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martedì 9 aprile 2019

Happy End

anno: 2017       
regia: HANEKE, MICHAEL    
genere: drammatico    
con Isabelle Huppert, Jean-Louis Trintignant, Mathieu Kassovitz, Fantine Harduin, Franz Rogowski, Laura Verlinden, Toby Jones    
location: Francia
voto: 4,5    

Distopico romanzo di formazione di una tredicenne (Fantine Harduin) che cresce in una famiglia aristocratica francese a Calais, nei pressi di quel mare che restituisce i cadaveri dei migranti. In apertura e in chiusura di film la vediamo in azione col suo smartphone, col quale riprende tanto la prevedibilissima liturgia mattutina della madre, quanto la morte del criceto al quale somministra gli psicofarmaci della donna, così come riprende il tentativo di suicidio del nonno (Trintignant). Quest'ultimo è un ricchissimo vegliardo fiero di avere soffocato la moglie sofferente (il rimando più che esplicito è ad Amour) e che vorrebbe passare anch'egli a miglior vita. Lo vediamo persino fermare per strada, stando a bordo di una carrozzella, alcuni emigrati ai quali chiede la cortesia, così come la chiede al suo barbiere, di procurargli una rivoltella per le sue necessità di autosoppressione. La famiglia si completa con il padre della ragazzina (Kassovitz), un medico compulsivamente fedifrago, sua sorella (Huppert), una imprenditrice edile che ha qualche grana con il crollo del cantiere sul quale sovraintende l'ottuso figlio (Rogowski) e altra umanità sparsa.
A cinque anni dal capolavoro Amour, Haneke licenzia un'opera stanca, manierata, nella quale sembra voler portare al parossismo lo spirito caustico col quale ha raccontato, in passato, l'anima più torbida dell'alta borghesia. Ma stavolta l'operazione sembra limitarsi a ricalcare pedissequamente le trovate stilistiche che caratterizzano il cinema del registra austriaco: riprese in campo lunghissimo in cui non ci è dato capire le conversazioni in momenti topici del racconto, il gioco del punto di vista, l'uso di attori feticcio (Trintignant e la Huppert) radunati per l'occasione, la replica degli stessi temi. Un passo clamorosamente falso in una carriera smagliante.    

lunedì 2 aprile 2018

Una donna fantastica (Una mujer fantástica)

anno: 2017   
regia: LELIO, SEBASTIAN 
genere: drammatico 
con Daniela Vega, Francisco Reyes, Aline Küppenheim, Luis Gnecco, Amparo Noguera, Antonia Zegers, Roberto Farías, Nicolás Gil Saavedra, Néstor Cantillana, Alejandro Goïc, Sergio Hernández    
location: Cile
voto: 7,5 

Marina (Vega) e Orlando (Reyes) si amano. Ma una notte lui si sente male e per di più, mentre sta per essere portato all'ospedale, precipita per le scale. I medici non ce la fanno a salvarlo e Marina - che rapidamente si dilegua dal nosocomio - perde l'uomo che amava proprio alla vigilia di un loro viaggio. Da quel momento per lei, che è un transessuale, comincia un calvario fatto di ricatti, minacce, insulti ("frocio"), botte, umiliazioni da parte della famiglia di lui, la ex moglie e il figlio in testa. Ma Marina ha la schiena dritta e cerca in tutti i modi di difendere il suo diritto a dire addio alla persona amata, a riprendersi il suo cane e a continuare, comunque, a vivere.
Dopo Gloria, il cileno Sebastian Lelio tratteggia ancora una volta una figura di donna (se non nel corpo, nello spirito) resiliente, sotto l'egida produttiva di Pablo Larrain. Un ritratto a tutto tondo, interpretato con incredibile intensità da un vero transessuale che è anche una cantante lirica (tanto che il regista consegna alla sua notevolissima voce l'ultima scena), un personaggio messo a servizio di una sceneggiatura che parte fortissimo ma che nella seconda metà del film perde intensità e un po' di spessore, accantonando la sottotrama poliziesca che sembra avere imboccato così come la ricerca sul passato del morto. Un peccato veniale per un'opera che è un pesante atto d'accusa alla borghesia cilena, parruccona e sessuofoba, e che è riuscito ad aggiudicarsi l'Oscar come migliore opera straniera e l'Orso d'argento per la sceneggiatura.    

domenica 25 marzo 2018

La Cina è vicina

anno: 1967       
regia: BELLOCCHIO, MARCO   
genere: drammatico   
con Glauco Mauri, Elda Tattoli, Paolo Graziosi, Daniela Surina, Pierluigi Aprà, Alessandro Haber, Renato Jalenti, Claudio Trionfi, Mimma Biscardi, Claudio Cassinelli, Laura De Marchi, Jà Jà    
location: Italia
voto: 6   

Al suo secondo film dopo I pugni in tasca, il 28enne Bellocchio propone un altro ritratto al vetriolo dell'istituzione familiare. Siamo a Imola dove, in una lussuosa casa patrizia, convivono tre fratelli. Vittorio (Mauri), il maggiore, è un professore di liceo, un trasformista della politica che sta per candidarsi con il Partito Socialista. La sorella Elena (Tattoli, anche co-sceneggiatrice) possiede una notevole facilità ad avere relazioni amorose e gestisce i beni di casa con piglio autoritario mentre il più piccolo (Aprà, attore che morì a soli 36 anni) scavalca entrambi i fratelli a sinistra, frequentando gruppi maoisti che vorrebbero anche redimere le prostitute, salvo poi servire messa la domenica. La vicenda famigliare si complica quando Elena si fa mettere incinta da un ragioniere (Graziosi) che, oltre a essere il portaborse di Vittorio, è anche l'ex della segretaria di quest'ultimo (Surina), a sua volta invaghito proprio della ragazza e dterminato ad evitare lo scandalo.
Girato in un notevole bianco e nero e con scelte fotografiche da cinema espressionista, La Cina è vicina - il cui titolo, oltre a diventare una scritta su un muro realizzata dal collettivo extraparlamentare, è anche il titolo di un libro di Enrico Emanuelli - si muove tra satira di costume e analisi politico-sociale con un registro che spinge sul pedale del grottesco, mettendo in evidenza soprattutto l'ipocrisia della famiglia. Una scelta decisamente più efficace sul piano narrativo che su quello dei contenuti, qui stemperati da un racconto a teorema nel quale il sarcasmo sembra mirare più ad innescare la risata che non a mettere a nudo le assurdità dell'eccesso di ideologia, col rischio di rasentare il qualunquismo.    

mercoledì 21 marzo 2018

I cuori infranti

anno: 1963       
regia: CAPRIOLI, VITTORIO * PUCCINI, GIANNI   
genere: commedia   
con Franca Valeri, Aldo Giuffrè, Paola Quattrini, Linda Sini, Dany Paris, Tino Buazzelli (La manina di Fatma, di Vittorio Caprioli), Nino Manfredi, Norma Bengell, Gianni Bonagura, Gigi Ballista (E vissero felici, di Gianni Puccini)    
location: Italia
voto: 3,5   

Due film in uno, uniti soltanto dall'idea di raccontare storie d'amore estreme, proprio come se ne facevano una volta, quando i produttori - per non scommettere l'intera posta su registi di scarso richiamo - puntavano su film a episodi con attori di grido. Vittorio Caprioli era qui alla sua terza regia, a servizio di un copione debolissimo (La manina di Fatma) nel quale una sorta di virago dalla mira impeccabile (Valeri) impedisce in tutti i modi al suo amato (Giuffrè) di sposare un'altra (Quattrini), costringendolo all'apostasia sentimentale e ricorrendo all'occasione alla magia. Nettamente meglio il secondo episodio (E vissero felici, firmato da Gianni Puccini, un mezzo specialista dei film in comproprietà), nel quale un incontenibile Nino Manfredi impersona un mantenuto la cui moglie (Norma Bengell) fa la prostituta.
Se il primo episodio fa acqua da tutte le parti - dal cast al copione - con Franca Valeri che non va oltre la caricatura, il secondo gioca con coraggio contro l'ipocrisia dell'epoca, avvalendosi di un Manfredi dal grande carisma.    

sabato 28 novembre 2015

Dobbiamo parlare

anno: 2015       
regia: RUBINI, SERGIO
genere: commedia
con Fabrizio Bentivoglio, Maria Pia Calzone, Isabella Ragonese, Sergio Rubini
location: Italia
voto: 6

In un attico pieno di magagne al centro di Roma vivono Vanni (Rubini) e Linda (Ragonese), lui scrittore dalla penna inaridita, lei ghostwriter che aspira alla propria autonomia. Nel bel mezzo dei preparativi per un'uscita con amici, piomba a casa loro un'amica (Calzone) sconvolta dalla scoperta del tradimento del marito, un celebre cardiochirurgo (Bentivoglio). Poco più tardi arriva anche lui e la serata si trasforma in una carneficina durante la quale ciascuno disseppellisce le asce di guerra per scaraventare sugli altri rancori sopiti, patologie di coppia e frustrazioni mai digerite, in un gioco al massacro di tutti contro tutti.
Al suo dodicesimo film, Rubini gira un Carnage all'amatriciana di chiaro impianto teatrale, a tratti assai divertente (con Bentivoglio che, se possibile, si supera nella parte del medico trucido che a ogni frase tira fuori una battuta comica) ma derivativo (Ferie d'Agosto, Cena tra amici), zeppo di stereotipi (la destra, la sinistra…), elementi superflui (il pesce dell'acquario che osserva la serata con la voce di Antonio Albanese), clamorosi difetti di casting (Maria Pia Calzone, adeguata nella serie televisiva Gomorra, qui è improponibile nel confronto con gli altri del quartetto protagonista né il gli etti di botulino non aiutano la già precaria articolazione mimica) e il finale pacificatorio che è esattamente quello che ti aspetti.    

venerdì 23 gennaio 2015

Il nome del figlio

anno: 2015       
regia: ARCHIBUGI, FRANCESCA
genere: commedia
con Alessandro Gassman, Valeria Golino, Luig Lo Cascio, Rocco Papaleo, Micaela Ramazzotti, Marco Baliani, Raffaele Vannoli, Carolina Cetroli
location: Italia
voto: 4

Scordatevi Cena tra amici, il blockbuster transalpino che si è segnalato come una delle migliori commedie dell'ultimo decennio: questo remake non ha nulla a che vedere con l'originale. È necessario partire da qui per avvertire chi spera di andare al cinema per vedere una versione all'amatriciana (il film è girato nella zona del Mandrione, a Roma) del capolavoro tratto dal testo teatrale di Alexandre de la Patellière e Matthieu Delaporte.
Francesca Archibugi, che non si vedeva al cinema da oltre un lustro (Questione di cuore), ha cercato di declinare il film di secondo i cliché dell'italianità, mancando completamente il bersaglio, a dispetto del tentativo di giocare nuovamente la carta della coppia Gassman-Lo Cascio, reduce dal successo al botteghino de I nostri ragazzi. E così vai con i flashback inutili mirati a ricostruire il lignaggio da ebreo illustre del padre di due dei protagonisti e con la messa alla berlina della sinistra ipocrita, salottiera, snob e radical chic con la casa piena zeppa di libri nel quartiere gentrificato e con l'edonismo sfrenato della destra.
Lo spunto narrativo è quello di un invito a cena: il fratellone destrorso (Gassman) si reca a casa della sorella frustrata (Golino) e del marito di lei (Lo Cascio), professore universitario. Tra i commensali ci sono anche un amico (Papaleo) e la moglie del fratellone (Ramazzotti), bambolona apparentemente acefala che arriva in ritardo perché impegnata nella presentazione di un libro di un livello letterario che farebbero sembrare le barzellette di Totti roba da premio Pulitzer. Una discussione partita da uno scherzo (annunciando che il bebè in arrivo si chiamerà Benito, così come era Adolfo in Cena tra amici) degenera in una serie di recriminazioni incrociate, rivendicazioni e scheletri brutalmente tirati fuori dall'armadio in una logomachia di tutti contro tutti.
Se nel film francese qualche battuta sfuggiva per il troppo ridere, qui si rimane ammutoliti davanti a tanto spreco di parole, alle psicologie binarie (pretestuosamente arricchite da idiomi comportamentali, dalla ginnastica isometrica al tweet compulsivo) e ai movimenti in perenne volteggio della macchia da presa con tanto di drone domestico e Il nome del figlio, piuttosto che sembrare un remake del cugino gallico, pare la copia sbiadita e manierata de La terrazza, il capolavoro di Scola. Sicché in un film che si concede anche un imbarazzante trenino sulla note di Telefonami tra vent'anni di Lucio Dalla, le uniche cose che si salvano sono le immagini aeree iniziali, la recitazione del quintetto protagonista e il parto dal vero di Micaela Ramazzotti, filmata dentro la sala ospedaliera.    

mercoledì 12 febbraio 2014

I segreti di Osage County (August: Osage County)

anno: 2012       
regia: WELLS, JOHN
genere: drammatico
con Meryl Streep, Julia Roberts, Chris Cooper, Ewan McGregor, Margo Martindale, Sam Shepard, Dermot Mulroney, Julianne Nicholson, Juliette Lewis, Abigail Breslin, Benedict Cumberbatch, Misty Upham, Will Coffey, Newell Alexander, Jerry Stahl, Dale Dye, Ivan Allen, Arlin Miller
location: Usa
voto:1

Il modello della famiglia americana disfunzionale è vecchio come il cucco, trito e abusato: basterebbe citare film come Il gigante, Come le foglie al vento, A casa dopo l'uragano, Chi ha paura di Virginia Woolf? e Che fine ha fatto Baby Jane. Qui non siamo neppure a una variante del genere: morto suicida il vecchio padre (Shepard), nella casa della madre malata di cancro (Streep) si riuniscono le tre sorelle, i loro compagni e parenti assortiti. L'occasione si trasforma in una miscela di accuse e contumelie di tutti contro tutti, tra vecchi rancori mai sopiti, storie di amanti e pure il parente pedofilo.
Scritto con il piede destro da un mancino che ha anche preso il premio Pulitzer (Tracy Letts), il film è un'accozzaglia intollerabile di prudori e pruderie, con due delle attrici più transgender di Hollywood (Julia Roberts e Juliette Lewis) impegnate a contendersi lo scettro della più odiosa. Il tutto in un quadro nel quale la regia scompare completamente per mettersi al servizio di un drappello di attori che, come dicono gli inglesi, tendono all'over-acting, finendo col sembrare tutti delle macchiette.    

venerdì 10 gennaio 2014

Il capitale umano

anno: 2013       
regia: VIRZÌ, PAOLO  
genere: drammatico  
con Fabrizio Bentivoglio, Valeria Golino, Valeria Bruni Tedeschi, Fabrizio Gifuni, Luigi Lo Cascio, Bebo Storti, Gigio Alberti, Giovanni Anzaldo, Matilde Gioli, Guglielmo Pinelli, Pia Engleberth, Nicola Centonze, Silvia Cohen, Vincent Nemeth, Paolo Pierobon  
location: Italia
voto: 10

Hanno tutti qualcosa da nascondere nella Brianza ultrabenestante, ipocrita e smargiassa dove al Bernaschi (Gifuni), mago dell capitalismo finanziario e "creativo", chiunque mostrerebbe gratitudine anche se a cena ricevesse il pappone per cani. E se il Bernaschi nasconde le frodi ai danni dei piccoli risparmiatori, grazie alle quali ha messo da parte una fortuna, sua moglie  Carla (Bruni Tedeschi, mai così pertinente) nasconde la tresca con un regista teatrale (Lo Cascio), il suo amico (ma poi non tanto) Dino (un Bentivoglio di incontenibile espressività) nasconde l'origine dei 700mila euro avuti per entrare nel "fondo Bernaschi", la figlia di Dino (Gioli) e suo figlio (Pinelli) nascondono la fine della loro storia e la ragazza, a sua volta, non fa sapere a nessuno di avere un rapporto con un piccolo sbandatello (Anzaldo) che, a sua volta, si è fatto il carcere minorile per nascondere la droga dello zio (Pierobon). E si nasconde la verità anche rispetto all'episodio che è al centro della vicenda: al termine di un galà scolastico un cameriere che ha appena finito di servire a tavola viene investito da un'auto di grossa cilindrata e ricoverato d'urgenza all'ospedale in gravissime condizioni. I sospetti ricadono sul figlio del Bernaschi.
Passato al cinema drammatico prendendo spunto dal romanzo di Stephen Amidon, che è invece ambientato in America, Virzì firma un autentico capolavoro ripartito in 4 capitoli che raccontano diversi tratti di storia da altrettanti punti di vista (Dino, Carla, Serena, Il capitale umano). La sceneggiatura (a cui hanno collaborato anche Francesco Bruni e Francesco Piccolo) è impeccabile, il ritmo del racconto tinto di giallo non ha un solo attimo di cedimento e la parabola di una generazione che "ha scommesso sulla rovina di questo paese", vincendo (così sentenzia Carla in sottofinale) e che è disposta a mandare al macello i propri figli pur di mantenere intatti i propri privilegi avendo come unica ossessione i danè, è raccontata con precisione chirurgica, con tutto il suo corredo di falsità e doppi giochi.    

sabato 20 ottobre 2012

La bella gente

anno: 2009       
regia: DE MATTEO, IVANO
genere: drammatico
con Monica Guerritore, Antonio Catania, Iaia Forte, Giorgio Gobbi, Victoria Larchenko, Myriam Catania, Siddhartha Prestinari, Elio Germano
location: Italia
voto: 4

Ve la ricordate Louise Fletcher, quella che interpretava l'infermiera aguzzina della clinica psichiatrica di Qualcuno volò sul nido del cuculo? Beh, quella era una dilettante rispetto alla Monica Guerritore de La bella gente, sadica e mostruosa come poche altre figure al cinema. La ricca signorotta romana di mezza età si commuove nel vedere una giovanissima prostituta dell'Europa orientale (Larchenko) picchiata dal suo magnaccia sul ciglio di quella strada che lei sta percorrendo per andare a trascorrere le sue vacanze estive in collina. Sicché si incapriccia, convince quel Pilato di un marito (Antonio Catania) a farsene carico e offre alla giovane protezione, cure e ristoro. Peccato che quando a casa arrivano il figlio (Germano) con la fidanzata neurolabile (insopportabilmente interpretata da Myriam Catania, figlia di mammà Rossella Izzo: ma si sa che in Italia bastano i legami di sangue per accedere al mondo dello spettacolo) i progetti umanitari della donna, che peraltro detesta la futura nuora, vadano in frantumi come gli oggetti che lancia per casa nei frequenti momenti di isteria innescati dall'invaghimento del suo bravo figliolo nei confronti della ragazzina ucraina.
Alla sua seconda prova da regista Ivano de Matteo conferma tante buone intenzioni e sensibilità sociale, ma anche una pochezza sconcertante: i personaggi sono tagliati con l'accetta (con ampie responsabilità da parte di Valentina Ferlan, autrice di soggetto e sceneggiatura), l'ipocrisia viene mostrata allo spettatore con il piglio da trattatello morale che più didascalico non si può e gli attori - Elio Germano e Antonio Catania a parte - fanno a gara per assicurarsi il ruolo del peggiore. Niente da fare: nonostante nel film reciti anche quel mistero imperscrutabile che è Iaia Forte, che alla straordinaria inespressività associa anche una rara bruttezza, il massimo alloro va proprio a Monica Guerritore. Vedendola "recitare" si capisce perché nel curriculum annoveri film come Stato interessante, Fotografando Patrizia, Scandalosa Gilda, Mutande pazze e Femmina.
Quanto al tema della ricca famiglia ultraborghese dalle buone intenzioni, è molto meglio andarsi a rivedere Da qualche parte in città di Michele Sordillo: se La bella gente non ha trovato neppure un esercente disposto a proiettarlo in sala, il film di Sordillo, circolato anch'esso in maniera quasi carbonara, almeno merita la visione.    

venerdì 16 settembre 2011

Carnage

anno: 2011       
regia: POLANSKI, ROMAN
genere: commedia
con Jodie Foster, Kate Winslet, Christoph Waltz, John C. Reilly
location: Usa
voto: 7,5

Lo sapevamo dai tempi di Rosemary's baby e L'inquilino del terzo piano: tra le mura domestiche possono annidarsi i sentimenti più gretti e belluini. Roman Polanski sembra volercelo ribadire portando sullo schermo la pièce di Yasmina Reza, tornando al cinema di impronta teatrale che avevamo già visto ne La morte e la fanciulla. Due adolescenti si picchiano in un parco di New York. I quattro genitori si incontrano per un accordo cordiale che, col passare dei minuti, degenera in una zuffa di tutti contro tutti. Tra commedia e dramma, momenti esasperati come quello del vomito sul tavolo inzeppato di libri d'arte ed altri esilaranti, il dio del massacro (questo il titolo originale della commedia teatrale) miete vittime a suon di giochi di alleanze e controalleanze, insofferenza reciproca, nichilismo, banalità del bene e sadismo. Polanski - servito da un cast da standing ovation - ci squaderna davanti il cinismo e l'ipocrisia della cosiddetta gente perbene, mantenendo sempre altissima la tensione. Tra chi alza troppo il gomito, chi se ne infischia del dolore della figlia e fa sparire un criceto, chi specula su farmaci che provocano pesanti effetti collaterali e chi si ripulisce la coscienza scrivendo saggi sul Darfur, i caratteri sono perfettamente definiti, le dinamiche iperrealiste, i tic di ciascuno - a cominciare da un Christoph Waltz phone-addicted che batte gli altri ai punti - plausibilissimi e motivo di trovate al alto tasso umoristico.    

domenica 29 giugno 2008

Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto

anno: 1970   
regia: PETRI, ELIO   
genere: grottesco   
con Gian Maria Volonté, Florinda Bolkan, Gianni Santuccio, Orazio Orlando, Sergio Tramonti, Filippo Degara, Arturo Dominici, Vittorio Duse, Vincenzo Falanga, Ugo Adinolfi, Massimo Foschi, Aleka Paizi, Salvo Randone, Aldo Rendine, Gino Usai, Giuseppe Terranova, Franco Marletta, Fulvio Grimaldi, Giuseppe Licastro, Pino Patti, Guido Buzzelli, Roberto Bonanni, Giacomo Bellini   
location: Italia
voto: 9,5   

Nel giorno della sua promozione a capo della Squadra Omicidi della polizia, "il dottore" (Volontà) uccide la sua ricchissima amante, rea di averlo ripetutamente umiliato. L'uomo lascia indizi ovunque ma i suoi colleghi, "burocrati" e "questurini"  come li appella lui stesso, si rifiutano di vedere l'evidenza.
Il capolavoro di Elio Petri e Ugo Pirro è un racconto kafkiano sulla dialettica tra potere e impotenza. Al motto "repressione è civiltà", il capo della sezione omicidi inneggia a pratiche irregolari, incita i controlli, fomenta le delazioni, stimola le intercettazioni telefoniche, non esita a violare la legge durante sommari interrogatori. Con questi strumenti espressivi l'opera di Petri tratteggia un quadro assai grottesco dell'ipocrisia che dilaga nella stanze del potere, muovendosi tra registri grotteschi, flashback dannunziani e sferzate di violento cinismo. Impressionante per la sua assoluta qualità la prova di Volontè, premiato con col Davide di Donatello. Memorabili le musiche di Morricone.
Premio Oscar nel 1970 per il miglior film straniero. Nastro d'argento nel 1971 per la miglior regia e per il miglior attore (Volontè). Grolla d'oro 1970 a Volontè come migliore attore.    

venerdì 14 settembre 2007

La ragazza del lago

anno: 2007       
regia: MOLAIOLI, ANDREA 
genere: giallo 
con Toni  Servillo, Valeria  Golino, Fausto Maria  Sciarappa, Fabrizio  Gifuni, Omero  Antonutti, Anna  Bonaiuto, Nello  Mascia, Marco  Baliani, Giulia  Michelini, Denis  Fasolo, Franco  Ravera, Sara  D'Amario 
location: Italia       
voto: 7

Una ragazza appena ventenne viene trovata morta in una strana posizione sulla sponda di un lago nei pressi di un paesino friulano. A occuparsi del caso è un ispettore campano (un Toni Servillo capace dell'ennesima interpretazione maiuscola), con una figlia irrequieta e una moglie in clinica, dove è ricoverata da quando ha perso la memoria. Nel corso delle indagini il commissario viene a contatto con l'omertà e la reticenza della gente del paese, scoprendo molti altarini nascosti.
Proveniente dalla scuderia della Sacher Film (è stato assistente di Moretti, Calopresti e Luchetti), Andrea Molaioli rivela al suo esordio un notevole talento narrativo. Il film, tratto dal romanzo norvegese "Lo sguardo di uno sconosciuto" di Karin Fossum e sceneggiato da Sandro Petraglia, veste di giallo il tema della rimozione: di una malattia gravissima, di un handicap fisico o mentale, della perdita di un figlio che non si sopportava. Un'inequivocabile opera d'autore, memore della lezione di Elio Petri, caratterizzata dalla finezza dell'osservazione psicologica, dal registro dimesso e minimalista, a tratti afasico ma purtroppo servita da una colonna sonora stridente e perennemente sopra le righe.    

venerdì 10 agosto 2001

Il fascino discreto della borghesia (Le charme discret de la bourgeoisie)

anno: 1972       
regia: BUNUEL, LUIS   
genere: grottesco   
con Fernando Rey, D.Seyrig, Bulle Ogier, Stephane Audran, Jean Pierre Cassel, J.Bertheau, Milena Vukotic, M.G.Maione, C.Piéplu, Muni, P.Maguelon, F.Maistre, Michel Piccoli, P.Frankeur    
location: Francia
voto: 6   

Tra perpetui salotti mondani, mangiate pantagrueliche e messinscena continue dettate dalla coscienza costantemente sporca, si svolge la vita della borghesia francese, rappresentata da personaggi abietti e crapuloni, avvezzi alla menzogna e in preda ai loro incubi.
Il soggetto di Luis Buñuel, scritto con la collaborazione di Jean Claude Carrière, mette ancora una volta alla berlina l'ipocrisia borghese in un film corale perennemente a cavaliere tra la dimensione grottesca e quella onirica, nella quale serpeggia un'insopprimibile vis sarcastica nei confronti del bersaglio sociale preferito dal regista spagnolo.    

mercoledì 16 giugno 1999

I peccatori di Peyton (Peyton Place)

anno: 1957   
regia: ROBSON, MARK 
genere: drammatico 
con Lana Turner, Lee Philips, Lloyd Nolan, Arthur Kennedy, Russ Tamblyn, Terry Moore, Hope Lange, Diane Varsi, David Nelson, Barry Coe, Betty Fiel 
location: Usa
voto: 7,5

Perbenismo ed ipocrisia serpeggiano nella cittadina di provincia di Peyton (New England) durante la seconda guerra mondiale. Ma tanto il medico locale (Lloyd Nolan), protagonista in qualità di testimone in occasione di un processo per omicidio quanto il brillante direttore della scuola superiore venuto da fuori Michael Rossi (Lee Philips) cercheranno di scuotere la comunità dalla sua ottusità.
Melodramma corale densissimo di episodi, definito la "madre di tutte le soap-opera" (Mereghetti), il film sceneggiato da John Michael Hayes dal romanzo di Grace Metalious ha il respiro epico dell'opera d'altri tempi, col suo afflato anticonformista pronto a mettere alla berlina il provincialismo parruccone di un'America ancora molto lontana dall'emancipazione. Il film ebbe un seguito (Ritorno a Peyton Place) e una versione televisiva.    

martedì 9 marzo 1999

Festen – Aria di famiglia

anno: 1998       
regia: VINTERBERG, THOMAS 
genere: drammatico 
con Ulrich Thomsen, H.Moritzen, T.B.Larsen, B.Neumann, P.Steen, T.Dyirholm, H.Dolleris         
location: Danimarca
voto: 1

Arrivato all'età di 60 anni, un industriale danese decide di festeggiare il proprio compleanno nella magione di campagna con tutta la famiglia. Il primogenito Christian gli manda però a rotoli la festa, rivelando pubblicamente gli abusi sessuali subiti insieme alla sorella dal padre durante l'infanzia. Non è abbastanza per turbare danze e mangiate pantagrueliche per gli avventori dell'insolito convivio. 
Non contento di avere saccheggiato due capolavori del cinema europeo come Arrivederci ragazzi di Malle e L'angelo sterminatore di Buñuel, Vinterberg si mostra refrattario ad ogni forma di rispetto verso lo spettatore, imbracciando per un ora e quaranta una cinepresa a mano in formato super 8, acutizzando le cefalee in agguato. Al confronto di Festen, la pagliacciata realizzata dal connazionale Von Trier con Le onde del destino sembra un film monumentale e Pacciani, paragonato ai personaggi del film danese, un birbantello da collegio.    

lunedì 5 gennaio 1998

Oggetti smarriti

anno: 1980       
regia: BERTOLUCCI, GIUSEPPE
genere: drammatico
con Mariangela Melato, Bruno Ganz, Renato Salvatori, M.L.Santella, Laura Morante, F.Rinaldi, D.Sassoli, G.O'Brien, G.Attanasio, R.A.Benvenuto, A.Cerami, M.Barnes, Michel Pergolani            
location: Italia
voto: 6,5

Marta (Mariangela Melato), madre di famiglia della Milano-bene, sta per recarsi a Roma per prendere sua figlia, che per qualche tempo è stata ospite della nonna. Accompagnata dal marito (Renato Salvatori) e pedinata dall'amante (Michel Pergolani), Marta scende dal treno ed incontra Werner (Bruno Ganz), "oggetto smarrito" della sua infanzia. Con lui, negli anfratti della stazione meneghina, nel corso di un giorno ed una notte Marta conosce un universo ignoto, popolato da sbandati, ruffiani, inservienti e tossicodipendenti. Ma sarà proprio la figlia a riportarla alla sua normale quiete borghese, dopo che Werner si è buttato sotto a un treno, ultimo gesto di una coltivazione parossistica del dubbio.
Al suo secondo film, il meno noto ma più dotato dei due fratelli Bertolucci si colloca nei paraggi dell'Avventura di Antonioni, con un film straniato e dissonante come le indovinate musiche che lo percorrono, scritte dal jazzista Enrico Rava. Con una narrazione molto libera, ancora legata alla struttura del precedente Berlinguer ti voglio bene, Giuseppe Bertolucci scava su tematiche esistenziali, sulla mediocrità del vivere borghese e l'ipocrisia, consegnando alla Melato l'ennesima prova a tinte forti della sua bella carriera d'attrice e "facendo scoccare la scintilla fra due attori di grande razza, appartenenti a due tradizioni dello spettacolo che qui si misurano e si confrontano" (Kezich). Con Bertolucci, al soggetto hanno collaborato Domenico Rafele, Lidia Ravera e Enzo Ungari. Nella colonna sonora brani di Ivan Cattaneo, Rino Gaetano, Paolo Conte, Renato Zero e Lucio Dalla.    

sabato 15 novembre 1997

Caro Michele

anno: 1976       
regia: MONICELLI, MARIO 
genere: drammatico 
con Mariangela Melato, D.Seyrig, A.Clement, Lou Castel, Fabio Carpi, M.Michelangeli, Isa Danieli, Alfonso Gatto, E.Visconti, R.Romano, A.Innocenti, C.Carrozza, Alfredo Pea, L.Martinez, E.Morana, C.Wittig, Giuliana Calandra, L.Dal Fabbro 
location: Italia
voto: 6 

L'esistenza di Mara Castorelli (Mariangela Melato), ragazza madre che ha avuto, forse, un figlio dal fantomatico terrorista rosso Michele, si agita tra le case lussuose dell'alta borghesia romana. Giunta nella capitale dalla Liguria, Mara caracolla da un'abitazione all'altra, incontrando lungo la propria strada una serie di persone - la madre (Delphine Seyrig), la sorella (Aurore Clement), un amico (Lou Castel) ed altri ancora - legate al personaggio che dà il titolo al film. Scansata per la sua balordaggine e a sua volta inorridita dall'ipocrisia altrui, ma spinta comunque da un ottimismo volteriano, Mara continuerà per chissà dove la propria esistenza.
Negli anni in cui il cinema italiano di sinistra era impegnato nel casus belli ideologico, attento a quanto stava accadendo nelle piazze, Monicelli firma, dal romanzo Caro Michele di Natalia Ginzburg sceneggiato da Suso Cecchi D'Amico e Tonino Guerra (che avevano già collaborato con Monicelli in Casanova '70), un film in controtendenza. Scarsamente considerato dalla critica, Caro Michele emerge, in prospettiva storica, come un film che in qualche maniera anticipa - in anni insospettabili - quell'ondata di riflusso che avrebbe condotto al cinema intimista e "domestico" degli anni ottanta. Ottima la prova di tutti gli interpreti, tra i quali vanno annoverati i registi Fabio Carpi (Quartetto Basileus; La prossima volta il fuoco) ed Eriprando Visconti (Oedipus Orca; Il caso Pisciotta), nonché il poeta Alfonso Gatto. Un altro regista (Ludovico Gasparini: suoi No, grazie: il caffè mi rende nervoso e Italian fast food) figura come segretario di edizione, mentre la fotografia è affidata alla mano sicura di Tonino Delli Colli.