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venerdì 12 aprile 2019

Cafarnao - Caos e miracoli (Capharnaüm)

anno: 2019       
regia: LABAKI, NADINE    
genere: drammatico    
con Zain Alrafeea, Yordanos Shifera, Boluwatife Treasure Bankole, Kawthar Al Haddad, Fadi Youssef, Treasure Bankole, Nadine Labaki, Yordanos Shiferaw    
location: Libano
voto: 2,5    

In una Beirut completamente degradata, ridotta a una kasbah piena di macerie, il tredicenne Zain (Alrafeea) fa causa ai suoi genitori per averlo messo al mondo, dopo che questi hanno venduto la figlia undicenne a un uomo che, dopo averla ingravidata, le ha procurato la morte. Assistiamo così a una impacciata ricostruzione in flashback in cui seguiamo il ragazzino per le strade cittadine, mentre si arrabatta tra vendita di cianfrusaglie, lavoretti per sbarcare il lunario e il babysitteraggio di un bambino etiope che cammina appena: un compito che gli viene offerto dalla madre di questo in cambio di un rifugio.
Il film di Nadine Labaki - già regista del mediocre Caramel - è un polpettone che cerca, senza mai trovarla, la lacrima dello spettatore, rovistando nel parossismo di una vita impossibile, per descrivere la quale è insufficiente persino la parola povertà. Eppure, la regista non riesce mai a creare empatia neppure col protagonista, tanto è manifestamente programmatico e ricattatorio l'intento di commuovere. Insignito del premio del pubblico al festival di Cannes, Cafarnao è il classico film per palati senza alcuna pretesa, contenti di ingozzarsi per due ore di badilate di retorica sottolineate da una musica per archi onnipresente e inopportuna. Scomodare per il confronto film come The Millionaire o Lion è da T.S.O. urgente.    

mercoledì 9 gennaio 2019

Louisiana (The Other Side)

anno: 2015       
regia: MINERVINI, ROBERTO    
genere: documentario    
con Mark Kelly, Lisa Allen, James Lee Miller    
location: Usa
voto: 2    

Che cos'è un'opera come Louisiana? L'ultima frontiera che incrocia la ricerca etnografica con la sociologia visuale? Un esperimento estremo di docufiction? La smargiassata di un regista italiano che nel paese natio non ha mai girato un film e che viene osannato dalla critica e snobbato dal pubblico? Difficile dirlo davanti a un'opera così refrattaria a qualsiasi canone cinematografico e narrativo. Un'opera che per oltre un'ora mette in scena due drop out drogatissimi che vivono in condizioni miserrime in qualche anfratto sperduto della Louisiana e la cui unica preoccupazione è quella di iniettarsi eroina in qualunque spazio del corpo rimasto libero, compreso il seno. Stacco improvviso. Ci troviamo tra alcuni fanatici miliziani armati fino ai denti che si stanno preparando all'arrivo della legge marziale. Qualcuno si fa praticare una fellatio da una donna che indossa la maschera di Obama; altri sparano forsennatamente contro un'auto abbandonata sulla quale è appoggiato un manichino che rappresenta il primo presidente nero della storia americana. Tutto ripreso con occhio iperrealista. Troupe ridotta al minimo, impressionante capacità di avvicinare "l'oggetto" filmico, delegando completamente ad esso l'intero carico narrativo, senza la benchè minima traccia di copione. Senza una minima logica, senza un perché. Se non la volontà di essere profondamente disturbante.    

domenica 30 dicembre 2018

L'onorevole Angelina

anno: 1947   
regia: ZAMPA, LUIGI    
genere: commedia    
con Anna Magnani, Nando Bruno, Ave Ninchi, Ernesto Almirante, Agnese Dubbini, Armando Migliari, Maria Donati, Maria Grazia Francia, Vittorio Mottini, Franco Zeffirelli, Gianni Glori, Ugo Bertucci, Anita Angius, Aristide Baghetti. Gino Cavalieri, Adalberto Tenaglia    
location: Italia
voto: 8    

Nella poverissima periferia romana di Pietralata, nell'immediato secondo dopoguerra, Angelina (Magnani), madre di famiglia che ha dovuto sfornare figli a ripetizione per godere degli incentivi economici del governo fascista, vive in condizioni meno che precarie insieme al marito (Bruno), un vicemaresciallo, e ai tanti altri "deportati" dopo gli sventramenti mussoliniani per costruire via della Conciliazione. La donna si fa portatrice delle istanze di quegli sventurati, reclamando l'occupazione di appartamenti di nuova costruzione, opera di uno speculatore edilizio (Migliari) con le mani in pasta nella politica. Quando Angelina, spinta dalle tantissime donne che ne sostengono le idee, sembra a un passo dall'entrare in politica, l'uomo riuscirà a farla spedire in galera.
Pur segnato da un finale riconciliatorio che attutisce lo scontro interclassista, L'onorevole Angelina è una commedia agrodolce stratificata e complessa, che - in una chiave stilistica squisitamente neorealista - chiama in causa i ruoli di genere, l'intrusività dei media, la borsa nera, la corruzione della politica e i meccanismi di invidia sociale, aggiungendo al tutto una spolverata di rosa con la sottotrama della relazione tra la figlia di Angelina (Francia) e il figlio idealista del palazzinaro, interpretato da un giovanissimo Franco Zeffirelli. La Magnani, grazie alle sue "baccagliate" energiche e decise, giganteggia con un'interpretazione memorabile che le regalò il Nastro d'argento come migliore attrice, ma anche il resto del cast fornisce un'ottima prova.    

martedì 24 aprile 2018

L'esodo

anno: 2017       
regia: FORMISANO, CIRO    
genere: drammatico    
con Daniela Poggi, Kiara Tomaselli, Carlotta Bazzu, Alice Valnte Visco, Francesco Alvaro, Simone Destrero, Ylenia Petrelli, David Mastinu, David White, Veronica Rega, Martina Palmitesta, Fulvia Patrizia Olivieri, Fabio Farronato, Ludovica Ruggeri, Christian Marazziti, Sara Ruggeri, Ilir Jacellari, Cinzia Susino, Alessandro Solombino, Ciro Buono, Emanuela Tittocchia, Rosaria De Cicco, Cinzia Mirabella, Vincenzo Giordano, Silvia Ieboah, Davide Petrucci,. Daene Bimbah    
location: Italia
voto: 3    

Come ti ammazzo la classe media. Ci volevano i professoroni del gruppo Bilderberg - Mario Monti ed Elsa Fornero - per mandare al tappeto chi, dopo aver lavorato per una vita intera, si è visto costretto a lasciare il posto anzitempo senza neppure ricevere la pensione, con qualche lacrimuccia telegenica ma soprattutto ipocrita. Si chiamano esodati, e nel 2017 - a 6 anni di distanza dalla riforma Fornero (come ci avverte la didascalia sui titoli di coda) - sono ancora in 5000 e non godono di alcun reddito. L'esodo è la storia di una di loro (Poggi): una sessantenne sola, con nipote adolescente a carico, che improvvisamente si vede costretta a chiede le elemosina nella centralissima piazza della Repubblica a Roma. Tra amicizie con altri diseredati, l'incontro con una giornalista che vuole portare il suo caso sulla ribalta mediatica, gli scontri con una zingara per l'occupazione di quel fazzoletto di marciapiede e un'assurda occasione di lavoro, le sue giornate scorrono nella più totale desolazione ma con qualche sprazzo di solidarietà umana.
Dispiace dirlo, data l'importanza e l'urgenza del tema, ma il film dell'esordiente Ciro Formisano, un esempio di cinema impegnato e militante, è di un pressapochismo tale da vanificare completamente i contenuti proposti. Dal sonoro in presa diretta (di Eleonora Torchio) alla recitazione degli attori, passando per gli assurdi tagli di montaggio, ne L'esodo - tratto dal romanzo eponimo dello stesso regista - manca la più elementare sintassi filmica, carenza a cui si sommano il registro didascalico dell'opera e l'eccesso di retorica. Chissà cosa sarebbe potuto diventare un film del genere nelle mani di un novello Petri o in quelle di Garrone. Qui non si va oltre un prodotto davvero imbarazzante, che rischia di trasformarsi in un autentico boomerang all'arrivo della scena più assurda: quella in cui, in sottofinale, la ministra si materializza davanti agli occhi dell'indigente protagonista.
   

giovedì 12 aprile 2018

Io sono tempesta

anno: 2017       
regia: LUCHETTI, DANIELE  
genere: commedia  
con Marco Giallini, Elio Germano, Eleonora Danco, Jo Sung, Francesco Gheghi, Carlo Bigini, Marcello Fonte, Franco Boccuccia, Paola Da Grava, Federica Santoro, Pamela Brown, Luciano Curreli, Jean Paul Buana, Stayko Yonkinsky, Mimmo Epifani, Simonetta Columbu, Klea Marku, Sara Deghdak    
location: Italia
voto: 3  

Condannato per frode fiscale, un magnate della finanza che vive a Roma in un lussuosissimo albergo tutto per sé (Giallini) viene condannato a un anno di servizi sociali (vi ricorda qualcosa?). Qui stringe amicizia con un padre sul lastrico (Germano) con figlio a carico e finisce sotto l'occhio ipervigile della responsabile della struttura (Danco), dal cui giudizio in termini di cooperazione ed empatia dipenderà la relazione al magistrato. Per ottenere la loro benevolenza, l'uomo cerca di ingraziarsi i poveracci invitandoli nella sua residenza faraonica e iniziandoli alle speculazioni finanziarie.
Ennesimo, infelicissimo passo falso di un autore ormai lontanissimo dalla sguardo attento che ebbe in film come Il portaborse o La scuola: qui l'osservazione della contemporaneità si stempera in un racconto bonario nel quale i senzatetto sono delle caricature e il plutarca prezzolato un simpaticone al quale il copione fornisce persino un alibi: quello di essere diventato così per via delle continue ingiurie subite dal padre. Per questa via, la satira si annacqua in una narrazione più attenta alla gag o alla battuta ma completamente incapace di cattiveria. Ai contenuti scialbi si aggiungono le musiche tonitruanti  e onnipresenti di Carlo Crivelli nonché le prove tutt'altro che convincenti di Marco Giallini - sempre uguale a sé stesso - e di Eleonora Danco, che sembra non aver capito che il set cinematografico non è quello di Me vojo sarva'. L'ennesima prova convincente di Elio Germano e la fotografia, garantita come sempre, di Luca Bigazzi, sono gli unici elementi che valgono in prezzo del biglietto.    

venerdì 22 settembre 2017

Glory - Non c'è tempo per gli onesti (Slava)

anno: 2016       
regia: GROZEVA, KRISTINA * VALCHANOV, PETAR   
genere: drammatico   
con Stefan Denolyubov, Margita Gosheva, Ana Bratoeva, Nadejda Bratoeva, Nikola Dodov, Stanislav Ganchev, Mira Iskarova    
location: Bulgaria
voto: 7   

Tzanko (Denolyubov), un ferroviere bulgaro, balbuziente e decisamente male in arnese, trova casualmente sulle rotaie una grandissima quantità di denaro, fuoriuscita da chissà dove. Senza neppure esitare, ne informa le autorità. Per questo gesto di encomiabile onestà viene ricompensato pubblicamente dal ministro dei trasporti, che gli regala un orologio. Per infilarlo al polso, Tzanko è costretto a dare in affidamento momentaneamente il suo Glory (la marca che è anche il titolo del film), un ricordo del padre con tanto di dedica incisa, a una giornalista rampante (Gosheva), arrogante, una iena insopportabile e isterica che sta seguendo una procedura per la fecondazione assistita (una sottotrama un po' troppo sottolineata). Il ferroviere vorrebbe soltanto riavere indietro il suo orologio e invece si trova invischiato, suo malgrado, in una vicenda kafkiana che lo porterà alla prigione per avere denunciato pubblicamente il silenzio del ministro dei trasporti sui continui furti di nafta che si verificano nelle ferrovie di stato.
Apologo amarissimo, sconsolato e senza happy end sull'impossibilità non solo di essere deboli, diversi, male attrezzati, ma persino normali, onesti, limpidi. La regia riesce a far sentire tutta la puzza di zolfo lasciata dai regimi comunisti, come se il giornalismo fosse ancora un'estensione della Pravda e il Moloch del potere costituito dalla caduta del muro di Berlino a oggi non fosse arretrato di un solo millimetro, a tutto svantaggio degli ultimi. Un esempio di cinema civile come potrebbero farne Loach o i Dardenne, che pecca soltanto nel tratteggio eccessivamente manicheo dei personaggi e nel proporre un proprio teorema senza lasciare aperto alcuno spiraglio per soluzioni narrative un po' più spiazzanti.    

mercoledì 31 maggio 2017

Cuori puri

anno: 2017       
regia: DE PAOLIS, ROBERTO 
genere: drammatico 
con Simone Liberati, Selene Caramazza, Barbora Bobulova, Stefano Fresi, Edoardo Pesce, Antonella Attili, Federico Pacifici, Isabella Delle Monache    
location: Italia
voto: 7 

Storia di un amore impossibile, quello ambientato a Tor Sapienza, degradata periferia est di Roma, tra Stefano (interpretato dall'ottimo Simone Liberati) e Agnese (Caramazza). Lui ha un passato di violenza ed espedienti, due genitori in perenne bolletta costretti a vivere in roulotte e fa il custode in un parcheggio che confina con un campo rom. Lei è una diciottenne che vive sola con la madre (Bobulova), una fanatica cattolica che le fa promettere di arrivare vergine al matrimonio. I due ragazzi si conoscono in una circostanza drammatica, si frequentano e lui per amore si fa licenziare ben due volte, tornando alla vita reietta di prima.
L'esordio dietro la macchina da presa di Roberto De Paolis, classe 1980, richiama immediatamente alla memoria l'espediente narrativo de La ragazza del mondo, pur guardando alle ambientazioni di Caligari e, nell'uso nervoso della macchina da presa, al cinema dei Dardenne. Ma rispetto al film di Danieli c'è una differenza cruciale: qui i personaggi sono assai più credibili, rotondi, con meno eccessi in positivo o in negativo. E il gioco di specchi di valori e comportamenti funziona in maniera più efficace: la purezza solo formale della ragazza svapora nella delazione e nell'incapacità di affrontare l'ipercontrollo tetragono di una madre terribile, mentre Stefano mostra davvero una inusitata purezza di cuore, tanto quando si tratta di allungare una dose di droga a un dodicenne, sia quando avrebbe l'occasione per pestare un incolpevole rom, accusato di uno stupro che non ha commesso.    

sabato 24 dicembre 2016

San Basilio. Storie de Roma

anno: 2016   
regia: PROGETTO SAN BASILIO   
genere: documentario   
location: Italia
voto: 5   

Nel settembre del 1974 i residenti della borgata romana di San Basilio furono impegnati in una battaglia contro le forze armate per difendere il loro diritto alla casa. Negli scontri morì un diciannovenne, Fabrizio Ceruso. A oltre 40 anni di distanza da quei fatti i suoi compagni di lotta di allora ricordano quegli eventi attraverso un documentario autoprodotto sotto l'etichetta di "Progetto San Basilio", per mostrare quanto quella condizione di degrado sia, per molti versi, ancora attuale, al punto che il quartiere di San Basilio, nei pressi della Tiburtina, è tutt'oggi uno dei più malfamati della capitale. Terra dei primi baraccamenti tra il 1928 e il 1930, sotto il fascismo San Basilio ricevette il contentino di Mussolini che fece costruire qualche casa popolare senza curarsi né dei servizi né di ripulire quella zona della città dalle baracche. Tra gli anni '60 e gli anni '70, gli scioperi al rovescio, con i residenti occupati a dare un minimo decoro urbano a quella parte di città, non servirono a innescare lo stimolo a uno stato e a un'amministrazione comunale negligente per apportare qualche miglioria alla zona. L'uno e l'altra erano più preoccupati di effettuare gli sgomberi e di reprimere la popolazione locale - erano gli anni della strategia della tensione - che di accogliere le istanze dei cittadini. La battaglia di San Basilio del 1974 divenne così una sorta di condizione permanente per una periferia che - anche a dispetto dei tentativi di riqualificazione urbana avvenuti con i murales - non trova pace, con gli occupanti di oggi a ricevere il testimone da quelli di ieri.
Sgrammaticato dal punto di vista cinematografico, il film possiede tuttavia un suo valore documentario, che fotografa con efficacia le condizioni di disagio nelle quali ancora sono costrette a vivere tante persone.    

lunedì 28 novembre 2016

Largo Baracche

anno: 2014       
regia: DI VAIO, GAETANO
genere: documentario
con Gaetano Di Vaio, Carmine Monaco, Giovanni Savio, Mariano Di Giovanni, Giuseppe Schisano, Luca Lo Monaco, Gennaro Masiello    
location: Italia
voto: 5

Gaetano Di Vaio ha avuto una gioventù difficile. Cresciuto nella periferia più degradata di Napoli, ha passato sette anni in carcere per spaccio e rapina, dopo essere passato per il riformatorio e le comunità di recupero per tossicodipendenti. Animato da un passato tanto difficile, il regista che abbiamo visto anche recitare in film come 4-4-2, La bas e Take five (nei quali, quasi inevitabilmente, interpretava dei criminali con forte accento partenopeo) si reca nei Quartieri Spagnoli del capoluogo campano, per osservare più da vicino quei giovani poco più che ventenni che tanto gli ricordano il suo faticoso passato. Operazione di recupero sul sociale più che encomiabile, servita tuttavia da un'inadeguata costruzione filmica. Il documentario cede infatti il passo a un verismo cronachistico eccessivo, fatto di ritagli del quotidiano dei ragazzi - quasi tutti disoccupati e pochissimo scolarizzati - e dei loro racconti, ma manca di quel quid sociologico che avrebbe fatto del film un'opera sul significato della redenzione complementare a Gomorra, magari necessaria.    

venerdì 21 ottobre 2016

Io, Daniel Blake (I, Daniel Blake)

anno: 2016       
regia: LOACH, KEN
genere: drammatico
con Dave Johns, Hayley Squires, Briana Shann, Dylan McKiernan, Natalie Ann Jamieson, Micky McGregor, Colin Coombs, Kate Rutter, Sharon Percy, Kema Sikazwe, Micky McGregor    
location: Regno Unito
voto: 9

Il carpentiere sessantenne di Newcastle Daniel Blake (Johns) ha avuto un serissimo problema al cuore che gli impedisce, almeno momentaneamente, di lavorare. Per lui inizia così una gimcana tra uffici per il sussidio da disoccupazione, test per verificare la sua reale inabilità al lavoro e altre aberrazioni burocratiche che lo fanno entrare in una spirale kafkiana nella quale finisce anche Katie (Squires), giovane madre con due figli a carico, che fatica a sbarcare il lunario.
A 80 anni Ken il rosso continua a sfornare opere di livello sopraffino, toccando, con Io, Daniel Blake, uno dei vertici artistici della sua invidiabilissima carriera di autore. L'occhio sempre attento agli ultimi lo porta stavolta a scoperchiare le mostruosità del potere leviatanico di uno Stato che ha perso qualsiasi forma di protezione e garanzia verso i cittadini ("sono un cittadino: niente di più, niente di meno", è l'epitaffio di Daniel), schiacciandoli sotto il peso di un intollerabile gigantismo burocratico. È l'affresco dolente della povertà 2.0 vista in film come La legge del mercato, Due giorni, una notte, Le nevi del Kilimangiaro, Giorni e nuvole e che ha in Umberto D il suo più illustre antesignano. Un apologo morale sull'inestinguibile dignità di un uomo condannato al martirio della pedanteria, messo in scena con assoluto verismo e la solita, impeccabile direzione degli attori (con Loach, anche i più sconosciuti sembrano fare miracoli).
Se i contenuti del film - Palma d'oro a Cannes - richiedono l'urgenza di vederli proiettati d'obbligo nelle scuole, la forma non è meno sbalorditiva: Loach colpisce per la sua capacità di risultare efficacissimo con il suo cinema essenziale, scarnificato, senza fronzoli né (quasi) colonna sonora, lineare, in perfetto equilibrio tra i toni della commedia dell'assurdo (l'imperdibile dialogo iniziale è tragicamente comico), persino rasente qualche venatura didascalica (lo spiegone sull'immondizia dato al giovane vicino di casa, l'assoluto senso di responsabilità), eppure in grado di arrivare al cuore dello spettatore con una potenza sorprendente, rendendogli quasi impossibile l'impresa di rimanere a ciglio asciutto.    

giovedì 29 settembre 2016

Le ultime cose

anno: 2016       
regia: DIONISIO, IRENE 
genere: drammatico 
con Fabrizio Falco, Roberto De Francesco, Christina Rosamilia, Alfonso Santagata, Salvatore Cantalupo, Anna Ferruzzo, Nicole De Leo, Maria Eugenia D’Aquino, Margherita Coldesina, Matteo Polidoro    
location: Italia
voto: 7 

Avrebbe dovuto essere un documentario il film d'esordio di Irene Dionisio, documentarista cresciuta con Segre e Bellocchio, ma impedimenti burocratici, problemi di privacy e altro lo hanno trasformato in una fiction su un universo difficile, ostile, ulteriormente ispessito dalla crisi: quello degli oggetti dati in pegno. Siamo a Torino e al banco dei pegni si rivolge una umanità di poveracci, diseredati, immigrati, gente misera che sbarca il lunario, prestandosi a valutazioni da usura. Appena fuori da lì, un piccolo formicaio di parassiti, un mondo di illegalità dove si è pronti a entrare per riscattare le "bollette", ossia le ricevute che la banca dei pegni emette per poter riavere indietro i propri oggetti - preziosi economicamente, ma spesso assai più preziosi affettivamente - entro un lasso di tempo prestabilito. In quel formicaio entra anche Michele (Santagata), nonno premuroso che arriva a stento alla fine del mese, pur tuttavia disposto anche al piccolo cabotaggio al soldo di un mediatore senza scrupoli (Salvatore Cantalupo, qui in una interpretazione che lo avvicina moltissimo a quella che lo caratterizzò in Gomorra) pur di dare un'esistenza dignitosa al nipotino.
Film corale che conserva l'impronta documentaristica mettendo in scena una girandola di situazioni disperate, osservate dall'altra parte del vetro con occhio assai diverso da un avido direttore di banca (De Francesco) e dal giovane perito (Falco) che vi ha appena preso servizio. Se la caratterizzazione di questi due personaggi è eccessivamente manichea e didascalica e se il montaggio alternato pecca di qualche ingenuità, il film ha molti meriti - dalla direzione di attori perfettamente al diapason alla fotografia - e si segnala come un dignitosissimo ritratto di una società infelice, diffidente, nella quale la guerra tra poveri non conosce esclusione di colpi.    

giovedì 21 luglio 2016

Human

anno: 2015   
regia: ARTHUS-BERTRAND, YANN
genere: documentario
location: Africa del sud, Allemagne, Australia, Bahamas, Bangladesh, Bolivia, Brasile, Burkina Faso, Cambogia, Canada, Cina, Congo, Corea del sud, Cuba, Egitto, Etiopia, Filippine, Francia, Giappone, Giordania, Grecia, Haiti, India, Irlanda, Israele, Italia, Kazakhstan, Kenya, Libano, Libia, Madagascar, Marocco, Mauritania, Messico, Mongolia, Myanmar, Namibia, Népal, Norvegia, Pakistan, Palestina, Papua-Nuova Guinea, Perù, Repubblica Centroafricana., Spagna, Usa
voto: 9

Human è l'ultimo arrivato di un polittico ideale composto da One day on earth, La vita in un giorno e dal decisamente meno riuscito Italy in a day. Il denominatore che accomuna questi documentari, tutti più o meno coevi, è dato dall'idea di fornire un racconto corale rivestendolo di una certa omogeneità stilistica. Se da questo punto di vista a Human va addebitato il peccato originale di somigliare molto, nell'idea, a One day on earth, non si può negare all'opera del francese Yann Arthus-Bertrand, già autore di documentari suggestivi come Planet ocean  e Home, il merito di avere optato per uno stile nitido, ben riconoscibile, che coniuga il racconto di persone che provengono dai Paesi più diversi (una sessantina in tutto: Africa del sud, Australia, Bahamas, Bangladesh, Bolivia, Brasile, Burkina Faso, Cambogia, Canada, Cina, Congo, Corea del sud, Cuba, Egitto, Etiopia, Filippine, Francia, Giappone, Giordania, Grecia, Haiti, India, Irlanda, Israele, Italia, Kazakhstan, Kenya, Libano, Libia, Madagascar, Marocco, Mauritania, Messico, Mongolia, Myanmar, Namibia, Népal, Norvegia, Pakistan, Palestina, Papua-Nuova Guinea, Perù, Repubblica Centroafricana., Spagna, Stati Uniti) con le immagini aeree che raffigurano gli umani nelle attività più diverse e che talvolta si trasformano in tavolozze pittoriche in movimento degne di William Turner. Se le seconde, affidate alla direzione della fotografia di Bruno Cusa, da sole valgono l'intero film e sono qualcosa di meraviglioso e mai visto (sebbene si intraveda l'ombra di Koyaanisqatsi e di The Tree of life di Malick), le prime - pur soffrendo della diseguale potenza del narrato - avvolgono lo spettatore in un flusso diegetico che tocca i temi della felicità, dell'amore, della religione, della guerra, del sesso, della povertà e del lavoro. Ritratti tutti in primissimo piano e su sfondo nero, le centinaia di volti che si avvicendano in questo flusso magnetico di varia umanità penetrano lo spettatore con la potenza dei loro sguardi e la debolezza dei loro denti, portandolo fino alla commozione. Se ne ricava il ritratto proteiforme di un'umanità variopinta, tra soldati ai quali piace uccidere, uomini che vedono le donne come esseri inferiori, persone misericordiose. Su tutti, quasi indistintamente, aleggia lo spettro di un futuro ad altissimo tasso di incertezza.
Nota a parte per le musiche (firmate per lo più da Armand Amar), che spaziano tra il cameristico e la world music in maniera esemplare.    

mercoledì 22 giugno 2016

Gli invisibili (Time Out of Mind)

anno: 2014       
regia: MOVERMAN, OREN 
genere: drammatico 
con Richard Gere, Ben Vereen, Jena Malone, Steve Buscemi, Jeremy Strong, Kyra Sedgwick, Michael Buscemi, Aku Orraca-Tetteh, Anna Suzuki, Dov Tiefenbach, Peter Mark Kendall, Billy Hough, Miranda Bailey, Brian d'Arcy James, Geraldine Hughes, William Bogert, Dominic Colon, Malik Burke, Yul Vázquez, James Collins Jr., Anjili Pal, Tonye Patano, Michael K. Williams, Colman Domingo, Victor Pagan, Clinton Lowe, Maria-Christina Oliveras, James Andrew O'Connor, Sonnie Brown, Lisa Datz, Victor Verhaeghe, Thom Bishops, Tony Scheinman, Renee Flemings, Abigail Savage, Nate Dern, Alexi Melvin    
location: Usa
voto: 4 

Dismessi i panni del miliardario Franny, il un solo colpo Richard Gere si trova catapultato dalla parte opposta della scala sociale. Per l'occasione è un clochard newyorchese che ha perso dignità, lavoro e l'affetto di una figlia che ricerca ostinatamente. La macchina da presa lo segue quasi sempre da dietro vetrate, muri, cancelli, portoni: una didascalia fin troppo sottolineata della condizione in cui vive l'uomo. Così come pare eccessivamente enfatizzata la dimensione del tempo che non passa e della monotonia delle giornate - sottolineate anche dal titolo in lingua inglese, Time out of mind - e che appiattisce il film su una monodimensionalità narrativa disarmante. L'operazione, sul piano delle intenzioni, è encomiabile. Ben altro discorso va fatto per la riuscita artistica del prodotto, servito da un attore di limitato talento e da una sceneggiatura che cerca espedienti banali (la sopraffazione, la guerra tra esclusi, la violenza gratuita subita), producendo un affresco stentato, piatto, semindocumentaristico.    

sabato 24 ottobre 2015

Viva la sposa

anno: 2015       
regia: CELESTINI, ASCANIO
genere: grottesco
con Ascanio Celestini, Alba Rohrwacher, Salvatore Striano, Francesco De Miranda, Veronica Cruciani, Pietro Faiella, Mario Sgueglia, Gianni D'Addario, Corrado Invernizzi, Barbara Valmorin, Dora Romano, Mimmi Gunnarsson    
location: Italia
voto: 6,5

"Pensa che stai al bar […] pensa che il mio film non è un film, ma una storia che senti al bar. E soprattutto ricordati che questa storia la racconta un ubriaco". Queste parole, che potrebbero essere scambiate per note di regia, sono in realtà la presentazione sghemba che giusto uno spirito libero come Ascanio Celestini avrebbe potuto usare per promuovere il suo terzo film - il secondo di finzione - sui social network. Dopo avere cantato le nuove forme di schiavitù (i lavoratori dei call center di Parole sante) e la follia (La pecora nera), il poliedrico performer romano rivolge ancora una volta il suo sguardo agli ultimi, ai poveracci, ai diseredati, agli sfruttati, alla vita nelle periferie. Lo spunto narrativo è un puro pretesto: Nicola (lo stesso Celestini), artistoide costantemente attaccato alla bottiglia che si esibisce in spettacoli per bambini e gira con un ragazzino sulla quindicina al seguito (De Miranda), investe e uccide senza alcuna colpa un truffatore, padre di Sasà (Striano), un uomo che sta peggio di Nicola. Spinto dal suo cuore d'oro, Nicola si offre di aiutare Sasà, passando dalla piccole truffe a operazioni assai più pericolose che costeranno a Sasà il pestaggio in Questura.
Girato con l'occhio riconoscibilissimo di Luca Bigazzi nella periferia sud della capitale, su quella rotta della Tuscolana che dal Quadraro arriva fino a Cinecittà, Viva la sposa calca sul registro del grottesco con un racconto destrutturato e straniato, condito con una grazia leggera e uno sguardo benevolo ai suoi accattoni. Un piccolo film un po' sgangherato ma dal grande coraggio: non solo quello di dare voce ancora una volta agli ultimi, ma anche quello di raccontare senza troppi fronzoli la tragedia di Giuseppe Uva (pestato a morte in Questura e finito come Federico Aldrovandi e Stafano Cucchi), scelta che è costata al regista l'ostracismo da parte degli acefali sindacati di Polizia (sai che perdita…).    

lunedì 7 settembre 2015

Terzo mondo sotto casa

anno: 1970   
regia: FERRARA, GIUSEPPE
genere: documentario
con la voce di Achille Millo
location: Italia
voto: 7

L'esordio di Giuseppe Ferrara, che all'impegno civile attraverso il cinema ha dedicato un'intera carriera (da Il sasso in bocca, Cento giorni a Palermo e Il caso Moro ai molto meno riusciti Narcos, Segreto di Stato, I banchieri di Dio e Guido che sfidò le Brigate Rosse), parte da Roma sotto la consulenza del più noto sociologo italiano, Franco Ferrarotti. L'accademico, al quale si devono la consulenza e il commento, stava all'epoca lavorando sul raccapricciante passaggio della città eterna da capitale a periferia, con indagini sul campo entrate di diritto nella storia della disciplina. Il mediometraggio di Ferrara fa da ideale contrappunto alle analisi del sociologo piemontese, mostrando il contrasto tra la magniloquenza della Roma imperiale e le conseguenze degli sventramenti del centro città voluti dal fascismo, portando la macchina da presa nelle baracche del Mandrione e della zona Sud della città, mostrando le condizioni di vita inaccettabili, l'arte di arrangiarsi, i piccoli trucchi per sopravvivere di un'umanità figlia di un'irresponsabile disuguaglianza sociale.
Nelle catapecchie che sorgono come funghi nelle aree più degradate della città dominano disordine e promiscuità: nessuno può isolarsi, tutto avviene sotto l'occhio di tutti. La sola partecipazione sociale richiesta ai baraccati è il consumo: avere un televisore, un auto, un giradischi. Ferrarotti suggerisce la sua tragica analisi: "tutto questo non è provvisorio: la città ha bisogno del popolo delle baracche, strumento necessario a una società basata sullo sfruttamento".
Un film dall'enorme valore storico, che documenta il drammatico insediamento nelle borgate di una popolazione di origine soprattutto meridionale, costretta a vivere tra topi, fogne a cielo aperto e senza elettricità.    

domenica 30 agosto 2015

Pa-ra-da

anno: 2008       
regia: PONTECORVO,  MARCO   
genere: drammatico   
con Jalil Lespert, Evita Ciri, Daniele Formica, Gabriel Adrian Rauta, Patrice Juiff, Bruno Abraham Kremer, Robert George Valeanu, Cristina Nita, Liviu Bituc, Florin Precup, Andreea Perminov, Iulian Bucur, Georgiana Anghel, Gabriel Huian    
location: Francia, Romania
voto: 3,5   

A tre anni dalla fine della dittatura di Ceausescu, il clown Miloud (Lespert) lascia la Francia per recarsi in Romania, dove è intenzionato a recuperare i "boskettari", gli orfanelli che vivono per strada, sniffano colla per allentare i morsi della fame e dormono nella rete dei canali dove passano i tubi del riscaldamento (allucinante, ma tutto drammaticamente vero). Dopo avere superato la diffidenza di molti di loro e gli ostacoli che mafia e burocrazia mettono davanti al suo progetto, Miloud riuscirà a realizzare il suo proposito di circo da strada, riuscendo anche a riportare alcuni dei suoi piccoli discepoli a scuola.
Degno di tanto padre (Gillo), Marco Pontecorvo esordisce con una nobilissimo opera di grande impegno civile ed alto tasso pedagogico che tuttavia naufraga in un mare di buone intenzioni. Didascalico, prevedibile, il film che si è aggiudicato il premio 2008 "Bimbi belli" conferitogli dalla ristretta cerchia di Nanni Moretti per il miglior esordio italiano dell'anno è tremendamente retorico, recitato malissimo e montato peggio.    

sabato 25 aprile 2015

Waste Land - La città dei rifiuti

anno: 2010   
regia: HARLEY, KAREN * WALKER, LUCY   
genere: documentario   
con Vik Muniz   
location: Brasile, Regno Unito, Usa
voto: 6,5   

Alla periferia di Rio de Janeiro c'è Jardim Gramacho, la più grande discarica del mondo. Montagne di rifiuti, miasmi irrespirabili, uccelli da tutte le parti. È lì che lavorano i catadores (da noi, forse, li chiameremmo accattoni), i raccoglitori di tutto ciò che in quelle montagne di immondizia c'è di riciclabile e, quindi, di rivendibile. Ed è a loro che l'artista brasiliano più quotato negli Stati Uniti, Vik Muniz, ha deciso di dedicare il progetto che costituisce l'ossatura di questo documentario: quello di creare opere d'arte gigantesche realizzando dei ritratti dei catadores composti interamente da materiali riciclati. Un progetto che ha l'ambizione di far conoscere al mondo la condizione di queste persone poverissime eppure dignitosissime e, in alcuni casi, persino gioiose, gente che, pur di non cedere alla tentazione della criminalità o a quella della prostituzione, si è letteralmente rimboccata le maniche. Un caso emblematico di come l'arte possa irrompere in maniera costruttiva sul sociale, al quale però non corrisponde una realizzazione filmica altrettanto rilevante: se le immagini girate nella discarica possiedono una potenza strabiliante e se le condizione abitative delle favelas, viste dall'interno, non possono che sembrarci raccapriccianti, sull'intera operazione aleggia un registro piagnucoloso, affettato, con troppe interviste di raccordo che, alla lunga, risultano essere una zavorra ridondante del flusso narrativo.    

domenica 27 luglio 2014

Diario di un maestro

anno: 1973   
regia: DE SETA, VITTORIO
genere: documentario
con Bruno Cirino, Massimo Bonini, Luciano Del Croce, Romano Di Mascio, Giorgio Mennuni, Franco Munzi, Sergio Piazza, Fabrizio Ranuzzi, Renzo Sacco, Stefano Scafati, Marco Speranza, Remo Tamasco, Franco Tomasso, Giancarlo Valente, Tullio Altamura, Filippo De Gara, Mico Cundari, Marisa Fabbri
location: Italia
voto: 8,5

Nel 1967 don Lorenzo Milani diede alle stampe Lettere a una professoressa. L'anno successivo Albino Bernardini, un maestro sardo trasferitosi a Roma, pubblicò Un anno a Pietralata, racconto autobiografico della sua esperienza nelle borgate capitoline. Fu un'epoca di grandi rivolgimenti sociali e il modello scolastico veniva messo in discussione non soltanto dagli studenti, ma anche da alcuni docenti illuminati.
Nel 1972 la RAI affidò a Vittorio De Seta, documentarista il cui spessore è paragonabile a quello di Robert Flaherty, la trasposizione del romanzo autobiografico di Bernardini. Girato nella borgate orientali della capitale (Tiburtino Terzo, Pietralata e Torraccia), il capolavoro del regista siciliano rende vivide le difficoltà di un maestro di scuola elementare (Bruno Cirino, attore politicamente e socialmente impegnato, scomparso prematuramente e fratello maggiore del ben più noto e assai diverso Paolo Cirino Pomicino) animato dalle migliori intenzioni. I colleghi lo irridono per gli sforzi inani, il preside ne avversa i metodi innovativi, lui ha qualche comprensibile momento di scoraggiamento. E parte caparbiamente dal basso: capisce che la scuola è vissuta in maniera banalmente performativa (il voto, la promozione), che i processi d'astrazione devono partire dalla concretezza delle vite dei ragazzi, che l'abbandono scolastico non può essere arginato a suon di lettere e ingiunzioni alle famiglie, ma andando casa per casa a parlare con quegli stessi genitori che hanno bisogno dei figli per arrotondare le entrate.
Grazie alla sua dedizione, la sua classe quinta di discoli, tutti maschi, si trasforma. E noi siamo testimoni di quella metamorfosi faticosa, lenta, raccontata con sguardo iperrealista (impossibile distinguere la realtà dalla finzione anche rispetto all'unico attore professionista, Cirino, che offre una prova di stratosferico verismo), di un gruppo di bambini poveri o poverissimi (entriamo nelle loro baracche, vediamo i volti segnati prematuramente dalla mancanza di cura, ascoltiamo il loro implacabile romanesco), che a poco a poco recepiscono gli sforzi del loro maestro. Il loro rapporto con la natura (animali cacciati e torturati) rappresenta il viatico per quel passaggio dall'esperienza diretta all'organizzazione del pensiero che capovolge l'approccio brutalmente mnemonico manifestato all'arrivo del nuovo insegnante.
Senza Diario di un maestro, docufiction - come si dice oggi - incontrovertibilmente seminale nell'evoluzione del linguaggio documentaristico, non ci sarebbero stati film come Essere e avere, La classe e La mia classe né autori come Andrea Segre e Daniele Vicari.    

domenica 29 giugno 2014

The Spirit of '45

anno: 2013   
regia: LOACH, KEN 
genere: documentario 
con Winston Churchill, Tony Benn, Clement Attlee, Len King, Maurice Petherick, Aneurin Bevan, Simon Midgley, Herbert Morrison, Julian Tudor Hart, Harry Keen, Tony Richardson, George Lansbury, Bill Ronksley, Donald Bruce Baron Bruce of Donington, Tony Mulhearn, Doreen McNally, Inky Thomson, Karen Reissmann, Deborah Garvie, James Meadway, Adrian Dilworth, Dai Walters, Jonathon Tomlinson, Eileen Thompson, Terry Teague, Dena Murphy, Dot Gibson, Ray Thorn, John Farrell, Ray Jackson, Raphie de Santos, Stan Pearce, Jacky Davis, Tony Nelson, John Rees, Sam Watts, Alan Thornett, David Hopper, Margaret Battin, Ray Davies, June Hautot, Alex Gordon, Douglas Jay, Margareth Thatcher 
location: Regno Unito
voto:6,5

Il 1945 fu l'anno in cui in Inghilterra il partito laburista vinse in maniera schiacciante, dopo che il popolo aveva urlato il suo "mai più" alla guerra e ai totalitarismi. Era la voce di un paese piegato dalla miseria, vissuto in condizioni impossibili anche nel ventennio tra le due guerre mondiali, nonostante il Regno Unito fosse ancora il più grande impero del mondo (possedeva l'India, il Canada, l'Australia e una parte dell'Africa) mentre la sua gente viveva in condizioni di assoluto degrado: bambini che dormivano in cinque in un letto infestato dalle pulci, madri che morivano di parto perché non potevano permettersi un dottore. La ricostruzione avvenne grazie a un processo che portò a nazionalizzare l'industria, il servizio sanitario nazionale, i trasporti, le miniere, l'elettricità, il gas. Un ministro illuminato come Bevan si preoccupò di fare costruire dignitosissimi alloggi popolari, contribuendo a diffondere finalmente prosperità e lavoro. Dopo gli anni di "lacrime e sangue" voluti da Churchill, arrivarono finalmente i sorrisi sui volti della gente, in un paese ritrovato, unito, solidale, socialista.
A due terzi del film, stop. Brusca virata.
La Thatcher, nel suo discorso di insediamento a Downing Street, nel 1979, cita San Francesco. A quel punto sembra di schiacciare il tasto del rewind. Il tempo si riavvolge su se stesso. Tutto viene privatizzato, a cominciare dal servizio sanitario nazionale. Con esso le miniere, i trasporti e tutto quanto era pubblico, in nome dell'individualismo e del libero mercato. In occasione dell'uscita in sala del film - qualche mese dopo la morte della Thatcher - Loach ha voluto ricordare la lady di ferro con queste parole: "Non ci dimentichiamo che definì Mandela un terrorista e che prendeva il tè con il torturatore e assassino Pinochet. Come la dovremmo onorare? Privatizziamo il suo funerale. Indiciamo un'asta competitiva e accettiamo l'offerta più bassa. È quello che avrebbe voluto lei". Parole fin troppo cordiali nei confronti di uno degli esseri più immondi del Novecento. Loach non si sforza di essere obiettivo, non riporta le testimonianze degli apostoli di Milton Friedman, né cerca di confezionare un documentario impeccabile: attraverso le sue interviste, tutte in bianco e nero, e il materiale di repertorio, il suo obiettivo è quello di dare voce ai tanti che hanno visto crollare il sogno di una società più equa e solidale: quella nata dallo spirito del '45.    

domenica 27 ottobre 2013

Buffalo girls

anno: 2012       
regia: KELLSTEIN, TODD 
genere: documentario 
con Stam Sor Con Lek, Pet Chor Chanachai, Jid, Lek, Walee Niyom, Nong, Torn 
location: Thailandia
voto: 3

In Thailandia, famiglie poverissime mandano le loro piccole figlie - ragazzine tra gli otto e i dieci anni - a combattere la violentissima boxe thailandese, dietro la quale gravita un consistente giro di scommesse. Impermeabili ai danni che questo sport può provocare a corpi così piccoli e fragili (le due protagoniste pesano intorno alla ventina di chili), le famiglie sperano di poter uscire dalla povertà grazie ai successi che le bambine possono raggiungere.
Il documentario di Todd Kellstein, pur nel suo encomiabile intento di denuncia, manifesta un livello talmente dilettantistico da lasciar naufragare qualsiasi buona intenzione. Lo schema narrativo è retorico e ripetitivo, la vicenda si avvita intorno a un'alternanza di spezzoni di interviste, combattimenti sul ring e scene di ordinario degrado quotidiano in un loop talmente ossessivo che l'intera operazione non può far altro che annoiare.