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mercoledì 13 febbraio 2019

La donna dai tre volti (Three faces of Eve)

anno: 1957       
regia: JOHNSON, NUNNALLY    
genere: drammatico    
con Joan Woodward, David Wayne, Lee J.Cobb, Edwin Jerome, Alena Murray, Nancy Kulp, Douglas Spencer, Terry Ann Ross, Mimi Gibson    
location: Usa
voto: 5,5    

Negli anni Cinquanta, un marito (Wayne) porta sua moglie (Woodward) a visita psichiatrica per cercare di sbrogliare la matassa dei suoi comportamenti bizzarri. Lo psichiatra (Cobb) scorge un caso di conclamata schizofrenia con ben tre personalità diverse: la brava e grigia madre di famiglia, la donnetta frivola accalappiamaschi e una terza donna, assai raffinata, che vorrebbe una vita del tutto diversa. Ci vorrà tutta la pervicacia dell'analista per portare la donna all'abreazione e risolvere il caso.
Tratto da un libro di Corbett H. Thigpen e Hervey M. Cleckey, entrambi medici, il film soffre un certo schematismo di fondo nei ruoli di psichiatra e paziente, ma regalò a Joanne Woodward un meritatissimo premio Oscar a soli 27 anni.    

sabato 3 novembre 2018

Doppio amore (L'amant double)

anno: 2017   
regia: OZON, FRANÇOIS    
genere: horror    
con Marine Vacth, Jérémie Renier, Jacqueline Bisset, Myriam Boyer, Dominique Reymond    
location: Francia
voto: 7    

La venticinquenne Chloé (Vacth), ex modella manico di scopa, ha continui disturbi al pancino. Le medicine non fanno effetto e così decide di affidarsi a uno psicoterapeuta (Renier). Gli si affida talmente tanto che prima ci finisce a letto e poi ci va a viere insieme, con gatto annesso (che lui detesta anche perché il quadrupede imperversa sulle lenzuola e irrompe durante il coito). L'uomo sembra che abbia un passato segreto e Chloé comincia a indagare fino a scoprire l'esistenza di un fratello gemello del quale diventa l'amante. Dire di più del sedicesimo film del prolificisisso François Ozon equivarrebbe a un clamoroso spoiler. C'è invece da commentare il solito connubio tra idee assai originali, spesso portate a termine al prezzo di clamorosi buchi di sceneggiatura, e virate tra l'onirico, il paranormale e persino l'horror (in sottofinale assistiamo a una scena degna di Cronenberg, mentre l'incipit del film è affidato all'interno di una vulva che improvvisamente si fa dentata). L'abilità del regista transalpino sta tutta sia nel rigore del gioco visivo ai limiti dell'oleografico, nel quale gli specchi sono elemento imprescindibile, sia nel modo in cui egli riesce e tenere fino all'ultimo lo spettatore in equilibrio caduco tra una lettura psicanalitica (i due gemelli sono una proiezione della protagonista?) e una chiave thriller (i due fratelli sono d'accordo tra loro, come accadeva in Inseparabili?). In ogni caso, si tratta di uno dei film (adattato da un romanzo breve di Joyce Carol Oates) più riusciti del regista di Swimming pool, CinquePerDue e Giovane e bella, con quel suo consueto mix di mistero, paranormale, erotismo patinato e ambiguità.    

martedì 31 luglio 2018

Transfert

anno: 2017       
regia: RUSSO, MASSIMILIANO    
genere: giallo
con Alberto Mica, Massimiliano Russo, Aldo Toscano, Clio Scira Saccà, Rosario Pizzuto, Salvatore Musumeci, Giuseppe di Noto, Enrico Sortino, Rossella Cardaci, Matteo Martorana, Paola Roccuzzo  
location: Italia
voto: 1    

Non si capisce se ci sia più megalomania o assoluta inconsapevolezza dei propri, enormi limiti, o magari entrambe le cose quando ti trovi davanti a un film che vorrebbe essere "d'autore" come questo. Fatto sta che con Transfert il cinema italiano si arricchisce di un titolo che dal ridicolo lo spinge sempre di più verso il tragico. E dai allora a rimpiangere i Vanzina, Nando Cicero e Bruno Corbucci, tutti passati a miglior vita con più onore di quanto non faccia questo smargiasso che risponde al nome di Massimiliano Russo, da Catania, capace di assegnarsi anche un posto da coprotagonista con rigoroso e ostentato accento siculo in un film che di verista non ha assolutamente nulla. La storia - talmente ridicola da invocare lo spoiler - è quella di un falso psicanalista (Mica) che ha in cura due sorelle dalle quali deriva un gioco di specchi sottolineato con allegorie talmente ingenue da suscitare tenerezza. Al film manca la minima sintassi filmica, la musica (di Ray Hermanni Lewis) è invadente, la recitazione meno che amatoriale e i contenuti dei dialoghi da bigino di psicanalisi. Un esempio fulgido dell'abisso che talvolta riesce a toccare il nostro cinema.    

venerdì 29 giugno 2018

Therapy

anno: 2018   
regia: D'ANGELO, PETER * VALLE, FABIO    
genere: documentario    
location: Italia
voto: 7    

Fabio si è lasciato con la sua ragazza dopo 7 anni, ha fatto una miriade di lavori che non lo soddisfacevano ma vorrebbe darsi al giornalismo ed è tornato a vivere a casa dei genitori. Demotivato e sotto toon, decide così di fare una terapia cognitivo-comportamentale e di filmare le sedute dall'analista. Il risultato è questo documentario, frutto di un'operazione a mia conoscenza del tutto inedita, nel quale l'autore/attore assembla i momenti salienti della terapia, mostrandone il percorso di sviluppo e la progressiva conquista di un benessere maggiore. Se il contenuto è di indubbio interesse, presumibilmente anche per un pubblico di non specialisti, va detto che la forma non rimane indietro ma, anzi, è assai curata: le sedute sono inframmezzate da scorci di vita reale che aiutano a ricostruire l'esistenza del protagonista e integrate da soluzioni visive accattivanti. Un'opera intelligente e coraggiosa per mostrare la traiettoria di una psicoterapia.    

sabato 2 giugno 2018

Ciliegine (La cerise sur le gâteau)

anno: 2012       
regia: MORANTE, LAURA    
genere: commedia    
con Laura Morante, Pascal Elbé, Isabelle Carré, Samir Guesmi, Patrice Thibaud, Frédéric Pierrot, Loucilia Clément, Ennio Fantastichini, Vanessa Larré, Georges Claisse, Nadia Fossier, Yves Verhoeven, Elisabeth Catroux, Emmanuelle Galabru, Frédéric Moulin, Mathilda Vives, Louis-Charles Finger, José Fumanal, Sandrine Le Berre, Martin Bonjean, Yves Buchin, Yvonnick Muller, Morgan Brudieux, Sophie-Charlotte Husson, Gauthier de Crépy, Jeanne Bertin, Thierry Chauvin, Anne Mano    
location: Francia
voto: 4    

Amanda (Morante) è una donna isterica e capricciosa che soffre del tutto inconsapevolmente di androfobia. Rende impossibile la vita agli uomini che le stanno accanto ma finalmente il rapporto con il sesso forte sembra prendere una piega diversa quando, a causa di un equivoco, entra il relazione con Antoine (Elbé), credendolo erroneamente omosessuale. Nella speranza di vederla finalmente accasata, la sua amica Florance (Carrè) gioca sul quiproquo e tesse la tela, mentre Antoine - consapevole del retroscena - non sa come manifestare il proprio trasporto ad Amanda.
Esordio dietro la macchina da presa per la nipotina di Elsa Morante, in trasferta a Parigi (dove risiede), con un cast interamente transalpino (ma le maestranze sono tutte italiane: musica di Piovani, fotografia di Calvesi, montaggio di Esmeralda Calabria) e comparsate di Ennio Fantastichini (nei panni di un arabo) e di quel cocainomane assassino di Domenico Diele. Tra citazioni esplicite alleniane (in apertura e sul finale, con tanto di accordo ripreso dalla Rapsody in blue di Gershwin, da Manhattan) e un umorismo (si, vabbè, chiamiamolo così…) tipicamente francese (si guarda a Rohmer ma anche alla screwball comedy), il film dell'attrice toscana è un raccontino vezzoso, esilissimo e risaputo che però si avvale di qualche intuizione apprezzabile: dal ruolo dello psicanalista marito della migliore amica della protagonista (Patrice Thibaud), un uomo che parla sentenziosamente senza mai dare alcuna retta alla moglie, perennemente affaccendato nel bagno di casa, alle schermaglie nevrotiche tra la protagonista e il suo compagno (Frédéric Pierrot), costretto ad armarsi della pazienza di Giobbe.    

venerdì 17 novembre 2017

Fortunata

anno: 2017   
regia: CASTELLITTO, SERGIO
genere: drammatico
con Jasmine Trinca, Stefano Accorsi, Alessandro Borghi, Edoardo Pesce, Hanna Schygulla, Nicole Centanni    
location: Italia
voto: 5

Mamma Roma stavolta si chiama Fortunata (Trinca), abita a Torpignattara, periferia romana, fa la parrucchiera a domicilio, veste sempre in minigonna, ha una figlia difficile da gestire e che sputa sempre addosso ai compagni di scuola (Centanni), è separata dal marito, una guardia giurata, che vorrebbe riaverla con sé (Pesce). Il suo sogno nel cassetto è quello di aprire un negozio da parrucchiera, ma i debiti la sovrastano, i problemi anche e l'unica persona che la sostiene è un tatuatore con qualche disordine psichico (Borghi) e madre malata di Alzheimer a carico (Schygulla). Nell'androceo di Fortunata entra anche Patrizio (Accorsi), psicologo che prende in carico il caso della bambina per poi innamorarsi della madre. Ma l'instabilità emotiva di Fortunata gli rende impossibile sottrarsi alla tempesta.
Tratto anche stavolta da un racconto della moglie Margaret Mazzantini rimasto a lungo nel cassetto, il sesto film da regista di Sergio Castellitto vede di nuovo al centro della scena una donna (Non ti muovere, Venuto al mondo, Nessuno si salva da solo) alla ricerca di sé stessa. È un festival di letteratura banale che gronda dai dialoghi e di situazioni spesso inverosimili, ossimoricamente calate in un contesto verista con qualche acuto tra l'onirico e il metafisico (con tanto di stridente riferimento colto all'Antigone), sempre legato ai trascorsi turbolenti vissuti dai personaggi. Tra questi ultimi, si distinguono ancora una volta quello interpretato da Edoardo Pesce, credibilissimo nella parte di un marito ancora legatissimo alla ex moglie, e dal camaleontico Alessandro Borghi. È stata invece Jasmine Trinca l'unica a portare a casa un premio: il massimo alloro vinto come migliore attrice al festival di Cannes. Tutta sopra le righe, occhi bistrati e capelli mesciati alla bell'e meglio, perennemente sboccata, l'attrice romana ha anche avuto l'ardire di mostrare il suo corpo androgino alla cinepresa. Misteri della settima arte, come quello della sua attività di attrice. Meno male che sul finale arriva Vasco con la sua Vivere. Altrimenti ci sarebbe voluto il Maalox.    

lunedì 2 gennaio 2017

La voce - Il talento può uccidere

anno: 2013       
regia: ZUCCHI, AUGUSTO   
genere: thriller   
con Rocco Papaleo, Antonia Liskova, Augusto Zucchi, Giulia Greco, Franco Castellano, Mattia Sbragia, Augusto Fornari, Riccardo Polizzy (Riccardo Polizzy Carbonelli), Manuela Morabito, Selene Khoo, Dario D'Ambrosi    
location: Italia
voto: 2,5   

Alighiero Noschese è stato l'imitatore per eccellenza della televisione italiana. Popolarissimo tra gli anni '60 e i primi anni '70, si suicidò a soli 47 anni, ma la vicenda della sua morte è controversa. Alla sua complessa parabola umana e artistica, segnata tra l'altro da una forte depressione e dall'appartenenza alla P2, Augusto Zucchi, attore e regista per cinema e teatro, dedica un biopic con un'interessante idea di partenza: quella di creare un alter ego del celebre imitatore, spostando la sua vicenda ad oggi e confezionandola come un thriller fantapolitico al centro del quale si trova la figlia (Greco), determinata a indagare sul mistero della morte del padre. Quest'ultimo, infatti, venne sfruttato tramite la mediazione del suo psicanalista (lo stesso Zucchi) affinché desse voce a uomini politici, magistrati e affaristi per far passare loschi provvedimenti. Sulla carta il soggetto è accattivante, ma il risultato sfiora il ridicolo: messa in scena risibile, sviluppo narrativo contorto e con troppi flashback, attori da recita parrocchiale, compreso un Papaleo completamente fuori parte e totalmente implausibile come imitatore (data la fortissima cadenza lucana).    

venerdì 13 maggio 2016

Effetto Lucifero (The Stanford prison experiment)

anno: 2015   
regia: ALVAREZ, KYLE PATRICK  
genere: drammatico  
con Billy Crudup, Michael Angarano, Moises Arias, Nicholad Braun, Gaius Charles, Keir Gilchrist, Ki Hong Lee, Thomas Mann, Ezra Miller, Logan Miller, Tye Sheridan, Johnny Simmons, James Wolk, Olivia Thirlby, Nelsan Ellis, Matt Bennett, Jesse Carere, Brett Davern, James Frencheville, Miles Heizer, Jack Kilmer, Callan McAuliffe, Benedict Samuel, Chris Sheffield, Harrison Thomas    
location: Usa
voto: 4  

Nell'agosto del 1971 il professor Philip Zimbardo (interpretato da un Billy Cudrup conciato da D'Artagnan), psicologo dell'università di Stanford, varò un costosissimo esperimento insieme alla sue equipe: osservare, attraverso l'obiettivo di una telecamera, cosa sarebbe accaduto se un gruppo di ragazzi, tutti studenti medioborghesi poco sopra i vent'anni, fosse stato messo nelle condizioni di trascorrere due settimane secondo le regole della vita carceraria. Reclutati i più equilibrati dopo un lungo casting, pagati 15 dollari al giorno, suddivisi completamente a caso tra secondini e detenuti e costretti all'interno dei sotterranei dell'istituto di psicologia che sia era svuotato d'estate, i ragazzi coinvolti offrirono uno spettacolo sconvolgente. Quelli nel ruolo di secondini, ai quali i detenuti dovevano rivolgersi ossequiosamente con "signor agente penitenziario", fin dal primo giorno cominciarono a comportarsi in maniera sadica. Un detenuto ne soffrì al punto da dover essere allontanato dall'esperimento quasi subito. Nei giorni seguenti gli eventi precipitarono, le umiliazioni si fecero sempre più sconcertanti, le punizioni più severe e si arrivò all'uso della forza fisica. Al sesto giorno, Zimbardo fu costretto a interrompere l'esperimento, anche grazie alla pressione della sua compagna, l'unica donna presente sulla scena, nonché l'unica capace di mostrare un briciolo di umanità.
Uno degli esperimenti psicologici più controversi della storia della disciplina viene portato al cinema per la seconda volta dopo The experiment (2002), del tedesco Oliver Hirschbiegel. E ancora una volta Zimbardo ne esce con il ritratto peggiore di tutti: quello di un uomo capace di perseguire soltanto i propri obiettivi, incapace di empatia (nel film è la fidanzata a ricordarglielo), dittatoriale con i membri della sua equipe, ambiziosissimo. Il punto è proprio questo: che nonostante il film sia diretto con grande padronanza di mezzi, la vicenda viene raccontata in una maniera che rasenta la parodia. Che poi le persone, messe in condizioni opportune, possano trasformarsi in feroci aguzzini, ce lo aveva dimostrato con grande ricchezza di dettagli Erich Fromm in Anatomia della distruttività umana. A quell'analisi lucidissima il film aggiunge un solo, cruciale particolare: quello in cui un collega che intercetta Zimbardo nell'istituto trasformato in prigione, gli domanda: "Scusa, Philip, qual è la variabile indipendente del tuo studio". E quell'altro rimane senza parole. Ecco chi è Philip Zimbardo.    

domenica 19 aprile 2015

A Dangerous Method

anno: 2011   
regia: CRONENBERG, DAVID
genere: biografico   
con Keira Knightley, Viggo Mortensen, Michael Fassbender, Sarah Gadon, Vincent Cassel, André M. Hennicke, Arndt Schwering-Sohnrey, Mignon Remé, Mareike Carrière
location: Austria, Svizzera
voto: 4,5

Nella Svizzera dei primi del '900 l'allora trentenne dott. Jung (Fassbender) è alle prese con una paziente (Knightley) segnata da una grave forma di isteria aggressiva che ha le sue radici nei maltrattamenti paterni subiti durante l'infanzia e si estrinseca attraverso peculiari comportamenti sessuali. Deciso a trattare la sua paziente attraverso la "terapia della parola" indicata da Sigmund Freud (Mortensen), più anziano di Jung di una ventina d'anni, lo psicologo svizzero diventa dopo qualche tempo l'amante della donna e ricorre allo stesso Freud per confrontarsi sul caso.
Un irriconoscibile Cronenberg, che proveniva dall'indovinatissima terna di Spider, A history of violence e La promessa dell'assassino, firma un'opera gelida e didascalica, verbosissima, fortemente condizionata dall'impianto teatrale originale (la macchina da presa rimane quasi sempre fissa), con personaggi che sfiorano ripetutamente la caricatura e rispetto ai quali alcune delle intuizioni filosofiche ed epistemologiche più feconde del '900 sembrano essere il frutto del caso a disposizione di semi-sprovveduti. Il personaggio di Sabina Spielrein (in precedenza oggetto di attenzioni cinematografiche in Cattiva di Lizzani e Prendimi l'anima di Faenza), interpretato con la consueta cialtroneria da Keira Knightley, oscilla tra intuizioni colte e nevrosi incontrollabile, ma il più esasperato nei tratti è Otto Gross, al quale Vincent Cassell conferisce una supponenza artificiosa. A fronte di questo bigino per dummies, l'aspetto più indovinato è quello che riguarda la contrapposizione tra l'impostazione olistica di Jung, che vuole affacciarsi anche sul parascientifico, e quella decisamente più rigorosa e ortodossa di Freud, tutta tesa a schermare la nascente disciplina psicoanalitica dai portentosi attacchi dei suoi detrattori.    

sabato 31 gennaio 2015

Ti ricordi di me?

anno: 2014       
regia: RAVELLO, ROLANDO  
genere: commedia  
con Ambra Angiolini, Edoardo Leo, Paolo Calabresi, Susy Laude, Pia Engleberth, Lorenzo Gioielli, Ennio Fantastichini  
location: Italia, Svizzera
voto: 5  

Dopo la strepitosa commedia Tutti contro tutti, la coppia Massimiliano Bruno (sceneggiatore e soggettista) e Rolando Ravello (attore dotatissimo, ma anche regista a cottimo) ci riprova con una favola sentimentale di origine teatrale su due trentacinquenni che si conoscono perché entrambi si recano dalla stessa psicoterapeuta (Engleberth). Roberto (Leo) è un cleptomane con aspirazioni da scrittore di improbabili fiabe per bambini; Bea (Angiolini) è una maestra elementare che soffre di narcolessia, con totali perdite di memoria. La pervicacia di lui unisce mondi apparentemente inconciliabili, l'amore trionfa, i due si sposano, hanno un figlio. Ma il destino gioca alla coppia un brutto scherzo… Ancora una volta sarà la determinazione dell'uomo a riannodare i fili.
Parte in sordina, peraltro servito da un'attricetta di quart'ordine e con l'esoftalmo come Ambra Angiolini, questa favoletta metropolitana (apprezzabile la fotografia di Vittorio Omodei Zorini che evita l'effetto di una Roma da cartolina) che ha comunque dei momenti di grazia (la striscia pedonale verniciata in perpendicolare per facilitare l'attraversamento), trovate visive originali (l'album fotografico che si anima), fulminanti battute nascoste (come quella sul cantautore Pino Marino, amico della troupe: quanti l'avranno capita?) e il contrappunto della coppia che, pur stando insieme da dieci anni, non decolla mai.    

giovedì 30 ottobre 2014

Confusi e felici

anno: 2014       
regia: BRUNO, MASSIMILIANO
genere: commedia
con Claudio Bisio, Massimiliano Bruno, Anna Foglietta, Marco Giallini, Caterina Guzzanti, Paola Minaccioni, Rocco Papaleo, Pietro Sermonti, Kelly Palacios, Gioele Dix, Liliana Fiorelli, Federica Cifola, Max Gazzè, Daniele Silvestri, Niccolò Fabi
location: Italia
voto: 2,5

Dopo avere scoperto di avere una forma di maculopatia degenerativa assai grave a causa della quale è destinato alla cecità, Marcello (Bisio), che esercita come psichiatra nella capitale, decide di mollare di colpo tutti i suoi pazienti, i quali faranno l'impossibile per mantenere un legame con lui e supportarlo in questo momento difficile.
Alla sua terza regia in mezzo a un numero consistentissimo di sceneggiature più o meno riuscite (dall'inguardabile Notte prima degli esami all'ottimo Tutti contro tutti), Massimiliano Bruno si conferma autore di basso profilo e ispirazione nazionalpopolare per prodotti alla portata del volgo. Colpisce la quantità di luoghi comuni persino quando il copione va in cerca della battuta attraverso la citazione colta, facendola del tutto a sproposito con Le città invisibili di Calvino, per fare un solo esempio. A dare corpo alla sequela di cliché e al plot di infima consistenza  e con tanto di sottotrama rosa c'è una ridda di personaggi a dir poco caricaturali, dal mammone (lo stesso Bruno) alla ninfomane (Minaccioni), interpretati in maniera concitata e ipermacchiettistica senza mai riuscire a suscitare la risata, con la sola eccezione di Marco Giallini. Cammeo per Max Gazzè, Daniele Silvestri e Niccolò Fabi in gita domenicale sul set (uno dei pochi momenti riusciti del film), presenza probabilmente funzionale alla promozione dell'inascoltabile album pubblicato nello stesso periodo.    

venerdì 15 agosto 2014

LSD - La sostanza (The Substance - Alfred Hofmann's LSD)

anno: 2011   
regia: WITZ, MARTIN  
genere: documentario  
con Alfred Hofmann, Stanisvav Grof, Martin A. Lee, James S. Ketchum, Franz X. Vollenweider, Carolyn Garcia, Ralph Metzner, Nick Sand, Roaldn Griffiths, Clark Martin  
location: Svizzera
voto: 7,5  

Nel 1943 il chimico svizzero Albert Hofmann, nel tentativo di trovare un farmaco che aiutasse la circolazione sanguigna, sintetizzò per primo l'LSD. Nell'intervista che precedette la sua morte a 102 anni, nel 2008, lo scienziato si è prestato a ricostruire le alterne fortune della "sostanza": dapprima usata in ambito psichiatrico per arrivare a quelle zone dell'inconscio impermeabili alla psicoterapia, successivamente acquistata e studiata dalla CIA a scopo militare, per deconcentrare i nemici e applicare il lavaggio del cervello alternandone l'uso a quello dei narcolettici.
Negli anni '50 l'antropologo Wasson intuì che un fungo, il peyote (ma il documentario non lo dice) induceva effetti analoghi a quelli dell'LSD e veniva usato in Messico dagli sciamani in stato di trance: fu a quel punto che si tentò di sintetizzare direttamente il principio attivo del fungo.
Ma fu nel decennio successivo che l'LSD conobbe la sua massima fortuna e diffusione, quando intellettuali del calibro di Ken Kesey (l'autore di Qualcuno volò sul nido del cuculo) Aldous Huxley (a cui si deve Le porte della percezione, saggio breve dal quale i Doors di Jim Morrison trassero il nome del gruppo) e soprattutto Timothy Leary, accademico nientemeno che ad Harvard, invocarono l'uso dell'acido lisergico per scardinare i condizionamenti sociali ed espandere le coscienze. Non fu un caso che la stagione più straordinaria dal punto di vista creativo in ambito musicale, e non solo, ebbe luogo proprio in quegli anni, né fu un caso che le autorità, allertate dall'uso che della sostanza stava facendo gran parte della controcultura americana, a partire dal 1966 ne vietarono l'uso. La conseguenza fu duplice: da una parte si finì con l'alimentare il mondo della malavita; dall'altra, con l'impedire lo studio scientifico sulle potenzialità degli allucinogeni. Ed è qui che si rivela l'aspetto più interessante della vicenda, quello legato alle proprietà curative dell'LSD, alla sua capacità di aiutare i malati di cancro a rivolgere altrove la loro attenzione, fino, in alcuni casi, a portarli alla guarigione.
Il documentario distribuito dalla Real Cinema di Feltrinelli non offre grandi sorprese sotto il profilo cinematografico e spettacolare, ma ha l'enorme merito di ricostruire una vicenda controversa che è arrivata a noi attraverso una serie di omissioni e falsi storici. Da non perdere.    

sabato 8 febbraio 2014

Tutta colpa di Freud

anno: 2013       
regia: GENOVESE, PAOLO
genere: commedia
con Marco Giallini, Vittoria Puccini, Anna Foglietta, Alessandro Gassman, Claudia Gerini, Vinicio Marchioni, Laura Adriani, Daniele Liotti, Edoardo Leo, Giulia Bevilacqua, Dario Bandiera, Maurizio Mattioli, Francesca Apolloni, Alessia Barela, Antonio Manzini, Paolo Calabresi, Gianmarco Tognazzi, Michela Andreozzi, Lucia Ocone, Dodi Conti, Amanda Brooke Lerner, Julia Morrison, Lucie Pohl
location: Italia, Usa
voto:1,5

Francesco (un Giallini con orribile barba freudiana) è il padre separato cinquantenne di tre figlie afflitte dalla ricerca dell'anima gemella. Una (Foglietta) è una lesbica che dopo tante delusioni vorrebbe diventare eterosessuale; un'altra (Puccini) è una libraia che si invaghisce di un sordomuto cleptomane (Marchioni) dopo essere stata scaricata dall'amante e la terza (Adriani) è una diciottenne che sta con un coetaneo di suo padre (Gassman). Il quale è uno psicanalista sui generis (per lui il segreto professionale è un optional) con studio nel cuore della città eterna, innamorato (inconsapevole) della moglie dell'uomo con cui la sua figlia più piccola ha una relazione (Gerini).
Commedia degli equivoci confezionata a beneficio di un pubblico di Immaturi (non a caso il soggetto è opera di un certo Leonardo Pieraccioni), banale a partire dal titolo (ennesima variante dopo Tutta colpa del Paradiso, Tutta colpa della SIP, Tutta colpa di Voltaire, È tutta colpa dell'amore, Tutta colpa di Giuda, Tutta colpa della musica e chi più ne ha, più ne metta), Tutta colpa di Freud è la quintessenza della commedia adolescenziale innocua, consolatoria, prevedibile, didascalica (lo starnuto della figlia maggiore diventa un canone per idioti), conservatrice (la famiglia vince sempre), con dialoghi di quart'ordine, un terzetto di giovani attrici a dir poco imbarazzante e due bravi attori come Giallini e Gassman palesemente a disagio nel cercare di tappare i buchi di un copione inconsistente. Senza contare che alla totale carenza di idee (qui vivono tutti in loft avveniristici e la classe media non si sa cosa sia) si cerca di supplire con una colonna sonora debordante, che transita dal ruolo di sfondo sonoro a quello di figura. Il peggior film di un regista mediocre, ultrapop e stracommerciale.    

mercoledì 2 ottobre 2013

In trance

anno: 2013       
regia: BOYLE, DANNY  
genere: giallo  
con James McAvoy, Vincent Cassel, Rosario Dawson, Danny Sapani, Matt Cross, Wahab Sheikh, Mark Poltimore, Tuppence Middleton, Simon Kunz, Michael Shaeffer, Tony Jayawardena, Vincent Montuel, Jai Rajani, Spencer Wilding, Gursharan Chaggar, Edward Rising  
location: Regno Unito
voto: 5,5

Durante una battuta d'asta londinese, un commando superorganizzato ruba un quadro di Goya dal valore di 25 milioni di sterline. O, almeno, crede di rubarlo, visto che, una volta aperta la refurtiva, il capo dell'organizzazione (Cassel) si accorge che la cornice è vuota e la tela sparita. La colpa ricade subito sul battitore d'asta (James McAvoy, che ricordiamo come coprotagonista de L'ultimo re di Scozia) che era d'accordo con i fuorilegge: l'uomo ha però ricevuto un colpo alla testa e non ricorda dove ha nascosto l'opera d'arte. La soluzione è quella di andare da una ipnotista (Dawson) che lo metta nelle condizioni di ricordare. Ma nella mente dell'uomo le cose sono ben più ingarbugliate del previsto e la terapia del ricordo lascia affiorare ben altre vicende.
Nonostante si confermi un film maker di prim'ordine, capacissimo di qualsiasi virtuosismo con la macchina da presa così come nell'assemblaggio delle sue opere, stavolta Danny Boyle scivola su un copione troppo "scritto", che alla mezz'ora iniziale fa seguire una trama molto cerebrale che abbandona la traccia dell'action movie per seguire quella del thriller psicologico. Alla lunga i 100 minuti di film sembrano interminabili, nonostante i numerosi cambi di rotta in sottofinale, e la trama stagna a lungo nella zona mediana del film, con una sovrapposizione dello schema seduta/abreazione a suon di flashback che risulta noioso e confuso. Con Millions, il film finora meno riuscito di questo grande regista.    

sabato 4 maggio 2013

Effetti Collaterali (Side Effects)

anno: 2013       
regia: SODERBERGH, STEVEN 
genere: giallo
con Jude Law, Rooney Mara, Catherine Zeta-Jones, Channing Tatum, Vinessa Shaw, Ann Dowd, Carmen Pelaez, Marin Ireland, Polly Draper, Haraldo Alvarez, James Martinez, Vladimi Versailles, Jacqueline Antaramian, Michelle Vergara Moore, Katie Lowes, David Costabile, Mamie Gummer, Steven Platt, Victor Cruz, Elizabeth Rodriguez, Peter Friedman, Andrea Bogart, Laila Robins, Mitchell Michaliszyn, Elizabeth Rich, Roderick Rodriguez, Mark Weekes, Scott Shepherd, Michael Nathanson, Timothy Klein, Sheila Tapia, Josh Elliott, Sasha Bardey, Ashley Morrison, Steve Lacy, Ken Marks, Devin Ratray, Russell G. Jones, Munro M. Bonnell, Susan Gross, Debbie Friedlander, Ilyana Kadushin, Johnny Sanchez, Nicole Ansari-Cox, LaChanze, Alice Niedermair, Craig muMs Grant, Davenia McFadden, Ray DeBenedictis, J. Claude Deering 
location: Usa
voto: 7,5

Al ritorno a casa del marito (Tatum) dal carcere, dove era stato rinchiuso per insider trading, Emily (Mara) va in depressione e cerca di suicidarsi. Affidata alle cure del dottor Banks (Law), che le prescrive un farmaco sul quale si sta ancora testando la sperimentazione, Emily, pur migliorando le sue condizioni, ha degli effetti collaterali tanto imprevedibili quanto esiziali. Le cose però sono molto diverse da come appaiono.
Uno dei cineasti più prolifici del nostro tempo torna al tema che gli fu caro all'inizio della carriera, quello della dialettica tra apparenza e realtà (Sesso, bugie e videotape), con un giallo psicologico pieno di colpi di scena anche se con più di un buco di sceneggiatura. Se all'inizio l'attenzione dello spettatore viene convogliata sulle trame oscure che investono le multinazionali farmaceutiche, nel suo svolgimento il film prende le pieghe di un legal thriller in cui la partita a scacchi tra medico e paziente e i risvolti torbidi del passato della protagonista prendono nettamente il sopravvento.    

domenica 1 maggio 2011

Fa' la cosa sbagliata - The Wackness

anno: 2009   
regia: LEVINE, JONATHAN
genere: commedia
con Ben Kingsley, Josh Peck, Famke Janssen, Olivia Thirlby, Mary-Kate Olsen, Jane Adams (II), Method Man, Aaron Yoo, Talia Balsam, David Wohl, Bob Dishy, Joanna Merlin, Ken Marks, Robert Armstrong, Nick Schutt
location: Usa
voto: 5

Strane storie, quelle del cinema indipendente americano. A volte capaci di sorprenderti per inventiva e parsimonia di mezzi, altre di spiazzarti per crudezza. Altre ancora, come nel caso di Fa' la cosa sbagliata, di oscillare tra intenti innovativi del linguaggio filmico, stramberie narrative e banalità da teen movie. È su quest'ultima dimensione che si perde il film di Jonathan Levine, ambiento nell'East Side di Manhattan nel 1994, negli anni in cui il sindaco Giuliani usò il pugno di ferro contro malavita e "feccia". Protagonista ne è Luke Shapiro (Peck), un nerd adolescente figlio di due genitori incoscienti e litigiosi, che sbarca il lunario vendendo droghe di ogni genere nascoste all'interno di un chioschetto ambulante ed è impegolato in un assurdo rapporto di amicizia con uno strizzacervelli (Kingsley) che baratta le sedute per quantitativi di droghe tutt'altro che trascurabili. Tra i due si mette la figliastra dello psicanalista (Janssen), che nel giro di un week-end svergina Luke per poi mollarlo poche ore dopo.
Al Sundance il film ha vinto il premio del pubblico come miglior film drammatico. Devono aver visto un'altra cosa, dato che questo buddy movie ha tutta l'aria della commedia, con musica hip hop a go-go, immagini e didascalie che strizzano sfacciatamente l'occhio a un certo giovanilismo cercando la carineria e l'originalità a tutti i costi. A tratti il film ci riesce ma finisce col perdersi nel raccontino di un'iniziazione erotico-sentimentale.    

venerdì 15 aprile 2011

Habemus papam

anno: 2011       
regia: MORETTI, NANNI
genere: commedia
con Michel Piccoli, Nanni Moretti, Margherita Buy, Jerzy Stuhr, Renato Scarpa, Francesco Graziosi, Camillo Milli, Roberto Nobile, Ulrich Von Dobschütz, Gianluca Gobbi, Camilla Ridolfi, Leonardo Della Bianca, Dario Cantarelli, Manuela Mandracchia, Rossana Mortara, Teco Celio, Roberto De Francesco, Chiara Causa, Mario Santella, Tony Laudadio, Enrico Ianniello, Cecilia Dazzi, Lucia Mascino, Maurizio Mannoni, Massimo Verdastro, Giovanni Ludeno, Giulia Giordano, Francesco Brandi, Leonardo Maddalena, Salvatore Miscio, Salvatore Dell'Aquila,  Il Gruppo Diapason, Don Somasiry Jayamanne, Mauro Casanica, Alfredo Cairo, Jelle Bruinsma, Kevin Murray, Erik Merino, Joan Peter Boom, Harold Bradley
location: Italia       
voto: 5

Aridatece Michele Apicella! Sono ormai vent'anni - dai tempi di Palombella rossa - che il più blasonato dei nostri registi sembra avere smarrito quella genuinità e quella cattiveria che gli hanno fatto conquistare meritatissimi allori tra pubblico e critica. Da allora sono passati due film marcatamente autobiografici, qualche cortometraggio e un brusco cambio di registro arrivato con La stanza del figlio, premiato a Cannes. Ne Il caimano la materia filmica era sovrabbondante ma almeno ci ha regalato un finale profetico (eravamo nel 2006). Habemus papam sembra indicare il punto di non ritorno verso quell'imborghesimento che lo stesso Moretti, in occasione di un celebre duello televisivo con Monicelli, stigmatizzava. I suoi film girati nel XXI secolo, quando non si chiudono nel privato, guardano a personaggi singoli, per quanto di enorme potere. Stavolta è il turno del cardinale Melville (Piccoli), eletto papa suo malgrado all'indomani della scomparsa di Karol Wojtyla. L'uomo tentenna, punta i piedi, costringe il segretario di Stato vaticano (Stuhr) a una messinscena per sedare la spasmodica attesa dei fedeli, viene messo in contatto con un celebre psicanalista (lo stesso Moretti) che finisce "recluso" all'interno del Vaticano mentre il caso passa nelle mani della ex moglie del terapeuta (Buy).
Grande dispendio di mezzi e raffinatezza non bastano per fare un film sul tema della responsabilità che non affonda mai un colpo, è talmente benevolo con i cardinali da farli sembrare dei bonaccioni totalmente disinteressati al potere e smembra il film radicalmente in due parti: una in cui va in scena il disagio esistenziale del neo-pontefice; l'altra, decisamente più faceta, in cui Moretti si prende la scena a suon di battute, lasciandoci intravedere ciò di cui potrebbe ancora essere capace se soltanto smettesse di addomesticare quell'ego che ha prodotto in passato risultati sopraffini.    

sabato 6 novembre 2010

In carne e ossa

anno: 2008   
regia: ANGELI, CHRISTIAN
genere: drammatico
con Alba Rohrwacher, Luigi Diberti, Maddalena Crippa, Ivan Franek, Barbara Enrichi, Lena Reichmuth
location: Italia       
voto: 1

Al discount dei film con Alba Rorwacher prendi 2 e paghi 1. Peccato per la spesa della benzina per arrivare fino al cinema. Già perché l'eroina di interpretazioni magnifiche come Cosa voglio di piùPiano, solo e Giorni e nuvole con la stessa cura dimagrante per poter sembrare (e ci riesce benissimo) anoressica si è buttata in due film uno peggiore dell'altro: La solitudine dei numeri primi e questo. Per l'occasione, in quest'opera che è arrivata nelle sale con due anni di ritardo grazie alla sventatezza della Iris (il regista, dato il cognome, deve avere godere di ottime referenze in paradiso), la Alba nazionale interpreta Viola, 25enne disadattata (a vedere la coppia genitoriale si capisce perché). La ragazza è anoressica e non ha tutti i venerdì in ordine, sicché i genitori - lui (Diberti) un medico agli arresti domiciliari, lei (Crippa) una pianista acrimoniosa - chiamano lo psichiatra di famiglia (Franek) per la bisogna. Neanche a dirlo, la ragazza se ne innamora, aprendo una contesa con la madre mentre il padre architetta nell'ombra (o meglio al cellulare) contro il rivale. In questa Cronaca familiare dalle atmosfere decadenti, l'esordiente Christian Angeli solletica i prudori del pubblico abituato al buco della serratura del Grande fratello mettendoci dentro di tutto: dai due protagonisti filantropi, uno che pratica l'eutanasia a sua discrezione, l'altro che si scopa le pazienti svitate, alla politica, le tentazioni incestuose, la malattia mentale. Un guazzabuglio che sotto certi aspetti nella trama richiama Passione d'amore di Scola ma che sconfina involontariamente nel grottesco, con attori tutti sotto tono e una colonna sonora oltremodo invadente.
Da non perdere i titoli di coda: sia perchè il regista si premura di farci sapere che si è laureato a Parigi, sia perché compare la dicitura "nessun animale è stato maltrattato durante la produzione di questo film": probabilmente il riferimento è a Maddalena Crippa, visto che altra fauna non se ne vede.    

domenica 8 agosto 2010

Sogni d'oro

anno: 1981   
regia: MORETTI, NANNI 
genere: grottesco 
con Nanni Moretti, Dario Cantarelli, Nicola Di Pinto, Alessandro Haber, Laura Morante, Gigio Morra, Remo Remotti, Tatti Sanguineti, Claudio Spadaro, Miranda Campa, Chiara Moretti, Sabina Vannucchi, Piera Degli Esposti, Ennio Antonelli, Maria D'Incoronato, Giampiero Mughini, Gianfranco Salemi, Vincenzo Salemme, Maurizio Mattioli, Alberto Abruzzese 
location: Italia
voto: 8

Il regista romano Michele Apicella (Moretti) sta preparando un film intitolato 'La mamma di Freud'. Critica e pubblico sono pronti a sbranarlo mentre gli epigoni del suo lavoro vorrebbero rubargli la scena anche in televisione. Si potrebbe raccontare così e in altri mille modi questo film sul film, opera terza di Nanni Moretti, geniale quanto grottesca e stravagante, piena di momenti memorabili che hanno fatto la storia del cinema, dalle esagerazioni del protagonista alle stripes del pastore abruzzese, il bracciante lucano e la casalinga di Treviso, fino al "pubblico di merda" urlato durante una trasmissione televisiva trash, ai manichini usati nelle sale cinematografiche per fronteggiare la crisi e a una dimostrazione pro-Vietnam che si trasforma in un musical. Il Moretti-pensiero - che non risparmia nessuno, dai dibattiti cinematografici ai coetanei, alla psicoanalisi (svenduta su una bancarella in una delle scene più esilaranti del film) ai giochi televisivi - è qui concentrato in una sorta di invettiva di sincerità disarmante, che mette a nudo, anche attraverso l'espediente narrativo del sogno, paure, speranze e angosce di un regista che ama profondamente il cinema. Da notare i cammei del sociologo Alberto Abruzzese, del critico cinematografico Tatti Sanguineti e dello scrittore Giampiero Mughini.

mercoledì 26 gennaio 2005

Confidenze troppo intime

anno: 2004       
regia: LECONTE, PATRICE 
genere: drammatico 
con Fabrice Luchini, Sandrine Bonnaire, Michel Duchaussoy, Anne Brochet, Gilbert Melki, Laurent Gamelon, Helene Surgere, Urbain Cancelier, Isabelle Petit-jacques
location: Francia
voto: 7

Nello studio di un fiscalista (Luchini) entra una donna sulla quarantina (Bonnaire), in crisi coniugale, desiderosa di parlare con uno psichiatra dei suoi problemi. Il caso vuole che il fiscalista venga scambiato per lo psichiatra, che ha lo studio sul suo stesso piano, e così la donna inizia le sue confessioni. Lui tenta di spiegare come stanno le cose, ci riesce dopo qualche incontro ma a quel punto il rapporto tra i due prosegue, prendendo pieghe imprevedibili che metteranno a nudo le difficoltà esistenziali dei due.
C'è una frase che restituisce il senso dell'intero film, ed è quella con cui il vero psichiatra dice al fiscalista: "In fondo io e lei facciamo lo stesso mestiere: parliamo di ciò che si può dichiarare e di ciò che non si può". È la frase che giustifica con piglio intellettuale l'equivoco che è alla base di questo film complesso, raffinatissimo nei dialoghi, recitato in maniera superlativa dai due protagonisti, claustrofobico tanto nell'ambientazione quanto nella rappresentazione dell'implosione esistenziale dei due protagonisti. Confidenze troppo intime tuttavia non convince pienamente per via di un finale anodino, prodotto forse dall'impossibilità di far tornare al pettine i numerosi nodi dell'intreccio narrativo.