think tank che ha come obiettivo il rilancio delle periferie italiane, abita al centro di Roma in una casa extra-lusso con sua figlia (Alice Maselli: dieci anni di lavori forzati in Siberia a chi ha fatto il casting), una tredicenne viziatissima che lo usa come un bancomat e gioca a polo. La pupa si è appena trovata un fidanzatino (De Bianchi) che risiede a Bastogi, enclave tra le più degradate della capitale. Il ragazzino vive con la madre Monica (Cortellesi) - una donna onesta che lavora in una mensa per anziani - e con due zie gemelle che rubano compulsivamente, mentre suo padre (Amendola) è in vacanza a Rebibbia. Tanto Giovanni quanto Monica non vogliono quella relazione tra i loro ragazzi che per la donna può durare "come un gatto in tangenziale" e fanno di tutto per ostacolarla: i loro mondi sono incompatibili. O almeno così sembrano.
Dopo il successo al botteghino di Mamma o papà?, Riccardo Milani imbastisce un nuovo copione per la coppia Albanese e Cortellesi (sua compagna nella vita), giocato ancora una volta su una dialettica antagonista. Abbondano gli stereotipi sulla borghesia d'alto bordo snob e piena di sussiego e sul proletariato ruspante e abituato all'arte d'arrangiarsi, ma non manca più di un momento divertente. A lasciare perplessi è la morale del film, che nel suo cerchiobottismo dà ragione allo sfogo di Giovanni durante un invito a pranzo: è l'indolenza di questi poveracci, uniformemente rifugiati nell'alibi che "tanto è tutto un magna-magna", a rendere tanto penosa la loro condizione. E infatti Monica riuscirà ad aprire un'attività propria grazie a una dritta di Giovanni sui fondi europei.    

venerdì 17 novembre 2017

Fortunata

anno: 2017   
regia: CASTELLITTO, SERGIO
genere: drammatico
con Jasmine Trinca, Stefano Accorsi, Alessandro Borghi, Edoardo Pesce, Hanna Schygulla, Nicole Centanni    
location: Italia
voto: 5

Mamma Roma stavolta si chiama Fortunata (Trinca), abita a Torpignattara, periferia romana, fa la parrucchiera a domicilio, veste sempre in minigonna, ha una figlia difficile da gestire e che sputa sempre addosso ai compagni di scuola (Centanni), è separata dal marito, una guardia giurata, che vorrebbe riaverla con sé (Pesce). Il suo sogno nel cassetto è quello di aprire un negozio da parrucchiera, ma i debiti la sovrastano, i problemi anche e l'unica persona che la sostiene è un tatuatore con qualche disordine psichico (Borghi) e madre malata di Alzheimer a carico (Schygulla). Nell'androceo di Fortunata entra anche Patrizio (Accorsi), psicologo che prende in carico il caso della bambina per poi innamorarsi della madre. Ma l'instabilità emotiva di Fortunata gli rende impossibile sottrarsi alla tempesta.
Tratto anche stavolta da un racconto della moglie Margaret Mazzantini rimasto a lungo nel cassetto, il sesto film da regista di Sergio Castellitto vede di nuovo al centro della scena una donna (Non ti muovere, Venuto al mondo, Nessuno si salva da solo) alla ricerca di sé stessa. È un festival di letteratura banale che gronda dai dialoghi e di situazioni spesso inverosimili, ossimoricamente calate in un contesto verista con qualche acuto tra l'onirico e il metafisico (con tanto di stridente riferimento colto all'Antigone), sempre legato ai trascorsi turbolenti vissuti dai personaggi. Tra questi ultimi, si distinguono ancora una volta quello interpretato da Edoardo Pesce, credibilissimo nella parte di un marito ancora legatissimo alla ex moglie, e dal camaleontico Alessandro Borghi. È stata invece Jasmine Trinca l'unica a portare a casa un premio: il massimo alloro vinto come migliore attrice al festival di Cannes. Tutta sopra le righe, occhi bistrati e capelli mesciati alla bell'e meglio, perennemente sboccata, l'attrice romana ha anche avuto l'ardire di mostrare il suo corpo androgino alla cinepresa. Misteri della settima arte, come quello della sua attività di attrice. Meno male che sul finale arriva Vasco con la sua Vivere. Altrimenti ci sarebbe voluto il Maalox.    

mercoledì 4 ottobre 2017

Il contagio

anno: 2017       
regia: BOTRUGNO, MATTEO * COLUCCINI, DANIELE 
genere: drammatico 
con Vinicio Marchioni, Anna Foglietta, Maurizio Tesei, Giulia Bevilacqua, Vincenzo Salemme, Daniele Parisi, Michele Botrugno, Alessandra Costanzo, Lucianna De Falco, Carmen Giardina, Fabio Gomiero, Florian Khodeli, Nuccio Siano    
location: Italia
voto: 3

Aleggia lo spirito, sbiaditissimo, di Pasolini su questa opera seconda di un binomio registico che aveva fatto sperare benissimo dopo la magnifica prova d'esordio, Et in terra pax. Siamo ancora nella borgate romane (stavolta, sul copione, al Laurentino 38, ma nella realtà al Quarticciolo) e il tutt'altro che mascherato richiamo alla figura di PPP proviene dal romanzo omonimo di Walter Siti. È un assemblaggio di storie disgraziate, tra gente abituata all'arte di arrangiarsi e costantemente sul crinale del crimine, tra cocainomani, spacciatori e qualcuno che tenta il grande salto nella Roma bene, quella che da decenni detta legge nella città eterna, quella della criminalità organizzata, di Suburra e di Mafia Capitale. Al centro della scena ci sono Marcello (Marchioni), sposato ma disposto a concedere le sue palestratissime grazie a un scrittore omosessuale decisamente più agée (Salemme), e un suo amico (Tesei), in combutta con un boss partenopeo (Siano) che non si fa alcuno scrupolo di sfruttare i finanziamenti pubblici per gli aiuti ai rifugiati pur di rastrellare quattrini sporchi. Se sullo schermo (e sul libro) il contagio del titolo fa riferimento alla facilità con cui si diffonde il virus del crimine, in sala l'unico contagio possibile è quello dello sbadiglio: tra una fastidiosissima voce off che scandisce i passaggi più magniloquenti dello scrittore modenese e dialoghi scritti in maniera meno che pedestre, il film arranca alla ricerca di una cifra stilistica che paga dazio alla serialità televisiva di Suburra e Gomorra e che viene sottolineata con troppa enfasi da esagerati movimenti di macchina, dalla colonna sonora di Paolo Vivaldi, invadente forse in ragione del cognome tropo importante del suo autore, e da una recitazione che nemmeno per un attimo riesce a celare un irritante senso di finzione, inevitabile per un insieme di attori tutti ben al di sotto del minimo sindacale, compreso un Vincenzo Salemme dall'aria continuamente disorientata.    

mercoledì 31 maggio 2017

Cuori puri

anno: 2017       
regia: DE PAOLIS, ROBERTO 
genere: drammatico 
con Simone Liberati, Selene Caramazza, Barbora Bobulova, Stefano Fresi, Edoardo Pesce, Antonella Attili, Federico Pacifici, Isabella Delle Monache    
location: Italia
voto: 7 

Storia di un amore impossibile, quello ambientato a Tor Sapienza, degradata periferia est di Roma, tra Stefano (interpretato dall'ottimo Simone Liberati) e Agnese (Caramazza). Lui ha un passato di violenza ed espedienti, due genitori in perenne bolletta costretti a vivere in roulotte e fa il custode in un parcheggio che confina con un campo rom. Lei è una diciottenne che vive sola con la madre (Bobulova), una fanatica cattolica che le fa promettere di arrivare vergine al matrimonio. I due ragazzi si conoscono in una circostanza drammatica, si frequentano e lui per amore si fa licenziare ben due volte, tornando alla vita reietta di prima.
L'esordio dietro la macchina da presa di Roberto De Paolis, classe 1980, richiama immediatamente alla memoria l'espediente narrativo de La ragazza del mondo, pur guardando alle ambientazioni di Caligari e, nell'uso nervoso della macchina da presa, al cinema dei Dardenne. Ma rispetto al film di Danieli c'è una differenza cruciale: qui i personaggi sono assai più credibili, rotondi, con meno eccessi in positivo o in negativo. E il gioco di specchi di valori e comportamenti funziona in maniera più efficace: la purezza solo formale della ragazza svapora nella delazione e nell'incapacità di affrontare l'ipercontrollo tetragono di una madre terribile, mentre Stefano mostra davvero una inusitata purezza di cuore, tanto quando si tratta di allungare una dose di droga a un dodicenne, sia quando avrebbe l'occasione per pestare un incolpevole rom, accusato di uno stupro che non ha commesso.    

lunedì 8 maggio 2017

Sole cuore amore

anno: 2016       
regia: VICARI, DANIELE
genere: drammatico
con Isabella Ragonese, Eva Grieco, Francesco Montanari, Francesco Acquaroli, Giulia Anchisi, Chiara Scalise, Giordano De Plano, Paola Tiziana Cruciani, Noemi Abbrescia, Marzio Romano Falcione, Ines Tocco    
location: Italia
voto: 3

Verrebbe quasi da buttargli le braccia al collo, a Daniele Vicari, per l'impegno che ci mette, per i temi che tocca (il degrado delle periferie di Velocità massima, il tentativo di rigenerazione esistenziale de L'orizzonte degli eventi, il vizio del gioco di Il passato è una terra straniera, le torture del G8 di Genova di Diaz, più alcuni documentari come Il mio paese e La nave dolce). Il problema è che a questo nipotino di Ken Loach sembra proprio mancare il talento, il dono del racconto, la scrittura dei dialoghi.
Anche questo Sole cuore amore - titolo buttato lì a caso, ennesimo trasferimento al cinema di una canzone immonda, Tre parole della meteora Valeria Rossi - si colloca sul solco dei precedenti: tema di grande impegno civile (quello delle nuove forme di schiavitù sul lavoro e dell'impossibilità di realizzarsi con esso) raccontato con una scelta stilistica stramba: due film al prezzo di uno. Già, perché Sole cuore amore da un lato segue la vicenda umana di Eli (Ragonese), giovane madre di quattro figli (gulp!) e moglie di uno sfaccendato (Montanari), che abita ben lontana dal Grande Raccordo Anulare e sbarca il lunario per 800 euro mensili fuori busta facendo la banchista in un bar di Roma: il padrone (Acquaroli) la vessa, lei non sta bene in salute, ma la donna riesce comunque ad avere il sorriso stampato sulle labbra h24. Praticamente, un film di fantascienza, sebbene ispirato alla terribile storia vera di Isabella Viola, trovata morta, sfiancata dal lavoro, alla stazione Termini di Roma nel 2012. Parallelamente, seguiamo la vicenda di Vale (Grieco), che vive nello stesso stabile desolante di Eli, si arrangia facendo la ballerina (la "performer", dice lei…), ha un pessimo rapporto con la madre bacchettona (Cruciani) e qualche irrisolta tendenza saffica.
Le due parti del film dialogano approssimativamente, hanno contatti caduchi ma, soprattutto, sono scritte sciattamente: i dialoghi sono ben sotto il livello di guardia, la narrazione ripete costantemente lo stesso modulo e la recitazione di molti personaggi secondari non aiuta, così come non aiuta il romanesco posticcio di Isabella Ragonese, che sembra involontariamente ricordare il Massimo Boldi che stilettava con accento lombardo: "ma i mortaci tui". Prego, ripresentarsi a settembre.    

sabato 24 dicembre 2016

San Basilio. Storie de Roma

anno: 2016   
regia: PROGETTO SAN BASILIO   
genere: documentario   
location: Italia
voto: 5   

Nel settembre del 1974 i residenti della borgata romana di San Basilio furono impegnati in una battaglia contro le forze armate per difendere il loro diritto alla casa. Negli scontri morì un diciannovenne, Fabrizio Ceruso. A oltre 40 anni di distanza da quei fatti i suoi compagni di lotta di allora ricordano quegli eventi attraverso un documentario autoprodotto sotto l'etichetta di "Progetto San Basilio", per mostrare quanto quella condizione di degrado sia, per molti versi, ancora attuale, al punto che il quartiere di San Basilio, nei pressi della Tiburtina, è tutt'oggi uno dei più malfamati della capitale. Terra dei primi baraccamenti tra il 1928 e il 1930, sotto il fascismo San Basilio ricevette il contentino di Mussolini che fece costruire qualche casa popolare senza curarsi né dei servizi né di ripulire quella zona della città dalle baracche. Tra gli anni '60 e gli anni '70, gli scioperi al rovescio, con i residenti occupati a dare un minimo decoro urbano a quella parte di città, non servirono a innescare lo stimolo a uno stato e a un'amministrazione comunale negligente per apportare qualche miglioria alla zona. L'uno e l'altra erano più preoccupati di effettuare gli sgomberi e di reprimere la popolazione locale - erano gli anni della strategia della tensione - che di accogliere le istanze dei cittadini. La battaglia di San Basilio del 1974 divenne così una sorta di condizione permanente per una periferia che - anche a dispetto dei tentativi di riqualificazione urbana avvenuti con i murales - non trova pace, con gli occupanti di oggi a ricevere il testimone da quelli di ieri.
Sgrammaticato dal punto di vista cinematografico, il film possiede tuttavia un suo valore documentario, che fotografa con efficacia le condizioni di disagio nelle quali ancora sono costrette a vivere tante persone.    

martedì 29 novembre 2016

Il più grande sogno

anno: 2016       
regia: VANNUCCI, MICHELE  
genere: drammatico  
con Mirko Frezza, Alessandro Borghi, Vittorio Viviani, Milena Mancini, Ivana Lotito, Ginevra de Carolis, Crystel Frezza    
location: Italia
voto: 6  

Dopo 7 anni di carcere, Mirko (Frezza), ormai quarantenne, vorrebbe rifarsi una vita e smettere con gli "impicci" che lo hanno portato alla galera. La grande occasione gli si presenta quando gli viene proposto di farsi eleggere come presidente del Comitato di quartiere de La Rustica, alla periferia di Roma. Mirko, insieme al suo amico Boccione (Borghi), si rende così protagonista di un'operazione insperata, dando aiuto e prospettive ai tanti marginali che abitano in quella zona (ma molte riprese sono state fatte anche nel quartiere ghetto di Corviale). Ci penserà la mala a spezzare il suo sogno.
Caso curioso, ma non unico (si pensi al coevo Il ragazzo della Giudecca), di reenacting, in cui il protagonista - interpretato con carisma da un corpulento ed assai espressivo non-attore come Mirko Frezza - racconta la sua vera vita, l'opera d'esordio di Michele Vannucci si segnala per un verismo tenace, un'opera dai simbolismi cristologici che qualche volta cede il passo alla ricerca a tutti i costi dell'effetto d'essai. Il film però fatica a trovare il passo giusto, le possibili scene madri sono sempre tenute a freno o, al contrario, dilatate a dismisura, perdendo così mordente sul piano emotivo e faticando a catturare l'empatia dello spettatore.    

venerdì 4 marzo 2016

Lo chiamavano Jeeg Robot

anno: 2015       
regia: MAINETTI, GABRIELE  
genere: fantascienza  
con Claudio Santamaria, Luca Marinelli, Ilenia Pastorelli, Stefano Ambrogi, Maurizio Tesei, Francesco Formichetti, Daniele Trombetti, Antonia Truppo, Salvo Esposito, Gianluca Di Gennaro    
location: Italia
voto: 8  

Esordio col botto (sul ponte della musica). Enzo Ceccotti (Santamaria) è un ladruncolo asociale che vive a Tor Bella Monaca (periferia romana altamente degradata), non ha amici e mangia quantità gigantesche di yogurt. Un giorno, braccato dalla polizia, finisce nel Tevere, in un punto dell'acqua dove sono nascosti dei misteriosi barilotti che gli fanno acquisire una forza erculea. Quando conosce Alessia (Ilenia Pastorelli, reduce dal Grande Fratello), una ragazza pluriabusata dal padre (Ambrogi) che si è rifugiata in un mondo fantastico popolato dai personaggi dei manga degli anni '80, la vita di Enzo cambia. Anche perché i suoi poteri fanno gola a un criminale balordo ossessionato dall'apparire in televisione (Marinelli).
Tanto di cappello a Gabriele Mainetti, che coraggiosamente dirige e produce (componendo anche la colonna sonora) un'opera ultrapop ad alto impatto spettacolare, aggiugendosi al nugolo di cineasti che stanno meritoriamente ridisegnando il cinema di genere in Italia (i fratelli Manetti, Alessandro Piva, Stefano Sollima) e alla sparuta ciurma di autori che hanno tentato la via italiana ai supereroi (Ivan Cotroneo con La kryptonite nella borsa e Gabriele Salvatores con Il ragazzo invisibile). Il quarantenne romano è un Tarantino de' noantri capace di confezionare un fantathriller insolito e coraggioso che, tra splatter, grandguignol e un calcato registro grottesco, recupera l'immaginario televisivo caro alla sua generazione (quello dei manga giapponesi) per riadattarlo a un antieroe borgataro filtrato dallo sguardo di una ragazzetta sciroccata. Ma alla coppia protagonista la scena viene rubata dal diabolico antagonista interpretato da un Luca Marinelli che si conferma attore dalle capacità stratosferiche.    

sabato 24 ottobre 2015

Viva la sposa

anno: 2015       
regia: CELESTINI, ASCANIO
genere: grottesco
con Ascanio Celestini, Alba Rohrwacher, Salvatore Striano, Francesco De Miranda, Veronica Cruciani, Pietro Faiella, Mario Sgueglia, Gianni D'Addario, Corrado Invernizzi, Barbara Valmorin, Dora Romano, Mimmi Gunnarsson    
location: Italia
voto: 6,5

"Pensa che stai al bar […] pensa che il mio film non è un film, ma una storia che senti al bar. E soprattutto ricordati che questa storia la racconta un ubriaco". Queste parole, che potrebbero essere scambiate per note di regia, sono in realtà la presentazione sghemba che giusto uno spirito libero come Ascanio Celestini avrebbe potuto usare per promuovere il suo terzo film - il secondo di finzione - sui social network. Dopo avere cantato le nuove forme di schiavitù (i lavoratori dei call center di Parole sante) e la follia (La pecora nera), il poliedrico performer romano rivolge ancora una volta il suo sguardo agli ultimi, ai poveracci, ai diseredati, agli sfruttati, alla vita nelle periferie. Lo spunto narrativo è un puro pretesto: Nicola (lo stesso Celestini), artistoide costantemente attaccato alla bottiglia che si esibisce in spettacoli per bambini e gira con un ragazzino sulla quindicina al seguito (De Miranda), investe e uccide senza alcuna colpa un truffatore, padre di Sasà (Striano), un uomo che sta peggio di Nicola. Spinto dal suo cuore d'oro, Nicola si offre di aiutare Sasà, passando dalla piccole truffe a operazioni assai più pericolose che costeranno a Sasà il pestaggio in Questura.
Girato con l'occhio riconoscibilissimo di Luca Bigazzi nella periferia sud della capitale, su quella rotta della Tuscolana che dal Quadraro arriva fino a Cinecittà, Viva la sposa calca sul registro del grottesco con un racconto destrutturato e straniato, condito con una grazia leggera e uno sguardo benevolo ai suoi accattoni. Un piccolo film un po' sgangherato ma dal grande coraggio: non solo quello di dare voce ancora una volta agli ultimi, ma anche quello di raccontare senza troppi fronzoli la tragedia di Giuseppe Uva (pestato a morte in Questura e finito come Federico Aldrovandi e Stafano Cucchi), scelta che è costata al regista l'ostracismo da parte degli acefali sindacati di Polizia (sai che perdita…).    

mercoledì 9 settembre 2015

Non essere cattivo

anno: 2015       
regia: CALIGARI, CLAUDIO 
genere: drammatico 
con Luca Marinelli, Alessandro Borghi, Roberta Mattei, Silvia D'Amico, Alessandro Bernardini, Valentino Campitelli, Danilo Cappanelli, Manuel Rulli, Emanuela Fanelli, Giulia Greco, Claudia Ianniello, Elisabetta De Vito, Alice Clementi, Emanuele Grazioli, Luciano Miele, Stefano Focone, Massimo De Santis, Andrea Oriano, Alex Cellentani, Angelica Cacciapaglia, Alessia Cardarelli    
location: Italia
voto: 8 

Tre grandi film in 32 anni, il ritratto a tinte pasoliniane della suburra romana, un mondo di disperati ed emarginati incattiviti: è questa l'eredità che ci lascia Claudio Caligari, regista fuori dagli schemi, appartato, costretto ripetutamente a rinunciare ai suoi progetti perché i produttori non rispondevano neppure al telefono. C'è voluta la determinazione e l'impegno di Valerio Mastandrea per portare sul grande schermo questo suo ultimo lavoro che esce postumo. Non essere cattivo chiude idealmente il cerchio di questa trilogia di disperazione e morte cominciata a Ostia con Amore tossico. Siamo nel 1995 e la storia ruota intorno alle vicende di Cesare (Marinelli) e Vittorio (Borghi), nullafacenti che vivono di espedienti, sballo continuo e piccolo spaccio dalle parti dell'idroscalo (luogo per eccellenza della poetica pasoliniana). Per Vittorio la redenzione, che significa un lavoro da manovale e una famiglia, arriva quando si innamora di Linda (Mattei). Per il suo dioscuro Cesare il percorso è più tortuoso e il legame con la droga più difficilmente rescindibile.
Si rimane attoniti per la perdita di un talento come Caligari a guardare questo suo ultimo film, un'analisi antropologica dei drop out caratterizzata soprattutto dal contrasto tra l'asprezza del mondo esteriore e la vulnerabilità di quello interiore, con la quale il regista di origini piemontesi, morto appena 63enne, lascia non solo un segno profondo sul piano narrativo, ma dimostra di avere raggiunto una maturità espressiva totale, tra riprese eccellenti, montaggio serrato e attori diretti superbamente. Impressionante fino a farsi irriconoscibile la metamorfosi di Luca Marinelli, assennato e dolcissimo protagonista di Tutti i santi giorni, qui trasformato in un tossico costantemente sopra le righe e definito da Giulio Sangiorgio su FilmTV "il miglior attore italiano". Esistono anche Castellitto e Bentivoglio, ma lui è lì...    

lunedì 7 settembre 2015

Terzo mondo sotto casa

anno: 1970   
regia: FERRARA, GIUSEPPE
genere: documentario
con la voce di Achille Millo
location: Italia
voto: 7

L'esordio di Giuseppe Ferrara, che all'impegno civile attraverso il cinema ha dedicato un'intera carriera (da Il sasso in bocca, Cento giorni a Palermo e Il caso Moro ai molto meno riusciti Narcos, Segreto di Stato, I banchieri di Dio e Guido che sfidò le Brigate Rosse), parte da Roma sotto la consulenza del più noto sociologo italiano, Franco Ferrarotti. L'accademico, al quale si devono la consulenza e il commento, stava all'epoca lavorando sul raccapricciante passaggio della città eterna da capitale a periferia, con indagini sul campo entrate di diritto nella storia della disciplina. Il mediometraggio di Ferrara fa da ideale contrappunto alle analisi del sociologo piemontese, mostrando il contrasto tra la magniloquenza della Roma imperiale e le conseguenze degli sventramenti del centro città voluti dal fascismo, portando la macchina da presa nelle baracche del Mandrione e della zona Sud della città, mostrando le condizioni di vita inaccettabili, l'arte di arrangiarsi, i piccoli trucchi per sopravvivere di un'umanità figlia di un'irresponsabile disuguaglianza sociale.
Nelle catapecchie che sorgono come funghi nelle aree più degradate della città dominano disordine e promiscuità: nessuno può isolarsi, tutto avviene sotto l'occhio di tutti. La sola partecipazione sociale richiesta ai baraccati è il consumo: avere un televisore, un auto, un giradischi. Ferrarotti suggerisce la sua tragica analisi: "tutto questo non è provvisorio: la città ha bisogno del popolo delle baracche, strumento necessario a una società basata sullo sfruttamento".
Un film dall'enorme valore storico, che documenta il drammatico insediamento nelle borgate di una popolazione di origine soprattutto meridionale, costretta a vivere tra topi, fogne a cielo aperto e senza elettricità.    

sabato 25 aprile 2015

Waste Land - La città dei rifiuti

anno: 2010   
regia: HARLEY, KAREN * WALKER, LUCY   
genere: documentario   
con Vik Muniz   
location: Brasile, Regno Unito, Usa
voto: 6,5   

Alla periferia di Rio de Janeiro c'è Jardim Gramacho, la più grande discarica del mondo. Montagne di rifiuti, miasmi irrespirabili, uccelli da tutte le parti. È lì che lavorano i catadores (da noi, forse, li chiameremmo accattoni), i raccoglitori di tutto ciò che in quelle montagne di immondizia c'è di riciclabile e, quindi, di rivendibile. Ed è a loro che l'artista brasiliano più quotato negli Stati Uniti, Vik Muniz, ha deciso di dedicare il progetto che costituisce l'ossatura di questo documentario: quello di creare opere d'arte gigantesche realizzando dei ritratti dei catadores composti interamente da materiali riciclati. Un progetto che ha l'ambizione di far conoscere al mondo la condizione di queste persone poverissime eppure dignitosissime e, in alcuni casi, persino gioiose, gente che, pur di non cedere alla tentazione della criminalità o a quella della prostituzione, si è letteralmente rimboccata le maniche. Un caso emblematico di come l'arte possa irrompere in maniera costruttiva sul sociale, al quale però non corrisponde una realizzazione filmica altrettanto rilevante: se le immagini girate nella discarica possiedono una potenza strabiliante e se le condizione abitative delle favelas, viste dall'interno, non possono che sembrarci raccapriccianti, sull'intera operazione aleggia un registro piagnucoloso, affettato, con troppe interviste di raccordo che, alla lunga, risultano essere una zavorra ridondante del flusso narrativo.