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martedì 30 gennaio 2018

Gruppo 7 (Unit 7 aka Grupo 7)

anno: 2012   
regia: RODRIGUEZ, ALBERTO  
genere: poliziesco  
con Antonio de la Torre, Andrés Blanco, Javier Berger, Joaquín Núñez, Manuel Bernal, José Manuel Poga, Jacinto Bobo, Edu Bulnes, Estefanía de los Santos, Adelfa Calvo, Julián Villagrán    
location: Spagna
voto: 7  

Nei 5 anni che precedono l'Expo del 1992 a Siviglia, quattro poliziotti della narcotici - noti come Gruppo 7 - fanno il brutto e il cattivo tempo nel centro della città, dapprima sgominando bande di spacciatori, quindi entrando in combutta con questi ultimi per estendere il giro d'affari sporchi. Ma l'anticorruzione, nel frattempo, indaga su di loro.
Poliziesco iberico di notevole fattura, che mette in corto circuito l'avidità dei quattro poliziotti (una sorta di Uno Bianca in salsa spagnola) con l'apparente eroismo dei protagonisti stessi e con tutte le loro contraddizioni (a cominciare da quello apparentemente più agguerrito dei quattro, che possiede un mondo mistico religioso tutto suo). Ritmo martellante, azione e colpi di scena di scena non mancano, la fotografia desaturata è curata a dovere e tanto basta ad attenuare la sensazione di déjà vù e ad accentuare quella di un buon prodotto di genere.    

venerdì 6 gennaio 2017

Il ministro

anno: 2016   
regia: AMATO, GIORGIO   
genere: commedia   
con Gian Marco Tognazzi, Alessia Barela, Fortunato Cerlino, Edoardo Pesce, Jun Ichikawa (II), Ira Fronten    
location: Italia
voto: 6,5   

Un imprenditore in difficoltà (Tognazzi) sta cercando di giocarsi in una sola serata la sua ultima carta: corrompere, tra vini costosissimi, escort e mazzette, l'uomo di potere di turno invitato a cena (interpretato da Fortunato Cerlino, il Pietro Savastano della serie-TV Gomorra), il ministro del titolo. La speranza di giocarsi in questo modo l'appalto si gioca all'interno di una lussuosissima casa nel quartiere residenziale dell'Eur, a Roma, dove sono presenti la moglie (Barela) e il cognato dell'imprenditore (Pesce), una linguacciuta ballerina cinese che studia filosofia (Jun Ichikawa, che in realtà è giapponese), ingaggiata come possibile escort all'ultimo momento e la domestica di colore (Fronten). Le cose andranno ben diversamente dal previsto.
Al suo esordio dietro la macchina da presa, Giorgio Amato attinge a piene mani dal malaffare della politica romana, con echi che richiamano il caso Tarantini-Berlusconi e un registro a cavaliere tra thriller e commedia con brusche virate sul grottesco, soprattutto nella scena iniziale e in quella finale del film. Il quale riesce a tenere sempre alta la tensione, nonostante qualche cedimento a un eccesso di una scrittura alla continua ricerca dell'apoftegma fulminante.    

lunedì 15 dicembre 2014

Il venditore di medicine

anno: 2013   
regia: MORABITO, ANTONIO 
genere: drammatico 
con Claudio Santamaria, Isabella Ferrari, Evita Ciri, Marco Travaglio, Roberto De Francesco, Ignazio Oliva, Giorgio Gobbi, Vincenzo Tanassi, Leonardo Nigro, Ippolito Chiarello, Alessia Barela, Paolo De Vita, Pierpaolo Lovino, Beniamino Marcone, Roberto Silvestri 
location: Italia
voto: 7 

Il secondo film di Antonio Morabito, arrivato nelle sale a dieci anni dai registri dissacranti e grotteschi da cinema ultra low-cost di Cecilia, comincia con un'antologia di quella pagina sordida della cronaca che ci riporta i casi di truffe e speculazioni da parte di case farmaceutiche senza scrupoli e medici compiacenti che, in cambio di lussuosi gadget - dal convegno con amante nella località esclusiva alla collezione di video porno - traffica sulla salute delle persone prescrivendo farmaci con pericolosissimi effetti collaterali. Poi cavalca il tema della crisi che agevola facili tagli di personale senza alcun peso sulla coscienza, passando in cavalleria anche un eventuale suicidio. In una situazione del genere può allora capitare che uno come Bruno (Santamaria, molto in parte), rampante informatore medico romano con indole torva da autentico piazzista sul quale grava la minaccia del licenziamento, possa passare dalla corruzione al ricatto, in una deriva senza rete che nel suo delirio solipsistico lo porta anche a imbottire la moglie (Ciri) di anticoncezionali a insaputa della stessa donna che invece vorrebbe quell'intralcio alla carriera di Bruno che si chiama figlio.
Antonio Morabito torna al lungometraggio di finzione con un film-pamphlet da cinema civile che, pur inciampando su qualche luogo comune e qualche personaggio stereotipato e rasentando a tratti il bigino dello svilimento etico della nostra civiltà, ha il merito di non scegliere la strada del racconto didascalico, ma di mettere in scena quello stesso schifo che, per altri versi e con altro registro, si era visto ne Il medico della mutua e, soprattutto, in Bisturi: la mafia bianca, attraverso il prisma dell'esistenza affannata del protagonista, costretto a sedare le sue ansie a suon di neurolettici.