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venerdì 15 marzo 2019

La casa sulle nuvole

anno: 2009       
regia: GIOVANNESI, CLAUDIO    
genere: drammatico    
con Adriano Giannini, Emanuele Bosi, Emilio Bonucci, Paolo Sassanelli, Faten Ben Haj Hasse, Antonino Ninni Bruschetta, Tara Haggiag    
location: Italia, Marocco
voto: 4,5    

Michele (Giannini), un allevatore di cavalli, e suo fratello minore Lorenzo (Bosi), jazzista col pallino di andare a suonare a New York, vengono a sapere improvvisamente che la casa dove vivono, a due passi da Roma, è stata venduta dal loro padre (Bonucci), sparito nel nulla da 12 anni. Rintracciano così l'acquirente dell'immobile (Sassanelli) e decidono di raggiungerlo a Marracash, dove ritrovano il genitore, un Peter Pan che ha una relazione con una giovanissima autoctona (Hassen) e che passa le giornate a sognare qualche altra fallimentare trovata imprenditoriale.
Claudio Giovannesi esordisce dietro la macchina da presa con un film ancora acerbo, che si dilunga sui festini paterni e sui serrati confronti tra il genitore e il figlio maggiore, con qualche bella trovata visiva (su tutte, quella della mongolfiera che dà il titolo al film, in pieno deserto), una certa intensità di sguardo sui caratteri psicologici ma ritmo fiacchissimo.    

venerdì 8 marzo 2019

The Vanishing - Il Mistero del Faro (Keepers)

anno: 2018       
regia: NYHOLM, KRISTOFFER    
genere: thriller    
con Peter Mullan, Gerard Butler, Connor Swindells, Søren Malling, Ólafur Darri Ólafsson, Gary Lewis, Ken Drury    
location: Regno Unito
voto: 6    

Siamo in un'isola al largo della Scozia, all'inizio del Novecento. Tre uomini che vivono isolati a guardia di un faro trovano il corpo di un uomo che sembra morto, ma che morto non è, che ha con sé una cassa piena di lingotti d'oro. Nella zuffa tra il più giovane dei tre guardiani (Swindells) e il naufrago, quest'ultimo ci lascia le penne. Verranno altri a cercarlo e sarà una carneficina.
Ispirato alla storia vera ricordata come il mistero del faro delle isole Flannan, il film dell'esordiente danese Kristoffer Nyholm, con un titolo originale - Keepers - stupidamente tradotto in italiano con un altro titolo inglese, alterna momenti del quotidiano monotono e verboso dei tre ad altri nei quali succede di tutto. In questo oscillare tra accelerazioni e brusche frenate, questo thriller psicologico sembra volersi concentrare soprattutto sull'ingordigia che i tre protagonisti manifestano davanti alla possibilità di un arricchimento improvviso, pagata col contrappasso di una lotta belluina. un'ingordigia che diventa la cartina di tornasole delle reali personalità dei tre e che conduce lo spettatore a un finale che, rispetto alla vicenda reale, azzarda una possibile spiegazione. Attori straordinari, regia controllata.    

martedì 5 febbraio 2019

Searching for Sugar Man

anno: 2012   
regia: BENDJELLOUL, MALIK    
genere: documentario    
con Sixto Rodriguez, Stephen 'Sugar' Segerman, Dennis Coffey, Mike Theodore, Dan DiMaggio, Jerome Ferretti, Steve Rowland, Willem Möller, Craig Bartholomew Strydom, Ilse Assmann, Steve M. Harris, Robbie Mann, Clarence Avant, Eva Rodriguez, Rodriguez, Regan Rodriguez, Sandra Rodriguez-Kennedy, Rick Emmerson, Rian Malan    
location: Sudafrica, Usa
voto: 6,5    

La storia è di quelle straordinarie: tra il 1970 e il 1972 Sixto Rodriguez, un operaio di origini messicane residente a New York, sfornò due magnifici dischi di stampo dylaniano che non ebbero alcun successo negli Stati Uniti. Caso volle che per un fortuito passaparola quegli album finirono in Sudafrica, dove vennero ristampati e venduti a milioni. I proventi di quelle vendite furono inviati a Clarence Avant - il patron della casa discografica che produsse Cold Fact e Coming from Reality - il quale non ne fece parola col diretto interessato, che - incassato l'insuccesso - riprese la sua vita di carpentiere con grande umiltà. Nel frattempo, in Sudafrica girava voce che l'uomo si fosse dato fuoco sul palco durante un concerto o, in un'altra versione, che si fosse suicidato in quell'occasione con un colpo di pistola alla testa. Ci volle tutta la caparbietà di Stephen 'Sugar' Segerman, un negoziante di dischi del Sudafrica, per ricostruire l'intera vicenda e capire come fossero andate le cose. E qui si apre un secondo capitolo ancora più sorprendente del primo, che non può essere raccontato per evitare lo spoiler.
Vincitore del premio Oscar come miglior documentario, Sugar Man è l'omologo di Alla ricerca di Vivian Maier e racconta la storia di un successo arrivato, malgrado tutto, quando Rodriguez era ancora in vita. Il caso e la curiosità sono per ambedue le storie le molle che hanno condotto alla scoperta di capolavori altrimenti sconosciuti, portati alla giusta ribalta in maniera in gran parte accidentale. Ma a Sugar Man difetta un certo schematismo documentaristico (quasi tutto imperniato su immagini di repertorio e interviste), mentre infastidisce vedere nel 1998 una popolazione totalmente bianca assistere a un concerto, a 4 anni dalla vittoria elettorale di Nelson Mandela.
Nota a margine: confidiamo che qualcuno prima o poi ci racconti anche la straordinaria vicenda di Steve Eliovson, jazzista sudafricano scomparso nel nulla dopo averci lasciato un gioiello rarissimo come Dawn Dance senza averne mai ritirato i proventi.    

domenica 23 dicembre 2018

Parigi a piedi nudi (Paris pieds nus)

anno: 2016       
regia: ABEL, DOMINIQUE * GORDON, FIONA    
genere: grottesco
con Fiona Gordon, Dominique Abel, Emmanuelle Riva, Pierre Richard, Emmy Boissard Paumelle, Céline Laurentie, Charlotte Dubery, David Palatino    
location: Canada, Francia
voto: 1    

Fiona (Gordon), una bibliotecaria canadese, riceve una lettera da parte di una sua vecchio zia (Riva) che risiede a Parigi e che le chiede aiuto. Giunta nella capitale francese, Fiona apprende che la zia è scomparsa. Nel frattempo conosce un senzatetto (Abel) con il quale comincerà a cercare l'anziana donna e darà inizio a una sgangherata storia d'amore.
Se non sei Jacques Tati e, pur essendo donna, di Jacques Tati hai solo il fisico lungagnone, lascia perdere: rischi di annaspare per un'ora e venti in una serie di siparietti buffi e grotteschi, in stile slapstick, senza capo né coda. Una tristezza…    

sabato 29 settembre 2018

Hold the dark

anno: 2018       
regia: SAULNIER, JEREMY    
genere: giallo    
con Jeffrey Wright, Alexander Skarsgard, James Badge Dale, Riley Keough, Julian Black Antelope, Tantoo Cardinal, Macon Blair, Jonathan Whitesell, Peter McRobbie    
location: Iraq, Usa
voto: 1,5    

- Ciao Emy
- Cosa è successo?
- Poi ti spiego…
Ecco, ci piacerebbe se lo spiegasse pure a noi cosa è successo nelle due ore e passa di film, dopo aver pronunciato queste che sono le battute finali. Già perché l'ennesimo prodotto di infimo livello targato Netflix, che si sta profilando come l'annichilimento del Cinema a vantaggio sia di produttori che del pubblico incapace di alzare le terga dalla poltrona, è un'opera quanto mai criptica (colpa del romanzo da cui trae spunto, firmato da William Giraldi?). C'è uno scrittore (Wright), che è esperto di lupi, il quale riceve una lettera (non una mail: proprio una lettera, vergata a mano) da una tizia in Alaska che sostiene che i quadrupedi hanno banchettato col suo unico figlioletto. L'uomo, senza sapere chi sia l'interlocutrice, prende e parte. Stacco. Da qualche parte in medio oriente, il marito della signora (Skarsgard) gioca a sparatutto con gli islamici del posto, salvo poi difendere l'onore di un'autoctona stuprata da un suo commilitone. Stacco. Torniamo in Alaska. La donna è sparita, il cadavere del bambino viene ritrovato (intatto, ma pur sempre cadavere) e così comincia la caccia alla donna. Stacco. Il maritino torna a casa e sembra che sia un filino irritato con la consorte per la riduzione del 33% del nucleo familiare. Stacco. Un pazzo fa una strage di poliziotti. Poi accadono altre cose che è inutile raccontare. Ogni tanto si vede qualche lupo in mezzo alle nevi del Grande Nord e anche il maritino, nonostante Carnevale sia ancora lontano, si traveste da lupo (giuro!). Fine della cronaca.
Quando si parla di fiducia nei sistemi esperti e del fatto che la rete abbia sottratto al giornali una fetta considerevolissima di lettori, si invoca sempre la stessa questione nella speranza di riequilibrare le cose e dare dell'imbecille a chi preferisce qualche buon blog alla carta stampata: di qua ci sono gli esperti, i professoroni, quelli che hanno studiato la materia; di là gli scribacchini improvvisati. Tutto vero. Ma si dimentica di dire che i primi spesso (si veda il caso clamorosissimo de La Repubblica che oggi riesce a far sbiadire le imprese della Pravda) fanno marchette per i potenti (che, nel caso del cinema, si chiamano Rai, Netflix, Amazon, Sky Cinema, eccetera), mentre i secondi sono certamente più liberi. Tutta questa giaculatoria per dire che le poche riviste di cinema edite in Italia promuovono filmacci come questo senza alcun pudore e l'appassionato che cerca di documentarsi non fa che caderci regolarmente con tutte le scarpe. Evitate Hold the dark.    

sabato 15 settembre 2018

La prima luce

anno: 2014   
regia: MARRA, VINCENZO    
genere: drammatico    
con Riccardo Scamarcio, Daniela Ramirez, Gianni Pezzolla, Luis Gnecco, Alejandro Goic, Paulina Urrutia, Maria Eugenia Barrenechea    
location: Cile, Italia
voto: 7    

Marco (Scamarcio) è un padre affettuoso e premuroso, oltre che un marito accorto. Fa l'avvocato e vive a Bari con Martina (Ramirez), che è di origine cilena. I due hanno un figlio, Mateo (Pezzolla), di sette anni. Martina è insofferente a quella città e vorrebbe tornare nel paese natale portando Mateo con sé. Ma ci vuole il nulla osta del padre, che è di tutt'altro avviso. Così la donna sparisce ugualmente senza farsi alcuno scrupolo. A Marco, dopo avere tentato la via dell'ambasciata, non rimane che andare sul posto e affidare la ricerca a un detective privato (Goic), prima di infognarsi in quel ginepraio della giustizia cilena.
Scamarcio interpreta con sensibilità e ricchezza di sfumature il padre che in molti vorremmo avere, assistito da una regia sorvegliata che inevitabilmente calca troppo sul teorema della colpa della madre. Difficile dunque resistere alla tentazione di una virulenta misoginia, quando al cinema ti viene squadernato davanti un personaggio così abominevole come quello di Martina. Fin dal principio non si capiscono le ragioni della donna, se non in maniera del tutto generica legate a un possibile nostos, né è chiara la ragione della sua acrimonia nei confronti del marito. Si capisce invece perché Vincenzo Marra - già autore di opere pregevoli come Vento di terra, Tornando a casa, L'ora di punta e Il gemello - abbia firmato un film così sbilanciato, eppure sincero, toccante, pieno di umanità e mai retorico: è la storia che lo stesso Marra ha vissuto sulla sua pelle. Ma il vero imputato del film sembra essere il farraginoso sistema della giustizia internazionale, che tutela assai più le madri rispetto ai padri.    

domenica 21 gennaio 2018

Chi m'ha visto

anno: 2017       
regia: PONDI, ALESSANDRO  
genere: commedia  
con Pierfrancesco Favino, Giuseppe Fiorello (Beppe Fiorello), Mariela Garriga, Dino Abbrescia, Sabrina Impacciatore, Mariolina De Fano, Michele Sinisi, Maurizio Lombardi, Oriana Celentano, Francesco Longo (III), Gianni Colajemma, Cesare Pasimeni, Vito Facciolla, Delia Taccarelli, Dalila Trovisi, Albertino, Arisa, Paolo Belli, Edoardo Bennato, Alex Britti, Claudio Cecchetto, Carlo Conti, Simone Cristicchi, Gigi D'Alessio, Elisa, Emma, Francesco Facchinetti, Giusy Ferreri, Rosario Fiorello, Iaia Forte, Lorenzo Fragola, Giorgia, Gianluca Grignani, J-Ax, Jovanotti, Mara Maionchi, Vincenzo Mollica, Gianni Morandi, Nek, Roy Paci, Max Pezzali, Raiz, Marina Rei, Red Ronnie, Giuliano Sangiorgi, Nicola Savino, Anna Tatangelo, Trio Medusa, Paola Turci, Federico Zampaglione    
location: Grecia, Italia
voto: 2  

Terminato il tour con Jovanotti, il chitarrista Martino Piccione (Fiorello) torna a Ginosa, il paese natio nelle Murge, in attesa che la sua carriera finalmente decolli. E invece le cose vanno male, i dischi non si vendono, il suo produttore (Abbrescia) gli volta le spalle e la sua notorietà è a zero. Cosa fare per farsi notare, allora? Sparire per un po', grazie all'aiuto dell'amico Peppino (Favino) Quaglia (che fantasia i cognomi, eh?), almeno fino a quando qualcuno non comincerà a domandarsi dove sia finito, prima che la televisione si appropri del caso e i musicisti comincino a inviare dei videoappelli. Ma la sua sparizione, nel frattempo, ha generato un indotto possente per il paesino e per Martino (sembianze à la Keith Richards) si prospetta la necessità di protrarre la sua latitanza dal pubblico.
Microscopico film d'esordio di Alessandro Pondi (non a caso già sceneggiatore di cinepanettoni come Natale a Beverly Hills e Natale in Sudafrica), che imbastisce una commedia insulsa a suon di luoghi comuni e banalità assortite (la tv parassita, gli amici interessati, l'accidia strapaesana, la prostituta di sani principi), nella quale si salva soltanto l'interpretazione survoltata di Favino in versione pugliese e la breve antologia in cui molti divi della canzone si prestano al gioco con camei in video, anche se mette i brividi pensare che il meglio della canzone degli anni dieci debba passare per Gigi D'Alessio, Elisa, Emma, Francesco Facchinetti, Giusy Ferreri, Lorenzo Fragola, Giorgia, J-Ax, Giuliano Sangiorgi e Anna Tatangelo. Poi dice che uno smoccola...    

mercoledì 20 dicembre 2017

Ferrante Fever

anno: 2017   
regia: DURZI, GIACOMO  
genere: documentario  
con Michael Reynolds, Francesca Marciano, Lisa Lucas, Ann Goldstein, Sarah McNally, Roberto Saviano, Nicola Lagioia, Elizabeth Strout, Jonathan Franzen, Giulia Zagrebelsky, Mario Martone, Roberto Faenza, Anna Bonaiuto    
location: Italia, Usa
voto: 6,5  

Elena Ferrante è un caso letterario fenomenale. Tradotta in ben 48 lingue, notissima negli Stati Uniti, alla maniera di Banksy la scrittrice vive da sempre nell'anonimato e sotto pseudonimo. Ben più schiva di Salinger e di Pynchon, a detta dei critici la Ferrante deve il suo successo a una scrittura fluida che si fonde magnificamente con contenuti profondi e toccanti. In Italia, Martone ha portato su pellicola una sua opera (L'amore molesto) e altrettanto ha fatto Faenza (I giorni dell'abbandono). Ora la scrittrice partenopea (pare…) ha attirato talmente l'attenzione da meritare un documentario imperniato su poche testimonianze (quella dello scrittore Jonathan Franzen, della sua traduttrice in lingua inglese, dei suoi editori, della trascurabilissima studiosa della sua opera Giulia Zagrebelsky, del rivale al premio Strega Nicola Lagioia, dei registi Faenza, Martone e Marciano e dell'immancabile prezzemolo Saviano) che cercano di restituirne un ritratto a tutto tondo. Quello stesso ritratto che viene opacizzato dalle belle animazioni di Mara Cerri e Magda Guidi che accompagnano la lettura di alcune pagine dei suoi libri (la voce è quella di Anna Bonaiuto) o da qualche estratto delle sue lettere. Si tratta di un'operazione forse poco adatta al grande schermo, ma sobria e nitida, capace di evitare gli accenti agiografici e al tempo stesso di appassionare all'enigma di questa scrittrice (ma è dubbia anche la sua identità sessuale: qualcuno vocifera che potrebbe trattarsi di un uomo…) persino il lettore meno incline alla narrativa.    

giovedì 14 dicembre 2017

Loveless (Nelyubov)

anno: 2017       
regia: ZVYAGINTSEV, ANDREY 
genere: drammatico 
con Maryana Spivak, Alexey Rozin, Matvey Novikov, Marina Vasilyeva, Andris Keishs, Alexey Fateev    
location: Russia
voto: 7 

In Russia, una coppia sta per divorziare. I due si rimpallano l'affidamento del loro unico figlio dodicenne (Novikov). Il quale, all'improvviso, scompare, volatilizzandosi. Viene allertata la polizia, partono le ricerche, si spera nella complicità tra nonna materna e nipote, si fa persino visita all'obitorio. I due genitori mandano avanti le loro vite con i rispettivi compagni, come se la cosa non li riguardasse.
Andrey Zvyagintsev ha un abbonamento con i premi cinematografici. Non c'è film che non ne vinca uno. Non fa eccezione questo Loveless (premio della giuria al 70° festival di Cannes), spettacolo agghiacciante sull'assenza totale di sentimenti, che mette in scena il tristissimo rapporto tra un padre accidioso e irresponsabile (Rozin) e una madre in simbiosi totale con il proprio cellulare (Spivak), indifferenti alla sorte di un figlio che viene appellato, nel migliore dei casi, con espressioni carezzevoli come "quello spostato" o "impiastro". Ancora una volta Zvyagintsev torna sul tema della paternità, come già in The return e Leviathan, coniugandolo con quello di una sparizione. E ancora una volta lo fa senza alcuno sconto allo spettatore, mostrando un talento registico fuori dal comune, espressione di una nitidissima idea di cinema che sta tra l'eredità lasciata da Tarkovskij e quella di Bergman.    

venerdì 27 ottobre 2017

La ragazza nella nebbia

anno: 2017       
regia: CARRISI, DONATO   
genere: giallo   
con Toni Servillo, Alessio Boni, Lorenzo Richelmy, Galatea Ranzi, Michela Cescon, Lucrezia Guidone, Daniela Piazza, Ekaterina Buscemi, Thierry Toscan, Jacopo Olmo Antinori, Marina Occhionero, Sabrina Martina, Antonio Gerardi, Greta Scacchi, Jean Reno    
location: Italia
voto: 6,5   

Nel paesino di Avechot, in mezzo alle Alpi, l'ispettore Vogel (Servillo) si presenta nel mezzo della notte al cospetto di uno psichiatra (Reno). C'era nebbia, ha avuto un incidente ma dice di non ricordare nulla. Dietro c'è una complessa storia - raccontata anche con lunghi flashback - che parte dalla sparizione di una quindicenne dalla comunità montana, passa per la congregazione religiosa che rende omertoso l'intero paese e arriva a un professore (Boni) stabilitosi lì da poco con la famiglia, l'unico a finire sul banco degli imputati.
Tratto - come recitano con magniloquenza i titoli di coda - dal best seller "internazionale" di Donato Carrisi, La ragazza nella nebbia viene portato sul grande schermo dallo stesso autore, il quale dimostra ampie capacità narrative e di sapere dare una cospicua dose di suspense al racconto. Il tema è quello della vanità, mescidato in chiave di apologo con quello della dialettica tra apparenza e realtà con riflessioni non banali. I problemi sono due: la sceneggiatura, arzigogolata in maniera compiaciuta e capace di arrivare a un finale davvero deludente e, ancor di più, la direzione degli attori: Toni Servillo continua a fare Toni Servillo in qualsiasi film, gli altri sono diretti con mano da mestierante e solo Alessio Boni ci mette un po' di impegno, insieme a Jean Reno che recita nel nostro idioma in presa diretta.    

venerdì 14 luglio 2017

Contrattempo (Contratiempo)

anno: 2016   
regia: PAULO, ORIOL  
genere: giallo  
con Mario Casas, Ana Wagener, José Coronado, Bárbara Lennie, Francesc Orella, Paco Tous, David Selvas, Inigo Gastesi, San Yelamos, Manel Dueso, Cristian Valencia, Betsy Túrnez    
location: Spagna
voto: 8  

Giunto all'apice del successo economico, l'imprenditore Adrian Doria (interpretato con piglio da pesce in salamoia da Mario Casas) rischia di vedere evaporare tutto ciò che ha costruito quando entra nel mirino della giustizia e dell'opinione pubblica in seguito alla misteriosa sparizione di un ragazzo. Un'avvocatessa di rango (Wagener), prossima alla pensione, sembra l'unica in grado di toglierlo dai pasticci, a condizione che l'uomo confessi tutta la verità e non sorvoli sui dettagli. Che, stando alla versione dell'uomo, grosso modo sono questi: fuori dalla consueta residenza barcellonese dove si trovava con la sua amante (Lennie), Adrian avrebbe avuto un incidente nel quale ha perso la vita proprio il ragazzo scomparso. Manipolato e puntino dalla sua amante, l'uomo ne fa sparire il cadavere, salvo doversela poi vedere con i genitori del giovane, poco inclini a credere a una messinscena degna dell'incipit di Psycho.
La piattaforma Netflix è diventata un'alternativa possibile in qualche (raro) caso alla sala cinematografica, come dimostra questo thriller ad altissima tensione, densisissimo nella scrittura (pur con qualche buco di sceneggiatura) e straripante di colpi di scena, tutti ottimamente assestati. Per questa via, il film di Oriol Paulo si propone come un apologo sulla verità di rara intensità narrativa. Protagonista a parte, il film è di quelli da non perdere.    

domenica 12 marzo 2017

Lo Stato contro Fritz Bauer (Der Staat gegen Fritz Bauer)

anno: 2015   
regia: KRAUME, LARS
genere: storico
con Burghart Klaussner, Ronald Zehrfeld, Sebastian Blomberg, Jörg Schüttauf, Lilith Stangenberg, Laura Tonke, Michael Schenk, Cornelia Gröschel, Robert Atzorn, Stefan Gebelhoff, Dani Levy, Paulus Manker, Götz Schubert, Gabriele Schulze, Pierre Shrady, Matthias Weidenhöfer, Nikolai Will, Rüdiger Klink, Fritz Bauer, Konrad Adenauer, David Ben-Gurion    
location: Argentina, Germania, Israele
voto: 8

Fritz Bauer (Klaussner), ebreo dalle tendenze omosessuali latenti, è un procuratore generale tedesco che sta indagando sugli ex-nazisti che hanno trovato riparo all'estero dopo la seconda Guerra Mondiale. Sa che Adolf Heichmann (Schenk), il responsabile delle deportazioni di 6 milioni di ebrei nei lager, si trova sotto falsa identità in Argentina. Pur di catturarlo - e trovando infiorite resistenze nel suo stesso ufficio dove in molti gli remano contro per via di loschi interessi personali e per una imperitura connivenza tra politica ed ex nazisti - è disposto a prendere accordi sottobanco con il Mossad, trovando dalla sua parte solo il giovane procuratore Angermann (Zehrfeld).
Affidato alla ricchissima espressività di Burghart Klaussner, che come interprete si è dimostrato uno specialista del genere a carattere storico (Il nastro bianco, Treno di notte per Lisbona, Diplomacy, Il ponte delle spie), Lo stato contro Fritz Bauer ricostruisce la difficile vicenda personale di questo cacciatore di nazisti fuori dagli schemi, figura dimessa eppure gigantesca, uomo determinatissimo e tutto d'un pezzo, con uno stile classico e una regia un po' inamidata ma assai efficace nel restituirci un importantissimo pezzo della storia del Novecento.    

venerdì 10 marzo 2017

The Captive - Scomparsa (Captives)

anno: 2014   
regia: EGOYAN, ATOM
genere: thriller
con Ryan Reynolds, Rosario Dawson, Mireille Enos, Scott Speedman, Kevin Durand, Alexia Fast, Peyton Kennedy, Bruce Greenwood, Brendan Gall, Aaron Poole, Jason Blicker, Aidan Shipley, Ian Matthews, Christine Horne, William MacDonald, Ella Ballentine, Samantha Michelle, Wayne Johnson    
location: Canada
voto: 6,5

Tra le nevi del Canada, una bambina di 10 anni sparisce, rapita nei pochi minuti durante i quali il suo papà (Reynolds) è sceso dall'auto per comprarle un dolce. L'uomo non si dà per vinto, la sezione investigativa affidata a Nicole Dunlop (Dawson) e al suo socio Jeffrey Cornwall (Speedman) sembra non credergli e anzi peggiora le cose e anche la moglie (Enos) gli rema contro. Lui, con eccezionale pertinacia, continua a credere di poter ritrovare la figlia, presumibilmente finita in una rete di pedofili.
Uno dei lavori più riusciti nella mediocre filmografia dell'egiziano Atom Egoyan  (Il dolce domani, Il viaggio di Felicia, False verità, Chloe, Devil's Knot) si dipana su un andirivieni di flashback e flashforward che, pur scompaginando inutilmente il tessuto narrativo, riesce comunque a tenere alta la tensione. Peccato che il ruolo di protagonista non sia stato affidato a qualcuno con lo sguardo che buca, bensì a quello stoccafisso di Ryan Reynolds, attore specializzato in film di serie Z e già pessimo in Buried.    

giovedì 23 febbraio 2017

American Pastoral

anno: 2016       
regia: McGREGOR, EWAN
genere: drammatico
con Ewan McGregor, Dakota Fanning, Jennifer Connelly, David Strathairn, Uzo Aduba, Valorie Curry, Rupert Evans, Peter Riegert, Molly Parker, Hannah Nordberg, Ocean James, David Whalen, Julia Silverman, Corrie Danieley, Mark Hildreth    
location: Usa
voto: 3

Difficile portare sul grande schermo un autore complesso (dicono i ben informati) come Philip Roth (che al cinema aveva già "regalato" Lezioni d'amore, La macchia umana e Lamento di Portnoy), tanto più se sei alle prime armi con la macchina da presa. Ewan McGregor, attore britannico con molti successi alle spalle e una disposizione di fondo per copioni mediocri (The eye, Angeli & Demoni), si è cimentato nell'impresa dimostrando di padroneggiare i rudimenti della regia ma lasciandosi scappare di mano il tessuto del racconto. Che è questo: siamo nel New Jersey, negli anni Sessanta. Seymour Levov (McGregor), chiamato da tutti "lo svedese", e Dawn (Connelly) sono felicemente sposati nonostante le resistenze del padre di lui (Riegert), che vorrebbe a tutti i costi per suo figlio una donna ebrea. I guai e la discesa negli inferi cominciano con la crescita della loro unica figlia, una ragazzina balbuziente e petulante per sopportare la quale ci vuole la pazienza di Giobbe. Le cose precipitano quando la ragazza, ormai sedicenne (Fanning), sparisce da casa ed entra in clandestinità dopo aver effettuato alcuni attentati dinamitardi come fiancheggiatrice delle Pantere Nere. Sua madre, che mal la sopportava, tira un respiro di sollievo. Suo padre non si dà per vinto.
I fedelissimi di Roth avranno pane per i loro denti per esercitarsi nell'esegesi del loro beniamino, che con Pastorale americana si aggiudicò il Pulitzer per la letteratura nel 1998. Saranno probabilmente meno contenti del fatto che ciò che esce dal film di McGregor è un'opera che sembra una caricatura tanto del tramonto del sogno americano, segnato dall'inasprirsi del conflitto generazionale, quanto di quell'importante stagione dei diritti civili durante la quale non mancarono azzardi e conflitti. Un'opera per di più sciatta, montata approssimativamente e con un pessimo lavoro condotto in fase di trucco. Altro che certe donne che stanno benissimo anche senza. Vero Jennifer Connelly?    

giovedì 16 febbraio 2017

Lion - La strada verso casa

anno: 2016       
regia: DAVIS, GARTH   
genere: drammatico   
con Dev Patel, Nicole Kidman, Rooney Mara, David Wenham, Sunny Pawar, Abhishek Bharate, Priyanka Bose, Tannishtha Chatterjee, Nawazuddin Siddiqui, Deepti Naval, Divian Ladwa, Sachin Joab, Pallavi Sharda, Arka Das, Emilie Cocquerel, Eamon Farren, Menik Gooneratne    
location: Australia, India
voto: 8   

1986. Il piccolo, tenerissimo Saroo (Pawar) vive con il fratello maggiore, la sorellina e la mamma in una regione poverissima dell'India. Lui ha appena quattro anni ma una volontà di ferro e così decide di possedere già abbastanza muscoli per aiutare il fratello maggiore a trasportare pietre, l'unico lavoro con cui una famiglia a economia sotto il livello minimo di sussitenza riesce a sfamarsi. Non ce la fa, è stanco, trova ricovero in un treno e finisce a 1600 chilometri dalla stazione dove è salito, senza sapere il nome corretto del paesino dal quale proviene e senza parlare il bengali, la lingua diffusa a Calcutta, dove il treno si è fermato. È qui che ha inizio l'interminabile odissea di questo bambino volitivo, intelligente, svelto, determinato, costretto a sopravvivere tra retate ai danni degli orfani di strada, minacce pedofile, istituzionalizzazione coatta. La svolta, della sua vita come del film, arriva quando una coppia australiana decide di adottarlo. Grazie ai suoi nuovi genitori Saroo, ormai trentenne (Patel), conoscerà benessere e cultura, troverà l'amore ma continuerà a cercare la sua famiglia d'origine senza farne parola con i genitori adottivi.
Lion (dal nome indiano storpiato del piccolo, straordinario protagonista) è il film che non ti aspetti: due ore di tempesta emotiva incardinata su un racconto dalla struttura assai classica, ma capace di non essere mai ricattatoria con lo spettatore, nonostante la ridda di buoni sentimenti che esprime. Con le sue riflessioni sull'ottimismo dei poveri, le potenzialità della tecnologia e la condizione dei bambini di strada, il film tratto dall'autobiografia che racconta la vera storia di Saroo Brierley è un apologo riuscitissimo sul potenziale esplosivo di una decisione che può catapultarci in un'altra vita, raccontato sotto forma di romanzo di formazione in chiave avventurosa. Salvo poi ritrovare l'abbraccio delle persone che ami, come nella struggente scena finale, riprodotta anche con i veri personaggi di questa incredibile vicenda risolta con l'aiuto di Google Earth e di una frittella.    

sabato 14 gennaio 2017

Silence

anno: 2016       
regia: SCORSESE, MARTIN
genere: drammatico
con Andrew Garfield, Adam Driver, Liam Neeson, Tadanobu Asano, Ciarán Hinds, Issei Ogata, Shinya Tsukamoto, Yoshi Oida, Yôsuke Kubozuka, Ryô Kase, Nana Komatsu    
location: Giappone, Portogallo
voto: 7

Nel XVII secolo, padre Rodrigues (Garfield) e padre Garupe (Driver) decidono di partire dal Portogallo alla volta del Giappone per fare luce sulla scomparsa di un loro mentore, padre Ferreira (Neeson), che la Chiesa portoghese ritiene essersi macchiato di apostasia. Giunti nel continente asiatico, i due giovani religiosi entrano in contatto con comunità cristiane che vivono clandestinamente, perseguitate dall'inquisizione giapponese che risponde col pugno di ferro ai tentativi di colonialismo culturale degli occidentali. L'accanimento degli inquisitori divarica le strade dei due giovani protagonisti: di padre Garupe si perdono a lungo le tracce, mentre padre Rodrigues prosegue la sua marcia alla ricerca di padre Ferreira, con un'inamovibile fede in Dio, pur sollevando dubbi angosciati sul suo silenzio: perché tanto accanimento sui cristiani? Perché infliggere loro tante pene e torture? Perché non dare un segno? Vietatissimo lo spoiler per il sottofinale, nel quale la vicenda inanella un paio di colpi di scena.
A tre anni da The wolf of Wall Street, Scorsese torna dietro la macchina da presa con un film monumentale, fortissimamente voluto per quasi trent'anni, prodotto a più tasche (tra le tante, quella di Vittorio Cecchi Gori) su un tema a lui caro come quello religioso, già toccato esplicitamente in Kundun e L'ultima tentazione di Cristo e implicitamente in Taxi driver. Si tratta, stavolta, di un affresco grandioso, di maestosa potenza visiva, fluviale nella durata (160 minuti), tra scenari da inferno dantesco e ambientazioni brumose, sorretto dalle scenografie e dai costumi di Dante Ferretti e da un cast di prim'ordine, straordinariamente diretto. Mai didascalico né manicheo, Silence mette in scena il travaglio interiore di un religioso (l'ex Spiderman Andrew Garfield) in costante oscillazione tra fede ed evidenza empirica, su uno sfondo che mostra in maniera efficacissima il tema del contrasto tra culture. Eppure il film tratto da un romanzo scritto negli anni '60 da Shusaku Endo suscita più rispetto che vera emozione: tanto ci si appassiona alle dispute teologiche, tanto si rimane distaccati dai personaggi, asserviti a dialoghi che a tratti sembrano essere fuori controllo.    

sabato 11 giugno 2016

The Nice Guys

anno: 2016       
regia: BLACK, SHANE
genere: commedia gialla
con Russell Crowe, Ryan Gosling, Angourie Rice, Matt Bomer, Margaret Qualley, Kim Basinger, Yaya DaCosta, Keith David, Beau Knapp, Ty Simpkins, Yvonne Zima, Rachele Brooke Smith, Lexi Johnson, Jack Kilmer, Maddie Compton, Adriana Karras, Murielle Telio, Gary Weeks, Matthew William Jones, Joanne Spracklen, Christian Noble, Gary Wolf, Milo Wesley    
location: Usa
voto: 7

C'è una cosa da sapere su Shane Black, regista di The nice guys, qui alla sua terza prova dietro la macchina da presa dopo Kiss kiss bang bang e Iron man 3: quando fu sommerso da un mare di soldi per avere scritto le sceneggiature di Arma letale, Black si ritirò dal cinema per quasi due decenni. Un po' per l'invidia dei colleghi, un po' per un insolito caso di coscienza morale, di difficilissimo reperimento dalle parti di Hollywood.
In questa occasione ritroviamo il suo cinema dai filamenti tarantiniani con struttura da buddy movie come nei quattro episodi da lui firmati che ebbero Mel Gibson e Danny Glover come protagonisti. Qui la strana coppia, una via di mezzo tra una versione postmoderna di Stanlio e Ollio e Starsky & Hutch, si trova a Los Angeles, nel 1977. L'investigatore privato Holland March (Gosling) e il detective Jackson Hely (Crowe) stanno cercando una ragazza che si chiama Amelia. La sua scomparsa sembra legata alla tragica morte di una diva del porno. Insieme alla figlia ficcanaso di Holland, i due scopriranno che l'intricatissimo caso è connesso con il doppio tentativo di fermare l'avanzata del porno e di promuovere la vendita di automobili in barba a qualsiasi criterio di attenzione per l'ambiente.
Raccontata così, la trama sembra quasi comprensibile, mentre invece è l'aspetto più fragile e pretestuoso di un film scritto benissimo, con dialoghi spumeggianti, battute a raffica e tentazioni splatter. Una detective story a metà strada tra Boogie nights e Vizio di forma in chiave slapstick, con un registro grottesco che non dispiacerebbe ai fratelli Coen.    

domenica 1 marzo 2015

Vizio di forma (Inherent Vice)

anno: 2014       
regia: ANDERSON, PAUL THOMAS
genere: grottesco
con Joaquin Phoenix, Josh Brolin, Owen Wilson, Katherine Waterston, Reese Witherspoon, Benicio Del Toro, Martin Short, Jena Malone, Maya Rudolph, Joanna Newsom, Eric Roberts, Hong Chau, Serena Scott Thomas, Michael K. Williams, Martin Donovan, Sasha Pieterse, Jeannie Berlin, Timothy Simons, Peter McRobbie, Sam Jaeger, Katie Schwartz, Jordan Christian Hearn, Michael Cotter, Sophia Markov, Victoria Markov, Andrew Simpson, Charley Morgan, Christopher Karl Johnson, Jefferson Mays, Keith Jardine, Elaine Tan, Yvette Yates, Christopher Allen Nelson, Delaina Mitchell, Martin Dew
location: Usa
voto: 3

Non ho mai letto Thomas Pynchon per intero. Al massimo sono arrivato a pagina 23 de L'arcobaleno della gravità. Non sono abbastanza intelligente per capirlo né abbastanza colto per afferrarne le sciarade e la prosa arzigogolatissima. Ma è colpa sua se quell'altro pazzoide di Paul Thomas Anderson (chi altro, altrimenti, avrebbe potuto avere l'ardire di portarlo sul grande schermo?), che di film estremi se ne intende (Magnolia, Ubriaco d'amore, Il petroliere e The master sono tutti, in maniera diversa, estremi), nel partire dal suo romanzo ha girato la più parossistica di tutte le sue opere. Vizio di forma è programmatico fin dal titolo, che non rimanda al lessico giuridico, ma semmai all'incomprensibilità dell'intreccio. È un film labirintico, di una verbosità torrenziale, lunghissimo (due ore e mezza); straborda di trame e sottotrame, sostenute da una miriade di personaggi che appaiono e scompaiono all'interno di una cornice impegnata a ricostruire la cultura psichedelica di quell'epoca. E c'è tanta droga, spinelli a gogò, narici imbiancate. Lo spunto narrativo è apparentemente semplice: siamo nella California del 1970, la musica d'epoca è quella dei Can e di Neil Young (ma la colonna sonora l'ha firmata Jonny Greenwood, il chitarrista dei Radiohead. Doc Sportello (Phoenix) è un detective privato con il debole per i cannabinoidi che si vede improvvisamente comparire sull'uscio di casa una sua vecchia fiamma (Waterston), la quale gli chiede di scoprire che fine abbia fatto il suo attuale compagno, un magnate che qualcuno ha voluto internare in una clinica psichiatrica. Tra poliziotti dalle maniere spicce (Brolin), dentisti pedofili, trafficanti di eroina, agenti infiltrati in una setta neonazista e una diffusa sindrome da nuovi Charles Manson, Doc cercherà di sbrogliare la matassa. Mi è parso che ci sia riuscito, ma non ne sono sicuro perché dormivo e i miei amici non me lo hanno saputo dire. Quindi diciamo che il finale è aperto.
Il Vizio di forma del film sta nel suo essere cervellotico come, presumibilmente, lo è il romanzo da cui è tratto. Alla libertà espressiva totale e al diluvio logorroico del copione - ideale contraltare ai 20 minuti di silenzio totale col quale si apriva quel capolavoro de Il petroliere - non corrisponde stavolta una messa in scena all'altezza: tutto sembra esagerato, sovraccarico, barocco, ipertrofico come i favoriti di un Joaquin Phoenix ancora straordinario ma sacrificato a un film dai marcati tratti grotteschi e surreali che ancora una volta mostra - alla stregua di Birdman - l'assoluto primato della tecnica sulla bellezza. È Baggio che sta in panchina, direbbe Baricco. La nuova forma di barbarie culturale.    

giovedì 18 dicembre 2014

Il ragazzo invisibile

anno: 2014       
regia: SALVATORES, GABRIELE
genere: fantastico
con Ludovico Girardello, Valeria Golino, Fabrizio Bentivoglio, Ksenia Rappoport, Aleksei Guskov, Noa Zatta, Raicho Vasilev, Hristo Jivkov (Christo Jivkov), Assil Kandil, Filippo Valese, Enea Barozzi, Riccardo Gasparini, Vernon Dobtcheff, Vilius Tumalavicius, Vincenzo Zampa, Diana Höbel
location: Italia, Russia
voto: 6

Sono quasi 20 anni, dai tempi di Nirvana, che Salvatores cerca di perseguire una sua strada originale nell'ambito del cinema italiano. Quasi sempre, tuttavia, inciampando nello stesso difetto: il magma caotico dello script. Se da una parte se ne ammira il coraggio e il tentativo di innovazione (dalle prime commedie alla fantascienza di Nirvana, passando per il registro grottesco di Denti, il pulp in una chiave quasi western di Amnèsia, il noir di Quo vadis baby e Come Dio comanda, fino al meta-cinema di Happy family e ai documentari 1960 e Italy in a day), dall'altra si avverte sempre la mancanza di qualcosa, un'incompletezza quasi disturbante e, appunto, caotica, segnata da un gusto sempre meno dissimulato per il citazionismo.
Non fa eccezione questo Il ragazzo invisibile (il debito nei confronti dell'idea di fondo de L'uomo invisibile, film del 1933, è palese), ennesimo racconto di formazione (dopo Io non ho paura ed Educazione siberiana) che parte come una storia di bullismo tra i banchi di scuola, prosegue come un fantasy e si chiude come un racconto distopico su un gruppetto di fanatici che vuole sfruttare il "dono" del piccolo protagonista per utilizzarlo a scopi militari. Il problema è che i cattivi non sanno chi sia il ragazzino con questo dono e il dodicenne protagonista (Girardello) crede di avere ricevuto la capacità di diventare invisibile grazie a un costume di quart'ordine acquistato in occasione della festa di Halloween. Ecco allora arrivare il diluvio a massima entropia dello script: una madre single (Golino) che non è la sua vera madre, un padre cieco e sensitivo (Jivkov) che lo guida da lontano, Chernobyl, le mutazioni genetiche, un losco personaggio che artiglia le menti altrui, il bullo che si sbulla, i ragazzini rapiti, la sottotrama amorosa e chi più ne ha, più ne metta. Un'operazione sprecata, caratterizzata da un uso sorvegliato degli effetti speciali, da una irritante trascuratezza nella direzione degli attori (soprattutto i più piccoli) e da un finale sibillino e pretestuoso che sembra voler indicare la strada per un possibile sequel.    

sabato 13 dicembre 2014

Gone girl - L'amore bugiardo

anno: 2014   
regia: FINCHER, DAVID
genere: giallo
con Ben Affleck, Rosamund Pike, Neil Patrick Harris, Tyler Perry, Carrie Coon, Kim Dickens, Patrick Fugit, David Clennon, Lisa Banes, Missi Pyle, Emily Ratajkowski, Casey Wilson, Lola Kirke, Boyd Holbrook, Sela Ward, Lee Norris, Jamie McShane, Leonard Kelly-Young, Kathleen Rose Perkins, Pete Housman, Lynn Adrianna, Mark Atteberry, Darin Cooper, Kate Campbell, Brett Leigh, Antonio St. James, Lauren Glazier, Julia Prud'homme, Cooper Thornton, Casey Ruggieri, Cyd Strittmatter, Ashley Didion, Lexis Nutt, L.A. Williams, Blake Sheldon, Sean Guse, Ricky Wood, Fred Cross, Scott Takeda, Donna Rusch, Kathy Sweeney Meadows, Mark T Anderson, Scoot McNairy
location: Usa
voto: 7

È facile fare la coppietta felice quando vivi in un lussuosissimo appartamento di Manhattan e hai un conto in banca da capogiro. Ma se poi arriva la crisi e sei costretto a trasferirti in Missouri, il giorno del tuo quinto anniversario di matrimonio potrebbe anche riservarti una brutta sorpresa. Per esempio, potresti tornare a casa e non trovare più tua moglie (Pike), venire sospettato di omicidio e avere i media addosso che cercano il mostro da sbattere in prima pagina e in prima serata. È ciò che succede a Nick (Affleck), fedifrago da un anno e mezzo, che porta stancamente avanti un rapporto asfittico dopo essersi sentito parte della coppia più bella del mondo, alla maniera dei Wheeler di Revolutionary Road. Tutt'altro che convinto della presunta sparizione della moglie, Nick decide di ingaggiare un principe del foro, convinto che la moglie si sia nascosta da qualche parte.
Uno dei migliori film di Fincher (Se7en, The social network) prende le mosse dal difficile romanzo di Gillian Flynn, rispetto al quale al contrappunto tra la prospettiva di lui e quella di lei sostituisce la visione soggettiva della moglie (le pagine del suo diario che sembrano essere un'implacabile accusa al crescendo del marito come potenziale minaccia) e quella oggettiva del marito. Partito come un mistery, scoccata la prima ora il film vira su un registro giallo per poi chiudere in una chiave granguignolesca da apologo satirico sulla vita matrimoniale. Grande tensione, molti colpi di scena ben assestati e il ritratto di una donna così diabolica da far sembrare delle educande la Glen Close di Attrazione fatale e Crudelia Demon. Peccato per i due protagonisti, Ben Affleck e Rosamund Pike (la ricorderete in Jack Reacher e We Want Sex), che hanno l'espressività delle sardine in scatola. Premio 
Farfalla d'oro Agiscuola alla IX edizione del festival internazionale del film di Roma (2014).