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sabato 10 ottobre 2020

Protagonisti per sempre

anno: 2015
regia: VERDESCA, MIMMO
genere: documentario
con Luciano De Amrosis, Rinaldo Smordoni, Nella Giammona, Agnese Giammona, Eleonora Brown, Andrea Balestri, Totò Cascio, Giorgio Cantarini
location: Italia
voto: 8 

Bella e commovente l'idea di chiamare a raccolta i bambini di una volta, catapultati nel mondo della settima arte, e oggi diventati adulti con i percorsi più diversi. I piccoli protagonisti di capolavori del Neorealismo come I bambini ci guardano, Ladri di biciclette, Sciuscià o La terra trema, o quelli che hanno avuto la fortuna di toccare con mano la statuetta più ambita a Los Angeles per film come Nuovo cinema paradiso e La vita è bella, o chi ha avuto la fortuna di diventare un divo del piccolo schermo grazie al Pinocchio di Comencini, sono oggi adulti consapevoli della transitorietà del loro successo. Tra casalinghe, autisti d'autobus, ristoratori, doppiatori e aspiranti attori ancora in formazione, il documentario che ha sbancato al Cine Children Film Festival è un'appassionata antologia di sobrie testimonianze, ricchissime di aneddoti, alle quali si avvicendano l'immancabile found footage, nel quale ritroviamo i volti di De Sica, Rossellini, Visconti, Zeffirelli, Zavattini, Comencini, Tornatore e Benigni. Una piccola perla per veri appassionati di cinema.

lunedì 29 aprile 2019

Stanlio e Ollio

anno: 2018       
regia: BAIRD, JON S.    
genere: biografico    
con Steve Coogan, John C. Reilly, Nina Arianda, Shirley Henderson, Danny Huston, Rufus Jones, Stephanie Hyam, Susy Kane, Bentley Kalu, Ella Kenion    
location: Regno Unito, USA
voto: 6    

Nel 1953 Stan Laurel (Coogan) e Oliver Hardy (Reilly) - coppia comica che negli anni '30 aveva raggiunto un successo planetario - andarono in tournée nei teatri di Regno Unito e Irlanda, riproponendo vecchie gag e cercando l'ultimo colpo d'ala col miraggio di poter girare un'ultima pellicola.
Dopo un breve incipit nel quale si richiama il successo cinematografico de I fanciulli del west, il film di Jon S. Baird si sofferma soprattutto sulla tournée teatrale che vide protagonisti questi dioscuri della settima arte che si separarono in un'unica occasione nell'arco di un'intera carriera. Il tutto è confezionato secondo le regole di un cinema assai classico, un buddy movie che non lascia spazio ad alcun genere di inventiva ma che si affida alle strabilianti trasformazioni dei due protagonisti, entrambi perfettamente in parte senza mai scivolare nella caricatura. Ma la storia raccontata è soprattutto quella di una grande amicizia asimmetrica, con Laurel fraternamente attaccato al più debole Hardy (che sperperò gran parte del suo patrimonio giocando alle corse dei cavalli) e devoto alla coppia comica fino alla morte, avvenuta nel 1965, quando continuava imperterrito a scrivere battute per Stanlio e Ollio, ancora vivi nella memoria collettiva a più di cinquant'anni dalla morte.    

domenica 13 gennaio 2019

La La Land

anno: 2016       
regia: CHAZELLE, DAMIEN    
genere: musicale    
con Ryan Gosling, Emma Stone, J.K. Simmons, Finn Wittrock, Sandra Rosko, Rosemarie DeWitt, John Legend, Sonoya Mizuno, Ana Flavia Gavlak    
location: Francia, Usa
voto: 4    

Fosse stato "lui aspirante calciatore, lei aspirante velina", il pubblico italiano sarebbe andato in sollucchero per questa paccottiglia traboccante kitsch che ha fatto incetta di premi (Coppa Volpi a Venezia per la migliore attrice a Emma Stone, Oscar 2017 per miglior regia, attrice protagonista, fotografia, colonna sonora, scenografia e canzone originale). Tutto per cosa? Per una scena iniziale che, va riconosciuto, ha il suo effetto e deve essere costata un bel po' (un'infinita serie di macchine su una tangenziale losangelina è l'occasione per il primo balletto) e pochissimo altro. A partire dagli attori: Emma Stone, sguardo con l'esoftalmo perennemente corrucciato, e Ryan Gosling, che avrà anche imparato a suonare il pianoforte come si deve ma che, lavorando senza cappello, ha meno espressioni di quelle enumerate da una celeberrima battuta di Sergio Leone su Clint Eastwood. Entrambi a dir poco legnosi quando si tratta di ballare. Tra i due - lui jazzista che vorrebbe aprire un locale dove si suona musica mainstream, lei attricetta di quart'ordine che sbarca il lunario come barista - scocca la scintilla. Ma quando a lui si prospetta la possibilità di partire per una lunga tournée con la sua band, lei comincia a sconquassare le appendici pendule e se ne torna a casa dai genitori. Quando si incontrano di nuovo, cinque anni più tardi, le loro vite sono cambiate.
Tolti i cromatismi, le scenografie, qualche coreografia, alcune canzoni piuttosto indovinate, il resto di questo filmetto riproduce la stessa grana grossa del precedente film del trentenne Damien Chazelle, il pessimo Whiplash, con una trama meno che insulsa, robetta per anime belle, capaci di accontentarsi di fare sogni lasciando passare ancora una volta un messaggio reazionario (i bianchi salvano la musica dei neri...) a occhi aperti con storielline corrive come questa. Non essendo Bob Fosse né riuscendo a riprodurre quella leggerezza degna di Grease, Chazelle vorrebbe ispirarsi al musical classico. Ma Stanley Donen e Vincente Minnelli appartengono a un altro pianeta.    

mercoledì 2 maggio 2018

The Disaster Artist

anno: 2017   
regia: FRANCO, JAMES    
genere: drammatico    
con Dave Franco, James Franco, Seth Rogen, Ari Graynor, Alison Brie, Jacki Weaver, Paul Scheer, Zac Efron, Josh Hutcherson, June Diane Raphael, Megan Mullally, Jason Mantzoukas, Andrew Santino, Nathan Fielder, Joe Mande, Sharon Stone, John Early, Melanie Griffith, Hannibal Buress, Charlyne Yi, Jessie Ennis, Peter Gilroy, Lauren Ash, Karen Macarah, Sugar Lyn Beard, Bob Odenkirk, Brian Huskey, Megan Ferguson, Randall Park, Steven Liu, Tommy Wiseau, Casey Wilson, Jerrod Carmichael, Xosha Roquemore, Kelly Oxford, Kether Donohue, Jeffrey C. Goodell, Dree Hemingway, Angelyne, Tom Franco, Zoey Deutch, Ike Barinholtz, Kevin Smith, Keegan-Michael Key, Adam Scott, Danny McBride, Kristen Bell, J.J. Abrams, Lizzy Caplan    
location: Usa
voto: 7    

Qual è il film più brutto della storia del cinema? Guardando all'Italia, verrebbe da rispondere uno qualsiasi dei film di Stefano Calvagna, o un cinepanettone a piacere. Quelli che se ne intendono dicono invece che sia stato The room, il film che Tommy Wiseau realizzò alla fine degli anni Novanta, vicenda rocambolesca ricostruita in The disaster artist. Difficile dire dove finisca la storia vera e dove cominci la seconda regia dell'attore James Franco, che porta sulla scena la vicenda di quest'uomo ricco da far schifo, probabilmente di origini polacche, del quale si è sempre saputo pochissimo, disposto a qualsiasi cosa pur di dirigere e recitare un film a Hollywood secondo le sue regole, coltivando apertamente la speranza di diventarne una star. I fatti narrati increntrati sull'amicizia tra il protagonista e un aspirante attore (Dave Franco, fratello di James), presto suo amico e co-protagonista di The room. I due si mettono in viaggio verso Los Angeles per avventurarsi in quell'impresa audace e assai folle che avrebbe voluto essere, sul copione, una storia di amore tradito ma che, alla prima in sala, si tradusse in un'esilarante ridicolaggine. Dai lunghi titoli di coda si capisce quanto filologica sia stata la ricostruzione di Franco in ogni dettaglio (scene, costumi, caratteri), ma al regista-attore non si può negare il merito di avere raccontato con verve assai ironica e ottimo ritmo l'ennesima variante sul sogno hollywoodiano di un personaggio enigmatico che sta tra Ed Wood e Howard Hughes.
Golden Globe 2018 a James Franco come miglior attore protagonista.    

giovedì 26 ottobre 2017

In arte Nino

anno: 2017   
regia: MANFREDI, LUCA   
genere: biografico   
con Elio Germano, Miriam Leone, Stefano Fresi, Anna Ferruzzo, Duccio Camerini, Barbara Ronchi, Vincenzo Zampa, Flavio Furno, Roberto Citran, Arianna Battilana, Roberto Giordano, Sara Lazzaro, Massimo Wertmuller, Paola Minaccioni, Maria Torres, Gennaro Di Biase, Guido Roncalli, Vincenzo Nemolato, Emanuel Caserio, Luca Di Giovanni, Fulvia Lorenzetti, Cinzia Mascoli, Giancarlo Previati, Pietro Ragusa, Leo Gullotta, Giorgio Tirabassi    
location: Italia
voto: 7   

Quando Manfredi non era ancora Manfredi. La biopic televisiva sull'immenso Nino Manfredi (all'anagrafe Saturnino), che il figlio Luca gli dedica a oltre due lustri dalla morte (avvenuta nel 2004), si concentra infatti sugli anni che precedono l'affermazione - prima televisiva, poi in teatro e al cinema - del padre.
Cresciuto a causa di una pleurite in un sanatorio, durante il fascismo, il giovane Saturnino si dimostrò fin da subito sagace, intelligente, ironico, incline alo scherzo, amante della musica e con un vero talento attoriale. Tuttavia il padre, un carabiniere ciociaro, aveva in programma per lui una laurea in giurisprudenza - titolo che Nino effettivamente riuscì a prendere - mostrandosi totalmente refrattario alla vocazione artistica del figlio. È sulla dialettica di odio e amore tra i due che si gioca una buona parte del film, al quale pure non mancano i riferimenti al casuale e progressivo inserimento nel teatro, agli iniziali difetti di dizione, all'alba di quel grande amore che Manfredi avrebbe poi avuto con Erminia (Leone), sua moglie per cinquant'anni.
Se l'impronta da sceneggiato televisivo è ben visibile nell'uso delle luci, in una certa povertà scenografica e in un cast complessivamente non proprio di primissimo livello, al film va riconosciuto un registro non agiografico, un ritmo notevole ma, più di tutto, la performance assolutamente maiuscola di Elio Germano, capace di appropriarsi di tutti i tratti espressivi e prosodici dell'attore di Castro dei Volsci, una prova di mimetismo talmente potente che non fa che ribadire che il 37enne romano è uno dei più grandi talenti che il nostro cinema abbia espresso da vent'anni a questa parte.    

sabato 20 agosto 2016

Un posto sicuro

anno: 2015       
regia: GHIACCIO, FRANCESCO   
genere: drammatico   
con Marco D’Amore, Giorgio Colangeli, Matilde Gioli   
location: Italia
voto: 6   

Casale Monferrato, 2011. Luca (interpretato da Marco D'Amore che, reduce dal successo della serie televisiva Gomorra, dà qui prova di grande versatilità) e suo padre (Colangeli) non si rivolgono parola da anni. Il rapporto cambia quando il primo viene a sapere che il secondo si trova nello stadio terminale di un mesotelioma contratto lavorando per anni l'amianto in fabbrica. Con l'occasione, Luca concentra tutte le sue energie per far conoscere la vicenda della fabbrica Eternit che ha ucciso migliaia di persone senza che i padroni rivelassero nulla di ciò che sapevano sulla pericolosità dell'amianto. Ma per lui è anche l'occasione per affrancarsi dal lavoro di giullare per feste da ricchi e tornare a calcare il palcoscenico teatrale.
Cinema di impegno civile con guizzi visionari di grande impatto (su tutti, la scena metaforica in cui il protagonista svuota sul palco interi sacchi di palline da ping pong), il film dell'esordiente Francesco Ghiaccio perde parte del suo potenziale in un fragile schematismo, con rivoli narrativi prescindibili, a cominciare dalla sottotrama rosa. Un'occasione parzialmente sprecata per raccontare un disastro sanitario e ambientale al quale la giustizia italiana ha aggiunto un'intollerabile quota di oscenità e iniquità.    

lunedì 9 maggio 2016

11 minutes

anno: 2015   
regia: SKOLIMOWSKI, JERZY  
genere: drammatico  
con Richard Dormer, Wojciech Mecwaldowski, Paulina Chapko, Andrzej Chyra, Dawid Ogrodnik, Agata Buzek, Piotr Glowacki, Anna Maria Buczek, Jan Nowicki, Lukasz Sikora, Ifi Ude, Mateusz Kosciukiewicz, Grazyna Blecka-Kolska, Janusz Chabior    
location: Polonia
voto: 7,5  

Tra le 17 e le 17:11 a Varsavia succede di tutto: un'attrice si reca in un hotel di lusso per un provino con il regista marpione; suo marito, dopo un eccesso di sonniferi, la cerca disperato; una donna deve partorire ma il compagno ostacola l'operato dei paramedici dell'ambulanza; un professore con qualche scheletro nell'armadio vende hot dog; un pony express con dubbie frequentazioni trasporta droga; un lavavetri si prende una pausa con la sua ragazza guardando film porno; un ragazzetto vuole rapinare il banco dei pegni e una punkabbestia ha dato fuoco alla casa di un amico. Con un effetto farfalla, tutte le storie si intrecceranno in un finale esplosivo.
Skolimowski, classe 1938, si conferma regista modernissimo, audace, capace di costruire un racconto a incastri fittissimo di eventi, tutti costretti in un arco temporale ridottissimo. Dall'uso delle prime sequenze girate con lo smartphone ai ralenty finali, il regista polacco dimostra di avere classe da vendere, di padroneggiare a perfezione tutte le fasi della regia e di sapersi avvalere di un montaggio superlativo. Peccato che il finale, pur nel suo clamore, lasci scoperta qualche traccia narrativa e che il gioco di rimandi sibillini della macchia nel cielo avvistata da tutti i personaggi sia un po' fine a sé stesso.    

mercoledì 16 dicembre 2015

La rosa purpurea del Cairo (The Purple Rose Of Cairo)

anno: 1985   
regia: ALLEN, WOODY  
genere: commedia  
con Mia Farrow, Jeff Daniels, Danny Aiello, Irving Metzman, Stephanie Farrow, John Wood, Dianne Wiest, Deborah Rush, Milo O'Shea, David Kieserman, Van Johnson, Zoe Caldwell    
location: Usa
voto: 8  

Durante la Grande Depressione l'unica consolazione di Cecilia (Farrow) - cameriera precaria in una tavola calda con marito perdigiorno, disoccupato e manesco a carico (Aiello) - è il cinema. La sua vita sembra finalmente cambiare quando uno degli interpreti (Daniels) della pellicola alla quale sta assistendo per la quinta volta, La rosa purpurea del Cairo, non abbandona lo schermo per andare via con lei in giro per la città vestito da esploratore con tanto di casco coloniale. L'episodio getta lo scompiglio tra il resto della troupe, il produttore del film e l'attore che interpreta quel personaggio e che si vede costretto a precipitarsi sul posto per gestire la difficile situazione. Quando anche lui sembra invaghirsi di Cecilia, a quest'ultima non rimane che una scelta tra l'amore con il personaggio immaginario e quello per l'attore concreto…
Uno dei capolavori indiscussi di Woody Allen, un omaggio con sfumature oniriche in perfetto stile d'epoca al cinema dei padri, una fucina di invenzioni che restituisce appieno il valore del cinema come appannaggio anche delle classi meno abbienti come il romanzo lo era stato per l'upper class nell'Ottocento. Interpretato magnificamente da una Mia Farrow che dona al suo personaggio una gamma intensissima di sfumature emotive, La rosa purpurea del Cairo è un film destinato a imperitura memoria, inossidabile all'azione del tempo. Insieme a Un'altra donna, si tratta certamemente del migliore dei 13 film che la coppia Farrow-Allen ha girato tra il 1982 al 1992 in oltre dieci anni di matrimonio artistico e nella vita reale.

mercoledì 14 ottobre 2015

La scuola d'estate

anno: 2014   
regia: QUADRI, JACOPO   
genere: documentario   
con Luca Ronconi, Luca Bargagna, Benedetto Sicca, Lucrezia Guidone, Sara Putignano, Fabrizio Falco, Gabriele Falsetta, Fausto Cabra, Lucia Lavia, Matteo Ramundo, Massimo Odierna, Arianna Di Stefano, Carmine Fabbricatore, Michele Lisi, Eugenio Papalia, Francesco Petruzzelli, Rosy Bonfiglio, Gianluca Pantosti, Matteo Mauriello, Desiree Domenici, Barbara Chichiarelli, Flaminia Cuzzoli, Giulia Gallone, Giulio Maria Corso, Ivan Alovisio    
location: Italia
voto: 7,5   

Costretti in quel di Santacristina, nel cuore dell'Umbria, all'eremitaggio artistico dalla scuola di recitazione di Luca Ronconi, un nugolo di ragazzi va alla ricerca del salto di qualità nel teatro o nel cinema. Confusi, smarriti, persino prigionieri in quel luogo lontano da tutto, ma anche ammaliati dall'enorme carisma del loro Maestro, i ragazzi passano le giornate studiando alcuni classici da recitare e ascoltando i suggerimenti di Ronconi. Ed è qui che si spalanca un universo ricchissimo di sfumature e cromatismi, attraverso il quale Ronconi - oltre a raccontarsi in scampoli d'intervista autobiografica - corregge, rimprovera, stimola, coglie il minimo dettaglio, spiega come far uscire e modulare la voce, imita, brontola, ironizza ma soprattutto dà ai suoi allievi una grandissima lezione di sensibilità artistica e di umanità. Un film che svela il backstage di cui si nutre un mestiere difficile, un'opera persino necessaria in un panorama documentaristico che così poco ha saputo raccontare il magico mondo della recitazione.    

giovedì 6 agosto 2015

Sils Maria (Clouds of Sils Maria)

anno: 2014       
regia: ASSAYAS, OLIVIER
genere: drammatico
con Juliette Binoche, Kristen Stewart, Chloë Grace Moretz, Lars Eidinger, Johnny Flynn, Angela Winkler, Hanns Zischler, Nora von Waldstätten, Brady Corbet, Aljoscha Stadelmann, Claire Tran, Peter Farkas, Stuart Manashil, Ben Posener, Ricardia Bramley, Luise Berndt, Gilles Tschudi, Benoit Peverelli, Caroline De Maigret, Arnold Gramara, Sean McDonagh    
location: Francia, Svizzera
voto: 3

Lei, lei e l'altra. Inusuale triangolo professionale con cascami di potere e invidie mascherate in quest'opera di uno dei registi più discontinui del cinema transalpino: Olivier Assayas, già autore di un'opera pregevolissima come Il bambino d'inverno. Marie (Binoche) è un'attrice di grande fama, chiamata a interpretare, a vent'anni di distanza, il ruolo dell'antagonista del personaggio che la lanciò nel cinema. Valentine (interpretata da Kristen Stewart, diventata diva grazie a Twilight) è la sua inseparabile assistente che non disdegna di assurgere a ruoli di comando e trama occultamente un abbandono inaspettato. L'altra (Moretz) è un'attricetta con il gusto per lo scandalo e lo sballo compulsivo che interpreterà il ruolo che fu di Marie, da lei rubricata frettolosamente a vecchiume in ogni senso.
Cinema verbosissimo, cerebrale e gelido fino all'esasperazione, con un plot tutto costruito per sottrazione ed ellissi, bruschi viraggi narrativi, improvvise tentazioni visive (magnifiche le riprese del fenomeno atmosferico del cosiddetto serpente del Maloja, tra le vette dell'Engadina), ma avvitato su sé stesso, inutilmente memore della lezione di Eva contro Eva, Persona e Viale del tramonto.    

venerdì 3 luglio 2015

Latin Lover

anno: 2014       
regia: COMENCINI, CRISTINA
genere: commedia
con Virna Lisi, Marisa Paredes, Angela Finocchiaro, Valeria Bruni Tedeschi, Candela Peña, Claudio Gioé, Jordi Mollà, Pihla Viitala, Lluís Homar, Francesco Scianna, Neri Marcorè, Toni Bertorelli, Nadeah Miranda
location: Italia
voto: 2

La solita solfa: gineceo riunito per le grandi occasioni (in Matrimoni era il Natale; ne Il più bel giorno della mia vita una comunione; stavolta si commemora il decennale della scomparsa di Saverio Crispo (Scianna), attore di culto del cinema italiano) e sfondo agrodolce su tema amoroso, come in Va' dove ti porta il cuore, Liberate i pesci e La bestia nel cuore). A casa di Rita (interpretata da Virna Lisi, qui alla sua ultima apparizione cinematografica), la sua prima moglie, accorrono la seconda moglie spagnola (Paredes) con figlia (Pena) e genero al seguito (Mollà), più un manipolo di altre discendenti che l'uomo ebbe da altrettante relazioni in giro per il mondo. La figura di Saverio fa da catalizzatore di rancori mai sopiti, di gelosie nemmeno troppo represse, di vendette subdole.
Il cinema di Cristina Comencini continua a naufragare in un oceano di luoghi comuni, situazioni stracotte, personaggi caricaturali, criptoideologia manichea. In questa occasione ci si aggiunge la ridda di citazioni a sproposito (Leone, Monicelli, Risi, Petri, Germi) che esasperano la centrifuga preposta a rappresentare una figura di fantasia che - nelle intenzioni della regista e di Giulia Calenda, coautrice del copione - dovrebbe essere la sintesi del divo cinematografico degli anni d'oro della commedia all'italiana, un mix nemmeno troppo nascosto tra Gassman, De Sica e Mastroianni, tutti grandi seduttori la cui memoria viene annichilita da questo filmaccio da cicaleccio tra femmine, molto al di sotto la cortina del fotoromanzo.     

domenica 3 maggio 2015

Massimo, il mio cinema secondo me

anno: 2013       
regia: VERZILLO, RAFFAELE   
genere: documentario   
con Massimo Troisi, Lello Arena, Massimo Bonetti, Maria Grazia Cucinotta, Francesca Neri, Anna Pavignano, Mario Sesti   
location: Italia
voto: 3,5

Una lunga intervista fa da sfondo a questo documentario nel quale attori e produttori che hanno lavorato con Massimo Troisi, il grande comico napoletano scomparso prematuramente nel 1994, raccontano il suo cinema, le sue scelte, la sua pigrizia, il dialetto come grimaldello per scardinare la fissità del registro comico di quegli anni. Il prodotto, che si avvale anche della testimonianza del critico Mario Sesti, è però svogliato e non riesce a fornire un quadro compiuto della poetica dell'attore partenopeo, al punto che l'unica intuizione davvero felice del documentario è quella di registrare le interviste negli stessi luoghi dove i diversi interpreti interpretarono le scene. Perdibile.    

giovedì 16 aprile 2015

Mia madre

anno: 2015       
regia: MORETTI, NANNI
genere: drammatico
con Margherita Buy, John Turturro, Giulia Lazzarini, Nanni Moretti, Beatrice Mancini, Stefano Abbati, Enrico Ianniello, Anna Bellato, Toni Laudadio, Lorenzo Gioielli, Pietro Ragusa, Tatiana Lepore, Monica Samassa, Vanessa Scalera, Davide Iacopini, Rossana Mortara, Antonio Zavatteri, Camilla Semino Favro, Renato Scarpa, Francesco Brandi, Gianluca Gobbi
location: Italia
voto: 5

Il cinema come terapia: dalle nevrosi giovanili, passando per le confessioni schiettamente autobiografiche di Caro diario e Aprile per poi approdare alle paure per la vita del figlio (La stanza del figlio) e a quelle dell'identità politica del Paese (Il caimano) fino a trovare nell'alter ego di Michel Piccoli e Margherita Buy la sponda ideale per raccontare il proprio senso di inadeguatezza e la difficile elaborazione del lutto della madre nonché la difficoltà a vestire i panni di regista. È questo - in maniera sempre più dichiarata - il cinema di Nanni Moretti, un cinema condito dai luoghi caratteristici della sua poetica: la canzone cantata in macchina, il balletto improvvisato, la torta, le conversazioni a tavola, l'idiosincrasia nei confronti della retorica e dei luoghi comuni. Ma è un cinema ormai inteccherito e allo stesso tempo disincantato e malinconico, che ha perso la sua virulenza caustica, la sua capacità di far ridere amaramente o di disseminare dubbi inaspettati. In Mia madre tutto ruota intorno all'alter ego di Moretti, una Margherita Buy raramente vista così a disagio e costretta ad assumere anche i cliché del regista romano, la sua attitudine che da autoironica si è fatta autodissacratoria, forse nel nome di uno sui "duecento schemi" che l'autore vorrebbe abbattere in sé stesso. Nel dodicesimo lungometraggio di finzione di Moretti, Margherita (che conserva il suo nome) è una regista che sta girando un film su una fabbrica che, prossima alla chiusura, sta per essere rilevata da un americano disposto a salvarla a condizione di un ritocco ai salari e alle risorse umane. Il ruolo del nuovo proprietario spetta a un attore cialtrone, mitomane e smemorato (Turturro) col quale la donna ha un rapporto difficile, che si va a sommare a quello con il compagno dal quale si è da poco allontanata (Ianniello). Se l'anima autobiografica relativa alle responsabilità del regista si estrinsecano, in questo processo di cinema terapeutico che scava nell'inconscio con improvvisi scarti temporali e movimenti emozionali spiazzanti, in questo ennesimo film nel film (dopo Sogni d'oro, Aprile e Il caimano), quella privata trova ampio spazio nell'accudimento che la regista e il fratello Giovanni (lo stesso Moretti), che si licenzia appositamente, cercano di dare alla madre morente (Lazzarini), lutto che l'autore di Ecce bombo visse nel 2010. Entrambe le nervature del film - quella professionale e quella intima, familiare - nonostante il sincero travaso autobiografico, lasciano un'impressione di incompiutezza, di virata verso toni sempre più saturnini (sottolineati dalla colonna sonora di dolorosa bellezza composta in gran parte dai brani eterei e rarefatti di Arvo Pärt), di un cinema sempre più ombelicale che si mette davvero troppo "accanto al personaggio" (come predica continuamente la protagonista senza sapere neppure esattamente cosa significhi), di una di una stasi creativa che i cinefili si augurano possa interrompersi il prima possibile, pena il rischio che dopo le opere sull'elaborazione dei lutti del figlio e della madre possano arrivare anche quelli del prozio e della tata.    

lunedì 16 marzo 2015

The cuban Hamlet - Storia di Tomas Milian

anno: 2014       
regia: SANSONNA, GIUSEPPE
genere: documentario
con Tomas Milian
location: Cuba, Italia
voto: 2,5

Tra i documentari che, da una trentina d'anni a questa parte, hanno cominciato a diffondersi in sala o in dvd, dedicati ad attori più o meno importanti (Riso in bianco, su Moretti; Mi ricordo, sì io mi ricordo e Marcello, una vita dolce, entrambi mirati a ricordare l'immenso Matroianni; Come inguaiammo il cinema italiano, sulla comicità di Franchi e Ingrassia; Un attore contro, straordinario e imprescindibile ritratto di quel gigante che fu Gian Maria Volontè; Un principe chiamato Totò; Ritratto di mio padre, dedica di Maria Sole a Ugo Tognazzi; Una vita da mattatore, con ovvio riferimento a Gassman; Francesco Nuti... e vengo da lontano, documentario che segna il triste passaggio di Nuti dal successo alla malattia; Carlo!, omaggio a Verdone; Alberto il grande, doc nel quale lo stesso Verdone ricorda a sua volta il Maestro Sordi; Tutte le storie di Piera, in cui il riferimento onomastico è alla Degli Esposti), quello dedicato a Tomas Milian è senz'altro uno dei peggiori. Si tratta di un'oretta di intervista montata in due occasioni diverse, durante la quale l'attore cubano, rientrato in patria dopo una lunghissima assenza (era andato via nel 1956) e una carriera cinematografica spesa tra l'Italia e gli Stati Uniti, si racconta con piglio narcisista alla macchina da presa di Giuseppe Sansonna, anch'egli quasi sempre davanti allo schermo. Quell'uomo, oggi segnato dagli acciacchi del tempo e claudicante, tra gli anni settanta e gli anni ottanta conobbe un successo spropositato come interprete di B-movies ad altissimo tasso coprolalico in cui interpretò il commissario Monnezza (doppiato sempre dall'indimenticabile Ferruccio Amendola) sotto la regia di Bruno Corbucci. Ma Milian fu attore impegnato per Antonioni, Bertolucci, Bolognini, Cavani, Damiani, Lattuada, Maselli, Pollack e Spielberg. Di tutto questo il documentario parla appena tangenzialmente, non ricorrendo neppure a una sola immagine di repertorio. Preferisce piuttosto scivolare su note strettamente autobiografiche e personalissime: il difficile rapporto col padre autoritario, la bisessualità dichiarata, lo sperpero della fortuna accumulata. Un vero peccato, perché un attore che è stato capace di oscillare continuamente tra le vette del cinema d'autore e i bassifondi di quello più triviale avrebbe meritato una lettura un minimo più approfondita.    

sabato 14 marzo 2015

London Boulevard

anno: 2011   
regia: MONAHAN, WILLIAM
genere: gangster
con Colin Farrell, Keira Knightley, David Thewlis, Anna Friel, Ben Chaplin, Ray Winstone, Eddie Marsan, Sanjeev Bhaskar, Stephen Graham, Ophelia Lovibond, Jamie Campbell Bower
location: Regno Unito
voto: 6,5

Appena uscito dalla galera, Mitch (Farrell) si mette in cerca di un lavoro pulito. Gli viene così offerta l'occasione di fare la guardia del corpo di un'attrice (quel monumento all'anoressia che è la terribile Keira Knightley), rinchiusa nel suo villone assediato dai paparazzi, in preda a un esaurimento nervoso e controllata a vista da un tossico borderline e nichilista (Thewlis). Ma un boss ultrasadico (Winstone) pretende i favori di Mitch, per il quale sarà difficile mantenersi fuori dal quel giro.
Al suo esordio dietro la macchina da presa dopo avere scritto sceneggiature come  Le crociate, The Departed e Nessuna verità, William Monahan dirige un gangster movie anomalo, straniante, nel quale la violenza, pur efferata, rimane sempre fuori campo. La traiettoria del gangster buono segue un percorso che irrompe in una zona che sta tra il grottesco e il metafisico, con spargimento di relazioni e personaggi anodini (il paparazzo con gli occhiali da sole, il mendicante finto cieco, il killer serbo) in un quadro drammaturgico ellittico ma avvincente.    

venerdì 6 marzo 2015

L'uomo dalla bocca storta

anno: 2009   
regia: PERGOLARI, ANDREA * SALCE, EMANUELE 
genere: documentario 
con Luciano Salce, Emanuele Salce, Giorgio Albertazzi, Lino Banfi, Alessandra Celi, Ennio Morricone, Matilde Pezzotta, Alessandro Gassman, Franca Valeri, Lina Wertmüller, Paolo Villaggio, Enrico Vaime, Catherine Spaak, Orchidea De Santis, Antonello Falqui, Paolo Ferrari (III), Jaja Fiastri, Pippo Franco, Franco Giacobini, Roberto Leoni, Lelio Luttazzi, Erico Menczer, Alberto Pezzotta, Guido Salce, Antonio Siciliano, Vittorio Sindoni 
location: Italia
voto: 6 

Luciano Salce era simpatico, ha diretto qualche buon film e in televisione quel suo mix di ironia e garbo lo rese un personaggio popolare. Ma da qui a farlo passare - come tentano alcune selezionatissime testimonianze raccolte dal figlio Emanuele - per una sorta di Maestro, ce ne passa davvero troppo.
L'omaggio filiale, agile e accattivante, ricostruisce, a vent'anni dalla morte di Luciano Salce, le tappe essenziali del percorso umano e artistico dell'uomo con la bocca storta (un incidente d'auto e il campo di concentramento a Dachau gli cambiarono la fisionomia): rimasto precocissimamente orfano di madre, cresciuto prima dalla nonna e poi in orfanotrofio, Salce si fece notare per la sua versatilità. Dalla recitazione al canto fino alla regia, conobbe le luci della ribalta grazie al suo eclettismo. Attore dagli anni cinquanta, esordì dietro la macchina da presa nel 1960 con Le pillole di Ercole, prima di tentare la fortuna in Brasile, dove raggiunse l'amico Adolfo Celi. Film come Il federale, La voglia matta, Il Prof. Dott. Guido Tersilli e i primi due episodi di Fantozzi gli diedero qualche credibilità anche presso la critica più accigliata. Ma di film come Riavanti... marsh!, Vieni avanti, cretino e Quelli del casco non può dire che siano pietre angolari del cinema italiano.
Il documentario è confezionato con mano piuttosto convenzionale, pur non mancando qualche incursione - anche dolorosa - nel privato (l'amico Gassman gli soffiò la moglie Diletta) e di qualche momento gustoso, a cominciare dall'affannosa ricerca che il figlio Emanuele ha fatto in via Luciano Salce, a Roma, nei pressi della Laurentina, cercando qualcuno che sapesse chi fosse la persona che dà il nome a quella via. E non trovandone nemmeno uno.    

domenica 15 febbraio 2015

Birdman (o l'imprevedibile virtù dell'ignoranza)

anno: 2014       
regia: GONZALEZ INARRITU, ALEJANDRO
genere: grottesco
con Michael Keaton, Emma Stone, Kenny Chin, Jamahl Garrison-Lowe, Zach Galifianakis, Naomi Watts, Jeremy Shamos, Andrea Riseborough, Katherine O'Sullivan, Damian Young, Keenan Shimizu, Akira Ito, Natalie Gold, Merritt Wever, Edward Norton, Michael Siberry, Clark Middleton, Amy Ryan, William Youmans, Lindsay Duncan, Paula Pell, David Fierro, Hudson Flynn, Warren Kelly, Joel Marsh Garland, Brent Bateman, Donna Lynne Champlin, Valentino Musumeci, Taylor Schwencke, Craig muMs Grant, Kyle Knauf, Dave Neal, Kelly Southerland, Roberta Colindrez, Catherine Peppers, Frank Ridley, Janis Corsair, Rakesh Shah, Bill Camp, Malachi Weir, Jackie Hoffman, Stephen Adly Guirgis, Glenn Wein, Ebrahim Jaffer, Nicolas Rain Noe, Susan Blackwell, Anna Hardwick, Dusan Dukic, Helena-Alexis Seymour, Ian Finlay
location: Usa
voto: 6

Vent'anni prima divenne una celebrità grazie all'interpretazione di un supereroe, Birdman, che continua a ossessionarlo con un fantasma fastidioso. Oggi Riggan Thomson (Keaton) cerca di riciclarsi, nobilitandosi attraverso il teatro e mettendo in scena una pièce di Raymond Carver, Di cosa parliamo quando parliamo d'amore? Bisogna però trovare un comprimario all'altezza (Norton), sedare gli istinti suicidi della figlia (Stone), blandire la critica e trovare una cifra stilistica che garantisca il ritorno al successo.
Una serie di veri piani sequenza per generare un unico, interminabile piano sequenza falso, con diffrazioni temporali e scantonamenti semionirici sono gli stumenti che Alejandro González Iñárritu adotta per raccontare le mostruosità di Broadway, in un film-pamphlet raggelante, cupissimo: è questa la fatica numero cinque del regista messicano, la seconda senza Guillermo Arriaga dopo Biutiful. Un'opera di abbacinante virtuosismo (fotografia, attori, tutto), estrema, un atto d'accusa feroce che non rismarmia nessuno (attori vanitosi, critica ottusa, pubblico bovino, media pronti a vampirizzare qualsiasi evento) e che si consuma in due ore di interminabili camminate tra corridoi angusti e con il bordone di un'incessante logorrea sostenuta da continui colpi di batteria (quella di Antonio Sanchez, il percussionista di Pat Metheny e molti altri jazzisti, qui alla sua prima colonna sonora), stranianti e slabbrati, a sottolineare l'alienazione di un protagonista dall'ego smisurato, alla ricerca compulsiva di un riscatto, più o meno come al protagonista, Michael Keaton, è capitato dopo lo straordinario successo di Batman. Ma è proprio quell'imprevedibile virtù dell'ignoranza del sottotitolo, la boria crassa di chi crede nel potere taumaturgico del teatro come forma alta finendo col devastarlo a colpi di imprevisto, che darà a Riggan l'agognata pagina di plauso sui giornali che contano.
Film destinato a fare epoca, Birdman risente di quello stesso eccesso di ambizione che ha fatto di lavori come Interstellar, Avatar o Synecdoche, New York opere riuscite a metà, anche se per ragioni diversissime, ma tutte accomunate da un'attenzione esagerata per la forma e dall'affastellamento dei piani narrativi.    

lunedì 4 agosto 2014

Maps To the Stars

anno: 2014       
regia: CRONENBERG, DAVID 
genere: drammatico 
con Carrie Fisher, Julianne Moore, Robert Pattinson, Mia Wasikowska, John Cusack, Sarah Gadon, Olivia Williams, Niamh Wilson, Amanda Brugel, Emilia McCarthy, Joe Pingue, Jayne Heitmeyer, Evan Bird 
location: Usa
voto: 7 

Non fossero bastati film come Viale del tramonto e I protagonisti, ci ha pensato David Cronenberg a spingere ancora più in là lo sguardo impietoso sul mondo plastificato di Hollywood. Nel suo film corale, pieno zeppo di simbolismi non tutti decifrabili, dopo un po' arriviamo a capire che al centro della vicenda ci sono due fratelli: lui (Bird), tredicenne, è un divo dei serial tv, borioso all'inverosimile, viziatissimo e implicitamente vissuto come la gallina dalle uova d'oro dai due genitori milionari. Lei (Wasikowska), da poco maggiorenne, è stata allontanata dalla famiglia allorquando diede fuoco alla casa. Uscita dalla porta, tenta di rientrare dalla finestra con uno stratagemma: facendo leva sul tallone d'Achille di una diva (Moore) del cinema in procinto di interpretare il ruolo di sua madre in una biopic che ne vuole ricostruire la scomparsa in un incendio, la ragazzina si fa arruolare come tuttofare, ben sapendo che la donna è in cura psicologica dal padre (Cusack). Tra accessi d'ira, incesti e ipocrisia a gogo, ne accadranno delle belle.
Cronenberg racconta l'altra faccia di Hollywood con uno stile algido e volutamente sgradevole (si va dall'insipienza dei dialoghi ai peti dei divi durante le loro imperdibili sedute in bagno), mettendo lo spettatore nelle condizioni di ricostruire il puzzle a poco a poco. Il quadro che ne emerge è sconcertante ma al tempo stesso ambiguo: le patologie di tutti i personaggi sembrano contemporaneamente causa ed effetto del luccicante mondo del cinema e della televisione, l'ipocrisia impazza e il plot narrativo avanza spingendo a fondo sul pedale dell'esagerazione, che lascia comunque spazio a interrogativi non banali sul divismo.
Premio come miglior attrice a Julianne Moore al 67. Festival di Cannes (2014).    

martedì 21 gennaio 2014

Francesco Nuti... e vengo da lontano

anno: 2010   
regia: CANALE, MARIO
genere: documentario
con Francesco Nuti, Giovanni Nuti, Annamaria Malipiero, Giovanni Veronesi, Gianfranco Piccioli, Anna Nuti, Antonio Petrocelli, Carlo Verdone, Leonardo Pieraccioni, Ugo Chiti, Giorgio Panariello, Alessandro Benvenuti, Maurizio Ponzi, Giuliana De Sio, Clarissa Burt, Isabella Ferrari, Ornella Muti, Carla Casalini, Alessandro Haber, Francesca Neri, Tullio Kezich, Maurizio Calvesi, Novello Novelli, Ferzan Ozpetek
location: Italia
voto: 5,5

Nel 2006, in un periodo durante il quale le cose non gli stavano andando propriamente per il meglio, Francesco Nuti cadde per le scale della sua casa e rimase in coma a lungo, riportando in seguito importanti segni neurologici. È questo l'antefatto che ha spinto Mario Canale a girare un documentario su quello che, tra gli anni '80 e i '90, fu uno dei Re Mida del botteghino cinematografico, grazie a film come Madonna che silenzio c'è stasera, Caruso Pascoski e Willy Signori e vengo da lontano. Ma si sa che tenere a bada l'ebbrezza del successo non è facile per nessuno. Ed è infatti proprio ciò che è accaduto al malincomico toscano, rimasto sulla cresta dell'onda anche quando decise di passare alla regia (cominciò nel 1985 con Casablanca, Casablanca), per poi cadere nello sconforto più totale a seguito dell'insuccesso di Occhio Pinocchio (1994), stroncato sia dalla critica che dal pubblico.
A raccontare l'amara parabola di un uomo arrivato troppo presto sul viale del tramonto dopo una vita di successo, denaro, automobili e moltissime donne, concorrono più di tutti suo fratello Giovanni, musicista di quasi tutti i film di Francesco, e poi molti tra gli attori e le maestranze che lo conobbero sul set. Quasi inevitabilmente, dato il clima saturnino che aleggia su tutto il film, ne esce un ritratto vagamente agiografico (si insiste molto sulle grandi capacità di regia di Nuti, il che è tutto dire), si ricostruiscono i primi passi compiuti con i Giancattivi (il loro unico film, Ad ovest di Paperino, fu il teatro di guerra nel quale si combatté l'ultima convivenza con Alessandro Benvenuti e Athina Cenci), si rievoca la partecipazione a Sanremo in veste di cantante. Molte immagini di repertorio, il sorriso gentile e accattivante del protagonista, le foto d'archivio e un pudore che non guasta sono gli ingredienti di questo documentario che non lascia certamente il segno per l'originalità.    

giovedì 5 settembre 2013

Carlo!

anno: 2012   
regia: FERZETTI, FABIO * GIAGNI, GIANFRANCO  
genere: documentario  
con Carlo Verdone, Novilia Bernini, Margherita Buy, Inti Carboni, Gianfranco Di Silvestri, Pierfrancesco Favino, Alice Filippi, Ernesto Fioretti, Goffredo Fofi, Claudia Gerini, Marco Giallini, Eleonora Giorgi, Marco Giusti, Filippo La Porta, Francesca Marciano, Laura Morante, Pasquale Plastino, Micaela Ramazzotti, Toni Servillo, Giulia Verdone, Luca Verdone, Paolo Verdone  
location: Italia
voto: 7

Carlo Verdone non è mai stato un gran regista: dai film a sketch degli esordi (Un sacco bello; Bianco, rosso e Verdone), passando per le cadute degli anni '90 (Perdiamoci di vista; Sono pazzo di Iris Blond; Gallo cedrone; C'era un cinese in coma) fino alle ripetizioni di film come Io, loro e Lara, Verdone ha sempre espresso un cinema piuttosto elementare, dove a comandare era lo script. È tuttavia innegabile il talento che ha saputo manifestare con continuità nell'intercettare cliché, caratteri, vezzi e vizi degli italiani, proponendosi come ideale prosecutore di quella galleria di caratteri che, prima di lui, è stata la cifra interpretativa del suo idolo Alberto Sordi.
Nonostante l'evidenza di alcuni suoi limiti, a Carlo!, confidenzialmente, viene tributato questo documentario ideato e diretto dal critico cinematografico Fabio Ferzetti e da Gianfranco Giagni, documentarista e fratello di Riccardo. Grazie a un'abile opera di montaggio e alle testimonianze dei tanti che hanno conosciuto o lavorato con Verdone (ma quelle veramente imperdibili - in mezzo a una ridda di gente spocchiosa e impostata, Morante e Servillo su tutti, e al tono sempre un po' piagnucoloso dello stesso Verdone - sono di Gianfranco Di Silvestri, detto "il professore" e del suo assistente personale) e al puntuale rintocco con spezzoni dei suoi film, il documentario permette di entrare pienamente nel fenomenologia cinematografica del regista romano. Ciò che emerge più di ogni altra cosa è la capacità di "rubare" dalla realtà, la versatilità nell'imitazione, il talento nell'affabulazione, il tutto, va aggiunto, messo a servizio di sceneggiature spesso fragili e bozzettistiche. Il documentario, pur nella sua medietas priva di guizzi, è un saggio di valore, che consente allo spettatore di farsi un'idea compiuta del cinema verdoniano.