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giovedì 24 dicembre 2020

Edizione straordinaria



anno: 2020
regia: VELTRONI, WALTER
genere: documentario
location: Italia
voto: 6,5 

Progressivamente passato da Montecitorio alla cabina di montaggio, Walter Veltroni firma il suo quinto documentario che parte da un'idea originale: quella di ricostruire la storia italiana (e non solo) dal 1954 - quando iniziarono le prime trasmissioni della RAI - a oggi, in piena pandemia, attraverso le edizioni straordinarie dei telegiornali. Ad esse affianca notizie che sono entrate in scaletta magari come quarta o settima notizia, come la morte di Pasolini. Quello di Veltroni è un racconto emotivo privo di metodo, un'antologia della trasformazione dell'Italia e del mondo, nella cui filigrana si può leggere la metamorfosi del modo di fare giornalismo, dell'oratoria dei mezzibusti e delle tecnologie televisive.

domenica 10 febbraio 2019

A Private War

anno: 2018       
regia: HEINEMAN, MATTHEW    
genere: biografico    
con Rosamund Pike, Tom Hollander, Jamie Dornan, Stanley Tucci, Faye Marsay, Greg Wise, Nikki Amuka-Bird, Corey Johnson, Alexandra Moen    
location: Afghanistan, Libia, Regno Unito, Siria, Sri Lanka
voto: 4    

Avrebbe potuto essere un autentico gioiello questo A Private War, quarto film "impegnato" del regista americano Matthew Heineman, che racconta la storia di Marie Calvin (Pike), giornalista statunitense che dal 1985 fino alla morte lavorò per il londinese Sunday Times, confezionando indimenticabili reportage da ogni zona di guerra del mondo di cui, a suo avviso, i media occidentali non parlavano abbastanza. Fu così che rimase menomata all'occhio sinistro durante la guerra civile nello Sri-Lanka. Dopo avere sfidato la fortuna in Afghanistan, Libia (di cui nel film viene ripresa l'intervista a Gheddafi), Kosovo, Cecenia e Timor East, la sua vita si concluse sotto una bomba in Siria. E invece A Private War non riesce ad appassionarci neppure per un momento all'avventura così coraggiosa e radicale della sua protagonista, mantenendosi sempre a mezza strada tra vicende private e l'ansia di riprendere il suo lavoro, come se le guerre fossero, appunto, una faccenda privata. La regia, pur indugiando su particolari raccapriccianti (le fosse comuni in Afghanistan, le condizioni di vita impossibili dei bambini, il vivo del conflitto, le città coventrizzate), non spicca mai il volo, assembla pigramente immagini come si trattasse di reperti documentaristici e il pathos che sarebbe stato indispensabile per raccontare una vicenda come questa è del tutto assente.  

mercoledì 8 agosto 2018

Il colosso d'argilla (The harder they fall)

anno: 1956   
regia: ROBSON, MARK    
genere: drammatico    
con Humphrey Bogart, Rod Steiger, Jan Sterling, Mike Lane, Max Baer, Herbie Faye, Rusty Lane, Jack Albertson, Felice Orlandi, Harold J. Stone, Edward Andrews, Jersey Joe Walcott, Carlos Montalbán, Nehemiah Persoff    
location: Usa
voto: 7,5    

Un faccendiere (Steiger) ha fiutato l'occasione per lanciare nel mondo della boxe un giovanottone sudamericano soprannominato Toro Moreno (Sterling), un marcantonio dall'aspetto davvero imponente ma assolutamente incapace di tirare un solo pugno. Affinché l'affare vada in porto e i palazzetti dello sport si riempiano, ha bisogno di qualcuno che richiami l'attenzione su questo gigante buono e ingenuo mediante articoli ad hoc sui giornali. All'uopo si presta Eddie Willis (Bogart), giornalista con qualche difficoltà momentanea, che transita dalla spregiudicatezza iniziale a una piena presa di coscienza.
Apologo morale sul lato più torbido del mondo della boxe, fatto di scommesse e incontri combinati, il film è anche l'ultima interpretazione di Bogart. Ispirato alla storia vera del pugile italiano Primo Carnera, è un'opera solida di impianto classicissimo, in gran parte affidata ai dialoghi, girata in un notevole bianco e nero firmato da Burnett Guffey.    

giovedì 22 febbraio 2018

The Post

anno: 2017       
regia: SPIELBERG, STEVEN   
genere: drammatico   
con Meryl Streep, Tom Hanks, Sarah Paulson, Bob Odenkirk, Tracy Letts, Bradley Whitford, Bruce Greenwood, Matthew Rhys, Alison Brie, Carrie Coon, David Cross, Jesse Plemons, Michael Stuhlbarg, Zach Woods, David Costabile, Pat Healy, Stark Sands, Michael Cyril Creighton, Austyn Johnson, James Riordan, Rick Holmes (Rick Vincent Holmes), Tom Bair, Jessie Mueller, Will Denton, Juliana Davies, Ben Livingston, Deborah Green, Peter Van Wagner, Philip Casnoff, Dan Bucatinsky, Deirdre Lovejoy, Kelly AuCoin, Jennifer Dundas, David Aaron Baker, Neal Huff    
location: Usa
voto: 2,5   

Siamo nel 1971 e il Washington Post è un piccolo giornale il cui editore è una donna (Streep) che ne ha preso il comando succedendo al padre e al marito, mentre a guidarlo c'è un direttore caparbio (Hanks), nient'affatto disposto a tirarsi indietro quando di sono da pubblicare alcuni documenti top secret trafugati dal Pentagono che riguardano quasi mezzo secolo di presidenze americane, tra i quali molti inerenti alla guerra in Vietnam. Insieme al New York Times e contro il parere dei vertici azionistici del giornale (tutti rigorosamente maschi…), il direttore e la sua editrice decidono di affrontare a testa alta le minacce che arrivano dall'amministrazione Nixon, determinata a limitare il Primo Emendamento.
Finisce dove cominciava Tutti gli uomini del presidente, il film di Alan J. Pakula sullo scandalo Watergate, questo The Post, opera fuori tempo massimo, ideologica ma senza passione, tutta mirata a sbandierare la sacralità dei principi della costituzione americana e la fierezza della lealtà in formato a stelle e strisce. Ma tolte le riprese delle rotative in azione e quelle della composizione degli articoli a piombo, lettera dopo lettera, tutto scorre con ritmo sonnolento e svogliato, verbosissimo, con due giganti della recitazione come Tom Hanks e Maryl Streep che sembrano andati sul set in vacanza premio solo per incassare la diaria.    

venerdì 27 ottobre 2017

La ragazza nella nebbia

anno: 2017       
regia: CARRISI, DONATO   
genere: giallo   
con Toni Servillo, Alessio Boni, Lorenzo Richelmy, Galatea Ranzi, Michela Cescon, Lucrezia Guidone, Daniela Piazza, Ekaterina Buscemi, Thierry Toscan, Jacopo Olmo Antinori, Marina Occhionero, Sabrina Martina, Antonio Gerardi, Greta Scacchi, Jean Reno    
location: Italia
voto: 6,5   

Nel paesino di Avechot, in mezzo alle Alpi, l'ispettore Vogel (Servillo) si presenta nel mezzo della notte al cospetto di uno psichiatra (Reno). C'era nebbia, ha avuto un incidente ma dice di non ricordare nulla. Dietro c'è una complessa storia - raccontata anche con lunghi flashback - che parte dalla sparizione di una quindicenne dalla comunità montana, passa per la congregazione religiosa che rende omertoso l'intero paese e arriva a un professore (Boni) stabilitosi lì da poco con la famiglia, l'unico a finire sul banco degli imputati.
Tratto - come recitano con magniloquenza i titoli di coda - dal best seller "internazionale" di Donato Carrisi, La ragazza nella nebbia viene portato sul grande schermo dallo stesso autore, il quale dimostra ampie capacità narrative e di sapere dare una cospicua dose di suspense al racconto. Il tema è quello della vanità, mescidato in chiave di apologo con quello della dialettica tra apparenza e realtà con riflessioni non banali. I problemi sono due: la sceneggiatura, arzigogolata in maniera compiaciuta e capace di arrivare a un finale davvero deludente e, ancor di più, la direzione degli attori: Toni Servillo continua a fare Toni Servillo in qualsiasi film, gli altri sono diretti con mano da mestierante e solo Alessio Boni ci mette un po' di impegno, insieme a Jean Reno che recita nel nostro idioma in presa diretta.    

venerdì 22 settembre 2017

Glory - Non c'è tempo per gli onesti (Slava)

anno: 2016       
regia: GROZEVA, KRISTINA * VALCHANOV, PETAR   
genere: drammatico   
con Stefan Denolyubov, Margita Gosheva, Ana Bratoeva, Nadejda Bratoeva, Nikola Dodov, Stanislav Ganchev, Mira Iskarova    
location: Bulgaria
voto: 7   

Tzanko (Denolyubov), un ferroviere bulgaro, balbuziente e decisamente male in arnese, trova casualmente sulle rotaie una grandissima quantità di denaro, fuoriuscita da chissà dove. Senza neppure esitare, ne informa le autorità. Per questo gesto di encomiabile onestà viene ricompensato pubblicamente dal ministro dei trasporti, che gli regala un orologio. Per infilarlo al polso, Tzanko è costretto a dare in affidamento momentaneamente il suo Glory (la marca che è anche il titolo del film), un ricordo del padre con tanto di dedica incisa, a una giornalista rampante (Gosheva), arrogante, una iena insopportabile e isterica che sta seguendo una procedura per la fecondazione assistita (una sottotrama un po' troppo sottolineata). Il ferroviere vorrebbe soltanto riavere indietro il suo orologio e invece si trova invischiato, suo malgrado, in una vicenda kafkiana che lo porterà alla prigione per avere denunciato pubblicamente il silenzio del ministro dei trasporti sui continui furti di nafta che si verificano nelle ferrovie di stato.
Apologo amarissimo, sconsolato e senza happy end sull'impossibilità non solo di essere deboli, diversi, male attrezzati, ma persino normali, onesti, limpidi. La regia riesce a far sentire tutta la puzza di zolfo lasciata dai regimi comunisti, come se il giornalismo fosse ancora un'estensione della Pravda e il Moloch del potere costituito dalla caduta del muro di Berlino a oggi non fosse arretrato di un solo millimetro, a tutto svantaggio degli ultimi. Un esempio di cinema civile come potrebbero farne Loach o i Dardenne, che pecca soltanto nel tratteggio eccessivamente manicheo dei personaggi e nel proporre un proprio teorema senza lasciare aperto alcuno spiraglio per soluzioni narrative un po' più spiazzanti.    

domenica 27 marzo 2016

La macchinazione

anno: 2016       
regia: GRIECO, DAVID
genere: biografico
con Massimo Ranieri, Libero De Rienzo, Matteo Taranto, François-Xavier Demaison, Milena Vukotic, Roberto Citran, Tony Laudadio, Alessandro Sardelli, Paolo Bonacelli, Catrinel Marlon, Luca Bonfiglio, Marco D'Andrea, Carmelo Fresta, Carlo D'Onofrio, Massimiliano Pizzorusso, Pietro Ingravalle, Laura Pellicciari, Cristiano Pizzorusso, Gianluigi Fogacci, Fabio Gravina, Emidio Lavella, Guido Bulla, Livio Brandi, Giulia Lapertosa, Francesco D'Angelo    
location: Italia
voto: 1,5

Tornato dietro la macchina da presa a 12 anni di distanza da Evilenko, il biopic sul "mostro della striscia di bosco", David Grieco si conferma autore inesistente e meno che dilettantistico. La sua opera seconda è incentrata sulla figura di Pier Paolo Pasolini e sulla cospirazione che portò al suo assassinio il 2 novembre del 1975. Lo scrittore, poeta e regista friulano stava indagando su Eugenio Cefis, il presidente della Montedison a capo della P2, tra i mandanti dell'omicidio di Enrico Mattei e colluso con la banda della Magliana. Nel frattempo, Pasolini stava lavorando al montaggio del suo ultimo film, Salò o le 120 giornate di Sodoma e alla scrittura di quel libro cruciale e incompiuto che fu Petrolio. La macchinazione ricostruisce meticolosamente il teorema della congiura, dimenticando completamente l'aspetto filmico: recitazione inaccettabile, buchi di sceneggiatura, vernacolo sotto la soglia minima di sorveglianza (col protagonista inevitabilmente risucchiato nella sua cadenza partenopea e lo spezzino Matteo Taranto più esilarante di Boldi quando cerca di rifare la parlata romanesca), personaggi infilati nella narrazione in maniera del tutto decontestualizzata, come se fossero stati reclutati per passare loro la diaria, scenette involontariamente grottesche (su tutte, quelle dell'incontro in un osteria tra PPP e uno studente). Se la forma - con concessioni eccessive tanto alla vita privata di Pasolini (il rapporto con la madre, quello con Pino Pelosi, la passione per il calcio) quanto alla musica dei Pink Floyd (con un finale che sembra essere visivamente ispirato al parkeriano The wall) - è inaccettabile, il contenuto non è da meno. Preoccupatissimo di dare al film una veste da thriller e di dimostrare la reale esistenza di una macchinazione per uccidere un intellettuale scomodo e scandaloso come Pasolini, Grieco dimentica di dare spessore al ruolo della politica, di raccontare le trame nere, di far emergere la figura profetica di PPP limitandosi a un ridicolo bigino. Dopo il Pasolini di Ferrara e questo massacro, sarà  bene rispolverare l'opera di finzione meglio riuscita tra quelle dedicate al poeta friulano: Pasolini, un delitto italiano, di Giordana.    

sabato 20 febbraio 2016

Il caso Spotlight (Spotlight)

anno: 2015       
regia: McCARTHY, THOMAS
genere: drammatico
con Mark Ruffalo, Michael Keaton, Rachel McAdams, Liev Schreiber, John Slattery, Brian d'Arcy James, Stanley Tucci, Jamey Sheridan, Billy Crudup, Len Cariou, Paul Guilfoyle, Lana Antonova, Neal Huff, Michael Cyril Creighton, Patty Ross, Stefanie Drummond, Elena Wohl, Jami Tennille, Laurie Heineman, Doug Murray, Laurie Murdoch, Darrin Baker, Duane Murray, Robert Clarke, Robert Clarke (II), Jimmy LeBlanc, Maureen Keiller, David Fraser, Brian Chamberlain, Gene Amoroso, Richard O'Rourke, Gary Galone    
location: Usa
voto: 7

C'è una scena ne Il caso Spotlight, saranno nemmeno 60' di girato, nella quale la sezione di redazione del Boston Globe che va sotto il nome di Spotlight chiarisce il tema della copertura dalla parte della Chiesa del problema della pedofilia: è la risposta alla crisi di vocazioni. La Chiesa da decenni assolda soggetti sessualmente deviati pur di rimpinguare le file. E, se qualcosa non va, li trasferisce in un'altra parrocchia. Uno di questi preti, quello dal quale parte tutta l'indagine del quotidiano statunitense, oggi è stato collocato a S.Maria Maggiore, a Roma. È un sistema, quello della Chiesa: se arriva qualche denuncia, avvocati profumatamente pagati prendono accordi sottobanco con le famiglie dei ragazzini molestati sessualmente, o stuprati, quasi sempre appartenenti a classi sociali povere e con situazioni famigliari difficili. E tutto viene messo a tacere, grazie anche all'omertà di cittadini.
Già raccontato tre anni prima con encomiabile piglio documentaristico da Alex Gibney in Mea Maxima Culpa, il tema della pedofilia nella chiesa viene riportato in scena dal film di Thomas McCarthy - regista che già aveva mostrato sensibilità ai temi sociali nel suo precedente L'ospite inatteso - che ripercorre la vicenda che nel 2001 portò il problema dei preti pedofili sotto i riflettori dell'intera opinione pubblica internazionale, innescando uno scandalo senza precedenti, e che valse alla redazione del Boston Globe il premio Pulitzer per la migliore inchiesta giornalistica. Il film, al quale può essere rimproverata l'assenza di grinta sul piano del racconto, procede con una struttura piuttosto convenzionale, preoccupandosi soprattutto di mostrare l'alacre lavoro di quei reporter coraggiosi e volitivi, espressione del lato più nobile del giornalismo investigativo (siamo dalle parti di Tutti gli uomini del presidente). Ma è proprio la potenza dei contenuti a far sì che il film venga divorato da ciò che racconta, pur affidandosi a un cast ben affiatato nel quale Mark Ruffalo cerca di primeggiare a suon di smorfie.    

mercoledì 17 febbraio 2016

The End of the Tour - Un viaggio con David Foster Wallace

anno: 2015       
regia: PONSOLDT, JAMES   
genere: biografico   
con Jesse Eisenberg, Jason Segel, Anna Chlumsky, Mamie Gummer, Mickey Sumner, Joan Cusack, Ron Livingston, Becky Ann Baker    
location: Usa
voto: 3,5   

In occasione della pubblicazione di Infinite jest, un tomo di oltre un migliaio di pagine che David Foster Wallace (Segel) pubblicò nel 1996, un giornalista di Rolling Stone, David Lipsky (Einseberg), decise di intervistarlo. Il film si concentra sui cinque giorni nei quali Lipsky, con il suo registratore sempre acceso, accompagnò Wallace in giro per gli States alle presentazioni del suo bestseller.
James Ponsoldt si cimenta nella più impervia delle imprese: quella di tentare di acquerellare il ritratto di uno scrittore complesso e controverso come Wallace. I suoi intenti naufragano miseramente nel macchiettiamo: la bandana sempre calzata sulla testa, le stravaganze, i cani, la solitudine, il fisico corpulento, l'astemia, la fissazione per la scopata senza sforzo sono i tratti sui quali si concentra lo schizzo sbiadito dello scrittore. Un ritratto flebile flebile nel quale le logomachie tra i due protagonisti, alternate a vere e proprie scaramucce, sono offerte allo spettatore come pillole di un dialogo ebete, di bassissimo livello, in un contesto narrativo sempre uguale a se stesso.    

giovedì 19 novembre 2015

Elles (Sponsoring)

anno: 2011       
regia: SZUMOWSKA, MALGORZATA 
genere: drammatico 
con Juliette Binoche, Anaïs Demoustier, Joanna Kulig, Krystyna Janda, Louis-Do de Lencquesaing, Andrzej Chyra, Ali Marhyar, Jean-Marie Binoche, François Civil, Pablo Beugnet    
location: Francia
voto: 5 

Anne (Binoche) è una giornalista parigina che scrive per il periodico Elles, impegnata in un articolo sulle escort. Incontrando per l'inchiesta due baby studentesse che mercificano il loro corpo, la giornalista, che vive nell'androceo domestico come una donna di sessant'anni prima, si troverà a fare i conti con la sua sessualità sopita e repressa, la sua infelicità e con la sua solitudine.
Difficile dire, dal punto di vista maschile, quanto la regista polacca Malgorzata Szumowska abbia centrato il bersaglio nel raccontare fantasie, illusioni, timori e prudori dell'eros puntando su personaggi tanto polarizzati. L'incedere della storia dà l'impressione che questo film - pretenzioso, ambiguo e patinato - non decolli mai veramente e quel finale così statico sembra lasciar intendere che, alla fine, tutto quel cataclisma interiore sia passato senza lasciare traccia.
Sul genere, molto meglio andarsi a vedre Nymphomaniac o Giovane e bella.    

domenica 5 luglio 2015

La regola del gioco (Kill the Messenger)

anno: 2014       
regia: CUESTA, MICHAEL  
genere: drammatico
con Jeremy Renner, Robert Patrick, Jena Sims, Robert Pralgo, Hajji Golightly, Ted Huckabee, Mary Elizabeth Winstead, Lucas Hedges, Rosemarie DeWitt, Matt Lintz, Parker Douglas, Kai Schmoll, Joshua Close, Paz Vega, Aaron Farb, Barry Pepper, Tom Jordan, Clay Edmund Kraski, Yul Vazquez, Tim Blake Nelson, Michael Kenneth Williams, Kristen Danch-Powell, Jen Harper, Oliver Platt, Manuel Rodriguez, Andy Garcia, Brett Rice, Jonathan Fritschi, Michael Sheen, Gil Bellows, Steve Coulter, Kenny Alfonso, Dan Futterman, Susan Walters, Richard Schiff, David de Vries, David Lee Garver, Rhoda Griffis, Andrew Masset, Brik Berkes, E. Roger Mitchell, Kevin Harrison, Ray Liotta, Michael H. Cole  
location: Nicaragua, Panama, Usa
voto: 6,5

Nel 1996 Gary Webb (Renner), un giornalista di una testata locale, raccolse una serie di prove relative ai rifornimenti di armi ai Contras nicaraguensi da parte del Governo americano, che in cambio importava ingenti quantità di droghe - crack e cocaina in primis - destinate soprattutto al consumo dei neri (a proposito di questa imbarazzante vicenda, si veda il documentario intitolato Come fare soldi vendendo droga). Giunto alle orecchie dell'opinione pubblica, il caso fece divampare una portentosa protesta da parte degli afroamericani, mentre i giornali concorrenti, il direttore di Webb e la CIA fecero di tutto per screditare il giornalista, lasciandolo solo e mettendo persino a repentaglio l'incolumità della sua famiglia. Fallito il tentativo di infamare Webb, al giornalista si mise di traverso anche il caso: la notizia arrivò sui giornali nello stesso giorno in cui scoppiò il caso Clinton-Lewinsky, un'eventualità assurdamente cinica come quella della morte di Peppino Impastato nella medesima data di Aldo Moro.
Tratto dalla storia vera raccontata nell'autobiografia con la quale lo stesso Webb vinse il premio Pulitzer, il legal-thriller di Michael Cuesta non si discosta granché dalle regole della rappresentazione cinematografica del giornalismo gatekeeping, da Tutti gli uomini del presidente e State of play a Veronica Guerin e Insider, fino ai nostrani Apnea, Fortapàsc e Nomi e cognomi. Notevole la prova di Jeremy Renner, già protagonista di The Hurt locker.  

giovedì 13 novembre 2014

Lo sciacallo (Nightcrawler)

anno: 2014       
regia: GILROY, DAN
genere: drammatico
con Jake Gyllenhaal, Rene Russo, Bill Paxton, Riz Ahmed, Kevin Rahm, Ann Cusack, Eric Lange, Anne McDaniels, Kathleen York, James Huang, Viviana Chavez, Dig Wayne, Carolyn Gilroy       
location: Usa
voto: 4,5

Lou (Gyllenhall) è un disoccupato losangelino che si arrabatta tra espedienti e furtarelli, ma molto convinto dei suoi mezzi. Per caso scopre allora l'opportunità di inventarsi come reporter televisivo di fatti di cronaca nera, dapprima rimanendo nei pur discutibili limiti della deontologia professionale, in seguito arrivando a manipolare le scene del crimine fino a sottrarre prove decisive alla polizia.
Ennesima variante, stavolta in una chiave talmente esasperata da diventare caricaturale (il protagonista sembra una versione ancora più allucinata del Travis Bickle di Taxi Driver), sul tema del voyeurismo televisivo operato dai media, con precedenti più o meno illustri come Prima pagina, Dentro la notizia, Cronisti d'assalto, L'inventore di favole, Breaking news e American dreamz. Qui sembra di essere in un B movie che reitera il medesimo meccanismo in un climax aberrante di perversione e sadismo affidato al volto inquietante con tanto di esoftalmo di un Jake Gyllenhall sempre più scavato e mefistofelico.    

venerdì 20 settembre 2013

Disconnect

anno: 2012   
regia: RUBIN, HENRY ALEX  
genere: drammatico  
con Jason Bateman, Hope Davis, Frank Grillo, Michael Nyqvist, Paula Patton, Andrea Riseborough, Alexander Skarsgård, Max Thieriot, Colin Ford, Jonah Bobo, Haley Ramm, Norbert Leo Butz, Kasi Lemmons, John Sharian, Aviad Bernstein, Teresa Celentano, Marc Jacobs, Cole Mohr, Kevin Csolak, Antonella Lentini, Tessa Albertson, Erin Wilhelmi, Ryder Gering, Andrew Seddon, Nicholas Zakotiria, Alex Manette, Adalberto Bermudez, Deidre Daly, Darlene Troiano, Mark Zupan, Katelin Baxter, Jackie Austin  
location: Usa
voto: 9

Tecnologie elettroniche, internet, ipad, cellulari: sono queste le armi bianche del postmoderno, capaci di annichilire l'identità delle persone e di arrivare a conseguenze parossistiche attraverso il loro uso. Nel memorabile film d'esordio nel cinema di  finzione di Henry Alex Rubin (Disconnect, cioè sconnessi, a sottolineare proprio la dissociazione tra identità reali e fittizie) tre storie si intrecciano intorno al tema degli usi ed abusi delle tecnologie digitali: un diciottenne che, consenziente, si presta a posare nudo attraverso una webcam e viene ingaggiato per un'intervista da una giornalista in cerca di scoop; una coppia che ha appena perso una figlia e che si vede svuotare il conto in banca da un pirata informatico e un quindicenne solitario e sognatore che diventa oggetto del bullismo di due suoi compagni di scuola.
Non diremo altro della trama, se non che l'intreccio è degno dei migliori film della coppia Inarritu-Arriaga o di un Altman in stato di grazia. Nel gioco di identità fluide e ricomponibili del web, le personalità rischiano continuamente di trasformarsi in mutazioni caleidoscopiche, a causa delle quali qualcuno finisce sempre per pagarla al posto di qualcun altro e la famiglia non è mai una roccaforte abbastanza robusta per potersi difendere dalle infiltrazioni esterne. Un esordio imperdibile.    

mercoledì 18 settembre 2013

Che strano chiamarsi Federico. Scola racconta Fellini

anno: 2013       
regia: SCOLA, ETTORE
genere: biografico
con Tommaso Lazotti, Maurizio De Santis, Giacomo Lazotti, Giulio Forges Davanzati, Ernesto D'Argenio, Emiliano De Martino, Fabio Morici, Carlo Luca De Ruggieri, Andrea Salerno, Sergio Rubini, Sergio Pierattini, Antonella Attili, Vittorio Marsiglia, Vittorio Viviani, Federico Fellini
location: Italia
voto: 5

Dieci anni dopo la sua ultima impresa cinematografica, il fiacco Gente di Roma, Ettore Scola torna dietro la macchina da presa per firmare un doppio epitaffio: quello a colui che è sempre stato considerato il più grande regista di tutti i tempi (cinque oscar in bacheca e un aggettivo, felliniano, nel vocabolario) nel ventennale della sua scomparsa e quello al cinema, ricorrendo a un metalinguaggio di cui aveva già fatto uso in Splendor. Nella sua personalissima dedica a Fellini, frutto dell'amicizia di una vita, la finzione si alterna alle immagini di repertorio, la voce originale del Maestro si sovrappone alla recitazione in playback, il racconto della parabola artistica del regista riminese viene raccordato dalle apparizioni di un narratore che irrompe sulla scena. Trasuda nostalgia e impaccio, come già era accaduto proprio nell'opera precedente, il film di Scola: tradisce l'incapacità di tenere in ordine le idee, nonostante qualche intuizione ancora guizzante (ma i tempi di C'eravamo tanto amati sono ormai lontanissimi, così come quelli del suo ultimo capolavoro, Che ora è), e la sproporzione tra le parti. Sicché gli esordi di Fellini impiegato presso la redazione romana del Marc'Aurelio (dove lavorava gente del calibro di Age & Scarpelli, Maccari, Metz & Marchesi), giornale satirico nel quale otto anni più tardi sarebbe approdato lo stesso Scola, debordano dal copione, mentre la lunga stagione passata dietro la macchina da presa o a scrivere testi per l'avanspettacolo e il cinema, sono ridotti a ben poca cosa. Nostalgico, imperfetto, molto didascalico, il film restituisce comunque la sensazione del rimpianto, i ricordi di una giovinezza epica, il rammarico per una stagione della vita ormai inesorabilmente passata.    

domenica 26 maggio 2013

La grande bellezza


anno: 2013       
regia: SORRENTINO, PAOLO  
genere: grottesco
con Toni Servillo, Carlo Verdone, Sabrina Ferilli, Carlo Buccirosso, Iaia Forte, Pamela Villoresi, Galatea Ranzi, Massimo De Francovich, Roberto Herlitzka, Isabella Ferrari, Massimo Popolizio, Anna Della Rosa, Giovanna Vignola, Giusi Merli, Giorgio Pasotti, Franco Graziosi, Sonia Gessner, Luca Marinelli, Dario Cantarelli, Ivan Franek, Anita Kravos, Luciano Virgilio, Giulio Brogi, Vernon Dobtcheff, Serena Grandi, Lillo, Giorgia Ferrero, Giulia Di Quilio
location: Italia
voto: 9,5

"Tu che lavoro fai?" "Io sono ricca". "Bellissimo lavoro". È questo lo scambio di battute che compendia l'esistenza da vitellone metropolitano di Jap Gambardella (interpretato da un Toni Servillo così strabiliante da superare se stesso), giornalista che si occupa d'arte e con un piccolo successo alle spalle come romanziere, L'apparato umano, scritto quarant'anni prima. Per concepire un nuovo romanzo, Jap vorrebbe cercare la grande bellezza che gli dia lo stimolo giusto. E invece, nella Roma più mondana e influente, con attici che guardano su Piazza Navona come sul Colosseo, Jap non trova che nani, paillettes, nobili decaduti che si vendono a cottimo, amici sfigati e feste ultrapacchiane nelle quali si immerge con programmatico cinismo. Senza contare che il suo lavoro lo mette a contatto con le forme più sgraziate e corrive di performing art o lo porta ad assistere al macabro rito della serializzazione del botulino, con una Serena Grandi irriconoscibile e un Massimo Popolizio di disarmante impudenza.
Sessant'anni dopo, di quella dolce vita romana di felliniana memoria - alla quale il film di Sorrentino rende un esplicito omaggio con tanto di sosta in via Veneto - non rimane che la smorfia plebea di una città decadente, nella quale il triste teatrino dei salotti-bene non è che lo specchio di un'intera civiltà in disfacimento, contrappuntato dal contrasto costante tra il classicismo impeccabile della Roma del passato e le ridicolaggini dell'arte di oggi, con bambine impegnate nell'action painting e acrobate fallite che si fracassano la testa contro un muro.
Superata la crisi della trasferta americana (This must be the place rimane un film inguardabile), Sorrentino recupera il suo smisurato talento mettendolo a servizio di un contenuto sottolineato con tale enfasi da sembrare didascalico (viviamo in un'epoca di piena barbarie), come se la preoccupazione per la messa in scena, l'uso ancora una volta straniante della musica, i contrasti fortissimi nel montaggio fossero diventati l'urgenza primaria del suo fare cinema. Ciò non toglie che La grande bellezza si candidi a essere un'opera di livello internazionale, capace di declinare un linguaggio cinematografico altissimo, nella quale lo sguardo sulla città non è mai "medio": o le terrazze dei mega appartamenti del centro storico, o il mirino di una macchina fotografica (un tributo ai paparazzi di ieri, che hanno passato il testimone agli orientali capaci di fotografare compulsivamente qualsiasi cosa) o le transenne di un convento di giovanissime suore. Un'opera, dunque, che dimostrerà che l'Italia non è soltanto il paese noto per le pezze e la pizza, ma anche per la grande bellezza prodotta da alcuni dei suoi cineasti.    

mercoledì 7 marzo 2012

Posti in piedi in paradiso

anno: 2012       
regia: VERDONE, CARLO  
genere: commedia  
con Carlo  Verdone, Pierfrancesco  Favino, Marco  Giallini, Micaela  Ramazzotti, Diane  Fleri, Nicoletta  Romanoff, Nadir  Caselli, Valentina  D'Agostino, Maria Luisa  De Crescenzo, Giulia  Greco, Gabriella  Germani, Roberta  Mengozzi  
location: Francia, Italia
voto: 5

Se per raccontare la realtà è sufficiente parlare di crisi economica, padri rimasti single e con le pezze sul sedere dopo un passato sfavillante e costretti alla convivenza coatta, allora non si può dare torto a quella parte della critica che continua a vedere in Carlo Verdone il solo erede di quella straordinaria stagione che fu la commedia all'italiana di Monicelli, Comencini, Germi, Scola e Risi.
Il regista romano per l'occasione rispolvera passioni (la musica) e topoi classici del suo cinema (farmaci, medicina e dintorni) per raccontare le peripezie di tre uomini maturi che a stento arrivano a fine mese: chi per eccesso di testosterone (Giallini), chi per infelicità coniugale (Favino), chi per un'infatuazione esiziale (Verdone), tutti e tre si trovano a dover fare i conti con qualche scivolone di troppo. Ma alla fine, si sa, c'è sempre la famiglia a rimettere tutto a posto.
Con Posti in piedi in paradiso Verdone ritrova per un'oretta i momenti migliori del suo cinema, anche grazie all'interpretazione di un Giallini che - a dispetto delle condizioni in cui ha girato il film (la scomparsa improvvisa della moglie) - sembra in stato di grazia e di una Ramazzotti mai così in parte. Ma è tutto il contorno a non funzionare: dalla miriade di attricette prese per riempire i buchi di sceneggiatura, all'ultima mezz'ora - ambientata tra Roma e Parigi - che scivola inesorabilmente verso un happy ending telefonatissimo e nel quale, nemmeno a dirlo, i legami familiari magicamente si rinsaldano. Occhio al product placement: sfacciato come nei peggiori film dei Vanzina.    

domenica 19 febbraio 2012

La regina dei castelli di carta (Luftslottet som sprängdes)

anno: 2010       
regia: ALFREDSON, DANIEL  
genere: giallo  
con Michael Nyqvist, Noomi Rapace, Lena Endre, Annika Hallin, Jacob Ericksson, Sofia Ledarp, Anders Ahlbom, Micke Spreitz, Georgi Staykov, Mirja Turestedt, Niklas Falk, Hans Alfredson, Lennart Hjulström, Jan Holmquist, Niklas Hjulström, Johan Kylén, Tanja Lorentzon, Donald Högberg, Magnus Krepper, Michalis Koutsogiannakis, Aksel Morisse, Carl-Åke Eriksson, Jacob Nordenson, Peter Andersson, Sanna Krepper, Tomas Köhler, Johan Holmberg, Rolf Degerlund, Ylva Lööf, Pelle Bolander, Nicklas Gustavsson, Aida Gordon, Ismet Sabaredzovic, Hamidja Causevic, Tehilla Blad  
location: Svezia
voto: 5,5

Il terzo episodio della serie Millennium, uscita dalla penna dello sfortunato scrittore Stieg Larsson, assurto a fama mondiale soltanto dopo la pubblicazione della sua ultima fatica, è anche il meno riuscito. La hacker punk con una pesantissima storia personale sulle spalle, Lisbeth Salander (Rapace), ruba la scena e il primo posto nei credits al caporedattore della rivista Millennium, Mikael Blomkvist (Nyqvist). La ritroviamo in un ospedale, sorvegliata a vista, lì dove l'avevamo lasciata nell'episodio precedente, in occasione del quale aveva reagito al tentativo di omicidio da parte di suo padre, piantandogli un'accetta in testa. L'uomo ha la scorza dura, come d'altronde anche il fratellastro di Lisbeth che continua a darle la caccia, ed è implicato in un giro di servizi segreti paralleli dal quale si teme che possano uscire informazioni riservatissime proprio da parte di Lisbeth. Lo psichiatra della combriccola malavitosa vorrebbe internarla di nuovo ma Mikael fiuta il complotto ed è deciso a qualsiasi cosa pur di dare verità e giustizia alla ragazza. Tra aule di tribunale, dialoghi interminabili, minacce reiterate e regolazione di conti, le due ore e mezza di film passano tra molti sbadigli, qualche rara invenzione in fase di sceneggiatura, inseguimenti messi lì come il prezzemolo e una regia che sembra aver mutuato in tutto e per tutto lo stile da telefilm dell'ispettore Derrick.    

venerdì 17 febbraio 2012

Millennium - Uomini che Odiano le Donne (The Girl with the Dragon Tattoo)

anno: 2012       
regia: FINCHER, DAVID  
genere: giallo  
con Daniel Craig, Rooney Mara, Robin Wright, Stellan Skarsgård, Joel Kinnaman, Embeth Davidtz, Christopher Plummer, Joely Richardson, Goran Visnjic, Julian Sands  
location: Svezia
voto: 7

Mikael (Craig), giornalista d'assalto e direttore della prestigiosa rivista Millennium, viene assoldato da un miliardario (Plummer) per indagare sulla scomparsa della nipote, avvenuta 40 anni prima. Con l'aiuto della hacker Lisbet (Mara), ragazza interrotta dai marcati connotati punk, Mikael scopre una serie di delitti che sembrano essere accomunati da fanatismo filonazista. Forse anche il caso su cui sta indagando ricade tra questi…
Remake del film tratto dal primo best seller della serie Millennium, uscita dalla penna dello scomparso Stieg Larsson. Inevitabile il confronto con l'originale made in Sweden: dinamismo, cura del dettaglio e delle location, riuscita della struttura a ipertesto, montaggio ed effetti speciali sono tutti dalla parte del prodotto americano. Ma quello svedese affondava con maggiore crudezza nella mente torbida di molti personaggi, senza risparmio di grand guignol e con un'impostazione più classica. Per il resto, il film conferma le buone doti di Fincher nel dirigere film di genere ad alto tasso adrenalinico, senza farsi scrupolo di misurarsi con la violenza più efferata.    

domenica 22 gennaio 2012

La chiave di Sara (Elle s'appelait Sarah)

anno: 2012       
regia: PAQUET-BRENNER, GILLES  
genere: drammatico  
con Kristin Scott Thomas, Mélusine Mayance, Niels Arestrup, Frédéric Pierrot, Michel Duchaussoy, Dominique Frot, Gisèle Casadesus, Aidan Quinn, Natasha Mashkevich, Arben Bajraktaraj, Sarah Ber, Karina Hin, George Birt, Charlotte Poutrel, James Gerard, Joe Rezwin, Paul Mercier, Simon Eine, Paige Barr, Joanna Merlin, Vinciane Millereau, Nancy Tate, Frédérick Guillaud, Maxim Driesen, Xavier Beja, Kate Moran  
location: Francia, Italia, Usa
voto: 6,5

Il rastrellamento degli ebrei a Parigi nel luglio del 1942, che portò migliaia di persone nei campi di concentramento è lo spunto dal quale parte La chiave di Sara. Nella convinzione di poter mettere il fratellino in salvo, la piccola Sara (Mayance) lo rinchiude nell'armadio di casa, finisce con i genitori in un velodromo lager, quindi viene deportata ma riesce a fuggire, cerca il fratello e riesce a rifarsi una vita. Nel 2009 una giornalista che sta scrivendo un articolo su quella tragica pagina della storia francese (Scott Thomas) scopre che l'appartamento dove si accinge a trasferirsi con il marito e la figlia è quello in cui visse la piccola Sara. Con caparbietà decide allora di mettersi sulle sue tracce, spostandosi fino agli Stati Uniti e l'Italia.
Il film tratto dal best seller di Tatiana de Rosnay rievoca uno degli episodi più luttuosi della storia francese, rispetto al quale Chirac molti anni più tardi dovette fare pubblica ammenda. Il racconto a montaggio alternato funziona e cattura, ma ciò che non torna affatto è l'ostinazione con cui la giornalista gira in lungo e in largo per scoprire la verità sulla storia della casa che si accinge ad abitare. Torna ancora meno la diramazione rosa del racconto, con tanto di dilemma aborto sì / aborto no: un elemento decisamente fuori registro rispetto al resto del film.    

giovedì 29 dicembre 2011

Breaking news

anno: 2005   
regia: TO, JOHNNIE  
genere: poliziesco  
con Richie Jun, Kelly Chen, Nick Cheung, Lam Suet, Cheung Siu-Fai  
location: Hong Kong
voto: 4

A seguito di una rapina gli uomini di una banda si rifugiano all'interno di un palazzone, proprio dove altri rapinatori hanno già trovato riparo. Sollecitata da una consulente d'immagine, la polizia, per sedare le voci di inefficienza e insicurezza che vengono dall'opinione pubblica di Hong Kong, opta per un'operazione spettacolare che coinvolge direttamente i media. Ma l'irruzione si rivela un disastro.
Questi asiatici sono talmente schiavi dell'apollineo che si preoccupano soltanto della messa in scena, sia cha girino un poliziesco, sia che vadano a rovistare nella filosofia zen. Sicché è impossibile non riconoscere anche a Johnny To, regista del film, di saperci fare con la macchina da presa, a cominciare dallo spettacolare piano sequenza iniziale. Ma si tratta pur sempre di un cinema estetizzante che si risolve soltanto a suon di split screen, ralenty, effettacci speciali ed esplosioni a gogo, tutto infilato in una serie di sparatorie infinite che non variano mai il ritmo, non creano suspense e appiattiscono l'opera al livello di un qualunque b-movie.